Sparire / Alessandra Sarchi

by

di Alessandra Sarchi

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Alessandra Sarchi ha pubblicato: Segni sottili e clandestini, Diabasis 2008; Violazione, Einaudi 2012; L’amore normale, Einaudi 2014.

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Sono in attesa di una chiamata della polizia. Sono stata l’ultima a vederlo. È dunque normale che mi interroghino. Giulio Mozzi è sparito da più di tre giorni, ha mancato un appuntamento di lavoro, non ha aggiornato il sito di vibrisse, è assente da twitter e dagli altri social media con cui comunica quotidianamente, il suo cellulare suona a vuoto.

Non è che Giulio Mozzi possa sparire così senza che ne venga fuori un po’ di casino: il numero variabile di rompiscatole che tutti i giorni lo blandiscono e lo insultano al telefono, una media di cinque o sei persone – credo – si è subito allarmato. Tutti coloro che pensano che per pubblicare un libro – non dico scriverlo perché quello credono di saperlo già fare – sia necessario entrare in un contatto di tipo sciamanico ed esoterico con lui, perché inviare un dattiloscritto e aspettare l’esito di lettura è chiaramente una tattica superata nel mondo marcio dell’editoria, ebbene sono stati loro i primi ad accorgersi che non rispondeva alle insinuazioni, alle provocazioni, alle adulazioni seminate un po’ su Facebook o un po’ nei commenti ai post del sito, perché sanno che a tenere l’uomo sulla corda prima o poi verranno fuori le sue magagne: è evidente che di magagne il Mozzi è pieno fino al collo, uno che traffica con il marciume dell’editoria da mattina a sera, uno che conosce tutti, ma proprio tutti, gli autori e gli editori e li piazza e li palleggia di qua e di là. Un piazzista, un leader da corporate trading, un inaffidabile lunatico che spesso manco risponde alle email, uno che è ossessionato da quei quattro autori che crede di aver scoperto lui, e che a volerla dire proprio tutta, non che è siano diventati autori di grido, da cinquantamila copie a libro, tanto per intenderci. Ma allora perché poi in così tanti lo assillano come segugi? Perché lo corteggiano con faccine e commentini, e battute che vogliono essere intelligenti, e si fissano che di tutti i cristi che lavorano nell’editoria, spesso con un posto fisso e meglio pagati di Giulio Mozzi, debba essere lui a dargli retta?

Se sapessero che è proprio per sfuggire a questa trappola di vita in cui s’è cacciato che adesso è sparito, qualcuno già dice: morto. Eh, lo avevamo capito tutti che era un depresso, un monomaniaco, anche un po’ mitomane. Con tutti i soldi che ha accumulato sarà fuggito alle Bahamas. Stai a vedere che l’hanno nominato super megadirettore della fusione Mondadori-Rizzoli e quel bastardo si è fatto di nebbia per non rivelare niente fino all’ultimo. Qualcuno sostiene di averlo visto sul Frecciargento Bologna-Venezia, collassato su un sedile, l’ipad caduto a terra, i piedi coi calzini bianchi fuori dalla scarpe. Be’, non è certo uno che veste Armani. Ad ogni modo, il treno era il Frecciarossa per Roma. Già, non aveva un’amante a Roma? Guarda, per me gli è venuto un infarto. Figùrati. Si sarà dato alla pesca nel mar Baltico.

Basta, ho smesso di navigare nelle frantumaglie di internet e dei social, dove stanno già celebrando processi, indagini e funerale. Ovviamente ci sono anche tante persone amiche preoccupate sul serio, ma queste non fanno notizia.

Devo attenermi al nostro piano. Riferire che giovedì è venuto qui da me, arrivando col treno da Padova alle 10,30 e ripartito dopo pranzo alle 16,20. Ci siamo incontrati al solito posto, è salito in auto e siamo venuti in collina, a casa mia. Poi abbiamo lavorato un paio di orette e chiacchierato di cose letterarie, come facciamo sempre.

All’obiezione che non c’era nessuna ragione per cui Giulio Mozzi venisse a lavorare al mio prossimo romanzo, visto che non è più consulente della casa editrice per cui pubblico, cioè Einaudi, risponderò la verità: che Giulio tanti lavori li fa per passione, perché gli piace e si giova della crescita umana e intellettuale di chi incontra. Ho usato di proposito il verbo giovarsi: Giulio sa giovarsi delle persone e dei libri, sa farli diventare un’esperienza sua ma anche trasmissibile agli altri. L’ho capito la prima volta che ci siamo incontrati di persona, al salone del libro di Torino, nel 2010. Lui aveva appena letto il mio primo romanzo, pubblicato due anni dopo con il titolo Violazione, e voleva parlarne. Io sapevo poco su di lui, se non che circolava la voce che non rispondesse mai e per questo non avevo pensato di mandargli i miei testi fino a quando Giorgio Vasta, avendoli letti, mi aveva assicurato che Giulio era la persona migliore cui li potessi sottoporre. E aveva ragione: dopo cinque minuti che parlavamo ho capito che gli interessavano le narrazioni non meno delle persone che ci stavano dietro e che sapeva mettere in relazione i libri gli uni con gli altri, come rami di alberi che convivono, si rafforzano o si fanno ombra, si riproducono, per gemmazione, innesto, sradicamento, semina, impollinazione ecc.., in quel vasto bosco che è la letteratura, dove si è molto soli, ma non si è mai del tutto soli.

Adesso, Giulio voleva stare un po’ da solo. Di questo abbiamo parlato, anche, giovedì. Si era stancato di anni e anni passati a portare pazienza, un’infinita pazienza che io non so davvero da dove scaturisse. Perché per fare il suo mestiere ci vuole questo tipo di pazienza e di fiducia: non sa mai quando, e se, arriverà il dattiloscritto buono, ottimo o geniale; non sa mai se la persona cui sta dedicando il suo tempo al telefono, o prendendo un treno o un aereo, è un simpatico dilettante allo sbaraglio oppure capace di lavorare sodo. Dunque non può mai permettersi di fermare la ricerca, di chiudere le orecchie, di abbassare la guardia, di dire lasciamo perdere, se prima almeno non ha speso un po’ del suo tempo, della sua attenzione.

Giulio è un lavoratore instancabile, ma stavolta si è stancato anche lui. O forse ha avuto paura di tutta questa dissipazione di energie e di tempo. Anche se si è abituato a dormire solo cinque o sei ore a notte e a farsele bastare, il tempo è sempre poco e scivola via fra un dattiloscritto e l’altro. Anno dopo anno.
Io, che soffro di una patologia cronica e ho sempre paura di non vedere finito il mio lavoro, lo capisco e condivido la paura che gli è venuta: a cinquantacinque anni è giusto che si dedichi alla sua vita, al suo romanzo, lo deve ancora finire, o forse chissà non è mai stato un romanzo. Insomma è giusto che cominci a pensare alla sua morte. Intanto è giusto che abbia deciso di sparire.

Io l’ho solo aiutato un po’, sapeva che poteva contare su di me, in un caso del genere.

Questo non sarà detto a chi mi interrogherà, ma dovevo lasciarne traccia, perché la morte di chi amiamo la costruiamo pezzo per pezzo e non smettiamo mai di raccontarla.

alessandra_sarchi

Alessandra Sarchi

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Una Risposta to “Sparire / Alessandra Sarchi”

  1. acabarra59 Says:

    “ Domenica 3 novembre 1996 – Forse bisogna veramente smettere di scappare e guardare, come si dice, la realtà in faccia. La realtà ha una faccia brutta, o forse solo molto ordinaria e, quello che è peggio, sorride. Forse perché è contenta, forse perché è fotogenica. La faccia della realtà, non so perché, a me fa uno strano effetto. Mi fa sentire triste, mi avvilisce, mi deprime. E, più sorride, più mi fa venire voglia di piangere. La faccia della realtà, dopotutto, è enigmatica. Più che una faccia è una maschera, cioè una faccia che ne nasconde un’altra, una faccia falsa. Non so se ce la faccio a guardare la realtà in faccia, perché appena la guardo mi viene voglia di abbassare gli occhi, di chiuderli, di non guardare più. Di sparire, di fronte a tanta innocente malvagità. “ [*]
    [*] Lsds / 457

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