Sonetto del tempo che ahimè passa (di Mariella Prestante)

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37 Risposte to “Sonetto del tempo che ahimè passa (di Mariella Prestante)”

  1. acabarra59 Says:

    “ 29 marzo 1994 – La carne è triste e ho letto tutti i libri. E anche tutti i giornali. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 415

  2. Lucia Astrobello Says:

    Risposta a Mariella Prestante (così, tanto per dire qualcosa di diverso)

    Beato il tempo che l’amore è morto,
    senza costrutto ormai non ci travaglia,
    beata indifferenza in che s’incaglia
    la volontà come una barca in porto.

    Beati ch’è cessato ogni trasporto
    e moti di tettoniche e di faglia,
    beata la memoria che non quaglia
    e s’è scordata la ragione e il torto.

    Beati che il maggior tempo è trascorso
    (nessuno, infatti, tornerebbe indietro),
    beati che non serve più il soccorso

    d’amici o amanti; non temiamo il morso
    dell’abbandono qui, attraverso il vetro
    sereni riguardando quel ch’è occorso.

  3. maria Says:

    Noto che c’è una differenza fra i 2 testi poetici,quello di Mariella Prestante(diciamo così) e quello di Lucia Astrobello.Nel primo ho colto un senso di burla che spinge al riso,o addirittura alla negazione del contenuto.Nel secondo non c’è nessuna beatitudine.

  4. Lucia Astrobello Says:

    Non so l’altro, ma il mio non voleva essere un “testo poetico”. Più un gioco, genere Settimana enigmistica. Troppo arido per anime sdilinquiscenti.

  5. maria Says:

    Va bene:mancava la verve

  6. Lucia Astrobello Says:

    Era richiesta?

  7. maria Says:

    Chiedo scusa,sono stata impulsiva pechè troppo parte in causa e quindi con una sensibilità alterata.Però le sue risposte non perdonano proprio(la prima soprattutto).

  8. Lucia Astrobello Says:

    Sono io che chiedo scusa. Le sue osservazioni sono fondatissime. Non si dovrebbe mai fare quello che non si è capaci di fare, nemmeno per gioco. Buona domenica

  9. acabarra59 Says:

    “ 30 settembre 1975 – ulteriori ricerche in questo senso / del tempo / (che: sale o scende?) / condurrò / ulteriori ricerche / se avrò tempo / se no, no. // qualcuno / fornirà / la risposta completa. / se finirà / il tempo. ”. [*] [**]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 421
    [**] Buona domenica a tutti.

  10. Mariella Prestante Says:

    L’amore è morto? Non me n’ero accorta.
    Il desiderio, dici che si squaglia?
    Ha da venire lei che tutto uguaglia
    prima ch’io molli tanto amena scorta!

    Certo: all’inferno e in cielo mi trasporta
    quel sentimento che il mio cuore abbaglia
    e ogni difesa intellettual sbaraglia
    e immensamente mi fa viva e morta.

    Che tagadà! Ragazza, sei un’orsa
    se questo non ti piace. Torna indietro,
    riformula il nefasto tuo discorso!

    Dei miei trascorsi no, non ho rimorso
    e non clemenza o perdonanza impetro
    ma solo un’altra, ancora un’altra corsa.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Direi che è tutto un gioco.

  12. maria Says:

    Che tipo di gioco?Sembra,ma non lo è,oppure è un gioco serio,è il giuoco della vita?Stavolta infatti non mi vien da ridere.

  13. maria Says:

    Aggiungo che mi è piaciuta tanto la risposta quanto l’oggetto della risposta(nella loro diversità di tono).Sono “estasiata”

  14. Lucia Astrobello Says:

    @ Mariella Prestante: Caspita! Se Maria voleva la verve, è servita, complimenti!
    Che dire, sono contenta dell’effetto sortito : je me suis donc battue, madame (?), et j’en suis fière / non pour mon laid sonnet, mais bien pour vos beaux vers.
    Purtroppo il mio temperamento saturnino non mi consente di seguire l’amabile consiglio, anzi la chiusa (molto bella, molto “mozziana”) mi spinge irresistibilmente a controbattere:

    Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
    Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.

    eccetera. (Ci sarebbe anche Le Jeu ma è troppo cupo per questo contesto.)

  15. maria Says:

    Io sono purtoppo estranea ad ogni tenzone letteraria(che ammiro,però)

  16. Giulio Mozzi Says:

    Maria: il gioco consiste, per esempio, nel rifare per l’ennesima volta, nella seconda quartina, un luogo comune già – per dire – petrarchesco (es. 134: “Pace non trovo e non ho da far guerra / e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio; / e volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra; / e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio) e da Petrarca in poi usato e abusato e abusatissimo, e provare a rinnovarlo con uno scarto improvviso (“Che tagadà!”); che, ovviamente, lo mette in ridicolo; ma, nello stesso tempo, nel dichiara l’attualità e usabilità.

    Il gioco consiste poi nell’usare tutte le “fonti” possibili, senza farsi particolare riguardo: qui c’è sicuramente Franco Battiato (“La stagione dell’amore / viene e va. / I desideri non invecchiano / quasi mai / con l’età”), e probabilmente del Gozzano (“lei che tutto uguaglia”: nella Signorina Felicita e altrove la morte è chiamata “l’eguagliatrice”), e così via.

    Il gioco consiste nel truccare continuamente il registro linguistico: il verbo “mollare”, basso, è riferito ad “amena scorta”, alto; “perdonanza” (un provenzalismo!) e “impetro”, alti, stanno accanto a “un’altra corsa” nel senso di “altro giro, altra corsa”, ovvero delle giostre: quindi basso. Eccetera.

    Il gioco consiste nello stare alle rime: Mariella si è data licenza di variare -orto e -orso, facili, presumo per gestire il femminile; ma non poteva eludere la difficile in -aglia (la vera sfida di Lucia sta lì).

    Che poi il dettato di Mariella sia un po’ più sciolto e abbia un po’ più verve, è solo questione di esercizio e di definizione del proprio personaggio poetico.

    A es. Lucia propone anche lei dei salti di registro (“moti di tettoniche e di faglia”, “memoria che non quaglia”), ma sembra non gestirli ironicamente fino in fondo: non fa “cozzare l’aulico col prosastico”, come scrisse Montale di Gozzano (ancora lui!). Poi ha alla fine un’immagine, “attraverso il vetro”, invero montaliana assai, e direi del tutto seria. E’ come se (qui azzardo un’ipotesi) Lucia volesse giocare (e il riferimento alla Settimana enigmistica mi par pertinente), ma non si sentisse del tutto libera nel gioco. Mentre è evidente che Mariella può dire tutto e il contrario di tutto (e in effetti il Sonetto del tempo che ahimè passa e quello inserito poi nei commenti dicono l’uno l’esatto contrario dell’altro), Lucia forse si autorizza a dire solo qualcosa che corrisponda al suo pensiero, al suo sentire della vita.

    Forse la differenza è che Lucia forse esiste (seppure “Lucia Astrobello”, stando a una veloce ricerca in Google, sembri un nomignolo), e Mariella palesemente no: il che dà alla seconda alcune chance non disponibili alla prima.

  17. Risposta di Lucia Astrobello a Mariella Prestante | Poesie erotiche, amorose & appassionate Says:

    […] Lucia Astrobello risponde a questo sonetto di Mariella Prestante. Il sonetto di Lucia è apparso originariamente qui. […]

  18. Mariella Prestante Says:

    Mi sono permessa di riportare la “tenzone” nel mio sito.

  19. acabarra59 Says:

    “ « Un sonetto? » « No, un cassonetto… » « Avevo capito un sonetto… » “ (Peppino De Filippo, quelque part, Rai3, ore 11.28) [*] [**]
    [**] La strategia della tenzone / 1
    [*] La s-formazione dello scrittore / 425

  20. acabarra59 Says:

    P.s. Mancava la data: ” Domenica 28 giugno 2015 “

  21. maria Says:

    Grazie per la lunga lezione tecnico-professionale.Come avrei potuto capire?Per la verità devo rileggerla per capire meglio.Avranno invece capito bene i professionisti di questo blog.Come Acabarra,che,però, capisce a modo suo

  22. Lucia Astrobello Says:

    Stabilito che si tratta di un gioco, per rinfocolare la tenzone ecco, in risposta al più recente sonetto di Prestante, due cassonetti: il primo di Lucia Astrobello, il secondo di Ruggero Lopez, filosofo platonico invaghito di Mariella e deciso a redimerla.

    I

    Che verve, Mariella!, e che monotonia:
    un colpo, un’altro colpo, e mai, nel tondo,
    la carta che sbancasse il banco a fondo
    eternizzando quella tua euforia.

    Tutto è talmente identico … suvvia,
    e chi ci casca più, se mondo è mondo?
    Giusto un adolescente fremebondo
    negli intervalli di malinconia.

    La giostra è un passatempo inebriante,
    frigna il bambino se lo porti via;
    ma gira sempre in tondo e non avanza;

    e gira il bimbo in groppa all’elefante,
    e poi è stufo di quella malia.
    E il prezzo non avrà di sua costanza.

    II

    Prestantissima donna in che s’inruota
    il mio disio si come a stella fisso,
    dispiacere mi muove, lo confisso,
    di vederti sguazzare in tanta mota.

    Ahi, virtus temperantia non t’è nota
    e tampoco prudentia, su cui glisso;
    fortitudo è la terza che hai omisso,
    tu lieve al vento più che paglia vuota;

    e insieme fan iustitia, la qual tenne
    Platone per maggior dell’altre ancora;
    ma tu la spregi, ti disequilibri,

    rifuggi dall’amplesso suo perenne,
    ti ostini sul cammin che non decora,
    fidando in vani versi e vani libri.

  23. Lucia Astrobello Says:

    Manca un accento su un sì del cassonetto di Lopez

  24. maria Says:

    Il mio modestissimo commento è”chapeau!”Il fioretto della penna di Lucia colpisce e stupisce.

  25. Lucia Astrobello Says:

    Sei troppo gentile! Lucia Astrobello e Ruggero Lopez ringraziano di cuore!

  26. Giulio Mozzi Says:

    Lucia, come dobbiamo pronunciare il verso

    Che verve, Mariella!, e che monotonia:

    se vogliamo che risulti endecasillabo?

  27. Lucia Astrobello Says:

    Verve alla francese, senza e finale. (Ma magari il problema non è quello, io di metrica ne so fin lì e sono ansiosa di imparare dalle correzioni dei competenti).

  28. Giulio Mozzi Says:

    Appunto, Lucia: dell’esistenza o inesistenza della “e” muta, soprattutto nel computo metrico, in Francia si discute ancora. Il problema è che se io lì la abolisco, devo pronunciare “vervmariella”, con uno scontro di consonanti degno più del serbocroato che dell’italiano. Inoltre devo considerare “Mariella” trisillabo, cosa possibile ma che fa un po’ a pugni con la pronuncia italiana contemporanea.

  29. Lucia Astrobello Says:

    Sulla “e” muta francese si discute parecchio, ma non nel computo metrico: lì le cose sono perfettamente chiare da circa cinque secoli: la “e” muta in fine di verso non conta mai; all’interno del verso conta sempre, e quindi deve essere pronunciata (ovviamente come “e” muet), tranne quando sia seguita da vocale.
    Questo però non è un verso francese, è un verso italiano. Se poi ti suona serbocroato, vada per il serbocroato!

  30. Giulio Mozzi Says:

    Les amoureux qui s’bécot’nt sur les bancs publics,
    Bancs publics, bancs publics.
    En s’foutant pas mal du r’gard oblique
    Des passants honnêtes.
    Les amoureux qui s’bécot’nt sur les bancs publics,
    Bancs publics, bancs publics,
    En s’disant des «Je t’aim’» pathétiques
    Ont des p’tit’s gueul’s bien sympathiques!

    Georges Brassens

  31. Mariella Prestante Says:

    A Ruggero, per le rime.

    Oi, non ne posso più di tanta vuota
    retorica, Ruggero: il tuo prolisso
    sonetto mi fa effetto stoccafisso
    al cuore. Sarò forse un po’ ostrogota,

    ma a me la filosofica carota
    poco m’attira, e preferisco Glisso
    anch’io; ma tieni a mente che in subisso
    ogni tuo ardore andrà (ne prendi nota?)

    se angelicata mi vorrai. Le penne
    dorate dei poeti alla malora
    vadano pure. Ho letto anch’io dei libri

    ma so tenere a posto le transenne:
    c’è il mondo dei bei sogni e c’è il qui e ora.
    Sta’ zitto, dunque, che sennò mi sfibri.

  32. Lucia Astrobello Says:

    “Giulio Mozzi Says:
    8 luglio 2015 alle 14:38

    Les amoureux qui s’bécot’nt sur les bancs publics,
    Bancs publics, bancs publics.
    En s’foutant pas mal du r’gard oblique
    Des passants honnêtes.
    Les amoureux qui s’bécot’nt sur les bancs publics,
    Bancs publics, bancs publics,
    En s’disant des «Je t’aim’» pathétiques
    Ont des p’tit’s gueul’s bien sympathiques!

    Georges Brassens” *

    *Arrampicarsi sugli specchi /2 (Per: Arrampicarsi sugli specchi /1, v. il commento precedente di Giulio Mozzi.)

    pathétique, en effet.

  33. Giulio Mozzi Says:

    Mi spieghi, Lucia?

  34. Lucia Astrobello Says:

    Mi spieghi tu, Giulio?
    Non trovo piacevole rispondere a domande che, comunque tu risponda, sono fatte per metterti in buca. Es.

    Lucia, come dobbiamo pronunciare il verso

    Che verve, Mariella!, e che monotonia:

    se vogliamo che risulti endecasillabo?

    Come vuoi mai pronunciarlo? Come si pronuncia in italiano (basta un veloce controllo sul vocabolario Treccani), o dovrei pronunciare la e finale, cioè supporre una pronuncia sbagliata, all’unico scopo di avere un endecasillabo con una sillaba di troppo?
    Quindi: se dico “con la e finale”, dico una scemenza, se dico senza e finale (come è ovvio), parte la tirata sulla e muta francese che non c’entra proprio un cazzo, nota bene. Sull’effetto serbocroato, se per te il punto è quello, ti ho già detto che ho recepito la critica e la tengo in debito conto.
    Se la citazione da Brassens doveva essere un argomento sul computo metrico della e muta, scusami, ma calo un velo pietoso – a parte il fatto che, ripeto, col famigerato verso non c’entra niente.
    Ma il punto non è quello: il messaggio che doveva passare era già passato e era già stato perfettamente recepito senza bisogno di disquisizioni sulla e muta, di consonanti serbocroate o di sottili osservazioni sul numero di sillabe del nome Mariella (che in metrica sono tre; se preferisci dire che possono essere tre, per me va bene lo stesso: se una cosa è possibile, è possibile, fine).
    Ho letto adesso l’ultimo sonetto di Mariella, prima non era ancora arrivato. Lo passo a Ruggero che ha già ampiamente capito pure lui; Mariella può star serena che se non si è transennato, si transennerà.
    Concludendo, mi scuso per il carattere impertinente, che evidentemente è una prerogativa di Mariella, e ringrazio per questo scambio di opinioni che mi è stato di imprescindibile aiuto in un problema di valutazione che mi teneva occupata da diversi mesi.

  35. Giulio Mozzi Says:

    Lucia, provo a fare ordine.

    Sul verso con la “verve” ho solo detto che mi pare si produca un bisticcio di consonanti un po’ sgradevole. Non lo avrò detto nel modo più chiaro o cortese possibile – ma non ho detto altro.

    Quando scrivi:

    … il messaggio che doveva passare era già passato e era già stato perfettamente recepito senza bisogno di disquisizioni sulla e muta, di consonanti serbocroate

    eccetera, io letteralmente non capisco di che cosa parli.

    Se sulla “e muta” ho detto una cazzata, per piacere, dimmi dov’è la cazzata.

  36. Lucia Astrobello Says:

    Giulio, “provo a fare un po’ di ordine” vuol dire che il tuo interlocutore, cioè io, ha fatto un po’ di confusione. Questo però non è vero.
    Allora, proviamo a fare un po’ di ordine:
    io rispondo a un sonetto di Mariella e questa iniziativa pare riscuotere la tua approvazione. Tu (non io) parli di “tenzone”. A questo punto io, che mi sto divertendo molto e sono molto contenta di essere stata addirittura pubblicata sul sito di Mariella, mi dico che una tenzone non è necessariamente chiusa lì, ma può (forse deve?) continuare. Allora scrivo un altro sonetto (cosa che, come dicevo, mi diverte molto), mi invento un personaggio, probabilmente noioso ma a me non pareva, e scrivo un altro sonetto a nome di questo personaggio. Poi mi chiedo se è opportuno inviarli, se delle volte non vado a fare l’impressione di una che vuole allargarsi troppo. Penso anche alla possibilità di mandarteli prima sulla mail privata e di chiederti se è opportuno. Però mi sembra di comportarmi come quegli studenti che durante il compito in classe vengono lì col foglio a chiederti se la risposta che hanno dato è quella giusta. Alllora li mando e aspetto gli eventi. Gli eventi sono una risposta molto carina di Maria, che ringrazio, e, dopo un paio di giorni, la tua critica al famoso verso che, a) per come era espressa, b) perché il commento conteneva una critica (e fin qui non ci sarebbe nulla di male), ma conteneva soltanto una critica (e qui invece, comunicativamente parlando, c’è male, cioè c’è un plusvalore negativo), una critica che per i motivi a) e b) era fatta per smorzare il più acceso entusiasmo e conteneva il per me chiarissimo messaggio: ragazza, ti stai allargando troppo, tornatene al tuo posto dietro le transenne. Poi, so brenissimo che tu questo non l’hai detto e che tutto l’onere dell’interpretazione e il rischio dell’errore è mio. Questa è una di quelle asimmetrie che, diciamo, faccio fatica a gestire e che mi sconsigliano di continuare a partecipare a questo blog, il cui gestore è, effettivamente, un po’ troppo veterotestamentario per il mio temperamento.
    La critica al fottutissimo verso contiene un riferimento alla e muta francese che a) non c’entra niente e b) è errato (vedi sotto).
    Rispondo alla critica in modo secondo me puntuale.
    Il giorno dopo mi trovo una citazione da una canzone di Brassens, piena di e muet elisi (vedi sotto), senza alcun commento. Mi chiedo come devo prenderla. A mio avviso ci sono due possibili interpretazioni (di nuovo, l’onere dell’interpretazione e quindi del possibile errore è mio):
    a) la citazione vuole dimostrare che il computo metrico della e muta non è regolato come dico io
    b) io e te siamo come due innamorati che si vogliono molto bene ma ogni tanto si beccano.
    L’interpretazione b) mi pare poco plausibile, quindi mi attengo alla a), che per determinati motivi (vedi sotto), mi sembra un tentativo piuttosto maldestro di voler aver ragione anche quando non la si ha, in altre parole, un arrampicarsi sugli specchi. Quindi lo dico, risparmiandomi lunghe spiegazioni su ‘sto cazzo di e muta, che oltretutto non c’entra un tubo, anche perché francamente mi sto stufando della Mariella, di me e dei miei sonetti.

    Credo che adesso possiamo passare alla questione della e muta in francese.

    dell’esistenza o inesistenza della “e” muta, soprattutto nel computo metrico, in Francia si discute ancora

    Non si può discutere dell’esistenza o inesistenza della muta in francese, per la semplice ragione che la e muta è un fonema, cioè un suono distintivo della lingua francese e come tale esiste a tutti gli effetti. Ciò su cui si discute è la fenomenologia e le eventuali regolarità o implicite regole dielisione della e muta nel francese orale al di fuori di forme metriche regolari (di queste si parlava, no?), dove il computo della e muta è rigidamente fissato.
    Quanto a Brassens, lui la e muta la elide dove cavolo gli pare e dove cavolo gli fa comodo, perché non segue una forma metrica regolare.
    Spero di aver fatto un po’ di ordine.

  37. Giulio Mozzi Says:

    L’onere dell’interpretazione è appunto tutto tuo, Lucia. Della tua interpretazione non condivido nulla. E, ti dirò, i processi alle intenzioni – soprattutto su questioni così lievi – mi fanno un po’ impressione.

    Sulla “e muta” volevo solo dire che, diciamo da fine Ottocento in qua, cioè dalla crisi delle forme metriche regolari, mi pare sia cambiato qualcosa. L’avrò detto come peggio non si poteva.

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