Dieci cose utili da sapere circa il cronòtopo della vostra narrazione

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Un cronòtopo, di spalle

Un cronòtopo, di spalle

di giuliomozzi

1. Una narrazione è composta da una certa quantità di fatti legati tra loro da relazioni di causa e di effetto. E un fatto è un determinato qualcosa che avviene in un determinato momento, in un determinato luogo, tra determinati personaggi.

2. A questo punto, ho detto tutto. Ma procediamo con esempi. E’ vero che Tibor Déry scrisse un romanzo intitolato (in italiano) Il signor A. G. nella città di X., ma personalmente sconsiglierei a chiunque di ritentare l’esperimento. Il K. di Franz Kafka funziona solo perché noi leggiamo “K.” ma intendiamo “Kafka”. E’ vero che Alessandro Manzoni (“l’autor di un romanzetto / ove si parla di promessi sposi”, come scriveva il Giusti) non ci dice il nome del paese di Renzo e Lucia (ma con la descrizione paesaggistica iniziale e con tanti altri indizi si premura di farci capire esattamente che tipo di paese era, in quale luogo stava, e così via); è vero che l’Innominato non ha un nome (e nemmeno l’Anonimo, peraltro); è vero che Gertrude appartiene a un casato che forse era addirittura quello del feudatario di Monza, epperò la cosa non è data per certa e il nome del casato non c’è; ma insomma, l’Alessandro nazionale preferiva dare concretamente personaggi e luoghi piuttosto che (com’era d’uso al suo tempo) dotarli di nomi più o meno tipici o parlanti: e questo va bene, va bene ancora oggi.

3. “Un giorno, un uomo, in una città, fece un gesto”. Questo potrebbe essere l’inizio di un romanzo degli anni Settanta, di quelli che all’epoca tutti leggevano perché erano ideologicamente obbligatori, e che oggi vengono dati via per quasi niente sulle bancarelle dell’usato. Volete ritentare l’esperienza? Auguri. Il protagonista del Tristano di Nanni Balestrini si chiama C, senza neanche il punto: ma non tutti sono capaci di fare quello che faceva Balestrini. Anzi, quasi nessuno.

4. “Un uomo uscì di casa. Non ero io”. Questo potrebbe essere l’inizio di un racconto di Samuel Beckett, o di Vitaliano Trevisan. Volete provare anche voi? Padronissimi. Ma prima provate a riflettere su quanta disciplina ci voglia (vedi S. Beckett, vedi V. Trevisan) per scrivere a questo modo.

5. “Non volevo che si riconoscesse la città di Milano”. Frase sentita dire da una quantità di narratori inesperti. Certo, ma se poi c’è la Rinascente accanto al Duomo, tanto vale sputare il nome.

6. “Dick stava dando il mordente. Burt gli passò accanto e borbottò qualcosa”. Al di là del fatto che i romanzi italiani con personaggi che si chiamano Burt e Dick, o Donna e Sheila, a me personalmente mi danno sui nervi; a parte questo, io vorrei tanto sapere che cosa borbottò Burt. Perché se qualcosa avviene, cribbio, fàmmelo vedere. Tu, che racconti, lo sai che cosa borbottò Burt? (Mi viene in mente quando, nei miei primi giri romani, sentivo dire: “Andiamo, ci mangiamo una cosa”; e mi veniva quasi voglia, una volta al bar o alla trattoriuccia, di ordinare: “Una cosa, grazie”).

7. Se il fatto avviene in una stanza, dovete sapere come è fatta quella stanza. Se avviene in un bar, dovete sapere come è fatto quel bar. Se avviene in treno, dovete sapere come è fatto il treno. Pochi giorni fa, in uno dei tanti dattiloscritti che ricevo, ho letto: “Dopo tanti anni, rividi Marta in treno. Avevo preso il Frecciarossa per Venezia, e capitammo nello stesso scompartimento”. Tralasciamo che il personaggio abita a Roma, e che i collegamenti tra Roma e Venezia sono assicurati dai treni Frecciargento, ma: ci sono scompartimenti nelle Frecce? (Ci sono, non so su quali treni, i “salottini”: ma sono roba per gente d’affari e costano un occhio; e tanto Marta quanto il protagonista, nel prosieguo del romanzo, risultano poverelli).

8. Un qualunque fatto ha bisogno di un certo tempo, ovvero di un tempo certo, per avvenire. Se una conversazione dura da quando Gino butta la pasta a quando la scola, contate i minuti. Diversi tipi di pasta hanno diversi tempi di cottura.

9. Un qualunque fatto avviene tra certe persone. Se Gina e Gino litigano per due ore di fronte al loro amico Astolfo, è possibile che per tutte quelle due ore Astolfo non emetta nemmeno un colpo di tosse? Dovete sempre aver bene presente chi c’è sulla scena. E ricordate che la gente va in giro vestita; che si muove, e spesso, nelle stanze; che può cambiare stanza; che quando si cammina per la strada il paesaggio attorno via via cambia; eccetera. Nulla avviene nel vuoto.

10. Per informazioni sul cronòtopo, cliccate sull’immagine in alto.

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17 Risposte to “Dieci cose utili da sapere circa il cronòtopo della vostra narrazione”

  1. Ludovico Says:

    ovvio ma sempre da ricordare,il punto 9-anche gli Astolfi emettono colpi di tosse(and many much more,cioè qualcosa devono fare,sulla pagina)

  2. Ludovico Says:

    sul punto 3:mi sa che poi mica tanti leggevano i classici libri sperimentali anni ’70,già negli anni 70,dico

  3. emilianolaurenzi Says:

    Personalmente trovo il primo punto – e la sua articolazione nei seguenti – ineccepibile. Certo, si potrebbe citare, riguardo ai tempi, l’uso inverosimile che ne fa spesso Gogol (traditore del punto 8) ma chi s’azzarda a sfidare certi modelli!
    A me scrivendo piace addirittura andare a vedere che tempo faceva durante lo svolgimento della storia, che musica si ascoltava in quel periodo, i prezzi. Ricostruire i luoghi, le atmosfere, l’abbigliamento. Ho sempre ammirato Zola – nel mio piccolo – che faceva vere campagne di studio sugli ambienti, la lingua utilizzata, i termini gerani, ecc. …
    Apprezzo queste chicche di “ecologia dello scrivere”.

  4. gian marco griffi Says:

    minchia ho sbagliato tutto, come sempre.

  5. Mirco Racinic Says:

    direi che più di un romanzo di Vittorini infrange più di uno di questi pseudo-precetti (il che non è reato, lo so, ma forse spiega perché mi piaccia poco Vittorini, e moltissimo Fenoglio)

  6. Anna Maria Bonfiglio Says:

    grazie Giulio, le occasioni di lettura che ci offri sono illuminanti.

  7. mariagiannalia Says:

    Secondo me, e lo dico a tutti gli amici di Vibrisse, noi dovremmo pagare Giulio. Sì, avete capito bene, lo dovremmo pagare. Per esempio, inviargli un bonifico ogni tanto, per dire, un tot al mese oppure ogni due mesi. Non so , si accettano consigli.
    Dico, ma dove lo troviamo uno scrittore che :
    -ci dà consigli con dei decaloghi precisi,
    -ci mette in guardia dai pesce-cani che si aggirano in cerca di neoscrittori sprovveduti,
    -ci istruisce con precise e circostanziate informazioni,
    -ci sponsorizza attraverso i libri collettivi (raccolte di poesie).
    Va bene, ci strapazza pure, ma insomma, è anche giusto che sia così. La sua esperienza nel mondo dell’editoria giustifica le sue intolleranze nei confronti di molti nostri luoghi comuni.
    Per esempio il punto 9. A me non sarebbe mai venuto in mente, scrivendo di due personaggi che discutono animatamente, tenere presente che:
    ” la gente va in giro vestita; che si muove, e spesso, nelle stanze; che può cambiare stanza; che quando si cammina per la strada il paesaggio attorno via via cambia; eccetera. ”

    Grazie, Giulio.

  8. Nadia Bertolani Says:

    Lo ripeto anche qui: Giulio Mozzi mi intimidisce.

  9. acabarra59 Says:

    “ 27 marzo 1984 – Bonnard, spiegano, trasforma il tempo in spazio, mediante la luce. Come fare per compiere l’operazione inversa: mutare lo spazio in tempo? Mediante il buio? (Ad esempio nel sonno, nel sogno) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 243

  10. Giulio Mozzi Says:

    Maria Giannalia, ciò che tu auspichi già avviene.

    Qualcuno, leggendo ciò che scrivo, decide di acquistare un mio libro. Qualcuno, leggendo ciò che scrivo, decide di frequentare un mio corso o laboratorio. Qualcuno, leggendo ciò che scrivo, decide di accettare un’offerta da favola. Qualcuno, leggendo ciò che scrivo, decide di invitarmi a cena. Qualcuno, leggendo ciò che scrivo, decide di propormi una partecipazione a un corso, a un convegno, a un festival, a un’iniziativa scolastica. Qualcuno, leggendo ciò che scrivo, mi offre un impiego.

    E così via.

    Se non mi fossi inventato, nell’ormai lontano agosto del 2000, di fare vibrisse, avrei avute molte meno (e forse anche meno diversificate) occasioni di lavoro. Vibrisse ha un valore economico importante, per me.

    Dunque? Dunque, Maria: grazie per aver ricordato che anche un Giulio Mozzi – così come tutti i personaggi di romanzo – ha una sua vita materiale fatta di spesa quotidiana, di mutuo o di affitto, di bollette, di rate dell’auto, di lavatrice da cambiare, eccetera.

  11. Cristian Says:

    rate dell’auto?

  12. Pensieri Oziosi Says:

    Mi viene in mente Amici & vicini, un film di Neil LaBute del 1998: si svolge in un’imprecisata città americana e i sei personaggi in scena rimangono senza nome per tutta la durata del film. Sinceramente, questa è l’unica cosa che ricordo del film.

    Anche in uno dei libri più angosciosi che ho letto, La strada di Cormac McCarthy, i personaggi sono senza nome.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Non ho la patente, Cristian.

    P.O.: nei film c’è il corpo, che svolge spesso la funzione del nome e di molte altre cose (un corpo che possiamo vedere è pieno di informazioni).
    In letteratura si può fare tutto, tutto è lecito – se riesce bene. Ci sono cose particolarmente difficili da fare: questo intendevo segnalare a es. ai punti 2, 3, 4.

  14. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    La parte finale del n. 6 è come una fotografia di Giulio. Avendolo conosciuto, mi ci è ‘scappato’ un sorriso.

  15. Cristian Says:

    Appunto

  16. Livio Romano Says:

    Io pure. A quelli che mi dicono “ci andiamo a mangiare una cosa” darei uno schiaffo sulla nuca. Anche se usano la variante “ci troviamo lì, guardiamo il film e poi mangiamo qualcosa”.

  17. gian marco griffi Says:

    Infatti quando invito a cena qualcuno io dico sempre: “Ci vediamo alla trattoria da Geppe alle 20.07 e io mangerò un vitello tonnato, seguito da un piatto da 120 gr di agnolotti al plin, seguito da una tagliata con grana e rucola (poca rucola) – cottura media, seguita da un bonet, e per finire un caffè. Berrò tre bicchieri di barbera di Vinchio del 1999. Adesso per favore dimmi quel che mangerai tu altrimenti vai pure a cena con un altro, giacché io detesto la vaghezza, il pressapochismo e l’approssimazione, a tal proposito ho anche fondato un gruppo su facebook”.

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