Le sindromi di Giulio Mozzi / Silvia Montemurro

by

di Silvia Montemurro

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Silvia Montemurro ha pubblicato L’inferno avrà i tuoi occhi, Newton Compton 2013; il suo secondo romanzo uscirà presso Sperling & Kupfer nel gennaio 2016

Preleva gratis il libro

Preleva gratis il libro

Ho avuto diverse occasioni per uccidere Giulio Mozzi. Quello che serve a un’aspirante killer, non è tanto il buon momento per uccidere, bensì la motivazione. Il movente del delitto è tutto. E di ragioni per ucciderlo, Giulio Mozzi, ne avrei avute un sacco.
Capitai anch’io, come molti sventurati, alla Bottega di narrazione. Sembravo piccola, ingenua e indifesa. E forse lo ero. Lui pareva sicuro di sé e assolutamente a suo agio con le ciabatte e i calzettoni e le bretelle e quelle magliette dai colori a volte sgargianti, a volte tenui, amorfe. Ci misi un po’ a capire le sue frasi, perché aveva una erre alquanto biascicata, irritante, altalenante. Quando mi abituai al suo modo di parlare, iniziai a pensare che la erre faceva parte di lui, come un piede, o un dente, e allora se avessi voluto ucciderlo davvero, avrei dovuto eliminare anche quella erre moscia. E un po’ mi dispiacque.
Non lo conobbi davvero fino a che mi propose di collaborare con lui. Dovevamo fare un fotoromanzo, mi disse, e io l’avrei aiutato a tenere in piedi i fili della storia. Come se lui, il Mozzi, ne avesse bisogno, di una ragazzetta sconosciuta, a seguirlo come un cagnolino dappertutto. Quella sera ci fermammo nell’appartamento che sarebbe stato nostro per un po’. Mio, del Mozzi e del fotografo che avrebbe fatto le foto agli aspiranti attori. Quella sera, però, eravamo solo io e Giulio. E faceva caldissimo, come può farlo a Milano in un giorno d’estate.
E Giulio mi lasciò fare la doccia, e poi mi condusse in un ristorantino cinese, dove mangiammo benino. Dove bevve molto vino. Il fatto che attentasse continuamente alla mia vita, portandomi in ristoranti di dubbio gusto, era già un buon motivo per ucciderlo. Ma non mi bastava.
Se si vuole uccidere una persona, e lo si vuole fare bene, prima bisogna conoscerla a fondo.

Quella sera non chiusi occhio, perché Giulio, se pur in un’altra stanza, russava come un treno a vapore. Russò per tutta la notte e al mattino mi fece alzare molto presto, troppo presto, per i miei gusti. E chiacchierava beatamente come se il mattino avesse davvero l’oro in bocca. Questo poteva essere un motivo sufficiente per piantargli un coltello nella schiena, ma io non mi accontentai. Volevo vedere fino a che punto sarebbe arrivato. Mi lasciò fare una veloce colazione, poi andammo al Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo e attendemmo il fotografo. E Giulio Mozzi parlava con tutti, e conosceva tutti, e sapeva sempre cosa dire e come dirlo. Finalmente, a salvarmi dall’imbarazzo, alla comitiva si aggiunse Marco, il fotografo. Lo adorai da subito. Lui sì che sapeva come trattare una donna. Era dolce, gentile e comprensivo. Mica rude come il Mozzi. E poi, cosa essenziale, aveva la macchina e guidava. Il Giulio Mozzi non guida, si fa sempre accompagnare dappertutto. Gli piace prendere la corriera, il bus, i tram, i treni. Se fate attenzione, potreste incontrarlo sulla vostra strada. In bus, o sul treno, ovviamente. Ad ogni modo, Marco, Giulio, e io, facevamo proprio un bel team. Almeno così mi parve, fino a che arrivò l’ora di pranzo e Giulio Mozzi non ne voleva sapere di tirare su la testa dalle carte a cui stavamo lavorando.
«Giulio, ho fame», dissi, allora, timidamente.
«Io mangio solo la sera», mi rispose; e mi maledissi per non essermi portata un pugnale.
«Io no e ho fame», ripetei.
Marco si alzò e disse che andava a prendersi qualcosa da mangiare. Io ero lì per lavorare con Giulio, non potevo muovermi, quindi lo supplicai di portarmi un panino.
Giulio mi lanciò un’occhiata esasperata e mormorò: «E va bene, andiamo a mangiare qualcosa».
Lo fece per non morire, ne sono quasi certa. Giulio Mozzi ha molte sindromi, tra cui quella del Lavoratore Instancabile e del Mattiniero Irremovibile.
Ma non sono le uniche. Io e Marco lo scoprimmo quella sera, a cena, quando Giulio ci ordinò di fare la pasta e poi ci piantò lì in cucina, e se ne andò in terrazzo a parlare al telefono. Io e Marco non sapevamo quando scolare la pasta, all’epoca non ero certo la casalinga perfetta, allora Giulio dopo un po’, spazientito, venne in nostro soccorso e ci spiegò cosa dovevamo fare, poi invece di andarsene, riattaccò il telefono e lo fece lui. Si vedeva che non si fidava di noi.
«Scusate», si giustificò, condendo la pasta con il sugo che lui stesso aveva scelto «ho un po’ la Sindrome della Massaia».
Giulio Mozzi ha anche un’altra sindrome: quella del Dopo le dieci di sera non ci sono per nessuno. Infatti, nel bel mezzo di una discussione interessantissima sul cosa significhi essere scrittori oggi, Mozzi ci piantò in asso e disse: «Io adesso vado a dormire, che sono stanco».
Io e Marco, con la vista annebbiata dal vino che avevamo bevuto e che aveva sempre scelto Giulio Mozzi, rimanemmo in terrazza a chiacchierare ancora per un po’, ma dovevamo quasi urlare per sentirci, perché il russare di Giulio Mozzi infastidiva i nostri bei discorsi. Rassegnati, andammo a letto anche noi. Ma io non riuscivo a prendere sonno. Continuavo a pensare che di motivi per uccidere Giulio Mozzi, nel frattempo, ne avevo trovati anche tanti. Decideva lui quando e cosa mangiare, faceva lui la spesa, non mi dava orari di lavoro e soprattutto non chiariva i miei compiti. Mi alzai e brancolai nel buio fino alla cucina. Presi un coltello di quelli che si usano per tagliare la carne. Pareva ben affilato. Mi avvicinai alla camera dove dormivano Giulio e Marco. Sentivo il russare di Giulio farsi sempre più vicino. Poi la camera si aprì e Marco sgusciò fuori, gli occhi pieni di sonno.
«Cosa fai?», mi chiese, con la voce tremante, guardando il coltello.
«Voglio uccidere Giulio», ammisi, abbassando l’arma «non mi fa dormire e non lo sopporto più».
«Ti capisco», disse Marco «sono nella tua stessa condizione».
Ci guardammo rassegnati e disperati insieme, travolti dai grugniti di Giulio.
«Lo facciamo insieme?», proposi a Marco. Lui annuì. Ma proprio mentre stavamo per entrare nella camera e farla finita con Giulio, trillò la sua sveglia. Erano le quattro e mezza. Noi non avevamo chiuso occhio. Lui si alzò bello pimpante e ci disse che avevamo ancora due ore per riposare, poi ci saremmo rimessi al lavoro. Ci ordinò di tornare a letto e ci sciorinò cosa avremmo fatto il giorno dopo: le location, le persone che avremmo incontrato, tutto. Mentre se ne andava in cucina con il portatile sotto il braccio, ci disse: «Dovete scusarmi, ho un po’ la Sindrome del Capogita»
Io e Marco ci guardammo di nuovo.
«Le ha tutte lui», mugugnai.
E mi rassegnai a tenerlo in vita un giorno ancora.
Lavoravamo in mezzo alla strada, con le macchine che passavano veloci e Giulio che impartiva ordini, con un ridicolo cappellino alla pescatora calato sulla testa. Io gli proposi di inserire un bacio, nel fotoromanzo, tra i due protagonisti. Tutti annuirono. Lui disse di no, che i baci sono scontati. Io pensai che potevo approfittarne per spingerlo in mezzo alla strada e ucciderlo in un raptus di rabbia. Poi non lo feci, perché Giulio si girò verso di me e discusse la mia idea dei baci come se stesse parlando con una collega. Allora mi dissi che Giulio, forse, tra le altre sindromi, ha anche quella del Mediatore. Non sembra, perché lui dà sempre un sacco di brutte risposte, e fa paura un po’ a tutti, ma quando serve, sa come irretirti e farti passare con una frase dalla parte della ragione a quella del torto.
Eravamo ancora lì, a discutere di baci, e Giulio mi guardava e io lo guardavo, stanca, dopo notti insonni, esausta, sfinita. E allora lui mi disse: «Sai di cosa hai bisogno, Silvia?».
E io, preparandomi all’ennesima stoccata, chiesi: «No, di cosa?».
«Di un abbraccio».
E aveva ragione lui, il Giulio Mozzi, l’uomo che non ho ucciso perché in quel momento è stato l’unico a capire che in fondo, per non impazzire, mi bastava un abbraccio.

silvia_montemurro

Silvia Montemurro

Tag: ,

Una Risposta to “Le sindromi di Giulio Mozzi / Silvia Montemurro”

  1. Salvatore Says:

    In un modo o nell’altro in questi racconti mi ci ritrovo sempre. Sarà che l’autore è bravo a far immedesimare il lettore, oppure sarà che ho conosciuto anch’io il Mozzi… Sta di fatto che questa estate sanguinolenta, almeno sulla carta, me la sto proprio godendo.🙂

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...