La sfida l’ho vinta io / Claudia Grendene

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di Claudia Grendene

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Claudia Grendene pubblicherà il suo primo romanzo presso Marsilio, probabilmente all’inizio del 2017. Il titolo provvisorio è Come stavamo ieri.

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Mercoledì 25 marzo 2015 vado a sentire la presentazione di Favole del morire di Giulio Mozzi nella sede dell’associazione Fantalica, a Padova. Arrivo un po’ in ritardo, piove, ho aspettato mio marito. Vedo Giulio Mozzi sul palco, la scrittrice gli fa delle domande. Giulio risponde con la disarmante modestia che lo caratterizza. Più le domande vogliono essere articolate e letterarie, più Giulio risponde da uomo semplice. Sono in prima fila, mi ha vista. Fa una battuta di spirito e mi sorride. Parla del libro e della morte, e del riciclo inarrestabile di materie organiche nel cosmo. Penso alla trasformazione di ogni cosa.
Mi accorgo che sono io a non vedere più lo scrittore, il maestro. Inizio a vedere l’uomo.
Dopo la presentazione, un figuro di cui non ricordo la faccia tedia Giulio con il progetto dell’opera che vuole scrivere o che ha scritto. Ognuno parla a Giulio di cose letterarie, io riesco a dirgli soltanto: «Hai bisogno di un passaggio?». Giulio non guida e abita dalle parti di casa mia.
Mi risponde di no. Ha un occhio terribilmente arrossato, mi preoccupo.

Mercoledì 1 aprile 2015, chiudo Favole del morire, spengo la luce: è tardi, sono esausta. Mi risveglio la mattina appresso nella suggestione del sogno. Non ho più paura della morte, forse ho paura di Giulio. Nel sogno, Giulio mi conduceva verso casa con la sua macchina. I luoghi mi erano totalmente sconosciuti, strade ignote. L’angoscia di quel percorso non era placata dalla fiducia che ho in lui. Dove stavamo andando? Giulio ferma la macchina accanto a una cattedrale, ognuno ha i propri incubi. Io, quello delle cattedrali. «Scendi», mi dice «dobbiamo entrare». Attraverso la cattedrale a braccetto con lui, tengo gli occhi chiusi, mi fido. Li apro solo un istante e vedo una cassa di legno con dentro un teschio e delle ossa. La morte. Chiudo gli occhi e Giulio mi conduce fuori. Lì, trovo la vita che mi aspetta, sotto la forma delle gemelle di una mia amica che hanno appena compiuto il primo anno.
La vita è lì e io continuo a non riconoscere i luoghi.
Il sogno mi accompagna per diversi giorni, sono impressionata dalla potenza dell’immagine di guida che ho interiorizzato della persona di Giulio Mozzi.
Ho bisogno di una revisione concettuale.

Mercoledì 14 agosto 2013, nell’atto di etichettare duemila-quattrocento testi nella sezione di storia e geografia della biblioteca in cui lavoro, sorprendo me stessa a pensare a un progetto narrativo. Sto ultimando una cura a base di Depakin Chrono, e man mano che le dosi scendono la memoria torna a vivere. Qualche giorno indietro ho trovato il bando della Bottega di narrazione 2014, ho letto i commenti in calce, la testimonianza di una che l’ha frequentata l’anno prima. Bella esperienza, ma se ci fosse stata una maggiore mediazione tra me e il Verbo sarebbe stato meglio. Non ricordo le parole precise, ma il senso era questo. La parola Verbo mi colpisce.
Decido di smettere di combattere contro la mia volontà di scrivere, la guerra dura da vent’anni e io sono stanca di resistere. Di vita ne ho avuta a sufficienza, proverò a fare la Bottega di narrazione.

Mercoledì 6 novembre 2013, dopo qualche scambio email educato tra me e il Verbo, vengo ammessa alla Bottega di narrazione.
Una settimana dopo, viaggiando verso Milano con la mia compagna Elianda, cerco di immaginare come sarà questa Bottega, che persone conoscerò: come saranno i docenti. La parola Verbo mi ha inibita, riesco a immaginare soltanto un vecchio con la barba bianca, che appare sopra una nuvola pacioccona e parla baritonale con una lieve eco. «Giulio Mozzi è una persona semplice», mi dice la compagna di viaggio. Un’idea che fa a pugni col Verbo. «Sta’ attenta, però: a volte è un po’ burbero. Devi essere forte, è il suo modo di fare».
Io sono forte, sono fragile come tutti, ma ho ricostruito una forza dettata dalle diverse sopravvivenze.
Arrivo allo spazio Melampo già preda di un’emicrania potente.

Giulio Mozzi non sembra un Verbo, non appare su una nuvola pacioccona e non parla con voce baritonale dalla vaga eco. Parla pianissimo, con la erre blesa, non si capisce un accidente. Si toglie i sandali e resta in calzini, almeno non gli puzzano i piedi.
Per tutto l’anno di Bottega, Giulio è un insegnante bravo, ma difficile. La sua disponibilità infinita, la simpatia, l’autoironia, la sua comicità, tutto di lui si trasforma nel tuo disagio quando sei tu il protagonista del famigerato “trattamento Mozzi”.
Ti fa domande a cui non saprai rispondere e te le fa proprio perché sa che non saprai rispondere; evidenzia ogni lato negativo del tuo progetto, mette in discussione tutto. Ti guarda e ti domanda, e tu non sai più niente. Ogni certezza su ciò che avevi in mente di scrivere se n’è andata e ciò che hai già scritto ti sembra da buttare via. Bisogna essere forti, rammento ciò che mi ha detto la mia compagna di viaggio al primo weekend a Milano.
Mi convinco che Lui abbia un piano, non è sadismo il suo – come si dice in giro –, deve solo renderci forti, provare chi di noi potrà reggere nella terribile fossa dei leoni che è il mondo dell’editoria. Sono testarda e continuo, insisto grazie a Giulio Mozzi e nonostante lui.
In Bottega, tra i colleghi, si dice di tutto: si parla di Giulio come fosse il Cristo. O Aristotele.
Giulio ha detto, Giulio ha scritto, Giulio pensa, crede, fa. Tutto ciò mi impressiona. Con la stessa finta audacia con cui sorridevo in faccia alla maestra cattiva da bambina, mostro una sicurezza che non ho; testarda, continuo a scrivere e a passare al tritacarne Mozzi.
In uno dei nostri incontri tête-à-tête, Giulio mi chiede di costruire una tabella Excel, incrociare personaggi e anni e riempire le caselle, evidenziando le sincronie e le diacronie dei fatti. Lui stesso pensa che non sia possibile, crede poco nel mio progetto, ha sempre detto che manca un centro di gravità: mi sta lanciando una “sfida Mozzi”.
Acquisto il rispetto di Giulio nel momento in cui gli invio la tabella Excel compilata in ogni sua parte; la sfida l’ho vinta io, ma quello che prova soddisfazione è lui.
Io non lo so ancora, ma lui sa già che adesso potrò dar forma al mio romanzo.

È l’estate 2014 e per la prima volta vado a casa di Giulio Mozzi. La cucina è molto ordinata e pulita, Giulio scrupoloso: passa la spugna se cade una goccia d’acqua, provetto massaio. Mette briciole di pane sul terrazzo, mi dice che suo padre (o la signora Maria, non ricordo) è amico dei passerotti.
Prendo, credo, il mio primo brodino di caffè, sudo, sono in ansia per ciò che Giulio mi dirà.
Guardo l’orologio, entro le quattro devo andare a prendere i bambini ai centri estivi: ce la farò?
Penso di essere a buon punto col lavoro, ma Giulio passa al setaccio tutto: mancano i fatti storici, il narratore è nascosto, la scrittura meccanica.
Il trattamento Mozzi mi dissesta di nuovo e più a fondo. In Bottega è tutto un ribollire di lamentele: Giulio non risponde alle email, Giulio non ha letto i lavori, Giulio qua e Giulio là. È come se tutto dipendesse da Giulio.
Capisco che no, non può essere così. Per arrivare in fondo devo smetterla di badare a questo chiacchiericcio, devo fregarmene che Giulio legga o meno, devo riflettere sulle sue critiche al mio lavoro, ma reagire continuando per la mia strada. Io vedo la meta, Giulio forse ancora no.
Mi appoggio all’aiuto di Gabriele (Dadati), cerco di trovare la mia autonomia.

Siamo sul treno, è autunno inoltrato, ho finito di scrivere: Giulio Mozzi mi guarda e mi dice: «Ho letto tutto, va bene».

Domenica 12 aprile 2015, allo spazio Melampo presento il mio romanzo agli editori, come previsto alla fine del corso. Mi siedo al tavolo accanto a Giulio, in controtendenza rispetto alla mia natura non sono in ansia.
Dialogo con Giulio sul mio lavoro, sono serena, provo la sensazione di parlarne con un amico, è come se le rappresentanze del mondo dell’editoria fossero lontano chilometri e anni luce. Giulio è onesto, sereno come me, dice quello che pensa.
Di brodini di caffè, nella cucina di via Comino, oramai ne ho bevuti un bel po’; una volta Giulio mi ha offerto il castagnaccio fatto con le sue mani. «Il castagnaccio fatto da uno scrittore, wow!», gli ho detto.
«Non sono uno scrittore, al massimo sono un buon massaio», ha risposto lui.
Penso alla trasformazione di ogni cosa.

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Claudia Grendene

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4 Risposte to “La sfida l’ho vinta io / Claudia Grendene”

  1. Melania Says:

    che bello il tuo racconto, è così personale.

  2. Valentina Fantasia Di Marzo Says:

    Brava

  3. claudia grendene Says:

    Grazie a chi ha letto, a chi leggerà. Grazie, Giulio.

  4. Apologia del servo (e con questo abbiamo finito) | vibrisse, bollettino Says:

    […] ha un bel dire: «Guarda, quello che ho fatto, l’ho fatto io: non tu. Non sei tu: sono io. La sfida, l’ho vinta io: non tu». Il pedagogo sta sulla graticola, è invaso da mille tremori, è tormentato dal prurito. […]

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