La formazione della fumettista, 23 / Silvia Califano

by

di Silvia Califano

[Questa è la ventitreesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Silvia per la disponibilità. gm].

Fisso Harlan Draka. Ho appena finito di disegnarlo. Se ne sta lì in piedi mentre gli edifici della piazza cinese intorno a lui si dissolvono nella nebbia. Il peggior vampiro della zona è nei paraggi. Forse è troppo spaventato. In fondo ne abbiamo già viste di queste situazioni, non c’è niente di cui aver paura, è il mio mestiere. Cioè, è il suo mestiere. Aggrotto le sopracciglia, raddrizzo la schiena, mi rendo solida. Cancello e ridisegno. Harlan è più sicuro, adesso siamo pronti al peggio. Guardo intorno a lui e penso che se fossi nebbia sarei più subdola. Allungo qualche filo di vapore verso le gambe del dampiro (il figlio di un vampiro e di una donna umana), come lo volessi afferrare, come volessi salirgli fino alla gola e soffocarlo. Questa cosa di essere della nebbia assassina mi sta piacendo.
Poso la penna della Cintiq e guardo di nuovo la scena. C’è da sistemare un po’ la prospettiva. Ai panneggi penserò in fase d’inchiostrazione. Adesso devo scrivere questo pezzo.

Per un momento ho la sensazione che la nebbia sia uscita dalla tavoletta grafica e abbia aggredito la mia, di gola. Ma a darmi i brividi sono due parole. Spuntano dal titolo di questa rubrica e mi guardano minacciose: una è “formazione”, l’altra è “fumettista”.

“Formazione”, il percorso di acquisizione di una struttura, una forma, che definisca ciò che prima era magmatico e difforme. Panico. Non mi sento affatto così solida, io. E se guardo indietro all’insieme dei ricordi di quello che ho fatto per arrivare fin qui, scorgo una materia che sembra appena esplosa fuori da un frullatore.
Se dovessi rispondere d’istinto alla domanda: “Come sei arrivata a fare fumetti?” la risposta più onesta sarebbe: “Non facendo una montagna di altri mestieri”. E suonerebbe terribilmente stupida.
Raccontata con un pizzico di spirito pratico, la mia formazione risulta piuttosto lineare: mi sono iscritta a una scuola di fumetto, lì ho assorbito il più possibile, poi ho fatto un po’ di gavetta tra studi grafici e la pubblicità. Dopo la laurea breve in linguistica italiana, con una tesi sulla lingua scritta nel fumetto, grazie ai consigli dei professionisti e la fiducia degli editori sono approdata all’Aurea Editoriale, lavorando alle storie brevi di Lorenzo Bartoli, che mi avrebbe accompagnato per mano fino alle pagine di John Doe. Circa quattrocento tavole dopo (un anno, secondo la misurazione del tempo dei Terrestri) ho presentato le prove in Bonelli. Ed eccoci qua.

Eppure non è così che “ho fatto”.
Era più onesta la risposta stupida.

Durante l’infanzia qualsiasi bambino gode di quello stato di grazia quadrimensionale, in cui il te stesso futuro può essere chiunque e fare qualsiasi cosa. Certo, ci sono bambini che hanno già le idee chiare. Ho visto addirittura adulti avere le idee chiare. Ma questa faccenda dell’avere le idee chiare, come la fisica quantistica e la ricetta del panpepato, non mi è mai riguardata molto.
Tutto quello che sono, spunta invece dal quell’orrendo processo di progressiva amputazione delle possibilità, il passare del tempo e il constatare che no, non farò l’astronauta, l’archeologo, il criminologo, il falsario o la spia e comincio a temere che anche l’allevamento di dinosauri si stia allontanando dalle mie prospettive praticabili.
Che orrore!
Quindi, se a questo punto della strada di mattoni gialli che porta fino alla mia scrivania dovessi dire “come ho fatto” dovrei abbassare gli occhi e descrivere almeno un paio di quei mattoni, rubacchiati qui e là da tutte le altre strade immaginate durante la mia vita.
La verità è che non mi sono mai arresa all’idea di dover scegliere, e quindi di ognuna delle strade ho tenuto un pezzo, conservato con la speranza di poter recuperare tutto il percorso.
Credo che questo mestiere sia per ognuno segnato da un’attività dell’infanzia che non si è voluto abbandonare. Quel salterellare da una fantasia identificativa all’altra, probabilmente, è la mia.

Chiariamo questa storia dei mattoni. Non parlo di capacità acquisite da altre attività, briciole sparse di “impara l’arte e mettila da parte” impastate poi nel lavoro del fare fumetti. Intendo proprio una nostalgia costante per altri me alternativi.

Io ho sempre disegnato fumetti. La prima collezione di immagini in sequenza, legate da una storia e condite di stortissimi balloon risale alle elementari, quando ero una divoratrice di Topolini e Asterix e sfogliavo con curiosità quei buffi libri-con-disegnate-cose-strane abbandonati in casa da mio padre: RanxErox, una serie di volumi di Manara e i Freaks Brothers.
Passioni marginali di fronte alla certezza, all’epoca, che da grande sarei stata un falegname, con variazioni sul tema, come il costruttore di marionette e l’intagliatore di modellini in scala. L’amore per il lavoro quieto e solitario, la pazienza di dettagliare e limare, il piacere di sentire la stanchezza nelle braccia e il contatto con i materiali sarebbero diventati il primo mattone conservato nello zaino delle possibilità future e, quindici anni dopo, si sarebbe rivelato il più utile.
Forse i miei genitori furono un po’ complici della mia schizofrenia immaginativa, lasciandomi decidere liberamente di anno in anno di essere pronta a diventare paleontologa, camionista, criminologa, sarta… senza cercare di mettere un limite alla cosa.
Nel frattempo tutte quelle cose e quei “me” e tutte le realtà parallele diventavano mondi di carta, su diari, quaderni e tavole a fumetti, magari incontrando tutti quei mutanti, eroi, uomini-pipistrello che seguivo e amavo da sempre.
E in tutto questo mai mi era venuto in mente che proprio quello potesse essere un mestiere.

Così la prima arte che imparai a praticare con maestria, fu: quella di portare avanti con determinazione scelte assolutamente incoerenti. Il che si rivelò particolarmente evidente a diciannove anni, quando oramai avevo capito che era prorio il mondo di creare storie ad attrarmi, restringendo così le possibilità a un bivio: la scenografia o il costume per il cinema. Mi servivano studi pratici per procedere, quindi mi iscrissi a Lettere e Filosofia.
No, non ero migliorata con il tempo.

Poi il caso si somma al caos quando un amico, a tre mesi dall’inizio dell’università, mi abbandonò tra le mani un volantino: “È una scuola di fumetti. Visto che stai sempre lì a leggere e disegnare quella roba, ho pensato ti potesse interessare”. Scartai immediatamente l’idea. Fumetti? Ma che c’entrano i fumetti? Poi io devo diventare sceneggiatrice per il cinema e girare il mondo! Sono stata fino a Praga a cercare i luoghi scoperti su Dampyr, sogno la Mongolia delle storie di Corto Maltese, l’Amazzonia di Mister No… che c’entrano i fumetti?
Un mese dopo varcavo la soglia della Scuola Internazionale di Comics, giusto per chiedere qualche informazione. Due ore dopo ero iscritta al corso di fumetto. Tre ore dopo mia madre tratteneva una crisi di nervi.

Il primo anno fu terribile, tostissimo. Non avevo nessuna formazione artistica, i miei compagni sembravano discendere tutti dal popolo degli umani-con-le-idee-chiare e le nozioni minime anche solo per avvicinarsi alla pagina disegnata sembravano illimitate. Eppure era un mestiere! Uno di quelli veri! Volevo imparare.
Ma il territorio sconfinato del fumetto mi sembrava una palude e io rischiavo di affondarci dentro, appesantita dall’università e da uno zaino oramai pieno di mattoni di possibilità future che non decidevo ad abbandonare. Mi serviva qualche cosa di solido su cui posare i piedi.
E così ho cominciato a tirare fuori uno ad uno quei vecchissimi mattoni gialli e a sistemarli là dove ancora non pensavo potesse esserci una strada. E fu un miracolo, perché si incastravano tutti. L’osservazione dei gesti e delle espressioni che mi affascinava della criminologia e mi avrebbe garantito un sicuro futuro da spia, l’amore per l’osservazione dei dettagli di costumi e ambienti del bravo antropologo, l’arte di nascondere per mostrare altro dell’illusionista… E soprattutto la pazienza del lavoro di lima e di seghetto, il più vecchio mattone di tutti, rubato al mio passato futuro da falegname.

Per questo mi terrorizza sentirmi chiamare “fumettista”. Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio. E io osservo questo piccolo pezzo di strada gialla che sto ancora posando, mattone per mattone, e sento di avere ancora fame di essere altro. Non sono mica fumettista io, anzi, ultimamente per lo più sono una vampira, un cacciatore di mostri, un proprietario di casinò e spesso anche un monaco buddista! Poi, oltre a quel che sono per volere della sceneggiatura a cui sto lavorando, devo ancora essere scrittrice, esploratrice, illustratrice, magari fotografa…

Credo sia questo il mio “come ho fatto”.
Sono rimasta costante nella mia caoticità, maturando solo due certezze.
Che l’epitaffio sulla mia lapide sarà la frase rubata a Calvino:

Morì, senza aver capito, dopo una vita intera dedicata alla fede, in che cosa mai credesse, ma cercando di credervi fermamente fino all’ultimo.

E che questa mia strada di mattoni gialli, qualsiasi forma prenda, sarà sempre ricoperta di pagine di fumetti. Perché quei fogli bianchi, smatitati, inchiostrati, coperti di appunti, sono l’unico spazio possibile dove io possa essere costantemente altro.
E contenere tutto l’Altro che sono quando non faccio fumetti.

Testaccina d.o.c. dal 28/07/1984.
Più o meno nel 1989 comincio a sfogliare Topolino, Asterix e Kamillo Kromo, a un’età decisamente appropriata. Più o meno nel 1989 comincio a sfogliare Ranxerox, Manara e i Freak Brothers, a un’età decisamente poco appropriata.
Gli effetti collaterali si manifestano nel 2006, con il diploma della Scuola Internazionale di Comics. Nel 2007,con Emilio Lecce, prende vita lo Xanadu Studio, attivo nel settore pubblicitario e didattico, con lavori per Rai Tv, Comics Provider, Burnet Foundation, Sky, Studio Universal, Fgci, Ministero dello Politiche Agricole e varie agenzie di grafica. Nel 2009 chiudo gli studi universitari con una Laurea Triennale in Linguistica Italiana presentando la Tesi Parole in Fumo: la lingua del fumetto italiano contemporaneo. Nello stesso anno inizia la collaborazione con l’Aurea Editoriale, che mi adotta definitivamente nel 2010.
Dopo circa 350 tavole (John Doe n. 2, 9 e 14 più diverse storie brevi e Trapassati inc.) e una copertina, nel 2011 entro a far parte del branco di disegnatori-vampiro in opera su Dampyr, per Sergio Bonelli Editore.
Visto che più sono i mostri più è divertente la festa, nel 2011 collaboro anche con IDW, per la serie X-Files 10# Season.

Tag: , ,

Una Risposta to “La formazione della fumettista, 23 / Silvia Califano”

  1. luciamarchitto Says:

    Trovo questa, e le altre formazioni dei fumettisti/ste molto interessanti, non solo dal punto di vista della storia in sé, ma anche e soprattutto nel modo in cui si racconta la storia. Grazie a Silvia e a tutti gli altri fumettisti/e, ovviamente un grazie anche al padrone di casa.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...