La formazione del fumettista, 21 / Claudio Villa

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claudio villa

di Claudio Villa

[Questa è la ventunesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Claudio per la disponibilità. gm].

Guardare le figure.
Le parole mi interessavano di meno, nei fumetti che mio padre portava a casa: Nembo Kid, Batman, i “classici dell’Audacia”.
Ero in età da elementari e i fumetti erano la porta d’accesso verso altri mondi.
Mi ci dimenticavo e galoppavo, sparavo, morivo e volavo con i personaggi dei fumetti.
Niente di nuovo né di speciale, proprio come tutti quelli che li amano.
Solo che a me piaceva tanto disegnare. Disegnavo dappertutto.
Omini che sembravano fatti con il filo di ferro che cavalcavano cavalli fatti di filo di ferro, sparavano, galoppavano, morivano, volavano.
Poi, un giorno mi sono accorto che le persone vere non erano fatte così, che non eravamo fatti di “una riga sola”. E sulla parete di uno scatolone dei miei giocattoli ho cercato lo spessore della materia. Quel che è rimasto sul cartone mi ha sfinito.
Avevo scoperto che servivano due segni per definire la materia ed è stato un ragionamento che mi è costato fatica. Cosa strana perché non mi ero mosso, eppure ero stanco. E sulla parete di cartone rimaneva un disegno a due dimensioni: uno stivale da cowboy. O almeno io ci vedevo uno stivale da cowboy.

A furia di leggere, o meglio guardare le figure, mi è spuntata la voglia di passare al di là della pagina. Immaginavo come l’avrei voluta vedere quella scena, o come mi sarebbe piaciuto vedere quell’eroe in quella determinata azione.
Era il lettore che cominciava a rompere le balle al disegnatore .
Non c’è mai stata una decisione “solenne”, ma dentro di me volevo disegnare i fumetti.
I miei apprezzavano i disegni che facevo, come fanno tutti i papà e mamme che si rispettino. Per gli amici ero “quello che disegnava bene”. I fumetti che leggevo erano cambiati: Alter Alter, Corriere dei Ragazzi, Eureka e la passione cresceva con me. Il liceo artistico mi ha aiutato, liberandomi la mano che i professori definivano “troppo da fumetto”. Così mi sono “sporcato” il tratto, ho imparato un po’ d’anatomia e cazzeggiato alla grande senza avere prospettive precise. Ricordo il cazziatone del prof. di Modellato su un disegno inventato, una scena di guerra, che avevo fatto durante le sue ore. “Devi copiare i classici!” mi urlava. Dal mio punto di vista mi faceva incazzare, ma poi ho scoperto che aveva ragioni da vendere.
Dopo il liceo artistico si apriva un periodo pieno di incognite.

L’idea del fumetto era sempre piantata in testa, meno piantata era l’idea di come si facesse a lavorarci.
Una scelta di disegni tra i migliori fatti al liceo artistico e sono partito con mio padre per Milano: direzione la casa editrice Universo. Il direttore fu gentile, ma mi disse che i miei disegni non andavano bene: sproporzioni qua e la e poi mancavano le chine.
Tornai un po’ scornato, ma sapevo che agli editori interessava la china, anche se ero totalmente all’oscuro di cosa usassero i disegnatori per chinare. Mi arrangiai con i rapidograph.
Inutile dire che fu un altro bagno.
In seguito visitai la Cenisio (ai tempi pubblicava Superman e Batman ed ero gasatissimo). Scoprii che stampavano Candy Candy e con : “Lasci i suoi dati, le faremo sapere” uscii anche da lì per andare alle Edizioni Paoline. Fu Claudio Nizzi a “vagliare” i miei disegni. Ricordo che insieme a me c’era anche Ugo Bertotti che in sala d’aspetto mi fece vedere i suoi lavori. Anche in questo caso: “Lasci i suoi dati, la ricontatteremo” e buonasera.
Qualche tempo dopo ero a casa di uno sceneggiatore, Antonio Tettamanti, che aveva un progetto per la Francia per il quale, mi disse, aveva appena scelto l’esordiente Silvio Cadelo.
Intanto, tramite amicizie comuni, conobbi Franco Bignotti che, visti i miei disegni, accettò di farmi da “professore”. Una nuova scuola. Ci andavo tutti i pomeriggi. Mi dava i “compiti”, soprattutto copiare fumetti, e finalmente mi confrontavo con i veri materiali da disegnatore: pennino e pennello. I primi tentativi furono imbarazzanti. Ma come cacchio fanno a fare quelle linee così belle e pulite con sto ciuffo di pelo che non va mai dove lo mando? Insomma, una fatica boia per imparare a domare la martora impazzita.
Passò un anno e mezzo e avevo accumulato un bel pacco di fogli con qualità altalenante. Anche durante quel periodo i colpi devastanti al mio ego furono potenti. Ricordo una tavola appena finita e inchiostrata, mostrata a Bignotti, il quale mi guardò con aria di sufficienza e mi disse: “Claudio, se disegni così, di lavoro non ne trovi…”
Cose che fanno male, certo, ma servono.
Ti abitui a ricominciare da capo, tirandoti su le maniche e puntando meglio al bersaglio.
Scopri che la pazienza e la speranza di far meglio sono parte integrante di questo mestiere.
Poi il primo incarico. Un editore per cui Bignotti aveva lavorato in passato aveva accettato di “tenere a battesimo” il mio primo, ingenuo lavoro.
Sei episodi di una miniserie ambientata in Provenza in epoca rinascimentale.
E di nuovo la fatica: inventare i personaggi, costruire l’ambientazione, curare la regia…
Poi la stessa casa editrice mi ha spedito nella fantascienza con il remake di un personaggio da rivisitare.
Stavolta è durato meno.
Durante un giro al “Le Nuvole Parlanti”, storica fumetteria di Milano, con i miei disegni sottobraccio, il tipo della fumetteria li volle vedere e mi disse che la Bonelli aveva in cantiere qualcosa di nuovo.
Tornai da Bignotti che mi aiutò a scegliere i disegni per la presentazione alla Bonelli.
Quel “qualcosa di nuovo” era Martin Mystère.
Tre tavole di prova, uguali per tutti gli aspiranti disegnatori, e l’esame finale.
Fui preso nello staff e mi venne affidata una sceneggiatura da Alfredo Castelli. Io che l’avevo seguito per anni da lettore sul Corriere dei ragazzi, non mi sentivo degno di lavorare con lui. Invece arrivò la prima sceneggiatura con le “condizioni” di Decio Canzio, il direttore editoriale: “Fai dieci pagine, poi ce le porti per poterle esaminare”.
Un altro passo, un altro esame.
“Scolastico” fu il commento di Sergio Bonelli ai miei disegni, Castelli mi suggerì di andare avanti con la sceneggiatura e solo poi tornare sulle tavole già fatte per la correzione.
Avevo 22 anni.
Cominciava un viaggio “da fermo”, seduto al tavolo da disegno sotto una lampada solarizzata per acchiappare i sogni e metterli sulla carta.
La formazione non si ferma mai. Non può fermarsi una cosa che sei tu, che dipende da come ti senti, da cosa vedi, da quel che leggi e ascolti.
Spesso cambia strada e diventa deformazione, come quando scopri che ti basterebbe una matita, ma ne hai almeno quattro. Quando ti “fa sicurezza” avere un mazzo di pennelli nuovi che cerchi di non usare perché “poi non si trovano più” e fai durare due vite quelli che stai usando da una vita.
Nonostante il tempo passato, “la compagnia” non è cambiata. C’è ancora il lettore che rompe le balle al disegnatore e pretende quel che il disegnatore fa fatica a fare e lo manderebbe volentieri a quel paese.
E c’è un bambino che guarda le figure.
Per le parole, c’è ancora tempo.

[Biografia in Wikipedia].

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3 Risposte to “La formazione del fumettista, 21 / Claudio Villa”

  1. La formazione del fumettista Claudio Villa | afnews.info Says:

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  2. Carla Says:

    bello da leggere, come le tue mitiche copertine di Tex… da lì ti conoscevo! Inimitabile

  3. pinko Says:

    non sapevo che entravi nel disegnatore dei fumetti, comunque ti scrivo poichè un conoscente era un tuo fan, un collezionista di musica napoletana…

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