Hai fatto bene / Sandro Campani

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di Sandro Campani

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Sandro Campani ha pubblicato: È dolcissimo non appartenerti più, Playground 2005; Nel paese dei Magnano, Italic 2010; Non ti avevo nemmeno notato (graphic novel, disegni di Daniele Coppi), Playground 2010; La terra nera, Rizzoli 2013.

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L’uccisione di Giulio Mozzi, reale o simbolica che sia, avrebbe indubbi effetti positivi.
Innanzi tutto, aumenterebbe il PIL. È risaputo quanto poco redditizia sia l’attività della scrittura. Per stare al caso di colui che adesso sta scrivendo questo testo: si tratta di un imprenditore nel ramo della grafica per ceramica. È sabato mattina, ci sono un mucchio di commesse inevase, ma lui non è sul posto di lavoro a dar l’esempio, accrescendo il fatturato; lui sta scrivendo un pezzo che gli porterà via un numero imprecisato di ore, partendo fra l’altro dal dire come sia poco redditizio scrivere. Questo per colpa diretta di Giulio Mozzi, che gliel’ha proposto. Ma senza scomodare gli imprenditori e questo testo in particolare, possiamo dire che ci sono una svariata quantità di professioni (cassiera, cantoniere, guardia forestale, praticamente tutte) che rendono, come tariffa oraria, guadagno mensile e quindi capacità di spesa del lavoratore, immensamente più della scrittura (sempre ammesso che uno venga pagato con regolare contratto e pubblicato). E Giulio Mozzi, lui cosa fa, di mestiere? Irrobustisce e incoraggia chi è preda dell’idea di scrivere; lo fa con tale proprietà e capacità, con tale passione e correttezza, con tale fascino direi, da convincere l’allievo che la fatica di sacrificare le ore da solo a scrivere e riscrivere sia una cosa fenomenale.
Nel caso specifico di chi sta scrivendo qui, cioè l’imprenditore (ma allora non lo era) che ha incontrato per la prima volta Giulio Mozzi il 25 Aprile del 2010, bene, egli avrebbe buttato via definitivamente il romanzo su cui stava lavorando da sei anni o sette, avrebbe probabilmente rinunciato a scrivere del tutto, se non avesse frequentato, insieme a un’altra decina di persone, un seminario di editing curato da Mozzi, il quale gli instillò nuovamente la passione per questa occupazione quasi inutile.

Mi si obbietterà: non generalizziamo; alcuni campano, scrivendo. Bene. Facciamo il caso di uno scrittore felice e prolifico il quale abbia un buon seguito e un buon ritorno economico, mettiamo uno scrittore che pubblichi un romanzo all’anno e ci metta magari soltanto sei mesi, a completarlo, lavorando otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana per un totale di novecentosessanta ore, e ricevendo un buonissimo anticipo, dal suo editore felice, mettiamo di diecimila euro (tariffa oraria lorda: 10,4 euro). Supponiamo che questo scrittore offra una cena a Giulio Mozzi e gli sottoponga la sua opera in lavorazione: Mozzi vi scoverà corrispondenze, possibilità da indagare, profondità da esplorare, problemi curiosi e soluzioni intrinseche, insomma tante e tali complicazioni interessanti da invogliare l’autore a faticare e faticare ancora per migliorare il testo e portarlo verso una sua verità interna. Centinaia di ore ulteriori di lavoro, resa oraria abbattuta di molto, nuovi progetti procrastinati, agente scontento, editore scontento, pubblico in disaffezione, scrittore in miseria.
Ora, essendo Giulio Mozzi non solo un maestro, ma un grande maestro, il più preparato, ed essendoci molteplici occasioni per andare a bottega o a lezione da lui, si può ipotizzare che il numero di persone che Mozzi ha stornato dalle attività produttive per avviarle convintamente a quella ben meno proficua della scrittura ammonti a diverse decine, se non centinaia.
Mi si obbietterà: ma pur ammettendo che siano migliaia, l’incidenza sul PIL di questo monte di ore lavorative sprecate resterà risibile. Rispondo: da qualche parte bisognerà pur cominciare.

In secondo luogo, l’uccisione di Giulio Mozzi porterebbe amore e (onestamente, soltanto in ipotesi) incrementerebbe la natalità. Quanti, per il prillo di scrivere, sottraggono tempo e attenzioni all’amata, o all’amato? A volte, persino, si arriva a lasciarsi. Ma anche se uno vivesse da solo: invece di starsene tappato in casa a scrivere e riscrivere (cioè un modo di cercar la fidanzata che comporta un mucchio di livelli superflui volti a una riuscita incerta e a lungo termine) potrebbe andar direttamente a cercare la fidanzata, e farlo con la testa sgombra da pensieri. Perché fra l’altro, assistendo alle lezioni di Mozzi, sebbene il tempo voli via e l’imparare appaia semplice e leggero (imparare dai Promessi sposi, dai video coi ceffoni di Bud Spencer, dalle improvvisazioni apparenti, dalle divagazioni, dalle mosche che volano per aria) si torna poi a casa con un mucchio di pensieri: ché scrivere non è cosa da niente, ci sono un mucchio di responsabilità e di implicazioni, nel fatto di scrivere, roba da far tremare e non riuscire a smettere. Tutti pensieri che riempiono l’essere a scapito dell’attività sentimentale e riproduttiva, ingenerando per di più manie, dissociazioni, immersioni in mondi immaginari autoprodotti dei quali l’invaghito pretende di arrivare a governare o almeno comprendere le leggi. Ne consegue perciò che l’uccisione di Giulio Mozzi avrebbe benefici anche sul piano di una generale sanità di mente.

Tutti gli allievi che sentono in cuore e dichiarano di dovere a Giulio Mozzi il loro scrivere, sgravati di questa ossessione potrebbero poi dedicare più tempo allo svago, alle camminate in luoghi salubri, all’osservazione delle meraviglie naturali.
Benefici un po’ in tutti i campi; per citarne un altro, la moda maschile: senza più l’esempio dannoso di Mozzi, che pare buttarsi addosso il primo pile gli sia capitato a tiro, e calzare i primi sandali trovati accanto al bidone del rusco, anche gli allievi smetterebbero di autogiustificarsi per la loro sciatteria, di cullarsi con quest’abito che non fa il monaco, e pure ammettendo che non vogliano desistere dall’attività scrittoria si volgerebbero almeno a una bella divisa d’ordinanza, giacca nera su camicia nera e jeans stirati (divisa che aumenterebbe di colpo le loro possibilità sentimentali, e quindi a pioggia amore, e quindi PIL).

Una volta compiuto l’assassinio ci troveremo insomma in un boschetto, ricchi e vestiti bene, senza mostri per la testa, e incontreremo l’amore per caso, scostando una frasca: – Toh, anche te qua?
– Eh, avevo tempo, mi sono detta/detto: «Facciamo un giro a osservare la natura».
– Hai fatto bene, hai fatto. Vieni che andiamo a bere qualche cosa.

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Sandro Campani

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2 Risposte to “Hai fatto bene / Sandro Campani”

  1. Rollo Tommasi Says:

    Capisco chi ha detto, in precedenza, di essere rimasto deluso da questo libro.
    Inizia veramente male, a partire proprio da questo primo racconto, e prosegue male per tutta la prima parte, salvo il “pezzo” di Giorgio Falco… che a mio giudizio (semplicemente a mio giudizio) è il punto più alto della raccolta.
    Assolutamente non è un problema di scrittura (o di scritture): è che salvo qualche eccezione – in cui si ravvisa una narrazione – il resto è un maldestro epitaffio (anche quando il Mozzi non muore).
    Nella seconda parte c’è una leggera ripresa: il contributo della Pittaluga è bello (peccato per il finale “dejavu”), e anche ciò che segue non è male: pur non avendo particolare originalità, è almeno sganciato dalla logica dell’orazione funebre.
    Capisco la “Apologia del servo”, Giulio, ma ci sono rimasto male sul ringraziamento al lettore, una volta capito che il vero bersaglio dell’intenzione omicida era lui…
    E’ (tutto quanto scritto) solo la mia opinione, beninteso.

  2. Rollo Tommasi Says:

    Ho confuso Federica Pittaluga con Silvia Montemurro e me ne scuso: è di quest’ultima il bel racconto con un finale un pò’ scontato. Dalla Pittaluga in avanti, invece, gli ultimi quattro racconti si smarcano dai precedenti.

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