Vita testuale / Daniele Muriano

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di Daniele Muriano

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Daniele Muriano ha scritto un romanzo, non ancora pubblicato.

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Giulio, sono stufo.
Sono tre ore che provo e riprovo. Mi hai chiesto – che cosa assurda! – di scrivere un racconto in cui mi libero di te. Ma quando ho letto la tua email a cosa ho pensato, secondo te? Non ho letto il libro di cui questa tua – macabra, permetti – iniziativa è una citazione palese. Non era palese. Io, nella mia ignoranza, ho pensato che la commessa (dico bene? commessa) fosse di buttar fuori un raccontino in cui un Daniele Muriano di finzione uccidesse realmente te. Che scherzi che fai! Involontariamente, anche. Di fatto ho (ma è il caso di dirlo?) concepito e scritto un racconto nel quale sul finale apparivano degli avvoltoi, in un’atmosfera sognata/sognante, che divoravano il tuo corpo. Mi sono persino informato sugli avvoltoi. Non volevo mancare di realismo. Ho saputo, pensa un poco, di questo rito funebre tibetano, sempre grazie a Wikipedia, la mia ignoranza ha un’amica leale si chiama Wikipedia, comunque: il cadavere viene di fatto scuoiato, anche un po’ sbudellato, infine lasciato in balia dei volatili. Pare che rèstino – verosimile – proprio soltanto le ossa. Ma il maestro buddhista ha il compito di martellare sulle ossa, fino a ricondurle alla consistenza di polvere, che polvere siamo e polvere eccetera, si va a sprofondare sempre nei soliti archetipi. Le ossa polverizzate e in mescola con una qualche farina vengono fornite ancora una volta ai volatili. La persona svanisce: involata. …Che ricerche mi fai fare! Per fortuna ho ricevuto un’altra email. Mi spiegavi finalmente che si trattava di uccisione simbolica. Ah, ma allora non devo ucciderti… per davvero… No. Vuoi che mi disfi della tua figura di guida letteraria, ho pensato, che smetta di guardare da quella parte in cerca d’un maestro. Be’, sì ma – mi sono modellato l’obiezione – io non ti ho mai ritenuto il mio maestro. Deploro con ogni mia cellula l’uso della parola al di fuori delle aule scolastiche. Neppure i miei maestri elementari, maestri professori della media e maestri successivi sono mai stati – nel mio mondo – in qualche modo maestri. E li darei in pasto ai volatili con molto meno ritegno. Quindi, nel mio mondo non esistono maestri in quanto non esistono aule scolastiche. Questo per iniziare. Io devo a te, Giulio, la mia vita testuale. Ho cominciato la mia vita testuale scrivendo Sangue!, il racconto di una decina di cartelle che ti sottoposi cinque anni fa, scritto in una notte e, immediatamente cioè all’indomani, passato nelle tue braccia con uno stratagemma. Sì, ti ho fatto un’imboscata. Sì, mi sono intrufolato in quella presentazione, nella sede di Laurana, dove tu, con la solita voce piana, dicevi e dicevi, non ricordo niente in effetti, di cosa andavi dicendo. Avevo nella tasca della giacca (era un ottobre di gelo) il mio manoscritto. Come un aspirante terrorista confuso in mezzo alla gente, nascondevo il mio testo, per poi, voilà, comparire al termine dell’incontro e pregarti – in un simile contesto equivaleva a ingiungerti – di leggere. Ah, attentato! Facesti una faccia da vittima disarmata. «Potresti spedirmelo con l’email?», fu il tentativo di respingimento. «Ma è impaginato, guarda. Ha i margini giusti. E rientri… Ci sono i rientri!», sputai l’ultima cartuccia. L’argomento dei rientri era in effetti un colpo basso. Con i rientri c’era poco da respingermi. L’aspirante terrorista che si preoccupa dei rientri è invincibile, è temibile. E tu lo sapevi, almeno così mi immagino. Brrrr. Quando mi arrivò il giorno stesso la tua email non potevo credere che avessi letto veramente il mio racconto. Chi ero io, in fondo? Uno che, nel tuo blog vibrisse, polemizzava a ogni piè sospinto, criticava l’insegnamento della scrittura creativa a priori e in generale, bla e bla e ancora bla.

D’altronde era anche un modo per attirare la tua attenzione. Se volevo scrivere, mi ero persuaso, dovevo appoggiarmi a qualcuno di esperienza che potesse dirmi se valevo oppure no. La tua email di commento al mio racconto era cordiale. Non era da buttar via, il racconto, no, c’erano un certo numero di corbellerie. Che per un’incomprensibile delicatezza definivi: ingenuità. Sto travisando? Il ricordo è fedele…? Ho perso l’email per un casino col computer. Ricordo però con certezza che era notte, fuori pioveva, quando trovai il messaggio in casella e l’indomani avevo un funerale a cui, purtroppo, non potevo mancare. E poi, e poi, e poi?! Forse fu proprio il funerale, di cui non vorrei parlare in questa sede sbilenca, a fare da miccia immaginifica: vedo adesso, mentre ti scrivo, il magnifico corteo del funerale, per le strade di una cittadella lombarda, vedo il corteo prender vampa e ardere, oh sì, proprio come fosse una colonna di torce umane. E la miccia bruciante porta in un guizzo la scintilla al feretro, al macchinone funerario. Che esplode. Ecco, oh è nel cielo la ragnatela di fuoco e lapilli, è la morte esplosa. È ancora tutto qui, nel ricordo, l’inizio fantastico della vita testuale. Da quel giorno, o forse devo dire da quel nanosecondo cominciai a produrre un’idea di me inscindibile dalla scrittura letteraria. Una pessima idea. Sì, hai letto bene: pessima; idea. In realtà all’inizio era una gioia, l’imbrattarmi le pagine e la psiche con le mie vanterie. Scrivevo e scrivevo, mi sembrava di essere un genio. Solo che, dopo un minimo tempo di decantazione, rileggevo e mi facevo schifo. Mi veniva voglia di sputare sopra lo specchio. Non l’ho mai fatto, e mi rallegro di non avere imbrattato la mia vita testuale con una simile esibizione infamante. No, davvero. Se avessi sputato all’immagine dello specchio lo confesserei, in questa sede sbilenca. Va bene. Non è credibile e sì. Ho sputato. Quarantotto ore dopo avere demolito ogni possibile ambizione di scrittore, ricominciavo a scrivere. Era necessario. O cosa avrei fatto nella vita? La vita testuale non è la vita, è una specie di morte apparente, secondo me, ma ognuno la pensi a modo proprio. La vita testuale, Giulio, ti prego di fermarti e cancellare questa missiva se dico il falso, la vita testuale è un tentativo di ammansire la vita. La vita testuale è una riformulazione dei propri rapporti con il mondo tutto. Quella ragnatela di fuoco che vidi esplodere e diffondersi nel cielo, il giorno del funerale, è una rete fatta di punti caldi – relazioni letterarie con i grandi scrittori – e scie di passaggio, traiettorie umane e percorribili da chiunque, il tutto rappresenta, mi sentirei di dire, il potere infinito di ciascuna vita testuale. Potere di collegamento fra le anime, potere di resurrezione. Ma non è utile definire chiaramente che cos’è la vita testuale. Mi preme invece di riconoscere quanto tu, a volte ignaro, hai corroborato la mia, nel corso degli ultimi due annetti. Occorre riconoscere il lascito di un maestro – fai come non avessi letto «maestro», non so esprimere il concetto – e insomma tutto quello che egli ha realmente fatto per l’allievo, prima di potergli dare una definitiva e degna sepoltura. Cosa hai fatto per me? Se dovessi scrivere un racconto sulla mia vita testuale – il cui titolo sarebbe naturalmente Vita testuale – avrei la necessità di dargli l’abbrivio con una data: 17 ottobre 2013; eventualmente anche un’ora precisa, che però mi dovrei inventare: facciamo le 15.46.

Ricordo in effetti che era pomeriggio, e il calendario mi conferma che accadde di giovedì. Come al solito mi ero collegato alla rete internet, come al solito controllavo per la cinquantesima volta: la posta, il sito web. Al programma di posta mi sembrava indispensabile attaccarmi il prima possibile. Non aspettavo comunicazioni, tolte le possibili offerte lavorative mai allettanti. Ero veramente solo. Sì, avevo una fidanzata, ma lei non rientrava nella vita testuale. E la vita di tutti i giorni si accontenta di fantasmi quali: felicità, prospettive future, nozze, sicurezza economica, eccetera. Ma soprattutto questa ultima fantasmina, la sicurezza economica, dava da pensare alla mia fidanzata e ci faceva trascorrere dei brutti quarti d’ora: ero squattrinato, e fra tutto m’interessava solamente della vita testuale. Era disperata. E me lo faceva sentire a furia di frustate morali. Non mi capiva. Io mi connettevo dunque alla rete internet. Controllavo la posta elettronica. Nessuno mi aveva scritto. Nessuna offerta di lavoro fortunatamente. Niente per cui mi potessi impensierire. Poi andavo a occuparmi del sito web. Perché una volta appurato che nessuno dei curricula era andato a buon fine (chi sa come mi aspettavo che tentassero di ghermirmi attraverso l’email piuttosto che con le normali sortite al cellulare), e insomma consolidato il mio sistema di vita, che consisteva in una piccola rendita proveniente, per così dire, dall’oltretomba e veramente piccola, davvero, una rendita oltremondana che bastava giusto a pagar l’affitto di un monolocale, qui in provincia, dicevo, una volta appurato che avevo moralmente le basi per continuare questa vita di stenti, e che avevo ovvero le basi per darmi in olocausto intero alla mia vita testuale, controllata l’email passavo al sito web, dove, in pratica, questa testualità sobbolliva e sfavillava come un mare riscaldato, e io ero la terra, calda e afflitta dalla sete, al di sotto. Che facevo? Scrivevo e pubblicavo i miei testi nel sito personale. Poi aspettavo, come un avvoltoio virtuale, che qualcuno capitasse nel sito, che leggesse, che magari mi scrivesse «Bravo, Muriano!» e dunque aspettavo di bere il mare. Embè, si chiederebbe un lettore dell’ipotetico racconto dal titolo Vita testuale: «Perché dài questa enfasi a una faccenda del tutto scontata? L’internet è ben piena di contributi ignobili di ignobili grafomani che non attendono che uno sprovveduto lettore, come uova di avvoltoi in procinto di spaccarsi. Ma loro – i grafomani – non hanno un’autentica vita testuale. Loro, ad esempio, non hanno coraggio di sputarsi allo specchio. Loro no. Perché non hanno l’ossessione per la forma! Io avevo invece questa malattia testuale. Io sorvegliavo tutte le virgole. Io mettevo i punti e le maiuscole. Eh, qui mi vanto. Benché avessi da mesi (!) smesso il vizio di sputare contro lo specchio, per punirmi di aver scritto male. Comunque ero sempre spaventato di sbagliare anche solo il posto di una virgola. Puoi così immaginare, Giulio, con che attenzione guardassi alle statistiche web che dovevano avvertirmi di nuovi lettori capitati nel sito. Controllavo e controllavo. Almeno undici volte all’ora. Comprese le domeniche (d’altra parte ero felicemente disoccupato). Guardavo la colonnina dell’istogramma rosseggiante che rappresentava il numero dei visitatori. Poi sfogliavo le pagine fitte degli indirizzi di provenienza. E insomma, la faccio più breve, mi affidavo alla tecnica per conoscere chi fossero precisamente i lettori dei miei testi. Ma com’erano i testi? Ben fatti? Cattivi? Questo dovresti saperlo pure tu, poiché venivi a leggere le mie cose, insieme a un paio d’altri scrittori che, con meticolosità da serial killer, schedavo e seguivo nei loro viluppi nell’internet. Era fondamentale per me che degli scrittori mi leggessero. Ma la mia malattia testuale è ormai così lampante che non occorre scendere in altri dettagli clinici, inoltre non vorrei apparire più ossessionato di quel che sono. Comunque quel pomeriggio di cui vado dicendo deflagrò nel mentre delle meccaniche abituali. Trovai la tua email folle e irrealizzabile.

Se io ti invito a partecipare alla Bottega di narrazione 2014 senza pagare un soldo, eventualmente chiedendoti una piccola mano per cose logistiche, tu ci stai?
Se mi dici di sì, lo propongo agli altri (che non diranno di no).

Di fronte allo schermo del computer mi trovavo ora in seria difficoltà. Non riuscivo a raccapezzarmi di come uno scrittore noto e riconosciuto, un vero scrittore oltre che consulente editoriale (per Einaudi, in quel momento) mi potesse invitare a seguire un corso di scrittura prestigioso da lui tenuto all’interno di una organizzazione imprenditoriale e gratis. Oltretutto, se ricordi, avevo criticato l’insegnamento della scrittura in genere, e lo avevo fatto, colmo dei colmi, nel tuo blog. L’insegnamento della scrittura creativa mi pareva allora come un’intrusione nella libertà creativa del prossimo, o peggio ancora, nei casi più disperati, rimodellazione di un’abilità primitiva a scopo di lucro: gli insegnanti di scrittura, postulavo a quei tempi, non fanno che piegare il talento originario dei propri allievi alle tendenze del mercato, commercializzano gli immaginari; gli allievi bene omologati dalle scuole di scrittura, così il corollario, non potranno che produrre romanzi commerciali, i quali, chiudevo il cerchio, andranno a accrescere la credibilità dunque la popolarità degli insegnanti, rinfocolando la domanda nel mercato. Diabolico. Cinico. Immorale. Avevo appuntato le mie recriminazioni proprio nel tuo blog e con cadenza quindicinale. E le risposte erano state altrettanto acide. D’altra parte io Pinco Pallino mi ero preso la libertà di criticare l’insegnamento della narrazione senza averne avuto un’esperienza diretta. Qualche volta credo persino di aver scritto qualche commento insultante nel blog. In realtà mi sentivo escluso dalla realtà delle scuole creative, oltre che per ragioni di deficienza economica, per la natura anarchica del mio talento, se così si può dire. Non sapevo cosa diavolo volesse dire il progetto: vivevo alla giornata; scrivevo anche alla giornata, e alla giornata, com’è ovvio, vivevo la mia relazione sentimentale. La mia fidanzata cominciava a perdere la pazienza, a rovesciarmi sempre più spesse coltri di moralismi sopra la testa. Voleva stabilità, come si dice, ovvero il progetto. Forse per questo accolse la notiziona del tuo invito con una gioia che non mi aspettavo. Le telefonai alla sera, era stanca della giornata spesa a rimuginare sul suo di progetto. Un bel dottorato di ricerca con tanto di borsa. L’esame a breve. E anziché ascoltare le mie testimonianze di vita scapicollata, senza un progetto di vita e solo nel segno della morte apparente, mi rendo conto, che ho qui definito come vita testuale, anziché ascoltare le cronache dal nulla ascoltò le parole del tuo invito. Dissi che la Bottega sarebbe andata avanti per un anno forse più, dissi tutti i dettagli: ciascun partecipante si impegnava a lavorare su un progetto, parola magica che aprì le acque, e su questo progetto si basava la collaborazione fra allievi, tutti con un loro progetto e pronti a trasformarlo in un romanzo potenzialmente monetizzabile. Apriti cielo, in alternativa alle acque. E gioia, gioia, gioia! E come mi sentivo di condividerla finalmente. Ma la verità era che non mi ritenevo all’altezza della parola. Io e progetto non stavano per necessità in una stessa proposizione.
L’indomani mi colpì questa tua provocazione.

Tu un progetto ce l’hai, no? È in corso…

Tirando le fila, mi invitavi a seguire gratuitamente un corso annuale che costava un sacco di soldi e a cui si accedeva in base alla qualità del progetto proposto (romanzo, raccolta di racconti, fiaba per bambini, eccetera, purché si trattasse di progetto), e avevi ben presente un certo progetto mio di cui non avevo la più pallida idea. Ero sbalordito.
Poi mi dicesti che l’altro insegnante, Gabriele Dadati, e l’editore a capo dell’iniziativa della Bottega avevano accettato la mia presenza (sì, rimaneva ancora l’incognita del collega e soprattutto dell’imprenditore che avrebbero potuto anche rifiutarsi di fare le cose gratis). Ero molto impressionato e mi sembrava tutto un film di fantascienza. Attribuivo poi il mio stupore, visto che è deleterio troppo stupore infondato, alla mancata esperienza del mondo cattolico. Io di cattolici ne conoscevo ben pochi. Ma la gran parte di loro erano e sono tipi poco raccomandabili, che non darebbero un paio di spiccioli manco a Gesù Cristo, che non darebbero niente in cambio di niente. Evidentemente mi ero fatto un’idea errata sui cattolici, questo pensavo. Avevo incontrato nella mia vita soltanto i cattolici marci che frequentano le chiese per l’atmosfera di importanza che si respira e vedono nella religione un antistress. Facevo dei discorsi assurdi nel silenzio mentale per governarmi lo stupore.
Pensavo: là sono tutti cattolici, dall’amministrazione ai vertici, non ragionano come tutti…
E io che manco sono religioso, che mai ho fatto il catechismo e che l’ora di religione l’ho sempre evitata e io che vengo da una famiglia anticlericale e che, in comune con i cattolici, nemmeno ho il battesimo, mi vedevo aiutato dai cattolici. La mia vita testuale da questo momento innanzi dipendeva dai cattolici. La mia vita testuale e in quel periodo dunque la vita tout court era nelle mani dei cattolici, avevo realizzato, il ponte levatoio si era abbassato e mi toccava affrettarmi.

Tu sapevi della mia beata povertà, e forse avevi intuito quanto fossi fannullone, ne parlavo nei racconti pubblicati a suo tempo nel sito web, te ne avevo anche detto per email a proposito di altri problemi e di discorsi che qui non c’entrano. Ma tra i compagni di corso dovevo fare una figura decente: così avevo escogitato una posizione, un modo di accavallare le gambe o, nel caso, d’incurvare i dorsi dei piedi per poter nascondere la parte rotta delle scarpe, qualche volta era necessario coprirmi con la mano sopra l’ombelico un’asola senza il bottone, in altri casi, sempre lì seduto nell’aula ad ascoltare la lezione, mi guardavo i pantaloni troppo grandi e cercavo di tirarli con le gambe sui lati di modo che mi dessero meno l’aria del clown. Tu parlavi, con la voce bassa che richiede attenzione, o non si capisce un bel nulla, parlavi e mi dovevo sporgere un po’, in captazione, sempre mantenendo attivi i miei accorgimenti.
I compagni non sapevano che fossi imbucato, e la cosa dava un certo disagio, come fossi un lestofante sempre in procinto di venire smascherato. I compagni avevano ambizioni e progetti, mentre io avevo ambizioni e un progetto di cui nemmeno ero a conoscenza. I compagni erano un po’ freddi, per i miei gusti, ma tutti avevano un gran talento e un’immaginazione salda. La mancanza di progettualità logora a lungo andare l’immaginazione. Io ho sempre avuto l’immaginazione ballerina, zingara e fuggitiva. Un racconto che iniziavo già moriva nell’immaginazione dopo poche righe. Dovevo scriverne un altro e quell’altro magari lo concludevo, ma soltanto per paura di ricominciare gli sputi sullo specchio. Poi ancora scrivevo frammenti. Mi perdevo. Non c’era un briciolo di volontà e di programma nel mio narrare. Avevo come una febbre. Una volta guarito, buttavo via le medicine. E ai primi sintomi di una nuova febbre, correvo disperato in farmacia. Una cosa così. …I compagni erano anche divertenti, sapevano prendersi poco sul serio, alcuni non avevano idea di cosa fosse la letteratura e vedevano indistintamente narrativa; in generale, fortuna loro, non sembravano persone capaci di sputare sugli specchi, avevano tutti una vita, benché un bel po’ non avessero ancora iniziato una vita testuale. I compagni ti vedevano come un semplice maestro (e soprattutto non avevano orrore e paura di questa paroletta) mentre io ti dovevo molto di più. C’erano quindi dislivelli di ogni tipo, incomunicabilità varie, ma quando si andava a cena la sera, nel ristorante di via Lazzaretto, con chi si rendeva disponibile, e si sbracava nella pura informalità innaffiata da litrate di bianco, era bello e tutto molto uniforme.

Il progetto mi affiorò, ti rammento, il 5 di dicembre. Avevo avuto tempo di farmi un’idea di cosa fosse un progetto. Quasi tutti a quella data avevano discusso l’opera che avevano in mente con te, a lezione, e ascoltato i consigli – a volte ingenui, a volte geniali – dei compagni di corso. Tu in particolare avevi un linguaggio non verbale difficilmente comprensibile: soprattutto ti muovevi continuamente tra le sedie e i banchi, come per mimetizzare l’evidenza corporea di un pensiero cattivo o, forse, per sfogare l’impazienza del momento e convertirla ecologicamente in buon ascolto. Saltando qui e là, demolivi con convinzione le idee narrative più deboli, facendo arrabbiare o deprimere le vittime questo a seconda del temperamento. Smontavi la trama e spezzettavi il nucleo drammatico di ogni narrazione. Io ci vedevo in tutto questo una caparbia perversione. E mi divertivo molto anche perché si trattava di idee altrui, io sempre zitto. Ma devo dire c’è nulla di più didattico della demolizione razionale di una organizzazione narrativa d’idee. Non è sadismo, è semplicemente vera cultura (quanto è noiosa una qualunque nozione distratta da una anche minima tensione dialettica). E per la mia ignoranza culturale e progettuale, una manna. Avevo ascoltato, appunto, una buona quantità di progetti e di propositi e di ambizioni. Mi ero fatto un’idea precisa di che cosa era progetto, e cosa invece ciarpame senza un futuro. Mi ero caricato grazie all’elettricità dell’aria e all’entusiasmo collettivo. E ti scrissi.
Era il progetto che ti aspettavi? Forse no. Avevi intravisto la punta d’iceberg nella melma, non avevi intuìto la grandezza dell’ammasso. Venti righe. Una sinossi scheletrica. In effetti neppure io avevo idee chiare….
Per farla breve, dato che son fatti che sai, cominciai a dissanguarmi con quella scrittura ventricolare, nervosa e potenzialmente autodistruttiva. Dopo il tuo okay alle venti righe progettuali e dopo un paio di consigli tecnici, mi misi all’opera solitariamente. Non perché temessi il tuo intervento, e neanche per l’orgoglio di lavorarci da solo. Sì, la mia idea di scrittore non contemplava la collaborazione con qualcun altro. Sì, tremavo all’idea di vedere discusse le mie istanze. Sì, c’era anche questo. Ma la ragione principe per cui lavoravo, all’interno di un gruppo, quasi completamente solo e isolato, è molto elementare: non sapevo quel che facevo. Scrivevo seguendo un impulso che ordinava chissacome le frasi. Ero in balia di qualcos’altro, e sai che non è proprio un’esagerazione. Trovai a metà dicembre un rimedio contro la volatilità della mia immaginazione: non potevo permettermi che le visioni venissero assorbite dalle distrazioni di ogni giorno: il problema principale della mia immaginazione incostante, fedifraga. Decisi che mi sarei tolto tutto. E dico tutto? Forse non è abbastanza. Il solo modo per conservare intatta la forma in controluce del progetto sul velo della volontà.

Mi negai qualsiasi lettura che contemplasse un’immaginazione forte: a morte i romanzi e i racconti, al patibolo la buona poesia, fuori di qui la drammaturgia. Buttai in una fossa tutto il cinema, e portai altrove il mio stereo. Questa bolla di contenzione in cui nulla doveva entrare era ovviamente poco compatibile con la Bottega di narrazione. La discussione delle idee narrative dei compagni non poteva prescindere dalla lettura dei testi prodotti, ma era questione di vita o di morte, con riferimento alla vita testuale. Mi sentivo oltre che imbucato a un party esclusivo, il tizio che non rispetta manco l’essenziale bon ton, ma i compagni furono abbastanza comprensivi, non leggevo i loro testi e non mi facevo carico di apprezzarli o di criticarli, ero formalmente inesistente, e la situazione s’aggravò quando fu chiaro che non avevo l’intenzione di discutere collettivamente il mio progetto.
L’aria era ancora gelida nel cortiletto davanti all’aula, si avvicinava febbraio, nella mia testaccia in forma di una bruma acida e invasiva, era il dolore. Avevo scritto in poco tempo una certa quantità di pagine, che tu, soltanto tu avevi avuto il coraggio di leggere: mica una scrittura facilina e senza compromissioni tipo questa: piuttosto una roba spaventosa, che non era nemmeno un iceberg, ed emergeva dalla melma. Che spettacolo pietoso.
«Non ho niente da insegnarti, ti ho fatto venire qua perché avevi bisogno di qualcuno che facesse il tifo», dicesti fumando pian piano, come sempre, quasi che nella sigaretta ci siano mescolati al tabacco pensieri incombusti.
Ci rimasi. Ma tornando nella mia provincia la domenica sera, al volante del mio rottame, mi dissi che era tutto falso, avevo imparato un mucchio di cose, che ogni tanto propinavi menzogne buone.
A dire il vero ho imparato da te pochissima tecnica. La tecnica la odio, perché mi servo di un’anomia indiscriminata per fronteggiare la paura di quello che sto per scrivere. Non ho comunque imparato la progettualità, in senso ampio, diciamo. Scrivo come se fossi bendato: non voglio vedere né sentire quello che produco, in barba a tecnica e regolette per principianti, che pure hanno la meglio nell’immaginario quando si pensa alle scuole di scrittura. Anzi: ho rifiutato anche il tuo insegnamento tecnico. Cioè ho capovolto le regole, da divieti a obiettivi, e ne ho fatto spaventapasseri da vestire a festa. Così è.
Arrivando qui in provincia dopo il fine settimana di Bottega, dopo venti ore tra lezione, discussione e chiacchiere leggére – mi predisponevo all’azzeramento. Non vedevo quasi più amici parenti, sentivo la fidanzata un’oretta alla sera, per il resto immaginavo e lavoravo al progetto: la difficoltà stava ogni volta nel passare dalla baraonda alla quiete, dalla vita alla vita testuale. Senza il conforto dei libri, della musica e del cinema, una volta seduto a battere i tasti, ero infinitamente solo. L’immaginazione conteneva nient’altro che roba autoprodotta: non un’immagine recente tratta da una lettura, non una frase musicale ascoltata e echeggiante, non una carrellata di un qualche cineasta. Niente. La mia fidanzata cominciava ad avere idea del progetto, benché non avesse idea, nessuno la aveva dal momento che mi ero imposto di non parlare a nessuno della trama – sempre la faccenda della mia fragilità di immaginazione, per preservarla – proprio nessuna idea del contenuto di questo romanzo. Rispettava la mia decisione di silenzio e, nell’angolo, sobbolliva.
Così quando a metà marzo disse che voleva una “pausa” – e com’è ridicolo il linguaggio degli amanti col senno di poi – che non sapeva e doveva “riflettere” e che, naturalmente, non vedeva nessun “futuro” e “progetto di vita” – con riferimento alla vita non-testuale – non mi stupii più che tanto, anche se provai molto dispiacere.
Verso la fine d’aprile ero ancora più isolato, single ma in un’accezione quasi cosmica, ridicola a dirsi da questa prospettiva. Continuavo a scrivermi con i compagni di corso, all’interno di una lista di distribuzione, e le email fioccavano: dibattimenti sulle opere in lavorazione, consigli letterari, invenzioni e boutade da coscritti, piccoli capolavori di narrazione del quotidiano, eccetera. Ma mi sentivo molto estraneo avendo deciso di non rispettare le regole del gioco.

La Bottega terminò le attività il 15 dicembre 2014, con una specie di saggio in cui i compagni con un testo a buon punto dietro le spalle e quelli con un’idea solida di trama e stesura ancora agli inizi proposero, a una platea di rappresentanti degli editori, il frutto dell’enorme fatica. Io mi ero tirato indietro, sempre per la mia fissazione: mancavano un duecento pagine da fare, non avevo niente da condividere. In compenso provai nel corso del banchetto allestito grandiosamente ad abbordare una, ma quella deve aver pensato che mi proponevo come scrittore, non come maschio. Per una volta la vita veniva sopraffatta dalla morte apparente, dalla vita testuale.
Solo tornando alla provincia, mentre guidavo, mi accorsi che le asole vuote della camicia erano due, mentre al mattino, ne ero certo, mancava un bottone soltanto; e poi c’erano le scarpe: dovevo cambiare le scarpe. Insomma, buttai tutta la colpa del fallimento sulla vita e risparmiai la vita testuale, consapevolmente.

Bene, Giulio. Mi sono accorto come ti sei accorto tu che l’email è un po’ troppo generosa per essere un’email di servizio.
D’altronde le intenzioni iniziali hanno trovato quasi subito una via d’uscita. Mi hai chiesto di ucciderti, come maestro e come guida, e dico maestro per l’ultima volta, lascio andare questa parola che non mi appartiene. Io invece ti ho ricapitolato la mia vita testuale, che un po’ ti appartiene. Sono sicuro che non la vuoi, perché hai i tuoi problemi e delle vite testuali del prossimo faresti volentieri a meno. Sai che ti dico? Che ho il sospetto e forse più di un sospetto che mi abbia chiesto di ucciderti – o meglio: di liberarmi di te sul piano simbolico – perché tu in effetti hai bisogno di liberarti di me, sul piano materiale, cioè di tutta la scoria immaginale che ti ho appena scaricato. È vero? Puoi dirmelo se davvero lo pensi, non mi offenderò.

Il finale coincide con la fine della vita.
Già ti ho accennato a questo fatto il 3 luglio scorso, in un’email mandata, controllo subito, alle ore 12.24.53. Tanto per essere precisi. Quindi se mi ripeto è a beneficio – o a detrimento chi lo sa – delle persone in ascolto.
Il 30 giugno, e dunque tre giorni prima che ti scrivessi quell’email dal titolo – ho scordato di dirlo – molto incisivo vale a dire «Sulla fine», mi trovavo ancora dentro alla scrittura. Per un soffio. Avevo infatti realizzato con gioia indicibile che mi mancava una pagina sola alla fine del libro. Certo, poi ci sarebbe stato il lavoro di correzione, ma ero assolutamente sicuro che sarebbe stato breve. Mancava. Una. Pagina. (La numero quattrocentonovantotto, per la precisione). Consisteva di una specie di sigillo narrativo, abbastanza facile da scrivere rispetto al resto, che avrei potuto macinare in una mezza mattina. Era verso sera, non ancora buio ovviamente e, nella vampa estiva, mi raccapezzavo o meglio: mi capivo. Stavo leggendo le ultime paginette scritte all’alba. Erano belle? Mah! Funzionavano…? Forse sì. Ad ogni modo, pensavo fortissimamente tra una frase e l’altra, ho finito. Quasi. Niente più privazioni di lettura e di cinema e di musica. Apro l’orizzonte, ci entreranno le vecchie cose. Niente più concentrazione persistente e suicidale. Niente più, insomma, niente vita testuale. Ma.
Non ricordo molto bene, sono uscito sulla strada, ed ero in un ridicolo pigiama mezzo rotto e ciabatte. A un certo momento devo essermi accasciato e, fuori dal mio controllo, qualcuno ha avvisato il 118.
Ora so cosa si prova a starsene mezzi morti, sdraiati nella pancia di un’ambulanza, in preda alla forza delle curve. È in un certo senso un’esperienza didattica. Ti viene impartita una lezione di mortalità e di dipendenza dalla sanità pubblica, il cui insegnamento ho la certezza si rivelerà ben durevole.
Man mano che mi riprendevo, tra una corsia e l’altra di un ospedale disorganizzato, riaffiorava il vissuto testuale e subito, passata una visione, mi veniva un dubbio. «Riuscirò a terminare il testo, o mi succederà qualcosa che m’impedirà per sempre di finire?»
Ecco come ho passato la vigilia della conclusione. Ero a un passo dalla fine del mio isolamento, eppure avevo la percezione di poter perdere ogni cosa. Non avevo nulla di grave, secondo i medici: esito del prelievo del sangue positivo, elettrocardiogramma tornato normale. Forse lo stress. Naturalmente mi guardavo bene dal raccontare ai medici, peraltro disattenti e sonnecchianti, anche un solo microrganismo della mia vita testuale.
Mi hanno rimandato a casa con un’auto della croce rossa. Erano le tre e mezzo del mattino. Il primo luglio poco prima di mezzogiorno, ho concluso il romanzo. La maledetta pagina numero quattrocentonovantotto.

Due giorni dopo ti ho scritto per raccontarti la fine.
Era un modo come un altro per chiudere la vita testuale, sai. Ma tu il giorno stesso – e questa è una coincidenza che ancora non mi convince del tutto – mi hai chiesto di ucciderti.
Tralascio le possibili congetture, che nulla importano a chi è in ascolto e sputo quel che mi è venuto chiaro scrivendo questo testo. La mia vita testuale è finita. Non voglio più saperne. Mi dichiaro testualmente morto. Ti dichiaro testualmente morto.

Luglio 2015

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Daniele Muriano (fotografia di Viviana dell’Arena).

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5 Risposte to “Vita testuale / Daniele Muriano”

  1. maria Says:

    Fine!(inglese)

  2. Melania Says:

    ma i maschi: quanto scrivono i maschi? o forse anche le femmine. i maschi mi pare d più.

  3. Maria Luisa Mozzi Says:

    Un omicidio-suicidio, dunque.
    Che ti lascia finalmente libero, libero e con un romanzo da proporre agli editori.
    Mi sembra un buon momento.
    Faccio anch’io il tifo per te.

  4. enrico ernst Says:

    ciao Daniele, c’è un punto: quando dici: “Ricordo” ecc. A partire da quel punto (poco prima hai messo una data e un’ora) tu mostri una energia di narratore sorprendente: sono pronto ad ascoltare le tue omeriche avventure, il tuo viaggio, sono pronto, e poi LO VOGLIO: è proprio un “gesto”… e la fidanzata poi è il tuo preciso deuteragonista,.. Secondo me. secondo me, Daniele, se tu trovi la quadra tra il tuo complesso intelletto ferito e quella direzione così nitida, così paurosamente naif, tu spacchi… (e magari nel tuo romanzo l’hai già trovata)… tifo per te…

  5. dm Says:

    Maria, grazie.

    Melania: sì, sono maschio.

    Maria Luisa, sei gentile. Gli incoraggiamenti mi fanno molto bene.

    Enrico: non so se sono complesso, ma di sicuro sono ferito, come tutti. Penso di essere anche “paurosamente naif”. Voglio credere di essere all’altezza dell’incoraggiamento.

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