Necessità di una collezione di poesia?

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Dal fotoromanzo Droit de regards, di Marie-Françoise Plissart

Dal fotoromanzo Droit de regards, di Marie-Françoise Plissart

di giuliomozzi

Arrivo in ritardo, come sempre. Il 17 giugno scorso (giorno del mio cinquantacinquesimo compleanno: bel regalo!) nel quotidiano Avvenire Alessandro Zaccuri dava notizia (sia pure ipotetica) della chiusura della collana di poesia Lo Specchio di Mondadori. Un po’ dopo ne parlava anche Pietrangelo Buttafuoco nel quotidiano Il fatto, il 9 luglio. Il 15 luglio nel Foglio ne scrive Alfonso Berardinelli, secondo il quale

di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta. Non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita le grandi, medie e minime collane che esistono.

E prosegue poi spiegando, as usual, che è tutta colpa della neoavanguardia. Il giorno dopo, 16 luglio, in Minima & moralia, Gilda Policastro faceva a Berardinelli un autentico cazziatone, non tantoa discolpa delle neoavanguardie quanto per sostenere che

quando pensa all’avanguardia come a un partito politico dell’arte [Berardinelli] non dice nulla a chi scrive poesia oggi, perché chi scrive poesia oggi (o ne pratica, con assunto ancora una volta sanguinetiano) si forma su tutte le arti, non solo sulla rima cuore-amore.

E mi pare che si possa solo essere d’accordo. Mi colpisce però che Policastro, verso la fine, scriva che “la miglior collana letteraria dell’ultimo decennio si chiama Fuoriformato, la ospitava Le Lettere (oggi ha traslocato presso L’Orma)”: perché Fuoriformato, collana veramente bella, è stata finora una collana con netta prevalenza di riedizioni rispetto alle novità (vero è che, dopo due decenni almeno di deserto, molto c’è da rimettere in circolazione) [Nota successiva: mi correggo nei commenti].

Due giorni prima, il 14 luglio, in Il giornale off Davide Brullo aveva scritto

L’unica cosa che nessuno dice, infatti, è che la collana de Lo specchio andava chiusa da quel dì. Perché? Perché, come già aveva intuito Raboni, si pubblicano sempre i soliti poeti italiani, gli amici di Segrate: Maurizio Cucchi e Silvio Ramat, Mario Santagostini, Valentino Zeichen e Franco Buffoni e Giancarlo Majorino e Milo De Angelis, il cui ultimo libro, Incontri e agguati, non è assolutamente «uno dei libri più importanti per la letteratura», come vorrebbe, con miele retorico, Pietrangelo Buttafuoco, ma l’ultimo, affannato afflato lirico di un poeta che non trova più la marcia giusta dal 1999, da Biografia sommaria.
E quando non sono i poeti, si fa il favore all’amico scrittore di fama (Vincenzo Cerami) o al senatore con lo sfizio della poesia (Sergio Zavoli). Insomma, Lo specchio è la collana poetica più anonima e politicamente corretta del Paese, che pubblica gli autori stranieri più ovvi, ormai dei classici nel loro cantone, dei Nobel o poco ci manca (Philip Levine, Mark Strand, Yves Bonnefoy, Michael Krüger) e quando prova a lanciare dei giovani (lo fece nel 2011, scagliando nelle fauci del mercato quattro plaquette ormai introvabili) è un disastro.

E anche su questo si può essere sostanzialmente d’accordo, con una correzione: che la collana di poesia di un editore come Mondadori pubblichi “gli autori stranieri più ovvi, ormai dei classici nel loro cantone, dei Nobel o poco ci manca”, io lo trovo sensatissimo; toccherà ad altri pubblicare altro.

Sempre a partire dall’articolo di Berardinelli, il 16 luglio Alberto Cellotto scriveva tra l’altro, nel suo blog Libro breve:

Ci sono molti discorsi più interessanti che si potrebbero affrontare, al posto di prolungarsi in simili articoli, occupando le pagine dei quotidiani e perdendo così il tempo (beninteso, uno il tempo può perderlo come gli pare, a maggior ragione se gli viene pagato, ma almeno si senta dire che quello che scrive non è interessante). Ad esempio potremmo ragionare attorno al “libro” come opzione paradigmatica; parallelamente potremmo ragionare attorno all’istituzione editoriale della “collana”; poi potremmo occuparci con più attenzione dei contesti in cui si continua a proporre la poesia; potremmo infilarci dentro anche qualche discorso sui nostri desideri (perché no?); poi potremmo smetterla di lamentarci ripetendo la solita solfa e potremmo fare molte altre cose.

Che a me non pare una svolta benaltristica, bensì un invito a ragionare sulla sensatezza del mantenere in vita ciò che è stato in vita fino a ora, e magari non ha più senso, e sul fattibile attuale e futuro. Già il 3 luglio Francesca Modena, in un articolo dal taglio cronachistico pubblicato in Finzioni, segnalava (con abbondanti link) diverse esperienze interessanti se non propriamente innovative.

E così mi sono aggiornato, e vi ho aggiornati.

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15 Risposte to “Necessità di una collezione di poesia?”

  1. Gilda Policastro Says:

    Non direi che Fuoriformato ha fatto registrare una ”netta prevalenza di riedizioni” e non specificamente rispetto alla poesia: ho citato, in effetti, solo quelle (Reta, Vicinelli, Frasca), ma ci sono state (e, anzi, la collana è partita così) ottime prime edizioni, tra cui Nel gasometro di Sara Ventroni (poesia e prosa), Circo dell’ipocondria di Franco Arminio (prosa poetica) fino a Prosa in prosa (con testi di Inglese, Bortolotti, Broggi, Giovenale, Zaffarano, Raos), libro apripista della discussione sulla poesia di ricerca in Italia.

  2. GiuseppeC Says:

    Avendo seguito per vent’anni queste robe, credo di poter dire che lo sdoganamento di tutto l’immaginario (quello alto, quello medio, quello popolare) e di tutte le maniere (colte, semicolte, libere) a tutti i livelli (dall’iperaccademismo al medio-mediatico, fino all’ingenuità elementare), come è stato portato da internet, abbia dato il colpo di grazia tanto alla forma libro-di-poesia quanto alla possibilità di farci un discorso letterario sensato.

    Scrivere poesie, oggi, serve davvero a nulla, letterariamente parlando: non c’è un discorso condiviso che relazioni le diverse forme e tantomeno gli esiti, neppure a chi scrive, figuriamoci a chi legge. Fare poesia può servire ancora in senso spicciolo come auto-terapia o come maniera di aggregazione sociale, localmente; dubito che invece serva direttamente ad un discorso letterario propriamente inteso, addirittura canonico. Peraltro, una formazione poetica ben impostata aiuta a produrre scritture narrative o ibride che hanno maggiore mercatabilità ed interesse canonico.

    Se il senso comune di queste robe a tutti i livelli è l’auto-terapia (il curarsi la ferita) o l’aggregazione fra simili (dai ragazzi entusiasti ai pensionati in pantofole), la poesia come discorso letterario intergenerazionale ed intersociale torna ad essere una pratica privata, il che quantomeno assicura che ognuno (lettore, scrittore, critico) la approcci e ne fruisca senza dover indossare la propria maschera sociale, senza dunque perderne il senso profondamente umano di intensificatore e concentratore di esperienza altra.

  3. Giulio Mozzi Says:

    Fuoriformato, prima serie, qui.

    Fuoriformato, nuova serie: qui.

    In effetti, Gilda, le nuove edizioni sono più di quelle che ricordavo a memoria.

  4. Romulario Weider Says:

    Chi se ne frega se chiude lo specchio, occupava spazio inutilmente all’interno di ogni libreria in italia, anche le più piccole. ci sono libri dello specchio che sono 20 anni che li vedo nelle librerie di paese, ogni tanto li apro per vedere se con il tempo migliorano e invece ogni anno che passa si fanno più brutti.
    ll problema della poesia sono gli editori di poesia, spesso incompetenti e sempre intellettualmente disonesti.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Quali libri, Romulario? Puoi fare dei titoli, dei nomi? (Tanto per capire, al solito, di che cosa stiamo parlando).

  6. Romulario Weider Says:

    tra i tanti mi pare di ricordare majorino, ramat, neri, cucchi forse l’unico che non era male era benedetti. come critico letterario non sono molto attendibile,..

  7. Giulio Mozzi Says:

    Ho capito, Romulario. Io potrei rispondere che Cucchi e Neri (oltre a Benedetti) a me sembrano autori di opere assai belle; ma un confronto sui giudizi di valore (che, secondo me, non sono mai argomentabili) serve a poco. Ho capito qual è il “tipo di poesia”, effettivamente abbondante nello Specchio, che tu apprezzi poco o nulla.

    Puoi segnalarci ora un po’ di editori di poesia “incompetenti e intellettualmente disonesti”?

  8. Romulario Weider Says:

    per ipocrisia non farò nomi. non considero quelli amatoriali. però che lo siano spesso è verità. vedi un po’ come siamo messi (male) amen.

  9. Romulario Weider Says:

    ah è vero: cucchi quando era vivo era bravo, poi, morendo, si è ostinato a continuare. su neri giudico solo quello che ho letto in libreria e non mi ha convinto. a te però piace quel tipo di poesia

  10. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Romulario: una verità si afferma sempre a proposito di qualcosa di determinato. Se non mi dici di che cosa parli, mi prendo la libertà di pensare che non sai di che cosa parli.

    Dei nomi che hai citati, mi interessano solo Cucchi e Benedetti. Majorino e Ramat non mi dicono niente. Di Neri riesco ad apprezzare l’eleganza, ma non vado oltre.

    Sono pur sempre uno cresciuto a pane e Novissimi.

  11. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 19 maggio 2010 – Poi ripenso a Sanguineti. Penso che quando inventarono i Novissimi sapevano che già allora c’era un sacco di gente che avrebbe pensato che si trattava di qualcosa di molto nuovo – li inventarono per questo? “ [*]
    [*] Lsds / 447

  12. Romulario Weider Says:

    in una certa casa editrice buttavano via dattiloscritti senza manco leggerli (sicuramente schifezze, non è quello il modo per farsi conoscere ecc…) però poi una raccolta ancora inesistente di un noto poeta era di futura pubblicazione (anzi il poeta veniva sollecitato a raccattare un tot di testi per farci su il libro). così, a scatola chiusa, lui aveva già il suo spazio da riempire come meglio credeva. poi va bene così, ci mancherebbe… però poi alla lunga i lettori di poesia ti abbandonano.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Ah, sì, in una “certa” casa editrice capitava questo, a un “noto poeta” capitava questo, eccetera.

    Mai dire niente di preciso, mai dire qualcosa che possa essere controllato.

    Ti invito a smetterla, Romulario. Se vuoi raccontare dei fatti, dì di quali fatti si tratta e chi è coinvolto.

  14. Romulario Weider Says:

    ok garzanti il poeta bandini, la cui ultima raccolta era una cosa illeggibile. ti potrei fare tanti altri esempi. cmq non ho capito in cosa non saresti d’accordo con ciò che ho detto: sull’incompetenza? sulla disonestà intellettuale? fammi capire. poi la finisco qui davvero.

  15. Giulio Mozzi Says:

    E se puoi fare tanti altri esempi, perché non li fai?

    Non sono d’accordo con te sul parlare senza nominare ciò di cui si parla. Perché dire “una certa casa editrice”, se si può dire “Garzanti”? Perché dire “un noto poeta” quando si può dire “Fernando Bandini”? Perché dire “l’ultima raccolta” se si può dire “Dietro i cancelli e altrove”, Garzanti 2007?

    E se nel 2007 (o poco prima) in Garzanti buttavano via senza leggerli dei dattiloscritti che erano “sicuramente schifezze”, dov’è che sbagliavano? Avrebbero sbagliato a perder tempo a leggerli, mi pare; o no?🙂

    (Su Bandini non ho opinioni, avendolo letto pochissimo. Nella comunità letteraria era stimato, come si può leggere a es. qui).

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