La formazione del fumettista, 34 / Alessandro Baronciani

by

di Alessandro Baronciani

[Questa è la trentaquattresima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Alessandro per la disponibilità. gm].

alessandro_baroncianiAlle superiori tornavo con la corriera da scuola e mi fermavo – sempre – in edicola. “Edicola” è una parola antica la cui traduzione moderna potrebbe essere più o meno: internet. C’era di tutto in edicola: le notizie aggiornate ogni ventiquattr’ore, le fotografie scattate da ogni parte del mondo, i blog con le opinioni di tantissime persone sui giornali. C’erano gli aggiornamenti al sistema operativo del tuo computer; erano dentro i cd-rom allegati alle riviste. Dentro le riviste c’erano le pagine della posta con le chat e le message board. C’era anche youporn in edicola, e vicino a youporn di solito c’erano sempre i fumetti. E io amavo i fumetti. Zagor e Mister No – non sai quante volte ho provato a disegnare la giungla amazzonica con tutte quelle piante strane ed esotiche – Skorpio e Lanciostory dove ho scoperto il fumetto argentino e Robyn delle stelle di Breccia. Sturmtruppen e Lupo Alberto. Ho iniziato così, leggendo e ricopiando i disegni che vedevo. Volevo diventare un fumettista e il mio primo lavoro è stato l’edicola. Facevo ancora le elementari. La mattina d’estate non andavo al mare e correvo a dare una mano ad Algide, la signora dell’edicola. In cambio lei mi sopportava e mi dava dei fumetti gratis, io leggevo e imparavo a dare il resto e anche a fare di conto. Forse per questo per me i fumetti sono sempre andati di pari passo col fare i soldi. Ero ricco, o almeno mi sembrava così, dato che potevo leggere tutti quelli che volevo. In edicola ero il primo a vedere l’arrivo delle novità. Mi ricordo ancora la pubblicità del primo numero di Dylan Dog sul retro copertina di un Tex. Andai dai miei amici, loro ancora non sapevano nulla!

Per questo ogni giorno di ritorno da scuola passavo sempre in edicola.

Così ho scoperto l’arrivo dei manga, la chiusura di Corto Maltese, Maus di Art Spiegelman pubblicato a puntate su Linus. Se volevo disegnare dovevo sapere cosa c’era di nuovo. Tutto mi sembrava fantastico ma la vera rivoluzione fu la rivista Mondo naif che raccontava delle storie a fumetti ambientate in Italia, e le case e le auto sembravano le stesse che vedevo dalla mia finestra. Parlavano di storie che vivevo anche io in prima persona. Ed erano simili alle storie che provavo a disegnare mentre facevo le superiori. Storie d’amore. Di ragazzi da poco con la patente. Di lettere e di sbornie.

Ho fatto la scuola del libro di Urbino, e in molti si divertivano a disegnare fumetti. Però c’era sempre in tutti i disegni che vedevo quella cosa che io chiamavo sindrome della pistola. I racconti finivano con un personaggio che estraeva una pistola e uccideva qualcuno. Le città erano sempre delle metropoli oscure e fumose con quei serbatoi d’acqua circolari e col tetto a punta che si vedevano nei fumetti dell’Uomo Ragno.

A me non piaceva disegnare queste cose. Trovavo romantico riuscire a imparare a disegnare una Panda o una 131. Che sono le prime auto che ho guidato e dove ho baciato la mia prima ragazza importante.

Poi tramite il circuito punk ho scoperto i fratelli Hernandez e la loro “Love and Rockets”. Avevo letto attraverso una rivista che producevano da soli le loro storie a fumetti e che erano gli autori di molti loghi di band californiane. In italia in quel periodo c’erano un sacco di fanzine che circolavano attraverso posta. Principalmente parlavano di musica alternativa, concerti e recensione di dischi. Era un ecosistema piccolo e protetto, un po’ come vivere nella storia del contadino e la rapa. Il contadino pianta un semino, innaffia la rapa. La rapa cresce, diventa grande e così il contadino porta la rapa al mercato, vende la rapa, prende un soldino e col soldino compra un altro semino di rapa da piantare nel suo giardino. Sembra complicato ma non troppo, voglio dire che tutti facevamo queste fanzine, dischi o cassette, semplicemente perché ci piaceva farlo. In inglese la parola che si usava più spesso era Do it Yourself. Cioè fatto da me, volevo farlo, guarda ci sono riuscito. Se a qualcuno piaceva quello che facevi lo vendevi e con i soldi facevi altre fotocopie e altri dischi.

Tra tutte queste fanzine ce n’era una più bella di tutte le altre: AbBestia di Andrea Pomini. Era bella perché non voleva fare o imitare la rivista, scriveva direttamente i fatti suoi. Dal suo punto di vista, mettendoci dentro anche i cazzi suoi e, perché no, scrivendoci dentro anche le sue storie con le ragazze.

Spesso per avere una recensione bastava mandare una copia del tuo disco o della tua fanzine. Poi quando usciva una fanzine te ne spediva un po’ di copie da far girare, così la recensione del tuo disco andava lontano e usciva dalla tua città. Tipo internet oggi. Le buste erano piene di flyer con la pubblicità di uscite di dischi e di altre fanzine e di concerti. Facevi girare tutto dentro le buste con cui arrivavano e spedivi i dischi. Tipo i banner oggi.

Io ho fatto lo stesso con i miei fumetti. Ma con una particolarità in più. Quando andavo ai festival col mio banchetto con le mie storie a fumetti, la gente comprava una mia fanzine e poi loro andavano a casa e io non sapevo più niente di loro. Questo non era affascinante. In quel periodo avevo iniziato a lavorare in agenzia pubblicitaria e lì ho capito lo scopo della parola fidelizzazione. Non mi interessava che qualcuno mi comprasse una mia storia a fumetti. Volevo che leggessero tutte le mie storie a fumetti. Volevo che la gente commentasse e che mi scrivesse, quindi non potevo permettere che si perdessero le altre parti della storia, già non si capiva niente, figurarsi perdere anche qualche numero. Così mi è venuto in mente l’idea dell’abbonamento postale, come per le riviste. Chiedevo un anticipo per le storie future con la promessa, i sensi di colpa e la brutta figura – se non portavo a termine quello che avevo promesso – di spedirle direttamente a casa di chi si abbonava. All’inizio era un piccolo cerchio di amici e amici degli amici. Con l’andare del tempo e grazie ad un po’di recensioni su riviste di fumetti che trovavi in edicola il gruppo si è allargato sempre di più fino a contare quasi 400 contatti. All’inizio era abbastanza facile gestire la cosa: ti arrivava una lettera, andavi a fare le fotocopie dei tuoi fumetti, spedivi, fatta. Ma con l’aumentare degli iscritti ad un certo punto mi sono trovato col nuovo numero da spedire a tutti e 400 gli abbonati. La fotocopiatrice non bastava più, e quindi sono passato a stampare in tipografia. Avevo tutti le mie copie sotto il letto e spedirle era diventato più facile.

La cosa che mi piaceva della fotocopiatrice è che mi permetteva di pensare al formato. Ero molto ortodosso e mi sono date molte limitazioni perché non mi piaceva il formato a tre righe, quello classico bonelli o quello manga – cercavano tutti di imitarlo, buttando inquadrature dentro altre inquadrature -, non ci capivo niente. Quindi: due inquadrature per tavola, le panoramiche dovevano uscire dalla tavola normale, altrimenti non erano “panoramiche” ma inquadrature lunghe. Ho iniziato così a sperimentare delle pagine con alette che quando le aprivi scoprivi una parte in più di una panoramica. Intanto gli abbonati si moltiplicavano e le lettere che mi scrivevano erano sempre più belle. Così ho cominciato a sceneggiare direttamente alcune di queste lettere e a inserirle tra le mie storie a fumetti. Così è nato il mio primo libro Una storia a fumetti con la raccolta di queste autoproduzioni.
Sì, perché dopo circa otto anni di fumetti hanno cominciato a conttarmi le prime le case editrici chiedendomi di raccogliere e di stampare le mie storie a fumetti con loro. Avevo trovato quello che in gergo si chiama: il mio pubblico! Sì, perché se 400 persone sparse in tutta l’Italia conoscevano i miei lavori e mi seguivano per l’editore sicuramente era un bel vantaggio e una sicurezza. Quella cioè di coprire subito i costi di produzione del libro.

Il primo contratto fu un accordo a voce e con tante strette di mano. Non volevo diritti d’autore, ma soltanto 200 copie e la possibilità di comprare i libri allo stesso prezzo di un distributore. Cioè la metà. Dato che molte persone in giro per l’Italia le avevo già conosciute non è stato molto difficile girarla tutta per fare delle presentazioni. Se era una libreria lasciavo che recuperasse le copie dal distributore, altrimenti portavo sempre con me uno scatolone di copie da vendere. Una volta mi è capitato di fare, insieme a Ratigher e Tuono Pettinato, Bologna, Milano e poi Roma e presentare il libro in tre posti diversi, fermandoci anche a casa dei miei genitori a pranzo che la mamma aveva fatto le tagliatelle. Mi piace viaggiare insieme ai libri. È un modo diverso di vedere le cose. Ti fa capire quanto è importante e prezioso sapere di essere ospiti. Non capita a molti di dormire in casa degli altri – perché è raro che qualcuno ti ospiti in albergo. Mi viene in mente quel pazzo francese che va in giro con due telecamere in spalla. È un programma, si chiama: “Posso dormire a casa con voi?” Per fortuna non ho una telecamera sulla spalla, sarebbe abbastanza imbarazzante. Mi piace essere ospitato ma anche ospitare. In casa a Milano abbiamo spesso fatto da B&B per le band che passavano a suonare in città. Alle volte gratis, alle volte soltanto perché avevamo suonato insieme la stessa sera, altre volte perché i posti dove suonava la band ci lasciavano un po’di soldi con cui fare la spesa e preparare la colazione per gli ospiti il giorno dopo. In casa nostra ci sono passati – e continuano anche a passarci – un sacco di band da Aosta a Lecce, dagli americani Avail ai Teatro degli orrori passando per Havah e Tre allegri ragazzi morti (Davide Toffolo ha vissuto con me nella camera accanto). Avevamo anche un muro con le dediche di tutte le band che avevano dormito a casa nostra. Bellissimo. Poi però l’ho cancellato. Mi sembrava di abitare in uno squat.

La cosa più bella che mi spinse a continuare probabilmente è stata la notizia che il libro era quasi finito nel giro di un anno. Stampare un libro è un’esperienza bellissima e all’inizio ho sempre pensato fosse un traguardo, mentre in realtà è un punto di partenza. Girare col libro è quasi importante come inventarlo e disegnarlo. Ristamparlo è il premio. È un po’come avere la conferma che quello che stai facendo piace, e che tanto campato in aria non sei. Funziona, si capisce. È un premio (non è una cosa scontata). Abbiamo una vita sola, i libri devono averne più di una.

Alessandro Baronciani: Fumettista e illustratore ha iniziato a lavorare come art director a Milano in moltissime agenzie pubblicitarie e realizzando e illustrando diverse campagne pubblicitarie (Martini, Vodafone, Audi, Samsung). Lavora nell’editoria per ragazzi collaborando come illustratore e grafico per Feltrinelli, Mondadori, Einuadi e Il Castoro e tante altre. È noto in ambito musicale come grafico, sia nel circuito punk indipendente, sia per aver illustrato le copertine dei dischi dei Baustelle, Tre allegri ragazzi morti, Bugo, Perturbazione, e tanti altri gruppi alternativi. Cinque sono i suoi libri a fumetti: Una storia a fumetti (Black velvet editore) che raccoglie il suo primo esperimento di fanzine autoprodotto stampata soltanto in abbonamento postale, dove gli abbonati diventavano personaggi delle sue storie, Quando tutto diventò blu (Black velvet editore) e Le ragazze nello studio di Munari (Black velvet editore) una storia d’amore e di effetti speciali cartotecnici dedicato ad uno dei più importanti creativi e designer al mondo: Bruno Munari. Vincitore del Comicon di Napoli e il Treviso Comic Books Festival. Raccolta 1992/2012 (Bao Publishing) è un libro a fumetti che raccoglie il meglio delle sue prime storie autoprodotte e inediti e La distanza (Bao Publishing) uscito questa estate con notevole interesse di pubblico e di critica. Un libro letteralmente scritto a quattro mani insieme a Lorenzo Urciullo meglio noto col nome di Colapesce, cantante eclettico della nuova scena alternativa musicale italiana. Un libro ambientato in Sicilia con una storia “on the road” piena di fascino, estate e intimismo all’Antonioni.

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...