Non sei tu, sono io / Federica Pittaluga

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di Federica Pittaluga

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Federica Pittaluga ha pubblicato, con lo pseudonimo di Giulia Meli: Oltre l’ostacolo, Las Vegas 2008; Lontano da qui, Las Vegas 2009. Ha scritto poi il romanzo intitolato Sequela o, forse, La famiglia naturale, ancora non pubblicato.

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Ciao Giulio.
Ho ricevuto il tuo messaggio venerdì pomeriggio, appena terminata la riunione editoriale estemporanea delle 14. Ho letto il tuo nome, ma era davvero troppo tardi per fermarmi e leggere.
Le bambine sono con la babysitter, luglio ha cinque settimane e il campo estivo organizzato dalla scuola le avrebbe impegnate solo fino al 15: mi sono imposta come regola di non fare tardi per non approfittare della disponibilità della ragazza. Sono corsa in auto, un forno, e via a prendere le bambine. Al momento del ritiro ho appreso le notizie essenziali: sono state brave, hanno mangiato-dormito-giocato, tutto bene. E poi da lì a casa.

Quando ho ricontrollato la casella di posta, ho pensato: «È un virus». Dopo mesi di silenzio, non mi aspettavo di ricevere un invito ad ammazzarti per la strada, soprattutto non da te stesso. Ho letto con attenzione solo ore dopo, quando, guardando per caso il telefono, ho visto che le email si erano moltiplicate. Tutte adesioni entusiaste.

Quando rimando una cosa, dico per esempio lo faccio domani e poi l’indomani trovo un altro buon motivo per non farla e via così, quell’azione che dovrei fare, che so di dover fare e non faccio, si allontana da me, la mia coscienza la nasconde sotto una marea di altre cose che io voglio reputare più importanti e sparisce. Così la risposta al tuo invito.

Devo dire la verità: ho letto e riletto, ma non ho capito il senso della richiesta. Ho chiesto un po’ in giro, alle solite persone cui mi rivolgo quando ho per le mani qualcosa che ha a che fare con la scrittura e non so cosa farne. Sono persone di cui mi fido, soprattutto persone che mi spingono a fare dei ragionamenti. Le conosci tutte e loro conoscono te. Non hanno capito nemmeno loro. Sono passati altri giorni.

Una sera ho parlato della tua uccisione con mio marito, a tavola. Le bambine stavano guardando un cartone in tivù e siamo riusciti a mettere in fila due frasi senza essere interrotti (di solito: mamma, perché? Mamma, cosa? Mamma mi versi l’acqua? Mamma, Marta mette i piedi sul tavolo). Ho detto: «Giulio sta preparando una raccolta di racconti. Mi ha invitato a partecipare».
«Un’altra?».
«Dobbiamo ucciderlo».
«Con un ricordo d’infanzia? Con una cosa di casa?».
Diciamocelo: periodicamente salti su con un’iniziativa quantomeno originale. Vado a memoria: ci sono state anche le lodi del corpo maschile, le formazioni di scrittrici, scrittori, fumettisti e insegnanti e quella volta del racconto di Natale e chissà quante altre a cui hai lavorato per un po’ e poi lasciato cadere.
Sarà un’altra roba alla Mozzi, abbiamo concluso, mentre Marta rovesciava il bicchiere d’acqua, come ogni sera.

Ho pensato di tagliare corto e scriverti che non ho il tempo per farlo. Per scrivere quella roba lì ci vuole tempo, e prima ci vorrebbe un’idea e, per farsi venire un’idea, ci vuole del tempo. Ti ho convinto? Sono pronta ad addurre scuse di lavoro, e, ti dico, ne avrei di realistiche, ne avrei parecchie e di buone anche. Ma so che non ti convincerebbero perché tante volte ci siamo detti che la frase non ho tempo significa in realtà non ho voglia.

L’altra sera ho rivisto alcuni amici della Bottega. Ho raccontato anche a loro della tua uccisione. M. ha detto: «Tanto tu non lo ucciderai mai». Non gli ho dato peso: era già al terzo Moscow mule.
Abbiamo parlato di te. E di Gabriele e degli altri apprendisti. Cerchiamo, sempre, di trovare un senso a quell’esperienza. Prima ci aggiorniamo a vicenda su lavoro-figli-famiglia e quella poca scrittura che ancora pratichiamo. E poi uno dice: «Ti ricordi quell’editing che ha fatto a C.?» oppure: «Ti ricordi come ha cazziato E.?». E da capo ci chiediamo cosa abbiamo capito e cosa no.

Una volta mi hai detto che senti di avere un’influenza sulla vita delle persone che incontri. Guidando verso casa, ho pensato che no, non è esattamente così. Ho stretto dei legami con le persone che ho incontrato ai tuoi corsi ed è vero che la vita di tutti è cambiata, e così la mia. Ma le persone cambiano di continuo: si innamorano, si trasferiscono, generano bambini, si licenziano, accettano nuovi lavori, ricominciano a studiare, piantano gli studi, si fidanzano, si lasciano. È solo che dal momento in cui condividi un pezzo di strada con loro, parlo per me non per te, da quel momento partecipo anch’io un po’ a quel cambiamento. Non sei tu, sono loro.
Non sei tu, sono io.

Dovrei semplicemente dirti che non posso. Mica sarebbe una bugia. Io non sono pratica di figure paterne, a maggior ragione se le devo ammazzare. Quando lo faccio, l’ho fatto, non vado in giro a dirlo. Non vedo lo scopo di mettere in piazza la questione. Né questa né altre: sono una persona riservata.
E poi non posso sostenere il parricidio in modo credibile se non mi documento un po’. Consigliami prima delle letture, dammi il tempo di razionalizzare, di confezionare un ragionamento che mi faccia padroneggiare l’argomento.

Il mio amico E., quello che non mangia niente di verde – ognuno ha gli amici che si merita –, mi suggerisce di scrivere un racconto sul conflitto, o meglio su quanto conflitto sapresti trovare in un racconto che ti vede protagonista di molteplici uccisioni, tutte cruente.
Rassicurati: è il suo immaginario, non il mio. Però l’idea è buona.

Sono tornata a leggere il tuo messaggio, prima di completare questa mia. Ho ignorato la corrispondenza di queste settimane, le adesioni, i primi racconti inviati, l’impaginato non definitivo che hai mandato domenica alle 7.40 del mattino. Non ho le idee più chiare sul senso dell’invito, ma mi sono soffermata sulla lista degli invitati. Di un paio di loro ho letto le opere e mi sono piaciute. Mi chiedo se parteciperanno tutti, e, nel caso, perché lo facciano. Sentono di doverti qualcosa, immagino. Rispondono al tuo invito perché hanno un legame con te. Ma allora sapranno ucciderti?

Il mio è l’ultimo indirizzo della lista. Aggiunta proprio in extremis, nel momento in cui stavi per inviare, e hai riletto: mah sì, lo mando anche a lei. Al massimo mi risponderà con una scusa, ti sarai detto.

E allora penso di dover essere sincera, non per darti contro, anzi al contrario, per rispondere alla questione. Il fatto è che non è colpa mia, davvero. Sono rimasta senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere un taxi, mi è crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è colpa mia, lo giuro, non è colpa mia.

Stammi bene, Mozzi.

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Federica Pittaluga

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9 Risposte to “Non sei tu, sono io / Federica Pittaluga”

  1. Pensieri Oziosi Says:

    Tra tutte quelle sinora pubblicate a rate sul blog (devo ammettere, la raccolta non l’ho scaricata) questa mi è sembrata l’uccisione più efficace.

    Non mi pronuncio sui meriti letterari (troppo difficile per me separarli dai gusti personali), ma a differenza degli altri pezzi, questo mi sembra l’unico a porsi seriamente l’obiettivo del superamento della figura di Mozzi come maestro/guru/editor.

  2. lita Says:

    Bello

  3. Giulio Mozzi Says:

    Vedi anche la postilla di Federica nel suo blog.

  4. melaniaceccarelli Says:

    Questa è l’uccisione che preferisco. E’ quella nella quale mi immedesimo meglio, ed è quella che preferisco, da un punto di vista letterario

  5. melaniaceccarelli Says:

    Ah! Ma cos’è il “romanzo faldone”?

  6. fedeperdue Says:

    Melania, grazie. Un esempio di romanzo faldone è “Il suicidio di Angela B.” di Umberto Casadei.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Ma anche La scomparsa di Patò di Camilleri, nel quale la vicenda è raccontata attraverso una sequenza di “documenti”, senza intervento del narratore.

    In un certo senso, anche tutti i romanzi epistolari sono dei “romanzi-faldone” (soprattutto se, diversamente a es. dall’Ortis, non viene introdotto un personaggio che lega, collega,dà senso ai documenti raccolti).

    Esempi paralleli: pensiamo ai Fratelli Karamazov, romanzo che include: a. un’agiografia, ossia la vita del monaco Zosima scritta da Aleksej: b. un poema di seconda mano, per così dire, ossia poema scritto da Ivan, La leggenda del grande inquisitore, che noi però non leggiamo, lo ascoltiamo raccontato – quindi in prosa – da Ivan stesso; c. la requisitoria del pubblico ministero, che come mole e forza narrativa è un romanzo a sé stante.

    Oppure: Il gioco delle perle di vetro di Hesse: che non solo ha due appendici, contenenti una le poesie del Maestro e l’altra tre sue “autobiografie simboliche”, ma:
    – include documenti che riempiono interi capitoli, come lettere o diari di amici o conoscenti del Maestro,
    – presenta l’ultimo capitolo della narrazione come “leggenda raccolta dal compilatore”.

    Ecc.

  8. melaniaceccarelli Says:

    Capito. Grazie.

  9. Rollo Tommasi Says:

    Camilleri è un habitué di questa forma di romanzo: “Privo di titolo” ne è un ulteriore esempio.
    In realtà vi sono romanzi-faldone che si potrebbero definire “integrali”, nel senso che sono costruiti interamente in tal modo; ed altri – come il bel libro di Hesse citato – in cui la parte “documentale” è inserita come a voler creare una maggiore aura di veridicità alla storia. In questo senso credo Giulio abbia usato l’espressione “esempi paralleli”, o no?
    Non so dire invece de “I fratelli Karamazov”: ahimè – e vai con l’esecuzione capitale a seguito di confessione! – non l’ho mai letto…

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