Una piazza per Giulio / Veronica Tomassini

by

di Veronica Tomassini

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Veronica Tomassini ha pubblicato: Outsider, A & B 2006; La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza, Romeo 2008; Sangue di cane, Laurana 2010; Il polacco Maciej, Feltrinelli 2012; Christiane deve morire, Gaffi 2014. Collabora al quotidiano Il fatto.

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Hei amico, aria. Dico al tizio che ho di fronte. Sono in una piazza. È un luogo terribile, i pensatori della città in cui vivo stanno tutti qui, al momento è in corso un simposio su l’esegesi dell’io (tema trainante: Ultracorpi standard e selfie teoretici nell’epoca digitale). Il tizio che ho di fronte non capisce un accidenti. Ha alcuni fogli in mano. Mi spiega: sono un esordiente. Lo mando al diavolo. Eppur adesso sediamo sulla stessa panca, in piazza. Il simposio è più in là. Tutti i pensatori pensano. È un fenomeno drammatico. Il loro digrignare sprezzante crepita tutto intorno. Una specie di scivolamento immemore di dannati. La piazza è intitolata a Giulio Mozzi, scrittore di Padova. Parentesi: vivente. La parentesi l’ha voluta il marmista che ha realizzato l’edicola, infilato dentro la lastra, inciso il nome Giulio Mozzi, scrittore eccetera. Il figlio del marmista ha pubblicato un romanzo di genere, vorrebbe conoscere Giulio Mozzi. Studia lettere. Non odia Baricco. È un follower su twitter: di Giulio Mozzi. Il marmista conosce il sindaco, il sindaco è una persona onesta e magnanima, ha acconsentito: sia, la piazza intitolata. Precisando: non sborserò un euro per l’edicola, la targa, l’aiuola e tutto il resto. Il sindaco ha aggiunto: Giulio Mozzi non è affar mio. È una storia lunga, non è il caso di riferire, perché poi il marmista ha investito qualche soldino. Il sindaco aveva da eccepire: Giulio Mozzi è vivo. Le targhe sono per i morti. Il figlio del marmista ha sollevato una polemica infinita su questa faccenda, coinvolgendo un blog letterario molto frequentato. Ed è stato un procedere scoppiettante di imprecazioni e vaffa sparsi. Il rave party dei troll di tutto il paese. Molto divertente. Sovvertiamo le regole, intitoliamo quantunque ai vivi. Sul “quantunque” si è scatenata una bagarre come non se ne vedevano da Nazione indiana della prima ora. È andata così. Ha vinto lui e suo padre il marmista. E per una tale brutta faccenda, vedrete, il sindaco perderà un mucchio di voti alle prossime amministrative. Peggio per lui.

Un simposio in piazza è una cavolata. Il tizio seduto accanto mi porge due fogli, spiega: è l’incipit. Ma chi se ne importa. Senti tesoro, dico a costui: non ho il numero di Giulio Mozzi, non leggo incipit per lui, non me ne faccio una sega. Eh? Fa quello. Sì, dico a costui, hai capito bene, una sega. È il tuo pigmalione, dice. Non ho mai riso tanto. Pigmalione: ma questo sostantivo non si usa più dai Sumeri in avanti. Pigmalione. Ascolta, bellezza, dico. Cosa sai tu di Giulio Mozzi? Lui dice: tu hai scritto il tuo romanzo grazie a lui. Lo sanno tutti qui. Dice. Bravo. Allora dimmi il titolo del mio romanzo: (Sangue di porco, sbotta contento, nda). E di Giulio. Giulio chi? Chiede quello. Giulio Mozzi di tua sorella.
Giulio Mozzi, mormoro. Mi alzo in piedi. Anche l’esordiente. Vuole entrare nel mondo delle lettere. Mi arrabbio un sacco perciò: E dopo che fai? Entri dalla porta e esci dalla finestra. Ok? L’esordiente si commuove. (Bah, nda). Piega i due fogli dell’incipit e li conserva in una tasca del borsello che tiene a tracolla. Un borsello. Che tristezza, un borsello di pelle vietnamita sulle spallucce ingobbite dell’esordiente. Ma carino, dico, Giulio Mozzi detesta i borselli, le spallucce leopardiane, la gobbetta, eccetera. Non ti cagherà mai mai mai.
A te come è andata chiede, nel frattempo sistema i fogli del manoscritto in una valigetta di plastica molto colorata. Non capisco perché li ha divisi dall’incipit. A me come è andata, ripeto abbastanza consapevole, è andata così: sono molto carina, e quindi ecco tutto. Scrivo benino, quindi ecco tutto. Mi risiedo, mi guardo intorno approvando me stessa e la mia consapevolezza. L’esordiente si siede anch’egli. Il simposio è alle conclusioni, affidate a un pederasta che a forza di pensare è diventato un pederasta.
Vorrei parlare di letteratura, casomai, dico al tizio. Giulio Mozzi tace spesso, dico. Il tizio mi siede accanto, le conclusioni del simposio sono alle conclusioni (strano, conclusioni che concludono), lui penzola sul suo mento, ma non dorme. Sai che il Mozzi scopre tutti? Capisci, i migliori li scopre lui. Dico. L’esordiente tira su la testa, come colpito da un’intenzione segreta, non so se benevola. Puoi meritarti Giulio Mozzi?
Odio questa cosa. Dice. L’esordiente è insicuro. Tipico. Non sa che il Mozzi viaggia sempre in treno, odia questa cosa: cioè odia che tutti quelli che combinano qualcosa con la scrittura sputino lo stesso nome: Giulio Mozzi. Tutti, tranne lui. L’esordiente con il borsello. La butto lì. Esulta: seppur tutti io no. L’esordiente non esulta. Vuole che gli racconti – cosa che ho fatto mille volte – come ho incontrato Giulio Mozzi.
«Ti ha scoperta?» chiede il gibboso.
«Sì» replico saccente.
«Perché?» chiede. «Cioè perché proprio te?». Potevo dargli del babbeo. Babbeo, non idiot in polacco, in persiano, in siciliano “scimunitu”, no: babbeo. Tanto il tizio parla come il mio trisavolo. E invece mi tocca avere pazienza. Dunque: il signor Mozzi prende il volo per Catania, da Padova. Appuntamento piazza dell’Elefante. Ci siamo visti. Il volo non è stato granché. Atterraggio difficile. Comunque perché proprio me, carino. Perché vuoi sapere?
Non lo so.
Correva l’anno 2008.
Poi il signor Mozzi ha parlato con me. Lui tace spesso veramente. Ero io che parlavo tanto. Gli raccontai tutto. Bo. Tutto. Avevo libri inutili da proporgli. Ma Mozzi aveva già capito. Giulio Mozzi aveva già capito sì. Dovevo raccontare la mia storia d’amore, patetica, ridicola, tragica. È andata così.
Tu ce l’hai la ragazza? Chiedo al gibboso. Racconta la tua storia d’amore. Sarà patetica come minimo, andrà bene. Lo guardo. Il gibboso rimugina qualche idiozia a testa china. Dai, non mi dire che non hai mai scopato?
Eh? Sussulta.
Sì carino, proprio quello, fucking!
Allora – proseguo con nobiltà – Giulio mi chiede di scriverla quella storia. Ero convinta che la conoscesse prima di me. È ripartito. Ho scritto la mia storia. Ci sono stata tre mesi.
«Hai scritto Sangue di porco» trepida il tizio. Sì come no.
Odio questa cosa, dice il tizio. Io non ce l’ho la ragazza. Ammette. Dannazione! Mi vuoi far perdere tempo? Lo rimprovero. Il simposio è finito. Di che parla ’sto romanzo? Chiedo con insofferenza. Un giallo, dice. Oh no. Please. No. Hai commissari cose così?
Sì, dice illuminandosi di gaudio. Va’ allora, va’. Dove? Chiede.
Vai a farti una briscola.
L’esordiente si presenta, toglie il borsello da tracolla, tira su le spalle. In piedi. Petto in fuori. Giulio Mozzi sarà mio, esplica con gravità. A quel punto l’esordiente merita tutta la mia ammirazione. Immagino che avrà realizzato il piano b. Voglio dire metterà in atto il piano b. Tutti gli esordienti hanno un piano b. Il mio non era chiaro. Forse mi sarei lanciata da un viadotto. Oppure avrei frequentato un corso per parrucchiera. Amo lavare la testa alla gente. Cari simbolisti, cioè scrutatori di segni, illustratemi il significato nascosto di questa seconda passione.
Il tizio non ha un piano b. Malissimo. Vorrebbe telefonare a Giulio Mozzi. Pensa che io abbia il numero. Giusto. Ma. Buuut. Non te lo do.
«Ti prego» piagnucola.
«Ho detto no».
«Finisci la storia, allora». Può darsi. La storia. La storia è questa. Senza Giulio non avrei scritto il romanzo, carino. Sono stata fortunata. Già. Il mondo delle lettere è un mondo appunto, definito da un tot di persone, ci sono avvallamenti e ponti, celle dispense. Eh? Dice quello. L’incorporale, davvero. Da far spavento, certo certo: sei uno scrittore nelle intenzioni.
«Non ti scoccia la gratitudine?» chiede con un guizzo di coraggio il gibboso leopardiano. Macché. Gratitudine: Giulio tende a sparire, amico. Quando? Chiede. Dopo, amico. Dopo che hai combinato qualcosa con la scrittura.
«Non ti scoccia questa piazza intitolata a Giulio Mozzi?» chiede. «Non ti scoccia che il sindaco non abbia pagato un cent per questa intitolazione e sia stata tutta cura del marmista?».
Mbe? Il marmista ha il figlio romanziere, che vuoi, sbotto. Quello, l’esordiente pensa che Giulio non scriva più. Scemo. È fermo agli anni ’90, aveva la bocca che puzzava di latte e dice che ricorda i bei tempi dei grandi autori di allora, e Giulio era il primo tra questi. Sì, vero, giusto, giustissimo. Giulio scrive ancora. Però deve dare retta a gente come te, capisci, come me, rompicoglioni insomma.
Giura che Giulio sarà suo. Scemo. Se lo incontri per strada che fai? Chiede. E tu? Chiedo. Riflettiamo entrambi. Scrollo le spalle con fastidio. Il gibboso prende la sua cartellina, borsello di pelle vietnamita a tracolla e mi saluta. Inforca le ciabattine. Nooo. Mi accorgo solo allora: ciabattine infradito. Ma cacchio!
«Sì lo so» dice. Gli urlo dietro: ehi! Quello si gira. Cercalo su facebook. Chi? Gracchia. Lui lui. Giulio Mozzi.
Accetta? Si avvicina con le ciabattine che strisciano, alluce valgo. Argh.
Dico, accetta? Dipende.
Hai un nickname? Chiedo.
Lui: Gino Poni Scrittore.
As usual, no. Comunque mento: oh sicuro, vai amico, tranq.
Ciabattine striscianti, vertebra aguzza sul collo, va via così.
So per certo che Giulio Mozzi ha accettato la richiesta di amicizia di Gino Poni Scrittore.

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Veronica Tomassini

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