Un dolore nella spina dorsale / Demetrio Paolin

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di Demetrio Paolin

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Demetrio Paolin ha pubblicato: Mi sono suicidato di già, Stylos 2003; Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale 2008; Il mio nome è Legione, Transeuropa 2009; La seconda persona, Transeuropa 2011; Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura, LiberAria 2014.

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L’omicidio è un atto di intimità, e per questo quasi nessun uomo o donna vuole compierlo. Certo qualcuno mi dirà: ma la guerra? Ovvio che è un’altra cosa, ma comunque non è di questo che volevo parlare; dicevo che l’omicidio è un atto intimo, perché quando ho pensato di uccidere Giulio Mozzi ho provato un sentimento ambiguo, molto simile alla prima volta che feci la comunione e mangiai il Cristo. Pensai ora mi mangio Cristo, e la schiena ebbe un fremito. Penso ora uccido Mozzi e la pelle s’accappona.
L’omicidio ha a che fare con l’amore, mi dico, certe volte si uccide per il bene, si uccide per conservare nella propria testa l’amato bene così come ce lo ricordiamo, lo facciamo perché ciò che amiamo si è allontanato; allora uccidendo lo facciamo diventare una cosa nuova, tutta nostra. Lo cristallizziamo.
L’omicidio è una cosa brutta. Io ho visto i morti di morte violenta, e non è una cosa bella. Ecco: quando li scruti aperti come polli sul tavolo autoptico capisci che ci sono cose che tieni insieme nella tua mente, ma che nella realtà sono tremende; e allora le scrivi, così le cose che scrivi dicendole rimangono tremende, ma hanno una grammatica che le addomestica.
La prima volta che ho visto Giulio Mozzi io ero pieno di queste immaginazioni ma non lo sapevo. Era salito in treno a Milano, l’editore Sironi aveva bocciato il mio libro di racconti, facendo bene a bocciarlo che era un libro orrendo, ma Giulio mi voleva incontrare lo stesso. Quel lungo incontro, a tratti penoso per il mio stato di ansia, ha il suo seme di verità in una frase che Giulio pronuncia. Lui sfoglia quelle pagine, mi guarda e dice: «Qualcosa c’è».
Quella frase è la sua colpa, quella frase è tutto quello che posso salvare di Giulio Mozzi. Lui aveva una semplice possibilità, rimandarmi a casa, dimenticarsi di me, dire: «Ok, ci hai provato, ti abbiamo letto, non ci sei piaciuto. Fai altro. Hai una vita, hai un lavoro».

Io ero andato su a Milano aspettandomi questo. Ero pronto a cancellare tutto. D’altronde a dirmi di smettere di scrivere sarebbe stato Giulio Mozzi, mi dicevo, lo scrittore che più di tutti ammiravo. Mi bastava che m’avesse letto, che avesse pensato che quel libro potesse arrivare sul banco di una redazione.
Ovviamente la frase qualcosa c’è mi è risuonata dentro per tutto il viaggio di ritorno verso Torino, e poi sul taxi mentre tornavo a casa ho avuto un pensiero repentino lucido: mi manca un omicidio. Mi sono detto così mi manca un omicidio. Quella frase è diventata una sorta di chiave, una chiave nascosta, che io ho tenuto vergognoso in un angolo, ma che mi ha fatto aprire l’immaginazione e scrivere Il mio nome è Legione.
La prima volta che ho concepito di uccidere Mozzi, però, è stato a Padova, dopo una presentazione del romanzo. Lui, lo stesso lui che aveva visto qualcosa, davanti a tutti mi chiede: «Perché Il mio nome è Legione è un fallimento?».
Ho pensato di ucciderlo, perché l’ho amato. Perché Giulio per me è sempre quel bilico tra qualcosa c’è e fallimento. In quel luogo preciso si esercita il suo essermi maestro. Da un lato mi ha costretto a accettare le mie fantasie, le mie più profonde e tremende immaginazioni, mi ha spinto a abbandonare qualsiasi ritegno, qualsiasi idea di decoro – questo non devo dirlo, questo non devo scriverlo – proprio in nome della scrittura come atto di responsabilità. Nello stesso tempo mi ha insegnato che tutto questo è destinato al fallimento, al non produrre mai un’opera di cui sarò completamente fiero, a vederne sempre i lati sbagliati, quelli storpi e sgorbi.
Devo uccidere Giulio Mozzi per questi motivi, ma non riesco. E qui nasce il mio turbamento. Io penso che le cose più vere che scrivo sono quelle false, ma sembrano vere. C’è una dose di verità più profonda, in un fatto palesemente finzionale che però sembra vero. Guardo la mia vita: ho fatto l’ufficio stampa, come Giulio Mozzi; ho fatto servizio civile, come Giulio Mozzi; sono stato profondamente cattolico e legato all’immaginario biblico, come Giulio Mozzi; ho avuto a che fare con Oreste Rossi, come Giulio Mozzi.
Quando scrivo non penso ai miei personaggi come esseri eterei o immagini lontane, li immagino come omini che stanno davanti a me in carne e ossa, e mi tormentano il corpo. Saltellano sul braccio, mi tirano i capelli, mi entrano nelle orecchie. Hanno una loro vita propria non dissimile a quella dei demoni, che dopo un esorcismo se ne vanno per il mondo senza più un corpo da possedere.
E se Mozzi non fosse altro che il risultato di una mia fantasia? Se non fosse vero? Se non esistesse, se fosse un mio personaggio, che io ho concepito come qualcosa che è quasi simile a me ma non è me, eppure ha una parte di me? E se questo personaggio ci avesse preso gusto e fosse diventato un essere a tutti gli effetti, una persona in carne e ossa?
A queste domande non so cosa rispondere, esistono casi del genere in letteratura, certo. Pensiamo a Falstaff, pensiamo a Pinocchio, pensiamo a Yhwh: sono personaggi che hanno preso il sopravvento sui loro autori, hanno deciso per sé lasciando gli scrittori che li avevano pensati poveri e pazzi.
Mozzi forse è la mia ombra ingigantita, ho lasciato nella sua creazione qualcosa di me, e ho aggiunto altro: tipo l’amore per certa musica che io mai ascolterei, una capacità pedagogica che io non ho, una logica dialettica tipica del diavoletto loico dell’inferno dantesco e una tenerezza che io ho perduto molto tempo fa.
A entrambi ho lasciato conficcato nella spina dorsale un dolore antico, profondo, un dolore della giovinezza, quando tutto è bellissimo e irreparabile. Lui, Giulio Mozzi, però, ha preso vita ed è diventato così vivo che è nato prima di me, e sorridendo mi ha portato a scrivere queste parole e spalancare il baratro.
Lui fa così, lui è così.
Io sono così, solo che non lo dico.
Io non posso uccidere Mozzi senza uccidere me. Io debbo morire se Mozzi deve morire. Sceglierò per me un bel sicomoro, l’albero di Giuda, e lì appenderò la mia esistenza; appenderò la mia esistenza e la mostrerò come innalzata e pura, come assoluta e salva.
Nessuno sa che cosa sia il morire, sappiamo cosa è la morte, ma il morire no. A me dall’alto di questo ramo mi pare come l’essere in una barca in mezzo al mare che lentamente s’allontana dalla riva dove vedo la gente che amo salutarmi, e la saluto. Forse urlano ma non li sento, io urlo e loro non mi sentono. Tra tutti infine riconosco la sua figura. Giulio è con loro, i miei amati vivi. Anche questa volta è riuscito, mi ha spinto all’ultima suprema immaginazione: vedere qualcosa in cui non credo e che non c’è. Se il Paradiso fosse questo cielo azzurro e questa luce che filtra ormai dai miei occhi quasi chiusi sarebbe comunque bellissimo.

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Demetrio Paolin

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3 Risposte to “Un dolore nella spina dorsale / Demetrio Paolin”

  1. maria Says:

    Ogni lettore cerca il suo scrittore,lo riconosce da poche pagine,direi.La mia scelta potrebbe sembrare tutt’altro che univoca perchè ora mi piace la scrittura che scorre sulle ali della più bella immaginazione e liricità,ora mi attrae la spiritualità,la profondità.LE due cose possono essere legate più di quanto non sembri,ciò che le lega è la profonda umanità.Io La ammirai ,leggendo su questo sito “I cardini della salvezza”dopo di che ho letto il suo libro”Non fate troppi pettegolezzi”La sua scrittura ha una grande valenza etica.Mi perdoni questa invadenza,non possiedo alcuno strumento per fare della critica letteraria,parlo in base al mio sentie e sono grata a scrittori come Lei perchè riempite la mia vita.

  2. maria Says:

    Ho verificato,poichè mi era sorto un dubbio,e infatti il titolo esatto dello scritto su Vibrisse è “Il cardine della salvezza”

  3. demetrio Says:

    grazie. veramente

    d.

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