La formazione della fumettista, 27 / Elena Cesana

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di Elena Cesana

[Questa è la ventisettesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Elena per la disponibilità. gm].

elena_cesanaCi sono cose che scegli e cose che scelgono te.

Questo l’ho capito a nove anni, quando già soffrivo di mal di schiena perché avevo il vizio di disegnare fino a tardi con le spalle al divano di casa, il culo a terra e un blocco bianco o a quadretti sulle ginocchia. Amavo disegnare cavalli. Cavalli, mostri e belle donne. Il “bagaglio culturale” è una delle cose che non è che sempre puoi sceglierti, e nel mio caso quello che disegnavo arrivava in buona parte dal fatto che avessi con mio padre il rito del film horror del week end: La casa, L’esorcista, La cosa, Freaks e le trasposizioni dei racconti di Poe con Vincent Price. Il mio gusto si è formato così, tra le inquadrature di grandi registi del genere horror, le stesse che riuscivo a trovare nei Dylan Dog di Corrado Roi, perché quelli erano gli unici Dylan che mio padre comprava, assieme a quelli di pochi altri disegnatori. Gli unici che secondo lui raccontavano con il giusto peso le faccende di colui che è stato in assoluto il mio primo amore. Cartaceo, s’intende. In quegli effetti a spugnetta, in quei tratti graffiati e in quella nebbiolina così morbosamente presente, mi perdevo. Volevo capire come potesse farlo. Perché era tutto così bello e nero. Volevo farlo anche io.

Con la benedizione del papà e la rassegnazione della mamma, io e Dylan abbiamo approfondito la nostra conoscenza, tanto da portarlo “con me” alla tesi di maturità.

D’altra parte posso dire di non aver mai voluto fare la fumettista per davvero. Nel senso che non è mai stata una scelta pienamente cosciente, come non lo è grattarsi quando si sente un prurito. È stata solo una reazione. A me semplicemente non è mai interessato fare altro. Non ho mai parlato di fare la ballerina, di fare la veterinaria, la sposa o quello che le bambine dicono spesso di voler fare. Io volevo disegnare cose che potevano essere belle e paurose, a prescindere dal fatto che questo potesse o meno diventare un lavoro. Così ho cominciato a farlo, chiedendo come poterlo fare bene ai vari insegnanti che hanno incrociato la mia strada.

Il disegno mi ha insegnato tanto, di me. La lezione più grande sta nel fatto che ogni volta che dovrò immaginare qualcosa, prima di metterlo su carta sarà in questo calderone di ricordi e immagini che andrò a rovistare. Il fatto che un Dylan mi sia capitato tra le mani e che sia stato amore a prima vista, è stato davvero qualcosa di ovvio, al limite del banale: anche lui era bello e nero.

Perché se nel fumetto lui è sempre stato l’uomo sbagliato per le donne che incrociavano il suo cammino, ecco, lui è stato l’uomo giusto per me. È stato quello che mi ha fatto prendere in mano la matita e che mi ha fatto capire in cosa valesse la pena impegnarsi. Come tutte le storie d’amore, ha avuto alti e bassi, ci siamo mollati e ripresi e infine siamo finiti col frequentare altri fumetti.

Si potrebbe pensare che tra brutti film e cimiteri vari, io sia stata una bambina triste e depressa. Non lo ero. Ho avuto una fortuna pazzesca ad avere l’infanzia che ho avuto e non ringrazierò mai abbastanza i miei per non avermi tenuta lontana da cose che, se lasciate nell’ombra, avrebbero potuto farmi davvero paura.

Quella paura mi ha insegnato che ero più forte io. E che ho degli esperti nella mia testa, dei fedeli consiglieri che mi giudicano e mi indirizzano. Perché quando sto al tavolo da disegno e appoggio la matita, convinta di avere finito un lavoro, c’è la voce indimenticabile del primo amore, che mi chiede se secondo me ho messo abbastanza nebbia. Ci sono le dita ramose dello Zio Tibia che si appoggiano al tavolo accanto a me mentre lui ride come faceva sempre quando lo guardavo in tv in seconda serata, d’estate, e mi ricorda che le seghe mentali da creativi le possiamo anche scaricare nel cesso perché non ci si deve mai prendere troppo sul serio nella vita. E di solito alla fine sono d’accordo con Vincent Price, che da sotto i suoi baffetti sottili arriva alla conclusione che domani si potrà fare di meglio, che c’è sempre qualcosa da sistemare, ma che ormai si è fatto tardi e si può andare a dormire.

Sempre saggio, il vecchio Vince.

Elena Cesana nasce a Milano nel 1985. Frequenta il liceo artistico “Caravaggio” e dopo tre anni di corso amatoriale, si iscrive alla scuola del Fumetto di Milano. La prima pubblicazione la vede all’opera su L’Insonne, fumetto scritto da Giuseppe di Bernardo ed edito dalle Edizioni Arcadia. Successivamente collabora con Barbara Baraldi alla Graphic Novel Bloodymilla, affiancata da Roberta Ingranata. Nel 2012 partecipa al progetto di Paola Barbato: Davvero, partecipando anche alla serie cartacea nel quinto volume dal titolo Tutto, edito da Arcadia. Realizza copertine per la collana noir dell’Eclissi Editrice, e collabora con Andrea G.Pinketts come disegnatrice nel libro: E l’Allodola disse al Gufo. Lavora per il Comune di Milano per l’evento “Milano Noir”, collaborando con Massimo Costantini nella realizzazione di dieci opere ispirate a delitti realmente avvenuti a Milano.

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