“Fanciulli di sabbia” di Lorenzo Muratore.

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di Luigi Preziosi

“Romanzo di tormenti, di vite scomparse nelle acque, ma fatto di una lingua che si inarca e implode, si estende, si spezza quando gli archi non reggono, una lingua, insomma, ed è la cosa che più conta”: così Marino Magliani, in un recente intervento sul blog della rivista torinese Atti impuri, ci introduce alla lettura di Fanciulli di sabbia, di Lorenzo Muratore, in uscita presso Nerosubianco. Ed in effetti, ciò che in primo luogo colpisce di questa opera prima lungamente meditata, è la lavorazione sapiente della parola, la tornitura complessa ed articolata, talvolta onusta, della frase, la straordinaria capacità di narrare per contorni, piuttosto che dettagliare eventi o fatti. L’arpeggio virtuoso, insistito fino ad estreme risonanze, prevale volutamente sull’ordito della storia, retta su dissolvenze, su descrizioni senza contorni, sull’indefinitezza del singolo episodio: di gran lunga preminente deve essere, nelle intenzioni dell’autore, ed anche negli esiti narrativi, la rappresentazione di emozioni che dagli eventi scaturiscono. E ciò è tanto più plausibile se si pensa che Fanciulli di sabbia è un romanzo di formazione, più precisamente la storia dell’educazione sentimentale di un ragazzo dell’entroterra ligure degli anni Cinquanta del secolo scorso.

La crescita del giovane Gabriele è scandita su una serie di incontri erotico sentimentali in cui ampio spazio è lasciato all’eccesso, com’è tipico dell’adolescenza che si trasforma in giovinezza e riconosce in ogni esperienza una unicità non ancora incrinata dalla ripetizione di gesti e dal consumo delle emozioni. L’arcano scoperto nel mondo è da Muratore raffigurato in via predominante con esercizi di varia genitalità, coniugato con il senso di infrazione di un’area proibita dell’esistenza la cui completa esplorazione coinciderà con l’ingresso nell’età adulta. La scoperta del sesso, più ancora del suo consumo, che avviene in forme diverse ed estreme, infrangendo una serie di tabù dell’epoca (e anche di questi nostri tempi) assume caratteri mitici e si radica nella coscienza del protagonista come momento costitutivo della sua persona.

La visionarietà della scrittura quasi offusca ogni riferimento spaziale e temporale: la narrazione è del resto programmaticamente aliena da qualsiasi accenno di realismo. Un indizio di ambientazione ci è offerto dal viaggio di Gabriele a Genova per una manifestazione di piazza contro la politica del governo, riferimento probabile alle dimostrazioni del 1960 contro il governo Tambroni. Non molti anni dopo, una simile avventura sarebbe stata più che sufficiente per essere segno indelebile nell’esperienza esistenziale di un adolescente. Ma Muratore predilige aspetti più intimistici nella costruzione del personaggio, e soprattutto nella rappresentazione del suo evolversi nel confronto con la porzione di mondo che gli è dato in sorte.

Quanto alla topografie narrative, si intuisce come fondale delle avventure di Gabriele quel Ponente ligure, caro, tra gli altri, a Biamonti (presente fra l’altro nel romanzo come il giovane scrittore Francesco), Lanteri, Seborga e Magliani. La contiguità geografica non comporta necessariamente contiguità letterarie: l’opulenza della scrittura non suggerisce continuità con l’asciuttezza espressiva di Biamonti e dei suoi eredi, ma lascia intravedere una diversa concezione della stessa funzione narrativa, orientata verso esiti di sistematica rielaborazione del reale in relazione alla sua percezione soggettiva. Muratore evita quasi sempre descrizioni di dettagliata puntualità, mescola piuttosto sensazione e realtà, impressioni e gesti storicamente compiuti, rendendo così anche le incertezze, e le mancanze di certezze, proprie dell’età. La sua prosa è intessuta di suggestioni della più pura tradizione, le scelte stilistiche compongono una scrittura visionaria ed arcaica al tempo stesso, impreziosita da continue citazioni, più o meno letterali, e soprattutto più o meno coerenti con il momento descritto, il che corrisponde ad un ulteriore elemento straniante rispetto alla narrazione. Qualche esempio, ad apertura di pagina: “la calda ora vincendo”, “tacere è la mia virtù”, “nulla eterno”, “casa dei doganieri”, “allegria di scritture naufragate”, “sedendo e mirando”, “vecchierel canuto e bianco” …

Le scelte stilistiche di Muratore contribuiscono a restituire proprio ciò che dell’adolescenza è il tratto più intimo: la persistenza del sogno all’interno della realtà, la capacità di attingere gli opposti, e di viverli, di cogliere in un lampo della medesima esperienza il sublime e il demoniaco, assorbendo per intero le emozioni sprigionate da ogni circostanza vissuta. Forse in fondo non è così importante accertare quanto di ciò che di Gabriele è raccontato è davvero avvenuto, e quanto invece è stato ossessivamente atteso, febbrilmente desiderato, o segretamente temuto: tutto è comunque stato vissuto con la stessa disarmata consapevolezza, necessaria per l’attraversamento della linea d’ombra che introduce alla vita adulta.

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2 Risposte to ““Fanciulli di sabbia” di Lorenzo Muratore.”

  1. Fabio Ciriachi Says:

    il romanzo m’interessa per due ragioni: la fondamentale, il lavoro sulla lingua; la secondaria, l’aver scritto un romanzo analogo “L’eroe del giorno” (Gaffi, 2010) ambientato nella periferia romana fine anni Cinquanta, in cui si racconta di un tredicenne che “attraversa la linea d’ombra” lungo un percorso di amore e morte che ai sedici anni lo vede presente negli scontri a Porta San Paolo di luglio 1960, successivi a quelli di Genova e precedenti quelli di Reggio Emilia i cui morti portarono alla caduta del governo Tambroni. Spiace che chi parla di libri non ne abbia letti abbastanza per segnalare i collegamenti giusti http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/news?cmd=view&id=1537

  2. cineguido Says:

    Grazie per la recensione davvero molto bella, il libro di Muratore è senz’altro soprendente…e sicuramente anche il commentatore Fabio rimarrà sorpreso quando potrà leggerlo.

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