Da chi vuoi essere letta/o?

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Ragazza venusiana assorta nella lettura.

Ragazza venusiana assorta nella lettura.

di giuliomozzi

In un intervento in calce al decaloghetto di ieri, una persona che si firma semplicemente “Sonia” scrive:

Parlando da lettrice accanita mi sento di dire che ci sono libri contemporanei bellissimi ma che non hanno raggiunto una fama tale che renda loro giustizia, parlando da scrittrice mi sento di dire che vorrei essere letta da una grande quantità di contemporanei per diventare un classico nel futuro!!

Il tono di Sonia è, mi pare, scherzoso: il tono di chi sa che la sta sparando grossa. Io qui mi permetterò di prendere troppo sul serio il suo intervento.

1. Il “per” (“…letta da una grande quantità di contemporanei per diventare un classico…”) indica che nel desiderio espresso da Sonia c’è un’illusione: l’illusione che l’essere letta da molti, oggi, sia un passaggio necessario per diventare “un classico”. Faccio sempre gli stessi esempi: I Lombardi alla prima Crociata di Tommaso Grossi fu forse il maggior successo editoriale dell’Ottocento (addirittura, Giuseppe Verdi ne cavò un’opera): ciò non è bastato a farne un classico. Al contrario: I Malavoglia di Giovanni Verga fu un tale insuccesso che l’autore, in una lettera all’amico Luigi Capuana (vado a memoria) si ripromise di non commettere mai più l’errore di fare un’opera del genere. Moby-Dick di Melville apparve nel 1851, non se lo filò nessuno, e solo settant’anni dopo cominciò a essere letto. Eccetera. In tempi più recenti: vi pare che Volevo i pantaloni (1991) di Lara Cardella (un successo editoriale mostruoso, sopra il milione di copie: a detta – gliel’ho sentito dire pochi giorni fa, nel corso di un seminario a Bergamo – di Antonio Franchini, dirigente Mondadori) sia avviato a diventare qualcosa di simile a un classico? Ancora eccetera.

2. Siamo sicuri che sia sensato desiderare di essere letti da “una grande quantità di contemporanei”? Non è più sensato desiderare di essere letti da quei tanti o pochi che sono, per disposizione d’animo o storia di vita o altro, i nostri veri lettori e le nostre vere lettrici? O desideriamo essere letti anche da chi non è un nostro lettore? Per dire: mia sorella è una mia lettrice, e non lo è perché effettivamente legge ciò che scrivo; mio fratello maggiore non è un mio lettore, e fa benissimo a non leggere ciò che scrivo. (Il “mio” non è qui un possessivo).

3. Siamo sicuri che sia sensato avere un’ambizione gigantesca come quella di “diventare un classico”? A me pare sensato cercar di ambire a ciò che si pensa di poter effettivamente ottenere (dirò di più: personalmente, ambisco a qualcosa solo dopo che ce l’ho già; e così mi risolvo il problema), e mi pare ancor più sensato pensare di poter effettivamente ottenere solo ciò che davvero siamo in grado di ottenere. Se il mio sogno è “diventare un classico”, cioè entrare nell’eletta schiera degli Omero e degli Henry Fielding, dei Dante Alighieri e dei Corneille, dei Goethe e dei Dostoevskij, degli T. S. Eliot e dei Leopardi, e così via; e se in realtà la mia forza (la mia capacità di produrre un’opera bella) è mediocre: c’è qualcosa che non va. Bisogna avere un giusto giudizio su di sé.

4. Non c’è nessun bisogno di piacere agli altri; tantomeno a quelli che vivono nel nostro tempo.

38 Risposte to “Da chi vuoi essere letta/o?”

  1. cla Says:

    Sai, Giulio, io penso che se è vero il detto che nasce un genio ogni secolo, quel genio di sicuro non sono io. E questo mi solleva e mi rende felice. E parecchio libera. Da operatrice nel mondo della lettura (da quindici anni) posso dire che i libri più letti dalla gente non sono quasi mai i più belli.

  2. Cristian Says:

    punto 4: però fa bene alla salute (e magari al portafoglio). Punto 2: il discorso è un po’ come quello lì di Renzi: ci devono votare solo i nostri o non è meglio che si votino anche quelli che proprio nostri non sono perché il nostro discorso riesce ad arrivare fino a loro? Punto 3: l’ambizione giusta è quella di diventare quello che sei, allora sarà come essere diventato un grande (d’altra parte la strada dei grandi è questa)

  3. deborahdonato Says:

    L’ambizione di diventare un classico, al di là di quanto ha detto Sonia (che era di certo ironica), mi è comunque più simpatica di quella di essere letta da tantissimi contemporanei. C’è una ingenua purezza, come quella di un bimbo che appena messe le scarpette di calciatore sogna di diventare Maradona. Mi chiedo, a margine, quale sia la necessaria distanza temporale per decretare la “classicità” di un testo. Il tempo necessario per fare una scrematura delle questioni legate al tempo della stesura del libro e a quelle “universali” che in esso sono contenute? Il percorso dello scrittore? Mi chiedo anche quanti siano stati gli autori che hanno visto un loro testo “elevato” al rango di classico. (Forse Garcìa Marquez con Cent’anni di solitudine?)

  4. Lorenzo Sartori Says:

    2. Forse più che dai contemporanei dovresti essere letto dai posteri per ambire a diventare un classico. Detto questo c’è veramente tanta ingenuità nella gente che scrive. Chissà, forse senza questa ingenuità, molti non scriverebbero neanche. Un bene? Un male? Sempre ai posteri l’ardua sentenza😉

  5. Sonia Says:

    Buon giorno, sono Sonia, sono felice che sia stato colto il tono scherzoso del mio commento di ieri….
    Rispondendo alla sua domanda di oggi le dico che vorrei essere letta da chi apprezzerà il mio romanzo e da chi non lo apprezzerà, perché ciò che veramente mi interessa è sapere cosa ho suscitato con il mio racconto in positivo ma anche in negativo ( sarebbe troppo facile essere letti solo da chi ci apprezza, le critiche, se costruttive, sono molto utili!), lo scopo della scrittura, a mio avviso, deve essere quello di stimolare un dibattito, di far vibrare le corde delle emozioni….oltre che liberare la mia mente dalle storie che la ingombrano!!?…ps pochi giorni fa le ho inviato il mio romanzo se avrà il desiderio di leggerlo fino in fondo riderà e piangerà, spero….altrimenti obiettivo non raggiunto!!! Sonia Tol

  6. Monica Bauletti Says:

    “3.Siamo sicuri che sia sensato avere un’ambizione gigantesca come quella di “diventare un classico”? … entrare nell’eletta schiera degli Omero e degli Henry Fielding, dei Dante Alighieri e dei Corneille, dei Goethe e dei Dostoevskij, degli T. S. Eliot e dei Leopardi,”
    Mioddio!, mi sento male solo a pensarlo. Un po’ come il due di coppe con la briscola a bastoni. O un zircone nella Queen Alexandra’s Kokoshnik. Va beh, non corro il rischio. Però parlando di ambizioni io mi colloco nel mezzo. Ambire agli eccessi è autolesionismo puro, vuol dire cercare pretesti per alimentare frustrazioni, ma nemmeno: “ambisco a qualcosa solo dopo che ce l’ho già”, insomma questo mi sembra anche troppo comodo. Bisogna pur cercare di migliorarsi e soprattutto cercare di scoprire chi siamo veramente, un buon metodo è sempre quello di mettersi alla prova. Condivido: “Bisogna avere un giusto giudizio su di sé” ma a questo mondo c’è davvero qualcuno in grado di avere “il giusto giudizio di se”?.

  7. acabarra59 Says:

    “ 14 dicembre 1991 – « Tanto voleva leggere che finì per scrivere pur di leggere qualcosa che avesse voglia di leggere. » “ [*] [**]
    [*] Per Maria Luisa: uno che sbaglia. Sbaglio, dunque sono.
    [**] La s-formazione dello scrittore / 237

  8. Monica Bauletti Says:

    Rispondo anche a Sonia e anche in questo caso mi trovo nel mezzo, (oggi proprio non mi riesce di trovare una posizione, mah!) ho sempre pensato di voler essere letta da chiunque e ho sempre apprezzato le critiche sincere. Chi mi dice apertamente dove e in che cosa sbaglio ha tutta la mia ammirazione e mi fa un gran piacere sentirmi criticare, vuol dire che hanno letto con attenzione e se si sono sentiti di informarmi del loro giudizio in fondo vuol dire che tengono anche al mio. Mi è successo però di ricevere una critica spietata e mi sono sentita in colpa a tal punto che ho chiesto scusa per aver causato una perdita di tempo e aver costretto una persona a leggere qualcosa che ha ritenuto così tremendo. Ci sono rimasta malissimo. Quindi preferisco essere letta da chi ama il mio genere, almeno non faccio dispiacere a nessuno e la mia coscienza se ne sta tranquilla.

  9. Andrea Cascioli Says:

    Di mestiere faccio il disegnatore di fumetti.
    Li disegno, non li scrivo.
    Con il disegno racconto, sono un narratore, e di certo per questo devo tener conto dei lettori, del loro numero, della loro tipologia.
    La narrazione è giusto tenga conto dell’utenza.
    Lo scrivere, però, è altra cosa, svincolata dalla considerazione dell’utente finale o dalla quantificazione numerica o monetaria.
    Scrivo cose su internet, sul mio Diario di Facebook che uso impropriamente come un blog.
    In esso scrivo di tutto, di gatti, di donne, di etica, di Diritti, di razzismo, di semafori, di emozioni, di sdegno, di felicità, di musica, di sgomento, di vecchi, di giovani e di stupore.
    A volte ho un grande seguito e migliaia di condivisioni.
    Ovviamente dipende dagli argomenti trattati.
    Altre volte non mi fila quasi nessuno.
    L’essere seguito o meno, venire letto o no, è un effetto collaterale.
    La lettura di quel che scrivo è una condizione probabile, ma non essenziale.
    Sostanzialmente scrivo per me.
    È certo che comunicare non può prescindere dall’altro, ma a volte attraverso la scrittura si comunica anche a se stessi.
    Un po’ come quando ti dai una martellata su un dito: se esclami “porca puttana” non è che stai parlando con qualcuno.
    In quel momento sei autoreferenziale, non t’importa dell’auditorium se è affollato o meno.
    È uno sfogo, la martellata richiede l’imprecazione, a prescindere.
    Ecco, la scrittura è uno sfogo dell’anima alle martellate ricevute.
    Il commercio calcolato di essa è giusto che esista, ma non deve essere confuso con la spinta propulsiva.
    La spinta propulsiva dovrebbe essere il bisogno di dire, non il bisogno di piacere o di ricevere l’applauso.
    Insomma, lo scrittore dovrebbe essere sostanzialmente un fottuto egoista.
    L’applauso è ormai un concetto ormai onnipresente che nasce da un linguaggio televisivo (ho visto applaudire persino ai funerali), e quel medium – la tele – ha contribuito alla formazione di concezioni amplificate dell’ego: siamo stati convinti che l’ego abbia bisogno dell’applauso.
    Invece, ragionandoci, il vero egoista dell’applauso dovrebbe fregarsene, altrimenti che egoista sarebbe?

    Andrea Cascioli.

  10. Elianto Says:

    Spero di non incappare nel doppione, ché la precedente risposta è evaporata mentre premevo “invio”…

    A differenza di altri, credo che la frase “dirò di più: personalmente, ambisco a qualcosa solo dopo che ce l’ho già; e così mi risolvo il problema”, pur scritta tra parentesi, sia La Soluzione. Mi spiego: l’ambizione sproporzionata (diventare l’autrice/autore di un classico) può essere “sana”, secondo me, finché resta un carburante; la benzina che alimenta la passione di musicisti imberbi, chiusi in una sala prove grande quanto una scatola di scarpe, che esultano per un pezzo ben riuscito e, come gioventù comanda, sognano di diventare i Led Zeppelin (o chi per essi). Se rimane il La del violino, utile all’accordatura e all’entusiasmo, credo sia utile.

    Io scrivo. In alcuni momenti mi pare di avere qualcosa di sensato da dire, che potrebbe essere accolto e condiviso con garbo non solo da zie bonarie e amici affettuosi. In altri, arboreschi anzichenò, io mi guardo allo specchio e mi sputo in un ecchio. Non ho tempo ed energie sufficienti per immaginare che il mio lavoro possa diventare altro da sé, che possa andare oltre il perimetro entro il quale prende forma qui e ora. Significa non avere ambizione? O, magari, è indice di smisurata modestia? No. Ma se faccio una torta, è farla, il mio obiettivo. Devo avere davanti gli ingredienti, chiari, contati, indispensabili. In quell’istante non penso all’ipotesi remota di esporre il mio formidabile dolce nella pasticceria più frequentata del Nordest. Separo gli albumi dai tuorli e cerco di montare a neve la sbobba nel modo migliore. Perché mi va di farlo, perché ho fame, perché ho finito le fette biscottate.

    Ps: scrivo, suono e sforno dolci fantastici. E sono una delle persone meno modeste che io conosca.

  11. Alex Pardi Says:

    A proposito del punto 2, ho sentito due autori che stimo (anche se non propriamente scrittori), e cioè Zerocalcare e Caparezza, parlare dello sgomento con cui si sono resi conto di essere apprezzati da molte persone con le quali non vorrebbero condividere nemmeno il sedile su un treno, e che – con ogni probabilità – colgono una versione molto parziale e distorta di quello che loro (gli autori) hanno da dire.

  12. fuoridallarete Says:

    “personalmente, ambisco a qualcosa solo dopo che ce l’ho già; e così mi risolvo il problema”.. mi ha fatto sorridere🙂

  13. mariagiannalia Says:

    Non è che perchè uno/a scrive debba ambire ad avere stuoli di lettori. L’atto dello scrivere si fa in solitudine ( è la più solitaria delle occupazioni che io conosca, e per questo mi piace) e a mio parere ubbidisce prima di tutto ad un bisogno personale di comunicare a se stessi il proprio modo di vedere il mondo e, facendolo, chiarirne i significati per sé. Certo, avere dei lettori è importante, è lo stesso atto dello scrivere che lo implica. Oggi abbiamo molte occasioni di mettere in esposizione i nostri scritti a chiunque voglia avere la bontà di leggerli. Esistono i blog, esistono anche le autopubblicazioni che costano pochissimo e garantiscono un libro “rifinito” che assomiglia molto ad un libro vero. Credo che ci si possa accontentare, credo che sia infinitamente meglio avere pochi lettori che siano in grado di condividere poco o molto di ciò che si racconta, piuttosto che angosciarsi costantemente per il fatto di non avere trovato ancora nessuno che ci “abbia scoperto”. Personalmente scrivo dei racconti che pubblico sul mio blog, ma sono cose che piacciono prima di tutto a me, che voglio raccontare a me stessa, non so se i miei lettori giornalieri , che non superano il numero di venti, condividano o no ciò che scrivo, apprezzino o no ciò di cui parlo, francamente non è questo il mio primo obiettivo. Scrivo solo perchè mi piace farlo e perchè desidero scrivere quelle cose lì. Non vivo di questo. Anzi so che cercare di farne un vero mestiere risulta essere molto rischioso e pericoloso soprattutto per la propria autostima. Poi, per carità, ci sono quelli che vogliono correre il rischio e lo fanno, sostenuti da una profonda convinzione e motivazione. Ma da qui a pensare di diventare novelli Oscar Wilde del terzo millennio ce ne corre. D’altra parte però il grande Garcìa Marquez nella sua autobiografia raccontava di avere detto con chiarezza al padre che sarebbe vissuto solo della sua scrittura e da quel momento ha investito tutta la sua vita interamente su questo. Gli è andata bene. Ma non sempre va così. Purtroppo.

  14. Andy Says:

    Adoro il punto 4

  15. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Sono d’accordo con mariagiannalia.
    Un autore crede sempre nel suo lavoro, ma spesso non trova un editore, il quale è spinto da interessi legittimi ma sovente diversi. Allora la strada dell’autopubblicazione non è scandalosa. Salvo che per i miei saggi pubblicati da Marco Valerio di Torino (il quale per la verità ha pubblicato anche un mio romanzo “La scampanata”), e gli sono grato di tutto questo, i miei romanzi li ho autopubblicati sia su Amazon che su Lulu. Quest’ultimo offre un libro cartaceo confezionato in modo del tutto rispettabile. Ebbene, in modo automatico, e senza alcuno sforzo da parte mia, ogni mese mi vedo riconosciuti intorno ai 50/60 euro di diritti d’autore. Poca cosa, ma la soddisfazione maggiore è che questi libri non scompariranno mai dal catalogo (come avviene con i normali editori) e saranno sempre acquistabili (a meno di fallimento tanto di Amazon che di Lulu, assai improbabile). E poi hai il piacere di possedere in casa (le paghi un’inezia in quanto autore) alcune copie del tuo libro che puoi regalare o rileggere.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Ci sono anche quelli che non trovano un editore perché le loro opere sono brutte. Per quello che ne so, sono la stragrande maggioranza. Trovo curioso che questo fatto, in tante discussioni, venga dimenticato.
    Pubblicare da sé un’opera bella, mi pare una bella cosa. Pubblicare da sé un’opera decente, mi pare una cosa decente. Pubbicare da sé un’opera scarsa, mi pare una cosa scarsa. Pubblicare da sé un’opera orrenda, mi pare una cosa orrenda.

  17. Lorenzo Sartori Says:

    “ogni scarrafone è bello a mamma soja”, per citare il compianto Pino Daniele. L’autoproduzione ha i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro c’è che se autopubblichi con un serio obiettivo (e non per sola vanità) ti tocca metterti nei panni di un editore (di fatto sei l’editore di te stesso) e vedere le cose da un altro punto di vista. Di contro c’è che ti perdi un confronto importante, un filtro alla tua ambizione che, ricollegandoci all’argomento in questione, può portarti anche a pensare che per pubblicare “un classico” basti amazon.

  18. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 3 marzo 2000 – « Ogne scarrafone è bbello a mmamma soie “, pensava Gregor Magneti Marelli. Per consolarsi. Di non avere una mamma. » [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 239

  19. dm Says:

    A me pare che la cosa più sana per uno scrittore (o per un aspirante tale) sia quella di lavorare alla riformulazione di un proprio rapporto con il mondo. Se il mondo è, soprattutto, un intreccio o un garbuglio di relazioni, tra le cose e tra le persone, e tra le persone e le cose, allora scrivere può significare cambiare – di poco o di tanto – questo sistema di relazioni. E mi riferisco alle relazioni che investono chi scrive. E alle relazioni che coinvolgono il leggente. Chi legge è per certi versi un’immagine speculare della persona che scrive. Se chi scrive è in grado, agendo su di sé, di cambiare – di poco o di tanto – il sistema di relazioni che vede al centro il leggente, allora sicuramente sarà riuscito a cambiare il proprio sistema, e quindi – grazie al lettore – sarà arrivato a una riformulazione di un nuovo rapporto col mondo, avrà fatto qualcosa di importante.
    Un classico è, secondo me, un esempio massimo di questo esito che ho detto di riformulazione, cioè il caso rarissimo in cui questo processo coinvolge moltissime persone autorevoli per la cultura e pare destinato a durare per un mucchio di tempo.
    Poi ci sono i libri che diventano classici per un gruppo ristretto di persone (dei classici relativi, in qualche modo).

    [A me piace distinguere tra leggenti e lettori, proprio come si fa tra scriventi e scrittori. Mi è utile, cioè.
    Commento scritto in fretta, a mo’ di appunto provvisorio.]

  20. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    @ Giulio
    Faccio un intervento un po’ lungo per affrontare meglio il tema, e mi scuso con i tuoi lettori.
    Hai ragione Giulio nei casi che rappresenti, soprattutto quando accenni ad un opera brutta o addirittura orrenda. L’editore ha strumenti per arrivare a una tale conclusione, ma, come sai bene, non hanno funzionato in vari casi clamorosi. Dunque anche il giudizio che un editore dà su di un’opera qualche volta è discutibile. Ma io sto sempre dalla parte dell’autore, di quello che non sia un grafomane, ma ispirato da un sincero sentimento di comunicazione e giustifico l’autopubblicazione sempre.
    Ti ricordi quando mi invitasti a scrivere su vibrisse il modo in cui da solo provvedevo a stampare i miei libri? Ne nacque poi una collaborazione che mi aprì le porte della tua rivista alle recensioni, che in realtà sono anche un invito alla lettura. Ciò non significa affatto che quella tua curiosità volesse incoraggiare l’autopubblicazione anche di opere orrende, ma ho sempre pensato che tu volessi aprire a chiunque la possibilità di esprimersi e questo mi fece un gran piacere. Mi ricordo l’apprezzamento che facesti anche sulla eventuale pubblicazione di una lista della spesa.
    Ora permettimi di fare un esempio personale sul rapporto opera-editore – autopubblicazione. Ne ho già parlato brevemente su facebook dando notizia di un mio recente lavoro (finito a metà febbraio – dedicato a Carlo Sgorlon), attualmente in cerca di editore, ma qui credo sia una sede migliore di quella di Facebook per sviluppare la tesi del bello e del brutto e della obbligatorietà, spesso, di percorrere la via dell’autopubblicazione, proprio perché è la tua rivista e tu sei un interlocutore che opera nel settore editoriale.
    Mi sono procurato via via tutti i romanzi di Sgorlon (oltre una trentina) e li ho letti redigendone per ciascuno una recensione-invito alla lettura, che è il mio modo di scrivere sui romanzi e che tu conosci per aver ospitato tanti miei articoli del genere su vibrisse. L’ultimo, “Il circolo di Svedenborg”, uscito postumo nel 2010, è introvabile, anche sul mercato antiquario, e l’ho avuto in dono, insieme ad altre cose, dalla vedova dello scrittore.
    Che opera ho scritto? Bella? Decente? Scarsa? Brutta? Orribile? Io sono convinto, proprio per l’esperienza acquisita in questo mio modo di affrontare il romanzo, di avere scritto per lo meno un’opera decente, se non addirittura bella. In primo luogo perché non esiste un precedente di questo tipo che esamini tutti i romanzi di Sgorlon, in secondo luogo perché il lavoro ha avuto l’apprezzamento di Giorgio Bárberi Squarotti, che l’ha seguito e stimolato sin dal principio, e di Daniela Marcheschi che ha fatto delle introduzioni nella collana dei Meridiani Mondadori.
    Convinto quindi della bontà del lavoro ho spedito a febbraio il manoscritto ad alcuni editori che operano nell’area friulana e dintorni e a quelli che hanno pubblicato i romanzi di Sgorlon. Non l’ho inviato a Mondadori poiché lo sento troppo grande per la mia piccola dimensione di autore. Ho già avuto la prima risposta da Marsilio: “non siamo però in grado di darle una risposta positiva in quanto riteniamo che sia lontano dalla nostra attuale linea editoriale”. È, come vedi, la risposta classica di rifiuto e, sebbene sia ancora presto, mi aspetto altrettanto dagli altri editori, che sono: Neri Pozza, Gremese, Morganti.
    Perché accade questo, secondo me? Non perché l’opera sia brutta o orrenda, bensì perché l’editore fa un calcolo economico di questo tipo: quanti potrebbero acquistare un’opera simile? La risposta me la do da solo: 200, se tutto va bene. Allora l’editore non si rifà delle spese e non prende in considerazione, di conseguenza, il lavoro. Ha tutto il diritto di farlo, poiché un editore è anche un imprenditore e l’azienda non può chiudere l’anno in perdita. Ma l’autore che ha scritto un’opera che considera (non solo lui) almeno decente, se non bella, che deve fare? Gettarla nel fuoco? Allora ecco la necessità di ricorrere all’autopubblicazione, a causa di un modo di essere (legittimo, s’intende) dell’editore, autopubblicazione che relegherà l’opera nell’ombra.
    Sarà ciò che presumibilmente accadrà fra qualche mese al mio “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi”.

  21. gian marco griffi Says:

    Io vorrei essere letto da uno stronzo che c’è sempre al bar sotto casa mia.

  22. Cristian Says:

    Bartolomeo di Monaco: e Biblioteca dell’immagine? e Kappavu?

  23. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    @Cristian
    Grazie. Ne terrò conto.

  24. Carla Says:

    grande Gian Marco, come sempre. io vorrei essere letta da stronsci e non, vanno bene tutti purché leggendomi non facciano troppo gli stronsci cercando un capolavoro che non potrò mai scrivere.

  25. GiuseppeC Says:

    Dopo vent’anni a fare lo scrittore figo, compare in essere dei vari Dante, Shakespeare e Cervantes, annoiato da solitudine e boriose altezze, mi metto a scrivere monnezzoni anch’io, per i quali accetto fin d’ora la trafila standard riservata a grafomani, scriventi, manoscrittari, emergenti e tutte le varie declinazioni. Primo monnezzone pronto a fine Maggio. Olé.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Bartolomeo, scrivi:

    Perché accade questo, secondo me? Non perché l’opera sia brutta o orrenda, bensì perché l’editore fa un calcolo economico di questo tipo: quanti potrebbero acquistare un’opera simile? La risposta me la do da solo: 200, se tutto va bene.

    Può essere, senz’altro. Potresti però aver scritto un libro inutile. O potresti aver scritto un libro brutto. O potresti aver scritto un libro utile e ben fatto, e averlo presentato agli editori sbagliati. Al momento, le uniche garanzie della qualità dell’opera sono:
    – i tuoi libri precedenti, le tue recensioni sparpagliate nella rete, eccetera (per chi li e le conosce);
    – la tua parola.

  27. letizia Says:

    Andrea Cascioli ha scritto già ciò che volevo scrivere io , sottolineerei la frase : ” Lo scrittore dovrebbe essere sostanzialmente un fottuto egoista “

  28. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    @ Giulio
    Grazie, Giulio, della tua attenzione e delle tue riflessioni. Ho già scritto, mi pare su Facebook, che considero Carlo Sgorlon uno dei maggiori narratori del Novecento, ed aver lavorato su di lui mi ha dato tante emozioni, quelle che vorrei trasferire ai lettori, stimolandoli a leggerlo, prima che le sue opere spariscano dal mercato (già oggi si trovano soltanto alcuni titoli degli oltre 30 romanzi che ha scritto).
    Spero di aver fortuna. Grazie di nuovo.

  29. Cristian Says:

    Bartolomeo Di Monaco vedi anche Editrice Universitaria Forum ci sono delle apposite schede da compilare per le proposte di pubblicazione ( uno dei fini valorizzare la realtà locale=Friuli) poi Campanotto Editore molto attivo in Friuli almeno fino a qualche anno fa.

  30. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    @ Cristian
    Grazie ancora.

  31. enrico ernst Says:

    sono stato letto da Eugenio, che aveva dieci anni. Mi ha detto che il romanzo di Atena jr. gli è piaciuto, però poi mi ha detto che ha letto anche Roald Dahl, e gli è piaciuto di più, forse ha detto anche “molto” di più… Beh gli ho detto io: Dahl è un classico…

  32. Salvatore Says:

    Io penso che essere onesti con se stessi, oggi, significhi anche essere onesti verso le proprie ambizioni, ma in un senso molto diverso da quello da lei dichiarato. Se uno aspira a diventare l’Omero del giorno d’oggi, è giusto che ci provi. Poco importa quali sono le qualità di base. Se l’ambizione è molta, allora anche la voglia di migliorare sarà molta. Inutile, invece, nascondersi dietro una falsa ipocrisia di umiltà. Tutti hanno diritto a un sogno; e credere nei sogni, li fa realizzare! Si chiama “positivismo”, giusto?🙂

  33. acabarra59 Says:

    “ 8 aprile 1991 – Già ai tempi della tesi (1976), leggendo in Gadda il proposito di scrivere per essere letto, stranamente restai stupito. Non ci avevo pensato! Che si scrive per essere letti. Io volevo scrivere, ma non ero sicuro di voler essere letto. Ora so che la circostanza era perfettamente spiegabile. Già allora io avevo alle spalle un quindicennio in cui tutto avevo fatto fuorché scrivere. Proprio così: tutto pur-di-non-scrivere. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 241

  34. dm Says:

    D. “Cosa ne pensa del pubblico dei suoi lettori?”

    R. “Qualche volta penso al pubblico, e questo mi tradisce nel peggior modo perché… il pubblico, vero… o ne cerchiamo il presunto applauso, la presunta approvazione, oppure cerchiamo di entrare in una segreta polemica con lui, e allora siamo animati da sentimenti che non sono i sentimenti semplici e profondi della gentilezza umana”.

    .

  35. Giulio Mozzi Says:

    Nota: quando dico che “non c’è nessun bisogno di piacere agli altri”, non dico (né intendo dire) che non c’è nessun bisogno di pensare agli altri.

    Il punto di vista proposto più sopra da Andrea Cascioli è il punto di vista perfettamente contrario al mio.

    Quando Andrea fa l’esempio classico (lo uso sempre anch’io, ma per giungere alla conclusione opposta):

    Un po’ come quando ti dai una martellata su un dito: se esclami “porca puttana” non è che stai parlando con qualcuno.
    In quel momento sei autoreferenziale, non t’importa dell’auditorium se è affollato o meno.
    È uno sfogo, la martellata richiede l’imprecazione, a prescindere.
    Ecco, la scrittura è uno sfogo dell’anima alle martellate ricevute,

    mi pare che qui la scrittura venga ricondotta a uno stato pre-linguistico e assolutamente non comunicativo: il che mi pare contraddittorio.

  36. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    @ Cristian
    Se riuscirò a pubblicare il libro con una delle case editrici da te suggerite, fatti vivo poiché sarà per me un piacere dartene una copia in omaggio.

  37. Carlo Capone Says:

    Ringrazio sempre l’amico Bartolomeo Di Monaco per aver voluto leggere di sua iniziativa il mio primo romanzo, nonchè di averne inserito la lettura, tra quelle di autori di inizio e fine Novecento, in una sua riuscita antologia edita da Marco Valerio Editore.
    Bart è il mio lettore ideale.

  38. RobySan Says:

    Tutti hanno diritto a un sogno; e credere nei sogni, li fa realizzare! Si chiama “positivismo”, giusto?

    No.

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