Forse ci sarà un giorno / Ivano Porpora

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di Ivano Porpora

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Ivano Porpora ha pubblicato La conservazione metodica del dolore, Einaudi 2012. Nello stesso anno ha dato vita a La nottola di Minerva.

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Io odio Giulio Mozzi.

Non sto parlando in via figurata. Odio Giulio Mozzi, e lo odio tanto più ora che ha fatto di tutto per tramutare il mio sconfinato amore nei suoi confronti, e la mia ammirazione, in questo odio.

Io non sono persona capace di odio, e questo me lo fa ancora più odiare. Sono capace di: ribrezzo, o di: indifferenza, o di: fastidio. Anche di: riprovazione, a pensarci. Di odio, quasi mai. E invece Giulio sono anni che si fa odiare da me.

Credo, sinceramente, che sia una strategia che lui ha attuato (consapevole o meno, non saprei) nei miei confronti. Credo che a un tratto abbia detto, consapevole o meno: «Devo creare una distanza tra me e lui». E questa distanza si è avuta nell’interrompere i rapporti virtuali con me, nel rendere fastidiosi – spesso, non sempre – quelli reali; e quando quelli reali erano permeati da una cosa strana che si chiamava, forse, alchimia, o forse passione, notare come si disperdano ora in rivoli ora qui ora là mi fa disperare.

Ma devo spiegare alcune cose.

Giulio è venuto diverse volte a casa mia; e tutte le volte che è venuto a casa mia abbiamo ragionato sulla narrativa. Solo a tratti abbiamo fatto narrativa; diciamo che più che a un sassofonista che prenda il suo strumento e dica «Facciamo una jam session», Giulio è assimilabile a un curatore che dica «Senti: ma giusto per curiosità, perché non prendiamo questo loop qui e lo appiccichiamo là? Che ne dici?».

Tutte le volte in cui Giulio è venuto a casa mia, ha trovato alcune cose che gli credo gradevoli (la camera apprestata, il cibo che mia moglie e io credevamo potesse piacergli, la casa pulita e ordinata, una disposizione d’animo mia il più possibile ricettiva) e alcune cose che gli so sgradevoli, e che penso nel ricordo lo divertano (un’orrenda grappa alle olive di cui tuttora mi vergogno), e alcune cose che gli so sgradevoli e punto (uno stato mio mentale, di cui parlo dopo). Le volte in cui Giulio è venuto a casa mia ha scontrato la sua figura, ingombrante, con la mia, ingombrante. Nell’omicidio che con questo testo compio, un brano del suo corpo che salvo è: il rigore. Giulio mi ha insegnato a essere rigoroso con me stesso. Sono partito come scrittore vagamente talentuoso che nella scrittura cercava un nonsoché senza nome; se ora ho permeato il tutto con una cosa che chiamo professionismo, e che raccoglie sotto il suo cappello tanti piccoli aspetti, lo devo a Giulio Mozzi. La documentazione, per dire, la voglia (densa di sacralità) di addentrarmi nella vita dei protagonisti dei miei romanzi, la puntualità, la consapevolezza che se voglio parlare non devo limitare il mio campo conoscitivo a ciò che scrivo – esattamente come in una tavola di fumetto che andrà in stampa bisogna tener conto di una cornice e dell’abbondanza –; questo, e altro, me l’ha insegnato Giulio Mozzi. Mi ha insegnato anche le pause tabagiste, e le passeggiate, e anche quelle salvo; e quando imboccava la porta di casa, criticando il colore dell’andito, capivo che passeggiare, per la prima volta, diventava un peripatetico percorso di scrittura (scrittura morbida, direi oggi).

Una cosa che non mi ha insegnato, ma fatto pervenire, è l’amore; e anche l’amore lo salvo. Giulio Mozzi è persona amorosa, e quando ti sorride è capace di stenderti, e come le persone amorose quando non ti sorride più ti fa tanto male; e questo amore che pulsa, se volete, lo potete trovare anche voi. Prendete uno qualsiasi dei suoi libri, in particolare i più riusciti (per me Il male naturale, Fiction, Sono l’ultimo a scendere e, tantissimo, il racconto chiamato La nave al momento presente solo in lingua inglese col titolo The ship); prendete una qualsiasi delle sue pagine; noterete che non è possibile scrivere quella roba lì, anche imperfetta ma non artefatta, senza l’amore – un amore medievale. Quell’amore credo lo abbia provato anche per me; ma come ogni figlio che si senta trattato prima come figlio prediletto e poi scartato, ora ho convertito quell’amore in odio. Disprezzo mai (lo amo troppo, e rispetto troppo per disprezzarlo); ma odio sì.

Dicevo prima del mio atteggiamento. Ho passato un periodo, durato anni, difficilissimo. Un periodo all’interno del quale ho valutato come plausibile l’idea forse non del suicidio, ma della fine. Giulio mi ha conosciuto nel luglio 2008, o giugno; ho vinto un concorso letterario di cui era presidente di giuria con un racconto di cui tutti sbagliano il titolo (come tutti sbagliano il titolo del mio romanzo, ma va bene). Qualche giorno prima avevo lasciato il lavoro che mi dava da mangiare; di lì a poco avrei iniziato un periodo di silenzio durato anni con mio padre, culminato con la riappacificazione appena prima che mi morisse in faccia. Mio padre è morto il 13 novembre del 2012, il mio primo romanzo è stato pubblicato da Einaudi un mese prima; nel frattempo ho attraversato due traslochi, problemi economici, il riacutizzarsi della mia epilessia, un romanzo che per la prima volta metteva nero su bianco i problemi con papà e il mio rapporto con la malattia. Giulio mi ha conosciuto in tutto questo; Giulio tuttora mi rinfaccia che in tutto questo io non avessi le idee chiare, non riuscissi a chiarirmi le idee, non riuscissi a ordinare le idee e a spiegarle in maniera chiara, non riuscissi a fare un percorso mentale che da a) portasse a b) e poi a c).

Recentemente, al telefono, mi ha detto: «Con te non riesce a comunicare nessuno». Come spiegargli che a volte un compito in classe fatto a marzo ti viene consegnato ad aprile con un 4, e tu a marzo non hai studiato ma ad aprile sì, e che quindi il professore ti sta valutando per un periodo che lui ritiene presente ma che tu sai essere passato?
Ho provato diverse volte a spiegarglielo, a dirgli: Guarda, Giulio, non sono guarito perché dal dolore io non guarisco, ma diciamo che son come un alcolista anonimo, sono tre anni che prendo in mano i concetti e li ordino, metodicamente, meticolosamente. Solo che quel rigore di cui parlavo là sopra Giulio lo applica anche con me, e quando parla con me io non riesco a parlare con lui, i pensieri mi si confondono, m’impapero, e mi vien voglia di dirgli, come a un’amante: guarda, non ci capiamo, che ne dici se andiamo di là?

Forse ci sarà un giorno in cui io e Giulio Mozzi ci intenderemo di nuovo; forse ci sarà un giorno, e lo spero, in cui andremo di là. Ora, al momento, non posso che guardarlo con infinito amore, e smisurato odio; e invidiare chi avrà a che fare con lui, perché al netto di tutto i brani che voglio salvare sono troppi, e troppo fondi, e troppo miei, ormai.

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Ivano Porpora

5 Risposte to “Forse ci sarà un giorno / Ivano Porpora”

  1. Valentina Fantasia Di Marzo Says:

    davvero bello

  2. mariagiannalia Says:

    Sentito, partecipato, autentico. Mi piace molto.

  3. Marina Says:

    Un testo coraggioso, credo che Giulio Mozzi possa esserne fiero!
    Farsi “odiare” così è stupendo!

  4. Giulio Mozzi Says:

    No.

  5. Maria Luisa Mozzi Says:

    Tutti questi testi mi sembrano importanti, “portano dentro” consa- pevolezza rispetto al proprio rapporto con sé e con gli altri.
    A me sembra ammirevole la capacità (l’astuzia?) con cui Giulio costringe le persone a mettersi allo specchio.
    (Il dolore come è espresso in alcuni di questi testi non l’avevo letto mai).

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