La formazione del fumettista, 25 / Emanuele Tenderini

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di Emanuele Tenderini

[Questa è la venticinquesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Emanuele per la disponibilità. La fotografia qui sotto è di Francesca Sanfilippo. gm].

I miei nonni, gli aero-taxi, pennelli e pennini.

Fotografia di Francesca SanfilippoLa de-formazione del fumettista?
La mal-formazione dei disegnatori?
Vi devo raccontare dei problemi alla sciatica? O di quelli alle articolazioni?
Ho capito male io?
(De)Formarsi come disegnatore è un percorso di equilibrio tra la rinuncia e la conquista, delle cose della vita e delle cose dell’arte.
Il problema è che ci piace, o per lo meno fino ad un certo punto ci è piaciuto.
Nasce tutto dalla passione, si sa, quella vibrazione al petto (che non è un infarto, anche se poco ci manca) che provi quando leggi una storia che ti entusiasma o guardi un film, un cartone animato che ti stupisce.
La passione di essere spettatore di qualcosa che vuoi essere in grado di controllare e riutilizzare per altri spettatori. E perché è un “problema”? Perché ti marchia a vita, con tutti i suoi “pro” e i suoi “contro”.

Lo specchio attraverso il quale sono entrato in questo paese delle meraviglie di storie e disegni, è mia nonna. Che la nonna è una mamma senza le rotture di coglioni, quindi le vuoi un bene immenso soprattutto se crea una routine per la quale ogni sabato sera ti viene a trovare (con il nonno) a casa, per cenare assieme.
Io sono di Venezia. Loro (i miei nonni) di Murano. Chi vive sparpagliato su due isole separate da una laguna sa quanto prezioso sia il viaggio in traghetto per raggiungere i propri cari. Ogni sabato sera, in casa mia, c’era la sensazione del viaggio dei nonni che stavano per arrivare.
Ricordo come fosse ora (perché lo “ieri” è troppo lontano) il colore giallo della costina del numero settimanale di Topolino, che mia nonna teneva in borsa per regalarmelo.
Stop, fermi tutti! Ora che ci penso bene: mia nonna mi portava ogni settimana il numero nuovo di Topolino.
Da qui in poi vorrei digitare un milione di puntini di sospensione per lasciarmi il tempo di assaporare questo pensiero.
Mia nonna mi regalava ogni settimana il Topolino. Chissà a che scopo? Cioè, lo so, lo scopo: dimostrarmi il bene che mi voleva, ma oggi questo gesto ha un sapore totalmente più profondo, mi piace pensare che volesse insegnarmi qualcosa. Posso dire che i miei nonni sono stati i miei primi insegnanti di fumetto?

Vorrei non aver mai scritto la battuta iniziale sulla “(de)formazione del fumettista”, perché il Topolino in borsa alla mamma di mia mamma (sì lo so, vi stavate rompendo le palle di leggere la parola “nonna”) (…argh! l’ho scritta di nuovo!), dicevo quel Topolino non ha nulla a che fare con i problemi alla schiena curva sul tavolo da disegno. E se poi ho detto che fino ad un certo punto ci è piaciuta, l’idea di disegnare, non è che volessi dire che poi non ci piace più, è che il lavoro, professionalmente parlando, è pesante! Scadenze, tasse, pagamenti in ritardo, clausole, commercialisti; non possono piacerti queste cose (ma sei marchiato, ricordalo! E sei fottuto).
I nonni a cena, con il fumetto in regalo, questo si mi piace, questa si è formazione.
Pensateci: è una storia completa, dall’inizio alla fine. E’ una storia.

La formazione di un fumettista è il meccanismo di prendere una storia come questa e capire come farla funzionare tra i segni a matita che formano una pagina.
Ed è difficilissimo. Non sto parlando solo di sceneggiatura. Lo so che lì, dietro agli schermi dei computer, ci sono un sacco di giovani disegnatori che si stanno strappando i capelli perché, per esempio, pensano che la vignetta sia uno spazio troppo piccolo per farci entrare tutto il mondo che hanno in mente. Non è solo la sceneggiatura, è anche lo spazio disegnato.
Ve la spiego cosi: per un mese intero, guardando un fumetto di Enki Bilal (La donna trappola), mi sono scervellato per capire il meccanismo mentale attraverso il quale l’autore avesse deciso di colorare le sue “astronavi” di colore giallo. Era una cosa che mi faceva andare via di testa perché mi piacevano un sacco quei colori e volevo sapere se esisteva qualche “regola” che potesse insegnarmi gli strumenti per controllare (e riutilizzare) il mio gusto cromatico a quei livelli.
E niente, per un mese ci ho provato a capirlo, ma non mi riusciva.
Poi ho letto la storia raccontata nell’albo. Ho letto che quelle astronavi erano degli “aero-taxi” e SBAM! Cioè, capite? I taxi newyorkesi sono storicamente di colore giallo e Bilal aveva usato proprio quel colore per rendere verosimile la sua fantascienza agli occhi dei lettori.
Sembra una puttanata, vero? Potete anche pensare che io sia un coglione, non mi importa, ciò che mi importa è che in quel momento ho capito tutto ciò che riguardava il concetto del raccontare (poi tra capirlo e l’ applicarlo, quella è tutta un’altra storia!).
Bilal ha colorato le sue astronavi di colore giallo, perché erano degli aero-taxi.
C’è tutto, anche qui.

Altro esempio. Per anni mi sono chiesto: “ma Moebius china con il pennino o con il pennello?”. Tormento.
Vado ad una sua mostra, guardo una sua tavola originale e leggo l’etichetta: “China: pennino e pennello”. SBAM 2! Fanculo.

Quindi, ricapitoliamo: mia nonna mi porta i Topolino a casa, ogni sabato sera, prendendo il traghetto per venire, con mio nonno, da Murano a Venezia, a cena dalla mia famiglia.
Bilal colora di giallo le sue astronavi.
Moebius chinava sia con pennino che con pennello.
Mi fermerei qui. Chiedo al Bussola se può bastare ciò che ho scritto. Nient’altro, per me, ha un senso così profondo come questi tre esempi. Se la lunghezza dell’articolo è sufficiente, non leggerete nessuna altra riga, se invece il “boss” dice che ho scritto poco, mi toccherà inventarmi qualche cazzata riempitiva (lo so, ho il tono fastidioso del cow-boy di Mullholland Drive).

Perché tutto si condensa in questo: i miei nonni, gli aero-taxi, pennelli e pennini.
Questo è racconto di formazione. Oltre tutto.

Ah, p.s. per i giovani disegnatori che si strappano i capelli: quella, non è una gabbia, è una finestra!

Emanuele Tenderini è un disegnatore di fumetti veneziano. Con il fumetto cult 100 anime, edito per la casa editrice francese Delcourt, crea uno stile, diventando uno dei più grandi esponenti mondiali della tecnica di colorazione digitale. Continua poi il suo percorso con le massime realtà editoriali europee: Wondercity, della francese Soleil, viene venduto in nove paesi del mondo; Oeil de Jade è edito dai prestigiosi Umanoidi Associati; The Odyssey lo vede a fianco del cartoonist americano Ben Caldwell. Nel mercato italiano collabora alla realizzazione di Dylan Dog e Dampyr per Sergio Bonelli Editore.

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2 Risposte to “La formazione del fumettista, 25 / Emanuele Tenderini”

  1. La formazione del fumettista Emanuele Tenderini | afnews.info Says:

    […] Leggi il testo completo su Vibrisse: click qui. […]

  2. LetturAttiva Says:

    Il diavolo sarà anche nei dettagli… ma nei dettagli ( tre piccole constatazioni/storie in questa formazione fumettistica) c’è la vita.
    Bravo narratore ilTenderini!

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