Dieci modi sbagliati per proporre la propria opera a un editore, 3

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misery

55 Risposte to “Dieci modi sbagliati per proporre la propria opera a un editore, 3”

  1. Gianni Papa Says:

    Che vuol dire?

  2. amnerisdicesare Says:

    io non leggo nulla. forse non esistono modi sbagliati e tutti vanno bene?😀

  3. barbazagn Says:

  4. giros Says:

    Se un editore o chi per esso decide di pubblicarti o gliela proponi in maniera sbagliata o in maniera giusta ti pubblica lo stesso (testo permettendo, ovviamente…)
    Il problema è che l’editore lo decide prima di averti letto se pubblicarti o meno, molto raramente lo fa dopo🙂

  5. Patrizia Says:

    giros: sappiamo tutti che è difficile farsi pubblicare da perfetti sconosciuti, ma se fosse come dici tu pubblicherebbero solo personaggi famosi e scrittori già affermati e così non è. La verità è… che non c’è un complotto mondiale dell’editoria contro gli scrittori esordienti, è che la maggior parte degli scrittori esordienti scrive male e ragiona peggio. Partecipando ad uno strano concorso letterario in cui i partecipanti sono chiamati a giudicare gli altri partecipanti, ti garantisco che ho letto cose pazzesche…. Su 15 incipit e cinque romanzi completi ( me ne mancano 5 ancora e tremo all’idea…) ne ho letto 1 che invogliava un po’ ad arrivare alla fine. Nessuno mi ha emozionata, li ho letti fino alla fine solo perché sono una persona corretta: credimi, li avrei bocciati dopo 30 righe! Quindi rispettiamo il lavoro di chi cerca di scovare talenti in questa bolgia, il talento – purtroppo – non si compra al mercato.

  6. giros Says:

    Si Patrizia, sono abbastanza daccordo con te. Molto materiale inedito è pessimo ma non bisogna generalizzare. Io ho letto anche cose buone ad esempio di autori sconosciuti nel self-publishing e ti assicuro che erano testi degni di nota ma ignorati dagli editori. Diciamo che nella massa una segnalazione ti apre molte porte, ma non è così solo nei libri, lo è in molti altri campi purtroppo. Editor che fanno bene il loro mestiere ci sono e ne conosco, ti do atto. Non generalizziamo però dicendo che tutti gli esordienti sono cattivi e i redattori e gli editori buoni. I buoni ed i cattivi non sono mai solo da una parte, Bennato docet🙂

  7. Giulio Mozzi Says:

    La maggior parte del materiale inedito che mi arriva, diciamo il 90%, mi sembra al limite della leggibilità. Il restante 10% ha il requisito della leggibilità, ma pochissimi sono i lavori che mi sembrino, se non belli, almeno piacevoli. Su milleduecento/milletrecento opere inedite che ricevo da “perfetti sconosciuti” ogni anno, due o tre mi sembrano degne di pubblicazione.

    Il vero problema degli editori è che la roba da guardare è così tanta, che semplice il costo di guardarla – non dico di leggerla: anche solo di guardarla – è insostenibile.

    Che una segnalazione apra delle porte, non mi sembra né bene né male: mi sembra naturale. Se poi uno segnala un altro non perché lo ritiene bravo ma perché è suo cugino – è un cretino.

  8. marisasalabelle Says:

    Avevo raggiunto la pace interiore quando capitò l’impensabile: un’amica di penna, scrittrice a tempo perso come me, si era appassionata a un mio romanzo. Ne aveva parlato a un’agente letteraria, che ne aveva parlato a un editore… È successo così, e sono certa che chi ora legge dirà: figuriamoci, non può accadere, ci dev’essere qualcosa sotto. Si sa perfettamente che gli editori non leggono i manoscritti degli aspiranti scrittori, che li scaraventano in qualche sgabuzzino dove stanno a riempirsi di polvere per decine d’anni, che i lettori e talent scout piazzano soltanto i libri dei loro amici, fratelli minori e allievi dei loro corsi di scrittura, che si pubblicano solo libri di persone già famose per altre vie, come cantanti, calciatori e chef di alta cucina, e poi, quanti anni hai detto che ha quella tipa? Sessanta? Ma va’, va’…

  9. acabarra59 Says:

    “ 27 maggio 1995 – Oggi, ricorda Maria Corti, è l’anniversario della morte di Manganelli. Perché lo scrivo? Non conosco Maria Corti, e di Manganelli ho letto pochissimo. Mi viene il dubbio di essere come uno di quei diaristi assolutamente sconosciuti che, dal fondo di qualche provincia sperduta, annotano eventi come il primo uomo sulla Luna, il disastro del Vajont, la morte di Papa Roncalli – lo so perché ho letto anche quelli. Come se non ci fossero i giornali, non ci fosse la tv. Ma, d’altra parte, il cronista è fatto così: vive solo nei fatti degli altri. Li scrive, come se fossero fatti suoi (dei suoi: come se fossero fatti degli altri). “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 436

  10. giros Says:

    Stranamente almeno in parte sono daccordo con quanto detto. Il costo di leggere tutto è insostenibile è vero, però è anche insostenibile a volte comprare dei diritti esteri che poi si rivelano un flop.
    La segnalazione è ambigua. Se tutti segnalassero solo per la bravura saremmo nel mondo fatato di Biancaneve. A volte si segnala qualcuno senza essere consapevoli del tutto, ma per semplice simpatia, per gusto personale, per convenienza. Il criterio secondo il quale si etichetta se qualcuno è bravo, oppure anche se è bello, passa troppe volte per il metro di giudizio personale e profondamente soggettivo. Nulla da obiettare, è nella natura umana.
    Ultima cosa… non si confonda la segnalazione con la raccomandazione, quella sì è da cretini, lo condivido. Ma ve ne sono molti allora di cretini in giro perchè si raccomanda molto, è prassi abbastanza diffusa in questo Paese (e non solo nel mondo editoriale)

  11. giros Says:

    A volte, almeno la penso così, è anche questione di fortuna. Disse una volta qualcuno: “Non sono più le proprietà di un oggetto che stabiliscono la sua posizione nello spazio e nel tempo, ma le probabilità.”
    Ci si riferiva ai libri ? No, lo disse Heisenberg che era un fisico e che si riferiva alle particelle subatomiche. I libri forse obbediscono anche loro al principio di indeterminazione.🙂

  12. Giulio Mozzi Says:

    Giros, scrivi:

    Il costo di leggere tutto è insostenibile è vero, però è anche insostenibile a volte comprare dei diritti esteri che poi si rivelano un flop.

    E che c’entra? Un editore può pubblicare molti editori italiani anche senza “leggere tutto”: può affidarsi, per esempio, al filtro degli agenti; può saccheggiare il catalogo dei piccoli editori.

    Costa molto meno.

  13. Francesco-Paolo Maria Di Salvia Says:

    Penso che Patrizia sia riferisca a IoScrittore, no?. Dunque, a cavallo tra il 2013 e il 2014, con “La circostanza” terminata e senza editore, decido di inviare il manoscritto sia a IoScrittore (a gratis), che al Premio Calvino (pagando doppia tariffa data la mole del romanzo). IoScrittore esige la lettura e il giudizio dei testi degli altri partecipanti. La mia esperienza nel campo si limitava alla lettura di sceneggiature inedite come assistente di un produttore (e già lì, signori/e, non avete idea di quello che arriva.. e stiamo già parlando di cose a loro modo pre-selezionate, perché necessitano una tecnica già solida, un network ancora più chiuso per far arrivare lo script nel posto giusto, etc.); la lettura dei manoscritti di narrativa l’avevo sempre vissuta solo in terza persona tramite i racconti di Giulio su vibrisse, e di qualche amico che per due spicci leggeva manoscritti in outsourcing per piccole case editrici romane.

    Proprio come Patrizia, essendo persona corretta, parto con tutta la buona disposizione del caso: “leggerò tutto come da regolamento e sarò obiettivo e imparziale”. La buona disposizione è durata la lettura della prima pagina del primo lavoro; ed è svanita del tutto alla lettura del secondo. La cosa inquietante è come mi sia “incattivito” nei giudizi lettura dopo lettura! E spiego meglio: parto con la buona disposizione di cui sopra; poi dopo un “ma come si fa mandare questa roba in giro senza vergognarsene?” dopo l’altro, e una manciata di “ma, almeno, cazzo!, correggi gli errori ortografici e non disseminare le virgole a casaccio!” (cioè, per ricordare uno dei decaloghi mozziani, il tipico: “l’ho finito ieri sera, te lo mando”); finisco con lo scrivere resocontini astiosi anche un po’ per vendicarmi del tempo che ho sacrificato a leggere quella roba. La maggior parte sono opere che, partendo dai propri privati dolori, o dalle proprie private passioni, tentano maldestramente di diventare opere di finzione. Mi trovo a scrivere commenti tipo: “L’autore è colto. Questa è l’informazione principale che mi ha comunicato la lettura dell’incipit di “TITOLO OPERA”. Ho avuto modo di capire che l’autore conosce Faust’O e “Beautiful Boy” di John Lennon. Sono sicuramente di parte. Se c’è una cosa che mi annoia è l’elencazione dei musicisti morti, o in via di estinzione. Il cimitero dei gusti musicali non fa per me. Che, se sei Nick Hornby, ancora-ancora. Ma a me, dei tuoi privati gusti musicali, che cosa importa?”. Oppure la Sylvia Plath di Quarto Oggiaro: “Il problema principale di “TITOLO OPERA” è che non si tratta di un romanzo. Conclusione inevitabile dopo la lettura dell’incipit. La narrazione è praticamente assente. Lo stile dell’autrice si trova in un limbo tra poesia e diario. Il testo non concede nulla al lettore. Ma non in senso sperimentale, sia chiaro. L’autrice ci svela i suoi pensieri in una ricerca esasperata della cripticità e del lirismo. Probabilmente nel tentativo di innalzare i propri “puri sentimenti” al di sopra della volgarità del mondo. Mondo che è, infatti, completamente assente nel testo”. Così, giusto due a caso, tra quelle che ho conservato (conservo tutto: il mio archivio è una specie di grande monumento alla mia disposofobia documentale).

    Le due cosa migliori che ho letto erano una roba che puntava chiaramente all’Adelphi come target editoriale; e non era scritto affatto male, per carità; ma che non aveva ancora il “physique du rôle” per ciò che si proponeva di fare. E un altro, invece, tutt’al contrario, completamente volto alla narrazione, con delle belle idee “istintive” su come far andare avanti la storia (mio commento: “In questo testo, – hallelujah!, – succedono delle cose!”), ma che mancava proprio della tecnica strutturale, e di uno stile identificabile (“Lo stile potrebbe appartenere a chiunque”), quasi fosse scritto da un bambino. Cioè, in fin dei conti, anche le due cose migliori erano impubblicabili, se non dopo un duro (ma duro-duro) editing.

    Poi, per fortuna, mi arriva la telefonata di Marchetti del Premio Calvino:
    – E’ in finale al Premio Calvino.
    – Ma chi, io?
    – Sì.
    – Ah, guardi, le devo dire: sarei anche in “concorso” a IoScrittore. Annunciano i selezionati al Salone di Torino negli stessi giorni del Calvino.
    – Mi dispiace: le due cose sono incompatibili: deve scegliere tra noi e loro.
    – Ah-ah-ah.
    – Pronto.. Di Salvia?
    – Ah-ah-ah. Niente, stavo scegliendo, mando subito la mail di cessazione a IoScrittore.

    Quindi, per carità, come dice giros, non è che “tutti gli esordienti sono cattivi e i redattori e gli editori buoni”, sennò non uscirebbero MAI buoni esordi, però, davvero, porca miseria, se nelle case editrici non leggono, o leggono distrattamente, è perché gli arriva una quantità di ciarpame incalcolabile. Per fortuna, per il momento, io sono arrivato alla pubblicazione, dopo che il romanzo se n’è stato seduto per tre anni, e nonostante l’interesse di Giulio già nel 2012. Se fossi, però, ancora esordiente, m’incazzerei di più con gli altri esordienti, che hanno intasato di spam per vent’anni le case editrici, rendendo il lavoro di selezione proibitivo; e direi un bel viva-viva a quei poveri cristi come Giulio, e ai lettori del comitato del Premio Calvino, che si sobbarcano l’onere della lettura di robe che, molto spesso, non valgono il tempo che gli si dedica (ed è questa un’irresponsabilità dell’esordiente, non dell’editore).

    (Nota a margine. Il mio romanzo è un uscito con Marsilio; Marsilio stessa aveva rifiutato il medesimo romanzo nel 2011 con una lettera standard di rifiuto che diceva “in questo momento non siamo in grado di prendere in visione nuovi materiali”. NON SIAMO IN GRADO significa proprio questo: siamo stati sepolti di spam per vent’anni).
    (Seconda nota a margine: la pensavo così anche da esordiente, quando nessuno mi dava retta, nemmeno per sbaglio).

  14. giros Says:

    Mi riferivo ad un testo pubblicato da Newton e Compton. Titolo fuorviante, l’autrice è estera, molto famosa nel suo paese (non faccio nomi) ma che il suo libro è stato un flop tremendo o almeno così ho letto. Non credo sia costato poco acquisire il testo. Se dai uno stipendio a un lettore esterno non credo costi di più e magari una buona segnalazione te la tira fuori.
    Ma se saccheggi dal catalogo dei piccoli editori non devi poi anche comprare i diritti ? A volte il mondo editoriale mi sembra leggermente pieno di contraddizioni…

  15. Giulio Mozzi Says:

    Giros, se non fai nomi non si capisce di cosa parli. Così a occhio, se l’ha comperato Newton Compton vuol dire che veniva a poco.

    “Saccheggiare il catalogo dei piccoli editori” significa prima di tutto guardare cosa pubblicano, e fare contratti agli autori per libri successivi. Se poi va tutto bene, magari si ricupera anche il libro pubblicato dal piccolo editore.

    Comunque – lo dico per sicurezza – pagare per acquisire i diritti – è cosa normale.

  16. marisasalabelle Says:

    Caro Francesco Paolo Maria Di Salvia, lascia per prima cosa che mi congratuli con te per il tuo successo. Non ho ancora avuto l’occasione di leggere “La circostanza” ma provvederò al più presto.
    Ho bazzicato anch’io Ioscrittore e posso condividere tutto: il desiderio di mettersi in gioco, la buona disposizione iniziale, la delusione di fronte a testi di infima qualità, la tentazione di scrivere giudizi taglienti… E non hai parlato dei giudizi ricevuti, in molti casi di assoluta incompetenza, oppure astiosi esattamente come i nostri… È vero, dunque, quello che scrive Giulio nelle sue raccomandazioni all’aspirante scrittore, quello che scrivono sui più diversi siti online i talent scout delle Case Editrici: le opere dei dilettanti, gli aspiranti, insomma tutta quella massa umana che sgomita nella speranza di pubblicare il proprio irrinunciabile capolavoro, nel novanta per cento dei casi sono una schifezza, roba da cestinare, roba di cui non vale nemmeno la pena parlare.
    Naturalmente, pensa ciascuno di noi, escluso me, che pur facendo parte di quella massa di sgomitanti sono un autore/un’autrice di talento. Non dico questo per te, caro Francesco Maria, ma come riflessione mia personale: respinta e rifiutata più volte, in alcuni casi umiliata con pessimi giudizi e con voti ben al di sotto della sufficienza (il Torneo Ioscrittore, come sai, prevede l’assegnazione di un voto oltre che di un giudizio), se avessi avuto un po’ di buon senso avrei dovuto capire di appartenere a quell’altissima percentuale di produttori di porcherie e gettare la spugna. Ho insistito e finalmente l’ho spuntata, il mio romanzo è uscito due giorni fa per Piemme: questo mi rende a un tratto meritevole? Avevano ragione i giudici di Ioscrittore? Avevo ragione io? Non lo so. La vita è strana, a volte.

  17. dm Says:

    (Il problema principale di un concorso in cui sono gli aspiranti a selezionarsi è rappresentato dal fatto che molti aspiranti leggono male, anche se magari scrivono bene.
    Io per esempio ho imparato molte cose sulla lettura, scrivendo, e mi sono scoperto un aspirante lettore nel frattempo. D’altronde si scrive anche per sanare la propria immaginazione. Che è la materia prima di una narrazione sia letta che scritta.)

  18. marcocandida Says:

    Francesco Paolo Maria Di Salvia, lo sai che lessi “Il superutente” per la Gettoniera di Vibrisse e ne feci molti elogi, cosa che non feci affatto per altri romanzi? Sì, sono d’accordo, è così imbarazzante storcere il naso difronte a un lavoro di uno che come te ha la passione per la scrittura. Solo che non ci si può fare molto… accade e basta. Ed è la magia della scrittura! C’è chi legge col corpo. Per me naso e sopracciglia sono le bussole fondamentali. Se mentre leggo mi ritrovo con un’aria corrucciata e il naso aggricciato vuol dire che è stato quel che ho letto a rendermeli così. Un processo del tutto involontario. Invece altre scritture mi fanno automaticamente distendere fronte e sopracciglia, un angolo della bocca si piega all’in sù e il nasetto non si muove. Sopracciglia e naso: non si deve far altro che fidarsi di quelli.😉

  19. Sergio Sozi Says:

    Mi scuserete, spero, se entrero’ un po’ a modo mio nella discussione. Ecco: mi sembra, francamente, che oggi il disorientamento sulla valutazione qualitativa di un’opera narrativa sia diffuso a tutti i livelli – lettori, editori e relativi apparati selettivi, persino autori, recensori.
    Insomma e’ l’Italia nel suo insieme a non sapere cosa sia buono e pubblicabile, o cattivo e rifiutabile. Il lettore stesso, in genere, non sa cosa legge e perche’, ne’ quali ne siano i pregi e i difetti. Legge senza coscienza – mosche bianche escluse. Dunque l’impreparazione al gusto estetico letterario e’ palpabile – impreparazione diffusa e per di piu’ affiancata, come dicevasi, ad una ”crisi decisionale” che ben riflette una piu’ profonda instabilita’ di ordine filosofico, etico, religioso, politico ed artistico.
    Insomma cosa ci si puo’ aspettare da una civilta’ in crisi?

  20. Carla Says:

    Però! Sergio Sozi, il tuo commento mi è piaciuto.

  21. Giulio Mozzi Says:

    A me no, perché mi pare non dica nulla.

  22. Carla Says:

    Questione di punti di vista, I suppose : )

  23. Francesco-Paolo Maria Di Salvia Says:

    @Marisa Salabelle: Successo è un parolone. Sono ancora in bilico sul primo gradino. Devo precisare che la mia esperienza con il concorso si è limitata alla prima fase (quella degli “incipit”); poi ho smesso subito appena arrivata la telefonata del Calvino; e, quindi, non ho ricevuto i giudizi sul mio testo. Potevo già immaginare, però, il genere di commenti che avrei ricevuto. I possibili “bias”, per concorrenti del genere, sono infiniti e, immagino, non piacevoli da ricevere. Sicuramente roba valida “in gioco” c’era: GeMS è un gruppo serio e non sono certo irresponsabili a pubblicare, seppure in eBook, delle cose senza né capo, né coda. Aggiungo che ho appena letto la sinossi del tuo romanzo ed è chiaro che ci sia una storia dietro; molto di più di quello che avrei potuto dire di tutto ciò che ho letto durante il concorso. Se hai una storia, ci puoi costruire su, con fatica e tecnica; se non hai quella, ma solo velleità, non so davvero che strada indicarti! Il problema capitale è, a mio umilissimo avviso, quello di riuscire a ottimizzare al massimo il sistema per riuscire a far emergere quel 10% di leggibili e poi, tra quelli, il 10% del 10% di piacevoli e pubblicabili, secondo il gusto delle varie case editrici. Come si possa fare tutto ciò? Io non ne ho la più pallida idea! Essendo io un po’ misantropo, e non una c.d. “people person”, per me medesimo è stato molto difficile trovare la strada per saltare dal 90 al 10 e poi addirittura fino al 10 del 10!😀

    @Marco Candida: Ti ringrazio! Ricambio gli “elogi” per le cose tue che ho potuto leggere finora. Ora ho intenzione di riscrivere un po’ “Il superutente” che, come sottolinea sempre Giulio, è “un’opera giovanile”.😀 Sì, purtroppo accade e basta. Io sono fin troppo cerebrale e il mio effetto backlash da cattiva scrittura non colpisce naso e sopracciglia; attacca violento la concentrazione. Se leggono qualcosa che non mi convince.. to’, una mosca!.. oh, guarda il gattino sul Corriere che fa le parate acrobatiche!.. amore, che fai? Lavori? Ti va se ci vediamo?, etc. Se invece son passate tre ore, e non si capisce come, be’, wow!😀

  24. Giulio Mozzi Says:

    Sì, Carla. E ci sono punti di vista che non servono a nulla.

  25. Carla Says:

    Di sicuro non servono a te Giulio.Tu hai la verità in tasca.

  26. marisasalabelle Says:

    Francesco Maria: ci vuole la storia; ci vuole un’idea portante; ci vuole la tecnica, ovvero banalmente saper scrivere (cosa che, come sappiamo, non tutti gli scrittori dilettanti possiedono) e poi ci vuole, ci vorrebbe quel “qualcosa in più” che rende il tuo romanzo diverso da tanti altri scritti magari diligentemente ma senza un guizzo. Naturalmente io non so se ce le ho, queste cose; che le abbia tu, lo immagino, essendomi fatta un’idea generale del tuo lavoro e avendo letto qualche commento. Ti auguro ogni fortuna, fama e gloria.

  27. Sergio Sozi Says:

    In effetti solo i pensieri dei geni sono utili, anzi sovente indispensabili al mondo. E solo i popoli in grado di condividere un’etica di massima sanno giudicare cosa sia o non sia geniale. Altrimenti bisogna fidarsi dei ”riconoscimenti ufficiali”: premi letterari, editori altisonanti eccetera. I quali tuttavia non certificano alcuna genialita’. Omero e’ giunto fino a noi grazie all’accettazione popolare di tutti i livelli – dal colto al semianalfabeta – non per i premi.
    Cio’ acclarato, qualcuno – nella fattispecie io – rischia di esprimere cose superflue. Oppure scoperte dell’acqua calda come la mia di sopra: praticamente ho alzato la mano e ho detto ”Scusatemi se andro’ fuori tema, ma… ecc.”. Non pretendevo di scrivere cose piu’ utili delle questioni strettamente editoriali e tecnico-scolastico-scrittorie sulle quali si era incanalato il dibattito. Dedideravo solo – forse a sproposito e nello spazio sbagliato – parlar d’altro.
    Pertanto ho preso atto di una crisi generalizzata della civilta’ italiana che credo costituisca lo scenario ineludibile del panorama editoriale – inteso come artistico.
    Ovviamente dibattere di queste ultime ”cosette” su un blog non e’ possibile. Serve spazio. E anche carta stampata. Pero’ ci ho provato per proporre un diverso punto di vista di partenza che andasse fuori dalle esperienze personali… che comunque avrei da presentare a iosa – e le presenterei, se solo non le credessi inutili e tedianti per chi legge.

  28. Giulio Mozzi Says:

    No, Carla, non ho la verità in tasca. Però sono convinto di saper riconoscere i discorsi che non parlano di nulla. E Sergio Sozi, nei precedenti interventi, e anche in quest’ultimo, secondo me parla di nulla.

  29. Sergio Sozi Says:

    Ho detto che secondo me qui si personalizza troppo il discorso: dovremmo piuttosto parlare – in termini non di ”il libro di pinco e quello di pallino” – cercando di capire, con un approccio piu’ macroscopico, il perche’ una gran parte della produzione artistico-letteraria italiana non valga niente. Insomma vorrei discutere piu’ a fondo di questa crisi artistico-letteraria nazionale.
    Ho detto il mio terzo nulla quotidiano, Giulio?
    Ebbene, in caso, anche il nulla va motivato – soprattutto quando lo si veda negli altri. Sono tutto orecchi, Giulio.

  30. stefano Says:

    Sergio, credo che il problema sia che tu dài per assunto quello che assunto non è, ovvero la crisi. Non c’è infatti alcuna crisi artistico-letteraria.

    Sul perché gran parte della produzione valga poco credo valga il famoso principio del 90% (le percentuali variano a seconda della generosità), ovvero che il 90% di qualsiasi cosa vale poco. Motivo: l’eccellenza è intrinsecamente legata alla mediocrità.

  31. dm Says:

    (D’accordo con Stefano. Aggiungo che c’è sicuramente una crisi della lettura. Oltretutto l’atteggiamento anti-intellettuale diffuso fa sì che chiunque si faccia carico di prender la parola per dire “ah, che schifo” di quel che magari non capisce. Presenti esclusi ovviamente… Credo inoltre che esistano moltitudini di lettori che hanno perso la capacità di leggere l’italiano, ma tarano la valutazione di se stessi come lettori sulla lingua media delle traduzioni, che è più facile perché ingombra meno sul piano poetico (di significante). Saluti.)

  32. Giulio Mozzi Says:

    No, Sergio. La vaghezza di ciò che dici rende impossibile, almeno per me, qualunque risposta.

  33. Sergio Sozi Says:

    Allora sei vago anche tu, Giulio. E per di piu’ offensivo.

  34. Sergio Sozi Says:

    Stefano, pero’ il fatto che, oggi, i grandi editori pubblichino in gran parte brutta letteratura italiana non mi sembra dato trascurabile. Negli anni Cinquanta avevamo libri buoni e gli autori non validi restavano fuori dall’editoria. Evidentemente la selezione oggi non e’ condotta per cercare belle opere ma opere mediocri. Cosi’ e’ ingiusto verso chi scrive bene e crea il maggior problema, anzi uno dei maggiori problemi, non l’unico.
    Ma non idealizzo il passato: mi sembra solo che in quegli anni gli scrittori e gli editori fossero piu’ seri: in genere uno scrittore studiava la letteratura, ne conosceva autori e opere del passato, non scriveva e basta come molti fanno oggi – sebbene qualche fregatura ci fosse anche allora.

  35. Rollo Tommasi Says:

    Caro Sergio, non mi pronuncio sui toni utilizzati ma ritengo che Il punto di vista di Giulio Mozzi sia già motivato: cosa significa parlare di società in crisi? E se anche così fosse, come puoi essere sicuro che ciò sia immediatamente percepibile nella produzione letteraria italiana?
    Personalmente, mi lascia perplesso qualche esito di premi letterari ma nulla di più… ed è pieno di esempi di presunte crisi dalle quali sono invece originati periodi memorabili.
    Vengono oggi pubblicate schifezze inenarrabili, magari per puro interesse commerciale di case editrici che giocano su ignoranza e amor della prurigine? Benissimo, siamo d’accordo. Ma vengono pubblicate anche cose di buona fattura, a volte addirittura memorabili. Cosa stiamo cercando? Il nuovo Dostoevskij italiano? Probabilmente non ne esiste nemmeno uno russo, attualmente.

  36. Sergio Sozi Says:

    Mi scuso con Giulio se, d’istinto, ho ecceduto nei toni (pero’ non e’ piacevole esser definiti dei chiacchieroni a vuoto): era mia intenzione solamente approfondire le tematiche che, vedo, appunto stanno creando dibattito. Ne sono grato a tutti e appena potro’ rispondero’ a tutti, con i soliti toni spero netti ma garbati cui sono aduso.

  37. Rollo Tommasi Says:

    Sergio, mi riferivo ai toni della discussione, non di questo o di quell’altro. Benvenuta sia l’intenzione di focalizzare il problema, se il problema c’è.

  38. Antonio Says:

    Da un po’ mi sto interessando a Beckett, in particolare ai suoi romanzi.
    Ho già letto più di una volta Molloy (nelle due traduzioni esistenti in italiano), ed anche Malone muore.
    Quanto, poi, a L’innominabile, dovessi giudicare dall’incipit (che, fra l’altro, non saprei indicare, nonostante tutto, non solo dove comincia ma nemmeno dove finisce), usando i criteri che, immagino, vengano utilizzati per valutare i romanzi degli esordienti, ma penso che il discorso possa valere anche per i non esordienti, (ma è solo una mia supposizione), ebbene, non mi sentirei di consigliarlo nemmeno al mio peggior nemico.
    Al limite della leggibilità (anche se sarebbe da definire meglio questo termine), ce ne sono tanti di romanzi, di opere, che vengono considerati autentici capolavori o comunque dei capisaldi della storia della letteratura mondiale) e, nonostante tutto, sono (stati) venduti e vengono letti ancora oggi.
    Anche se, i romanzi di Beckett di cui sopra, io stesso farei fatica a giudicarli belli o piacevoli.
    Un professionista che fa Literary Scouting oggi segnalerebbe anche uno solo dei romanzi di Beckett citati?
    E nel porre questa domanda mi sto limitando ad indicare un autore non del tutto illeggibile.

  39. Sergio Sozi Says:

    A Rollo.
    Prima ho posto come termine di paragone gli anni Cinquanta perche’ mi sembra che in quel decennio, all’incirca, si concluda un magnifico periodo di crescita letteraria italiana e cominci, gradualmente, l’era della decadenza e della stanchezza, delle avanguardie a tutti i costi, che, verso i primi Sessanta, nascono per rivitalizzare un ambiente moribondo. Ed anche un Paese che stava perdendo i succhi vitali del Dopoguerra ed entrava nel tedio esistenzialistico della piena modernita’ che non porta a niente se non disgregazione e massificazione. Pasolini lo capiva bene, in quel periodo. L’Italia si stava spersonalizzando, i letterati si trasformavano lentamente da letterati quali erano ai venditori di fumo di oggi. L’artigianato letterario spariva per far posto al ”lavoro di gruppo” delle case editrici: consulenti, editor, correttori e raddrizzatori (direbbe Gadda), addetti alla commercializzazione e al lancio promozionale distorcevano la radice artistica e individuale degli autori.
    Le conseguenze ultime e perfette di tal plastificazione sono sotto i miei occhi: non si muove foglia che la vendita non voglia… e gli acquirenti non sono dei raffinati intenditori di letteratura, ma dei semianalfabeti assuefatti alla comunicazione rapida, dunque finta e superficiale. Al dialogo fra sordi. Queste persone sono i target degli editori.
    Non mi sembra andazzo ne’ situazione da far star tranquilli coloro che amano davvero la letteratura e ci convivono ogni giorno con amore, competenza e passione.
    Altro che Dostoevskji. Non ci son piu’ nemmeno i Vassalli, Gadda e Bontempelli. Ma soprattutto non vedo nomi che li possano eguagliare in grandezza genio e personalita’ senza esser la fotovopia dell’americano di turno.
    Ecco. Questa e’ crisi. Mondiale dirai. Diro’ che del mondo mi importa poco. Io parlo del mio Paese. Di questo son parte, non della Cina o della Russia, con rispetto parlando.
    Se vuoi-volete posso continuare.

  40. Giulio Mozzi Says:

    Sergio, scrivi:

    Negli anni Cinquanta avevamo libri buoni e gli autori non validi restavano fuori dall’editoria.

    Basterebbe farsi qualche giro nelle bancarelle di libri vecchi per rendersi conto di quanta roba di nessun valore si pubblicava (e si vendeva anche bene!) negli anni Cinquanta.
    Sergio, non sai di cosa parli. Questo è il problema. E non basta tirar fuori figure retoriche sconclusionate come “I succhi vitali del dopoguerra” per dire qualcosa d’interessante.

    Gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati gli anni dell’alfabetizzazione universale. Prima leggevano le élite, oggi legge la massa. Mi spiace, ma non vorrei tornare indietro.

    Antonio, scrivi:

    Un professionista che fa Literary Scouting oggi segnalerebbe anche uno solo dei romanzi di Beckett citati?

    La domanda non ha senso, perché ciò che è avvenuto è avvenuto e non si può cambiare. Comunque: il primo romanzo di Beckett fu rifiutato da diversi editori e fu pubblicato solo postumo. Lui comunque era di assai buona famiglia, nonché il cocco di Joyce (ne fu per un po’ una specie di segretario, rischiò di diventarne il genero).Alle spalle aveva un discreto percorso accademico. Certe cose aiutano.

    Esempi al volo: il primo volume della Ricerca del tempo perduto fu pubblicato a spese dell’autore; Ulisse non fu pubblicato da Faber & Faber (per dire) ma da una minuscola casa editrice di Parigi, nel 1922 (nella patria di Joyce, l’Irlanda, uscì solo nel 1966). Eccetera.

    Prova ad andare in libreria, Antonio, e a prendere in mano Gli increati di Antonio Moresco. Secondo te (e questa domanda, ovviamente, è insensata quanto la tua), sarebbe stato pubblicato dalla più grossa casa editrice italiana, nel 1922? O (per far piacere a Sergio) negli anni Cinquanta?

    Esistono dei buoni libri di storia dell’editoria italiana: quelli di Gian Carlo Ferretti, per esempio, o quelli – più specifici – che patrocina la Fondazione Mondadori (qui). Ci sono i volumi della serie Tirature curati da Spinazzola. Secondo me, prima di esprimersi sul tedio dell’Occidente e cavolate simili, conviene studiare un po’.

  41. Antonio Says:

    Provo a rifare/rigirare la domanda (forse meno insensata): un testo come “Gli increati”, Mozzi lo segnalerebbe ad una casa editrice per la pubblicazione?

  42. Rollo Tommasi Says:

    Sergio, a te sembra che negli anni ’50 inizi “l’era della decadenza e della stanchezza, delle avanguardie a tutti i costi”. A me sembra che le avanguardie spesso nascano (meglio: vengano definite come tali) quasi in contemporanea con l’esaurirsi di un filone. E, per quanto noi possiamo contemplarli rimirando i bei tempi andati,mi morti comunque non resuscitano.
    Applicazione della “selezione naturale”, se vogliamo chiamarla così? Certo è che si tratta della stessa legge per cui di un determinato periodo si ricordano i Vassalli, i Gadda e i Bontempelli quando costoro sono l’1% della produzione letteraria mediocre per la gran parte.
    Alla fin fine, mi sembra che abbiamo un’opinione non troppo dissimile. Con la differenza che la mitizzazione è spesso distorsione: tra settant’anni, su un altro blog, altri utenti faranno tre nomi (proprio come hai fatto tu) e nessuno si ricorderà di Giordano, Carofiglio, Moccia e, a mio parere, nemmeno di Baricco. Ma scommetto che tre nomi (due se va male) sopravviveranno.
    Quello su cui non scommetterei è quali nomi, perché spesso abbiamo dei contemporanei pronti a sopravviverci e nemmeno c’è ne rendiamo conto (il problema della vicinanza, come sai, può essere la presbiopia: si vede meglio da lontano).
    Capisco il tuo punto di vista ma, permettimi, sarei più cauto e possibilista.

  43. Rollo Tommasi Says:

    Perdonami gli errori grammaticali: il tablet non aiuta… Negli anni ’50 forse non avrei sbagliato a scrivere, ma la mia risposta, con ogni probabilità, ti sarebbe arrivata per posta con affrancatura.

  44. acabarra59 Says:

    “ 3 dicembre 1975 – sopra l’avanguardia / campa la vecchia guardia / dopo l’avanguardia / la vecchia guardia cede. “ [*] [**]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 437
    [**] Non ho capito che cosa c’entra il baffuto Vassalli con Gadda e Bontempelli.

  45. acabarra59 Says:

    “ Martedì 26 marzo 1996 – Gli anni Cinquanta. Negli anni Cinquanta la vita mi sorrideva. È una colpa? (La vita? Mi sorrideva la scuola, andarci attraversando i giardini deserti, imbiancati di brina, nel silenzio della mattina presto, denso, animato di presenze che non si vedono, mi sorrideva la campanella, il grembiule nero e il fiocco blu, i ragazzi ricchi e i ragazzi poveri, così ricchi e così poveri da sembrare finti. Mi sorrideva la penna e il pennino, che scrive doppio se sulla punta c’è un pelo, e per levarlo ogni volta ti si fanno nere le dita, ma il pelo, ogni volta, ritorna, mi sorrideva la carta assorbente, e le righe rosse dei quaderni, e i quadretti – un po’ meno -, e il panino, col burro e la marmellata, che a mangiarlo le dita ti si fanno appiccose. Mi sorridevano le sbucciature alle ginocchia, e le croste, e il sapore dolce e un po’ nauseante del sangue. Mi sorrideva il freddo sulle gambe nude, mi sorrideva il Vicks Vaporub, mi sorrideva la febbre alta, e tornare a scuola più alto e più magro, e trovare tutto un po’ strano, come se fosse passato un secolo. Mi sorridevano le vacanze, i regali di Natale, il presepio con la borraccina vera e i laghetti di specchio, mi sorrideva l’estate, arrivare sul mare, vedendolo di lontano, brillare come un gioiello, come una donna che ride) “ [*] [**]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 438
    [**] A proposito di Vassalli, tutto quello che mi viene in mente di lui sono i baffi. Baffi da sergente maggiore, da domatore, da imbonitore, da pittore, da cantautore, da paoloconte, da pietrogermi, da banditiaorgosolo, da camminodellasperanza, da anni Cinquanta, en somme. L’arrivo della lozione: tutta una stupida storia di barbieri.

  46. acabarra59 Says:

    “ Sabato 24 agosto 1996 – Un nuovo genere letterario: il dibattito sulla morte della letteratura. (Nuovo fino a un certo punto: basta andare a vedere certi vecchi Nuovi argomenti degli anni Cinquanta) (C’è il critico che sta all’università, che sta in una botte di ferro, che fa il pesce in barile, che chi l’ammazza quello, che dice: « È morta, stramorta, non parliamone più » e dà la colpa a Internet e poi Internet gli fa un regalo. C’è lo scrittore che dice: « Accitua », perché lui scrive, vuole scrivere, e se no come campa. C’è il giornalista che gli piace il best seller perché ha sentito dire che si fanno i soldi. C’è lo scrittore di best seller, che scrive best seller, fa i soldi e sta zitto. C’è quello che fa il cinema che all’inizio sta zitto e ride ma poi non ride più. C’è quello che fa la televisione che non fa niente, nemmeno ridere) “ [*] [**]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 439
    [**] (Eh, gli anni Settanta…, eh, la Ricerca letteraria…, eh, l’editore Einaudi (Giulio)… )

  47. acabarra59 Says:

    “ Sabato 7 settembre 2002 – Evviva le professoresse degli anni Cinquanta. Che bocciavano senza pietà, che umiliavano, che strozzavano in culla. Quelli che non capivano, che non ascoltavano, che ridevano. I fumettari, i fuori sede, i bruttissimi ceffi degli anni Cinquanta. Evviva gli anni Cinquanta. Freddi e chiari. E implacabili. (La mamma no, lei era « democratica ». Io per niente. Io ero « bravo », anzi, in certe cose, bravissimo) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 440

  48. acabarra59 Says:

    “ Domenica 6 gennaio 2003 – Nessuno mi toglierà mai dalla testa che quello che è accaduto alla fine degli anni Cinquanta è stato l’inizio di una specie di « soluzione finale » per la letteratura. Cioè che la maggior parte delle « operazioni » – critiche, ma non solo – attuate nei confronti della letteratura fu animata dal desiderio essenziale di detronizzarla, neutralizzarla, « metterla in condizione di non nuocere »: di sbarazzarsene, insomma. Come se fosse troppo pericolosa. Come se avesse troppe colpe. Come se fosse un conto in sospeso. Come se fosse un nemico. L’odio per la letteratura: ecco quello che mi sembra di avere avvertito chiarissimamente fino dai tempi della mia adolescenza, un’ostilità diffusa, per lo più nascosta dietro il dileggio, ma soprattutto all’incomprensione. Inoltre, essendo che quella letteraria era la cultura « trainante » di tutto il sistema scolastico, l’ostilità verso di essa poteva ammantarsi dell’aura della rivolta, del rifiuto dell’oppressione. Io non lo sapevo, ma l’odio per la letteratura aveva le idee chiare, un repertorio, addirittura, di accuse, e anzi di fobie. Manzoni, innanzitutto, perché era un baciapile. Poi D’Annunzio, perché era stato fascista. Dico così, alla svelta e alla rinfusa, cercando di fare il verso alla sommarietà del pensare comune. Cercando di dire anche che, in ogni caso, anche dentro il più elaborato e complesso giudizio critico c’è sempre un nucleo intuitivo, un’idea dominante che guida e sospinge tutto il procedimento. Tuttavia si dovrebbe dire meglio e soprattutto di più. Per esempio affrontando il « caso Asor Rosa ». Colui che dimostrò che gli scrittori erano populisti, ma che il popolo di quel populismo non sapeva che farsene. Era un modo per liquidare uno « sguardo » possibile sulla realtà, per invertirne il senso, per diffidare gli scrittori dal continuare a guardare, per costringerli a sentirsi guardati loro. Forse piuttosto che dal popolo, dai professori, i nuovi professori. come Asor Rosa. Era, questo nuovo sguardo, uno sguardo tutt’altro che amichevole, apertamente malevolo, in qualche caso, sempre, come minimo, poco « simpatico ». Uno sguardo « da fuori », preferibilmente « dal basso », il basso dell’irrisione, non certo dell’ammirazione… “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 441

  49. Giulio Mozzi Says:

    Antonio (vedi): sì, certo.

  50. GiuseppeC Says:

    @Sergio: venendo a nomi oggi spendibili e rimanendo a Marsilio, le opere di Gaetano Cappelli (consolidato editorialmente da piu’ di vent’anni) sono di buona fattura letteraria e popolareggianti il giusto. Pagano probabilmente a livello di critica il cote’ meridionaleggiante e la non spendibilita’ in accademia. Per il resto, non e’ piu’ la letteratura il serbatoio di quelli che oggi vengono chiamati mediaticamente influencer, ma questo e’ un problema della letteratura, non di qualita’ delle persone che la fanno ai livelli piu’ alti.

  51. acabarra59 Says:

    “ Martedì 1 giugno 2004 – Mi torna in mente quello che mi ha scritto il mio amico: che ha un mio testo di « straordinaria avanguardia ». Mah. Boh. Forse voleva dire soltanto che lui preferisce restare, oggi come trent’anni fa, un po’ più indietro – un po’ più dietro… “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 443

  52. Pensieri Oziosi Says:

    Sergio Sozi:

    Negli anni Cinquanta avevamo libri buoni e gli autori non validi restavano fuori dall’editoria. Evidentemente la selezione oggi non e’ condotta per cercare belle opere ma opere mediocri.

    Sospetto che ci troviamo di fronte ad un classico esempio di bias cognitivo: l’opinione che sessant’anni fa venivano pubblicati solo i libri e gli autori meritevoli può sembrare convincente per via del fatto che gli unici libri ed autori che ci ricordiamo di sessant’anni fa sono quelli meritevoli, dimenticandoci di tutti gli altri.

  53. stefano Says:

    aggiungo che se anche fosse vero che negli anni ’50 ci fosse una selezione virtuosa, oggi il risultato che tu vorresti Sergio, sarebbe la rinuncia. Essendo le opere mediocri maggiori, e di gran lunga, di quelle belle (e questo non a causa della crisi, ma come “circostanza” naturale), la maggior parte degli editori non dovrebbe pubblicare. E a monte la maggior parte degli scrittori (e scrittrici) non pubblicare, o pubblicare solo in rete.

    E per aggangiarmi al commento di Di Salvia, mi chiedo se non è possibile pensare a una sorta di soundcloud letterario. Se le case editrici sono oberate di manoscritti perché non mettono uno spazio online dove ognuno carica i suoi lavori e i lettori di passaggio dànno valutazioni? Magari per quelli bravi a fare schede di valutazioni la casa editrice può regalare qualche libro.

  54. stefano Says:

    che poi ho visto che su ilmiolibro… un po’ funziona così.

  55. thepinkfusion Says:

    L’ha ribloggato su .

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