La formazione della fumettista, 26 / Tina Valentino

by

di Tina Valentino

[Questa è la ventiseiesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Tina per la disponibilità. gm].

tina_valentino«Oh mà, senti n’attimo sta’ cosa che ho scritto?»
«Dopo metti a Peppino di Capri?»
«Sì mà …mò sentimi, così vedo se va bene.»
«…e jà, vai!»
«E tu che vuoi fare da grande?»
«Uà, io sò vecchia!»
«…no mà, era la parte iniziale…statti zitta!»
«Ah, ok.»

«E tu? Che vuoi fare da grande?». «I disegni!», risposi dal castigo dietro la lavagna in prima elementare, mentre la polvere di gesso che cadeva faceva ben capire la mia idea di punizione.
I miei primi contatti con i fumetti furono quelli su cui, a 4 anni, iniziai a leggere e cioè Diabolik e Geppo ma, fondamentalmente, la mia idea di far disegni mi veniva dalle ore passate a guardare la miriade di cartoni animati di quegli anni, in cui la morale fondamentale e prevalente era «se vuoi puoi…ma devi farti il culo!» (e volendo buttarci sul teatrale, metterti pure le catene ai polsi come Mimì nella nazionale della pallavolo). Puoi farlo in compagnia come Holly e la New Team o da sola come l’attrice Maya, ma una cosa era chiara…ci sarebbero stati un Mark Lenders con tutta la Muppet o un’Ayumi. Fatto sta che io volevo disegnare!
Il primo pubblico sostenitore era composto dai colleghi di mio padre che appendevano ovunque i miei disegni in giro per gli uffici postali, e il mio piccolo sano ego sociale si costruiva, frammisto alla tenera fiducia che si forma a quell’età. Il primo trauma invece avvenne nelle “vicinanze”, ritrovando in un cassetto tutti i mille disegni che mio padre giurava di spedire alla posta di Bim Bum Bam e che non arrivavano mai perché «erano fatti male» ( testuali parole ), mentre io passavo il tempo a guardare il programma speranzosa di sentirmi nominare, con mamma che ripeteva «dopo lo vedi…mò studia!».

Superati i pessimi anni delle medie e del liceo, dove l’amore per lo studio mi ha sempre distratta da paradossali tentativi di socializzazione con ambienti e persone che non mi piacevano più di tanto, e durante i quali tenevo viva l’anima disegnando su qualsiasi superficie me lo permettesse (dai diari ai motorini, dalle magliette alla pelle umana, dai banchi ai gusci d’uovo), arrivo alla drammatica scelta del dopo diploma… io sono grande…dovrei fare quella cosa dei disegni… «Sì, ma prima studia!»
In realtà, soldi per frequentare quello che io volevo non c’erano… non c’erano mai stati molti soldi in genere ma fa niente…non mi piacciono le cose troppo facili, per esperienza personale ho visto che c’è sempre un alto rischio di diventare adulti mediocri.
Iscrizione alla facoltà di Psicologia vicino casa fatta per caso insieme ad un’ex amica. Anni meravigliosi con gente fantastica, passati a studiare come un drago (si sa che sono molto studiosi), a lavorare come una faina furiosa (persino nelle discoteche a far guardaroba e cassa…tutto purché si guadagnasse), e ad accumulare borse di studio, buoni pasto e soldi come una formica. Ora mi ritrovo sempre, involontariamente, ad analizzare le parole e i gesti delle persone, ma questa è un’altra storia.
Ormai era fatta, finiti gli esami in quattro anni e mezzo, avevo il tempo e i soldi per la Scuola Internazionale di Comics! «Sì, ma mò laureati!» (in realtà la tesi ha aspettato ancora sei mesi… avevo altro di più urgente da fare!)
Mi ritrovo in una mattinata assolata a fissare un portoncino nero e giallo oltre il quale, alla fine di una scalinata ripidissima (secondo me la usavano per eliminare gli studenti invece di bocciarli), manco fossi Rocky a fine allenamento, iniziai a piangere… ma tanto. «Sì, ma mò asciugati gli occhi!». Mia madre ha sempre passato il tempo a richiamare la mia attenzione su quello che è importante per lei, e forse sapeva che era importante anche per me.
Ricordo il primo giorno quando mi fu chiesto: «Perché sei qui?» ed io, reduce da anni di telenovelas che vivevano nella tv di casa a orari casuali della giornata, dissi: «Perché io sono un diamante grezzo e ho bisogno di un orefice per brillare!»… nella mia mente tutto sembrava detto con accento spagnoleggiante e, dopo quel giorno, cominciai ad ascoltare musica con le cuffie mentre mia madre vedeva telenovelas.
Iniziano così i miei tre anni assurdi fatti di alzate all’alba e rientri notturni per fare 600 km in quei 2 giorni settimanali di corso, con addosso una borsa grande più di me che porto ad ogni fiera tutt’oggi, piena di robe pesantissime, di speranza, tanto sonno e il pranzo pronto da casa per non sprecare soldi. Anni fatti di lezioni sempre troppo brevi per me, di rabbia ingiusta per studenti con la scuola pagata dai genitori che frignavano per le loro sveglia alle nove di mattina (ma col tempo ho capito che forse era solo invidia…ognuno fa della sua vita e di quella dei genitori ciò che vuole), per le urgenze familiari che gli impedivano di fare i compiti e di bla bla bla che per me non avevano senso in quelle aule. Non perdevo mai una lezione e l’unica volta che c’è stato il rischio perché eravamo chiusi in casa per troppa neve, ho telefonato e ascoltato in pigiama, da un cellulare sulla cattedra, un’intera lezione sui generi narrativi.
A scuola ho imparato tantissimo sui miei pieni e sui miei vuoti, però ho anche imparato che quasi tutti hanno dei mentori, degli autori grandiosi a cui fanno riferimento. Io invece ero e sono ancora come Hugo Reyes del telefilm Lost. Per me sono tutti «coso»… il mio terrore è la domanda sui miei autori preferiti o che mi hanno acceso il fuoco sacro…la realtà è che io centrifugo le cose che leggo e butto via il solido… non ricordo mai i nomi, non sbavo come un cammello quando si nominano mostri sacri… ho un approccio molto distratto con i lavori altrui, ognuno ha qualcosa da darmi, qualcosa da insegnarmi, qualcosa che mi sprona a fare sempre meglio. Anche da chi non ammiri c’è da imparare.
Ho avuto insegnanti splendidi tra cui uno col quale, tra un fanculo e una pacca sulle spalle, ormai c’è amicizia vera e tanta stima. Era una figura per metà uomo, metà capelli e metà stronzo (tre metà, in effetti) che mi strappava di mano le tavole prima che le facessi a pezzi e mi faceva «vedere» come andassero fatte le cose, sì perché io rubo con gli occhi, devo vedere!
E’ stato l’insegnante che mi ha costruito una navicella spaziale di plastilina perché mi rifiutavo di usare programmi 3D per vedere per bene come disegnarla in diverse angolazioni. Al terzo anni avevo una compagna dolcissima di corso che mi ospitava così almeno non mi alzavo all’alba quei due giorni a settimana (anche perché il resto della settimana lavoravo e i soldi servivano di continuo per strumenti, per colmare i buchi neri nella mia conoscenza fumettistica e per manuali di studio) quindi approfittavo per, terminato il mio corso pomeridiano, intrufolarmi in quello serale (l’ho fatto spessissimo) non mi bastava mai sapere, vedere, apprendere. Durante i corsi a Roma, facevo anche colloqui con le persone che venivano al consultorio e durante le sedute da psicologa, ascoltando i problemi degli altri, compresi che la maggior parte dei problemi delle persone è dovuta dall’insoddisfazione e decisi che non sarei diventata una persona che si accontentava…non volevo fare quella fine… non volevo diventare una persona arrabbiata con chi mi circonda, perché se sei una brutta persona, anche se lo nascondi a te stesso, finisci con lo sporcare anche chi dici di amare. E da quella scuola, comunque, ne sono uscita con tre amici, cari a me come fratelli, con Eleuteri Serpieri che diceva di vedere le forme delle mie donnine anche se erano vestite, un trenta e lode, una borsa di studio in Giappone. Ma soprattutto: ero diventata consapevole!
Come fumettista, iniziai subito a disegnare professionalmente appena uscita da scuola e, col tempo, il fumetto ha assorbito tutto il mio spazio disponibile per il lavoro. Nel tempo arrivano le prime soddisfazioni e anche le prime e toste critiche, che ho accettato e compreso per un sano percorso di crescita. Dopo qualche anno però, un qualcosa mi ha dato un colpetto alla parte posteriore delle ginocchia. Non me ne sono accorta subito, entrando in un loop di insoddisfazioni, di insicurezze non ammesse e il mio lavoro ha subito duri colpi d’arresto, facevo un passo avanti e due indietro, la vita sembrava andar bene ma qualcosa si era storto, un altro trauma nelle «vicinanze» mi aveva piegato, ma ho scoperto tardi di aver mal assorbito un’affermazione ingiusta distrattamente ascoltata e la mia colpa è stata permetterlo per disattenzione. Ma, come accade alle persone forti (perché la forza è una dote che mi riconosco), il Babadook non abita più nel mio armadio e tutto è ripreso esattamente da dove avevo mollato, ma col doppio della velocità, senza fardelli di paranoia, spaventi e identificazioni proiettive che mi sminuiscano. Il mio fare fumetti è faticoso, estremamente carnale e risente, proprio come fosse un mio organo interno, dei miei malesseri mentali. Ma mi sono ripromessa di essere più attenta nella vita per non tradire mai più tutti i sacrifici e il sangue (non metaforico) versato sulle tavole (a volte mi è capitato di far sanguinare le mie gengive per la troppa tensione con cui eseguivo i compiti alla scuola di fumetto). Fare fumetti è come una vera e propria storia d’amore. A volte hai mal di testa tu, a volte lui, a volte ci fai l’amore e il giorno dopo se non chiama tu sbatti la porta e te ne vai via dal tavolo… insomma è faticoso, ma non lo mollo più!
Sono arrivata dove non credevo di arrivare, sono stata contattata senza chiedere, parti di me sono nelle case di tanta gente sparpagliata nel globo, c’è il mio nome scritto da qualche parte, faccio parte del mondo anche così, viaggio anche così, attraverso la fantasia di altri, alla quale io regalo una forma ed è così che butto sempre sale sulla coda di quel bastardo del mio Babadook e, se in qualche cassetto, dovessi ancora trovare qualcosa che mi dice che non sono all’altezza e che non me lo merito, «che sono solo stata fortunata» la risposta adesso ce l’ho ed è: fottiti!

«Mà? Che dici? Si capisce? Si sente l’amore»
«…ma non me le puoi scaricare le puntate di Topazio, Tì? Anzi no voglio… Cuore selvaggio… quanto era bello Juan!»
«Mà… Juan è morto, l’attore intendo!»
«Uuuuh, che peccato!»
«Mà… ma allora va bene sta’ specie di confessione?»
«Sì sì…ma mò disegna!»

Tina Valentino ha frequentato la Scuola Internazionale di Comics a Roma, dove ha vinto una borsa di studio che le ha permesso di vedere da vicino il Giappone e il suo mondo manga. Ha lavorato come disegnatrice, per alcuni anni, per la serie “I Grandi Classici” di Geronimo Stilton ed esordisce in Francia col suo primo fumetto, edito dalla Clair de Lune, “La Driade”. Ha collaborato con la rivista Mono, con una tavola realizzata per il numero 8 Mono dei piccoli. Disegna alcune pagine per il numero 6 della serie True Blood per la IDW. Sue sono alcune copertine delle serie della Zenescope e della Aspen. Ha collaborato con la rivista Noir e il libro Batman Crime Solver. Attualmente collabora con la Top Cow sulla serie Rise of the Magi (copertina e interni) e Interweb comics alla realizzazione di comic e pin-up.

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Una Risposta to “La formazione della fumettista, 26 / Tina Valentino”

  1. Alessandro Allez Minonni Says:

    E’ una storia bellissima. Ed è scritta benissimo. Complimenti sinceri.

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