La persistenza della scarpa. Appunti sulla strage di Parigi

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di Demetrio Paolin

Ogni volta fermo il fotogramma e cerco di capire. Il fotogramma che mi interessa non è quello del poliziotto giustiziato con il colpo di grazia o lo spostarsi misurato nei passi dei due uomini armati verso la macchina nera. Mi interessa un particolare: la scarpa che il terrorista salito dal lato passeggero raccoglie. È  questo oggetto che attira la mia attenzione. Cerco di riconoscerne la marca e il tipo. In questi giorni ho guardato il video più volte, cercando sempre di ficcarmi in testa, di puntellare nella mia memoria, l’immagine della scarpa un attimo prima che l’uomo armato la prenda e la nasconda alla mia vista.

La scarpa è il centro di ogni mio ragionare. Hai visto la scarpa?, dicevo a chiunque mi chiedeva o mi parlava dell’attentato di Parigi. Sì, sì mi dicevano, ho visto ma ti rendi conto, continuavano a dirmi, tutti quei morti. Io invece dicevo: certo i morti, ma la scarpa, la scarpa che viene persa e recuperata, quella scarpa lì, perché quella e non un’altra?  Gli amici mi hanno dato del complottista, altri invece hanno creduto che io fossi dalla loro parte di chi diceva: servizi segreti, puzza di fumo… depistaggi.

Io non credo nei complotti. Io penso alla scarpa.

Poi oggi mentre sono a un semaforo rosso che aspetto il mio turno, un ragazzo si ferma vicino a me. All’inizio non ci faccio caso, poi abbasso lo sguardo e vedo le sue scarpe e ne riconosco la foggia, il colore e la marca della scarpa che mi ossessiona. Rimango calmo e faccio finta di niente e lo lascio andare avanti. Metto uno spazio decente tra me e lui, poi inizio a seguirlo. Per i portici di Torino e per le vie che imbuca. Riesco a pedinarlo senza troppi problemi, lui non ha nessun motivo di pensare che qualcuno lo segua, e quindi non si volta, non modifica i percorsi all’ultimo. È intellegibile nei passi che fa e non si fatica a capire dove svolta. Il ragazzo indossa un giubbotto nero, dei pantaloni felpati di tuta con il cavallo leggermente abbassato, il cappuccio della felpa, che sta sotto il giubbotto, gli copre la testa. Vedo anche uscirgli all’altezza delle orecchie due fili delle cuffie degli auricolari da dove, di certo, si trasmette musica.

Lo vedo infilarsi in un bar. Il tempo di legare al palo la mia bicicletta e pure io sono dentro. Il locale è alla moda. Lui si siede a un tavolino io ne guadagno un altro, vicino a una vetrata. Ordino un caffè. Lui aspetta qualcuno, si vede perché spesso gira la testa verso l’entrata. Il bar ha una bella musica che viene diffusa. Io guardo al ragazzo, che non ho ancora visto in faccia, le scarpe e vedo che si muovono al ritmo dei bassi che suonano. Di colpo la radio manda una canzone e io mi ritrovo a far oscillare la testa, vedo che qualcosa di simile fa anche lui. Dondoliamo per un po’ allo stesso ritmo. Poi arriva una ragazza entra e lo saluta. Parlano e si scambiano dei quaderni, probabilmente appunti di lezioni all’università. Bevono, parlano. Poi il ragazzo si alza e va verso il bagno. Decido che voglio vederlo in faccia e quindi mi alzo e lo seguo.

Il bagno è bene illuminato da un neon. Il ragazzo è entrato, io rimango nell’antibagno e aspetto. L’idea è quella di guardarlo e parlargli e chiedergli dove ha comperato le sue scarpe e dirgli se lui sa che quelle scarpe sono le medesime scarpe che indossava il terrorista. Mentre sono lì vedo un ragno. È un ragno comune, di quelli da campagna: il corpo piccolo e le otto zampe molto lunghe e sottili. Mentre aspetto catturo l’insetto e incomincio a fare un gioco che facevo da bambino. Lo tengo fermo con due dita e con l’altra mano gli levo una a una le zampette. Lo faccio lentamente, con perizia. Le stacco completamente, in modo che non ne rimanga neppure un minimo pezzo attaccato. Non ho nessun ribrezzo per quello che faccio, nessuno schifo, gli insetti non mi fanno schifo, né penso che ci sia nulla di male in questo passatempo.

Di colpo il ragazzo esce. Ha un viso normale, quasi infantile. Mi colpiscono le leggere efelidi sulle guance. Mi dice: Permesso. Io dico: Sì certo. E aggiungo: che belle scarpe. E lui, quasi sovrappensiero, risponde: le trovi da Footlocker, in centro, 95€. E se ne esce.

Io rimango fermo, il corpo di ragno privo di zampe e vita tra le mie dita.

Ora so perché le scarpe. Perché le scarpe dicono una cosa semplice: non c’è nessuna distanza tra me, tra il ragazzo, chi legge e i fratelli Coulibaly. Che noi e loro, in realtà, non siamo diversi ma siamo figli della medesima sostanza e della medesima cultura. Amano il rap, si vestono come me, o come mi sarei vestito io oggi se avessi avuto la loro età, vanno in un qualsiasi negozio e comprano un paio di scarpe da 95€ e le indossano. Sono completamente vuoti, plasmabili, desiderosi di qualcosa che dia loro un senso, non diversi da molti ragazzi che sui profili dei social network mettono citazioni di Mussolini corredate con foto, e inneggiano a mandare via i negri dall’Italia. Cambia il bersaglio ma non la rabbia sorda. I fratelli Kouachi sono l’Occidente, sono Occidente come noi. Dire che sono islamici è facile, segna la differenza, segna una distanza che in realtà è minima o nulla. Dire che noi siamo Kouachi significa accettare il disastro dell’occidente, il disastro della cultura, dell’idea di uomo e di quanto dopo la seconda guerra mondiale è stato fatto.

Così come non ha per me nessun senso dire “Je suis Charlie”, non solo per un motivo puramente biologico – io non posso essere uno che è morto -, ma anche perché essere Charlie significa avere speranza di un mondo e in una società che è fallita completamente, che non ha nemici esterni, ma che nutre al suo interno i suoi stessi attentatori.

Così alla fine ho pagato il conto al bar e nell’aria serale di Torino ho avuto questa immaginazione. Dopo l’uccisione, i due fratelli saranno stati sepolti nudi e avvolti in un lenzuolo come vuole il rito funebre mussulmano. I loro corpi, come quelli delle vittime, diventeranno parte del ciclo naturale di distruzione, ma una cosa resisterà più a lungo di questi corpi morti: le scarpe, che segnano il confine del nostro fallire e del nostro cadere, dell’essere più simili ai carnefici che alle vittime.

92 Risposte to “La persistenza della scarpa. Appunti sulla strage di Parigi”

  1. Giovanna Rosadini Says:

    Ah, Giulio: no, no, NO. Un paio di scarpe non fa una persona, e tanto meno un’apparentamento. Rigetto completamente la tua analisi, o, per meglio dire, le tue impressioni. Rifiuto questa logica nichilista e qualunquista che mescola tutti e tutto uno stesso brodo. Dire “Je suis Charlie”, oggi più che mai, significa marcare una distanza chiara fra chi pratica il terrore liberticida e chi vuole continuare a poter esprimersi liberamente. Dire oggi “Je suis Charlie” significa combattere i carnefici, e rifiutarsi di diventare una vittima. Saluti

  2. Giulio Mozzi Says:

    Giovanna: l’articolo è di Demetrio Paolin.

  3. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 30 novembre 2000 – « 1 gennaio 1950 – Roma è un crocchio di giovanotti che attendono per farsi lustrare le scarpe. » (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 187

  4. Giulio Mozzi Says:

    Demetrio: capisco che un dettaglio – la scarpa – possa scatenare l’immaginazione che qui racconti. Non dico quella che tu chiami esplicitamente “immaginazione”, alla fine, ma dico quest’altra:

    …Che noi e loro, in realtà, non siamo diversi ma siamo figli della medesima sostanza e della medesima cultura. Amano il rap, si vestono come me, o come mi sarei vestito io oggi se avessi avuto la loro età, vanno in un qualsiasi negozio e comprano un paio di scarpe da 95€ e le indossano. Sono completamente vuoti, plasmabili, desiderosi di qualcosa che dia loro un senso…

    (Perché questa è, se permetti, un’immaginazione e non un’analisi).

    Capisco dunque questa immaginazione. Ma mi domando se il percorso per arrivarci non sia tortuoso; se non sia più semplice e diretto pensare – parlo una lingua, evoco un immaginario che tu e io condividiamo, Demetrio – che queste persone sono, come tutti, creature: figli di Dio. Come sono figlie di Dio le bambine usate come bombe a Potiskum, in Nigeria, pochi giorni fa; come sono figli di Dio gli adulti che le hanno allevate, addestrate, adoperate. Come sono figli di Dio tutti coloro che sono crudeli e assassini.

    Aggiungo: mi posso, mi devo difendere da chi attenta alla mia vita. Ma non posso, non devo mai rischiare di negare l’umanità di chiunque. Nemmeno dando il mio consenso, o il mio voto, a governanti o candidati governanti che dividono il mondo in buoni, umani, e cattivi, non umani.

    Poi, per carità, in questo momento tutte le parole mi sembrano inadeguate; soprattutto le mie.

  5. Francesca Matteoni Says:

    invece io credo che Demetrio, autore del pezzo, abbia avuto il coraggio delle “semplici” verità a scrivere questo. L’altra sera, mentre passavano il filmato di Coulibaly che spiegava che avrebbe colpito l’asilo ebraico in nome dei tanti bambini palestinesi uccisi, ho avuto un brivido: cosa sapeva quel ragazzo della volontà dei bambini palestinesi? Ho avuto come la sensazione che l’immensa rabbia senza perché che questo essere umano nutriva, una rabbia crudele (ha detto bene il papa e io che sono tutto tranne che filoclericale l’ho apprezzato parecchio) abbia trovato una specie di giustificazione, chiamando in causa gli scempi mediorientali. Ma resta di fondo un ragazzo occidentale, figlio di una deriva delle culture che sembra inarrestabile e cupa. Resta il fatto che la brutalità che abbiamo visto, che dovremmo vedere ogni giorno, è al fondo dell’umano.E invece che guardarla, comprenderla e quindi scegliere altro stiamo ciecamente andando verso un nuovo degenerarci dentro. Finché questo noi non includerà anche i carnefici, anche la possibilità che io sia un carnefice, saremo sempre a qualche passo (o a molti chilometri) dall’umano.

  6. demetrio Says:

    Giulio la mia risposta è sì che il pensiero che mi ha portato a fare questa riflessione è stato tortuoso e forse lo scritto rispetta questa difficoltà di esplicitare ciò che tu scrivi nel tuo commento.

  7. dm Says:

    Credo che in questo momento servano delle finzioni nervose e così potenti per esorcizzare tutto lo spavento incanalato e i frammenti ossessionanti incistati.
    Le analisi danno sempre l’impressione di trovarsi prima che lo scatenamento oggetto dell’analisi si manifesti, come se fossero retrodatate, come se ancora non ci sia modo di comprendere (e figuriamoci di analizzare), ma forse queste non sono le parole giuste.
    Pace a tutti noi.

  8. Ivano Porpora Says:

    Io credo che a volte la tortuosità vada rispettata. Non so dove ho letto una volta una cosa – facilmente falsificabile, se non vera -, e cioè che il corso reale dei fiumi equivale alla distanza della sorgente dalla foce moltiplicata per 3,14.
    Ossia: tutti i fiumi sarebbero lunghi il percorso più breve che potrebbero fare, moltiplicato per 3,14.
    Ma questo 3,14, questo allungarsi (ripeto: falsificabile facilmente con un righellino, la cosa, ma ora mi serve) permette alla Parma di passare per Parma, al Po di servire Viadana, al Tevere di raggiungere Roma.
    Io credo che questo discorso sulle scarpe dica più di quanto non intendesse dire Demetrio. E che cioè oltre che essere figli di Dio (come rimarchi, Giulio) siamo figli della stessa parte della trincea. Il problema – che è un problema endemico, ormai – non sta nel non capire chi siamo noi e chi siano loro, ma nell’inesistenza di un confine percepito come reale tra noi e loro.

  9. Carlo Capone Says:

    Ogni scarpa è una camminata, ogni camminata è una diversa concezione del mondo.
    Bianca, di Nanni Moretti, 1984.

  10. Fabio Ciriachi Says:

    mai come in questo momento ho sentito il bisogno di fare silenzio, di non coprire, con parole di confusione, la confusione di una realtà ancora ineffabile e gravemente esposta; è più appassionato dell’esortazione wittgensteiniana a tacere, il bisogno di silenzio, è fondamento per riflessioni da cui possano scaturire sacrosanti e argomentati dubbi; l’esatto opposto delle inconfutabili certezze di quasi tutti i commenti in circolazione: una proterva valanga di protagonismi sotto cui è stata sepolta, per eccesso di intelligenze e per inflazione di verità (al plurale), l’ennesima ferita di un mondo che geme, inascoltato, in forme moribonde…

  11. Paolo Says:

    Una nota: i fratelli si chiamavano Kouachi.
    Non conta nulla, ma non mi trovo a mio agio nel leggere questo “pezzo”, né riesco a condividerlo. E’ stato detto e scritto tantissimo sui tragici episodi di Parigi. Personalmente, di primo acchito, ho provato quasi una sorta di repulsione nel leggere, qualsiasi cosa. Alcuni interventi, però, mi sono apparsi fondati, seri, condivisibili, sul piano della visione, dell’analisi e dell’umanità che li animava. E pure della proposta. Ho condiviso la voglia di trovare possibili percorsi (e speranze, anche) nella selva dei perché, degli orgogli e delle paure. Io ripartirei dalle banlieues, che giustamente qualcuno ha citato più volte, dal disagio, dalla povertà, dall’emarginazione e dalla rabbia, da quella voglia di riscatto e fame di ideali e identificazione (che, disattesa, diventa estrema, distorta), dal bisogno di avere un nemico da combattere, un bersaglio, ahimè, fin troppo grande e facile da colpire. Da quello spirito di aggregazione e compartecipazione che è in sé una grande risorsa e può portare in piazza milioni di persone colpite, offese, provocate, spaventate, risvegliate… ma può portare a vestire i panni del Caino più feroce e crudele. Partiamo dal terreno che bisogna sottrarre alle radici di questo male, qui, in casa nostra. Dal tessuto del nostro vivere sociale, che ha bisogno di cura, di essere bonificato da tanta sporcizia inutile e dannosa. Dalla cura dei valori più alti (che ancora ci sono, ma vengono in qualche modo dispersi e rapinati ogni giorno) della nostra civiltà.

  12. demetrio Says:

    Paolo me ne sono accorto anche io e l’ho corretto immediatamente. Il mio è un interessante lapsus che teniamo lì per quello che è un lapsus.
    sul resto il mio testo voleva solo essere una riflessione sul fatto che anche questi due fratelli sono uomini e sono paurosamente vicini a noi.

  13. acabarra59 Says:

    “ 14 giugno 1994 – « Ieri invece la tragedia: “ Mi ha sorriso di nuovo e non ho resistito “, ha raccontato Gentili ai carabinieri, mentre lo ammanettavano. » (Dai giornali) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 188

  14. chiaverininadia Says:

    Purtroppo concordo con Demetrio paolin , escludendo la crudeltà della tortura al ragnetto . E non mi si dica che difendo il ragno e non charlie perché è’ una fesseria

  15. Giovanna Rosadini Says:

    Mi scuso con Giulio per avergli attribuito, causa distrazione (ma non sono l’unica distratta, a quanto pare: Demetrio ha fatto confusione coi cognomi dei terroristi), il post, e con Demetrio per lo steso motivo.
    II commento di Francesca (che saluto), esemplificativo delle tematiche affrontate da Demetrio, mi dà lo spunto per chiarire ulteriormente il mio pensiero.
    Concordo sulla citata “deriva delle culture”, in primo luogo della nostra, come i romanzi di Houellebecq hanno magistralmente espresso e come ahimè testimoniano tutti questi dibattiti seguiti agli attentati in Francia. Proprio per questo, snodi così atroci come i fatti di Parigi dovrebbero indurre a riflettere sul senso delle cose, e fare chiarezza sui valori in gioco.
    Certo la brutalità è, ahimè, costitutiva dell’essere umano – tutti ne siamo, o dovremmo essere, consapevoli (anche se, a mio avviso, l’Europa postbellica ha operato una gigantesca rimozione, che la rende oggi incapace, Italia in primis, di mettere a fuoco l’entità della minaccia costituita da un nuovo pensiero unico totalitario).
    Data, o recuperata, questa consapevolezza, starà alla nostra capacità di discernimento, a quel libero arbitrio che è la colonna portante della nostra civiltà giudaico-cristiana (corroborata da logos greco e illuminismo e pensiero scientifico), operare una scelta fra brutalità e legalità, male e bene, pensiero unico o democrazia che tutela la libertà di espressione.

  16. Ilfabio Says:

    Quella scarpa ha incuriosito anche me ma per un altro motivo. Mi stupisce il fatto che il terrorista si sia preso la briga di recuperarla prima di risalire in macchina, palesando chiaramente l’intenzione di non lasciare tracce. Risulta di conseguenza piuttosto strano che poco più tardi abbia commesso quell’incredibile leggerezza del documento d’identità dimenticato sul cruscotto. Qualcuno sostiene che i terroristi l’avrebbero lasciato per rivendicare l’attentato ma se non avessero dovuto abbandonare l’auto a causa di un incidente il documento non l’avrebbe trovato nessuno. In alcuni blog qualcuno ha commentato l’episodio definendo con assoluta certezza i terroristi islamici come dei poveri ritardati mentali, Pare che molti nostri connazionali siano soliti frequentare questi signori e dunque possano esprimere questo genere di giudizi a ragion veduta.

  17. Gabriella De Fina Says:

    Se devo essere sincera, il sentimento più forte che ho provato in questi giorni è stata la pena. Pena per i fratelli terroristi, che prima di diventare tali avranno avuto sogni di ragazzi, e come tutti i ragazzi avranno sofferto e gioito, si saranno innamorati, avranno guardato con voluttà le vetrine dei negozi con le scarpe più fighe che poi, un giorno non troppo lontano da quello della loro morte insensata, saranno riusciti a comprare. Pena per la ragazza in bikini, che un altro giorno, forse per amore, ha deciso di indossare la funerea tenuta che poi in mondovisione l’avrebbe esposta al dileggio generale. Pena per noi, che continuiamo a dimenticare la nostra matrice comune di esseri umani, e mettiamo barriere, segniamo confini, facciamo distinguo per dire che noi non c’entriamo.

  18. enrico ernst Says:

    mi dispiace Demetrio, e mi piacerebbe che tu potessi ritornarci, ma detta così “il disastro dell’occidente… dell’idea di uomo… dopo la seconda guerra mondiale” (parli del consumismo?) è la notte in cui le vacche sono nere; non so… sto leggendo questo libro “La scelta di Said” e ci sono alcune cose… è difficile dire l’abbraccio mortale tra il margine dell’occidente ricco (nel libro, una bidonville di Casablanca), la sua “periferia” desiderante e mortificata, e poi l’occidente “ricco”, “in centro città”… non so bene se questi sono i termini giusti, non lo so… so anche che c’è di mezzo un Dio, e non mi pare vero che l’Islam non c’entri nulla, qui, no mi pare sbagliato dirlo (il “dio è morto” di Nietzsche, ricordato di recente da Galimberti)… ci sono di mezzo i fedeli e gli infedeli, e le guerre sante, tutto un Senso talmente pieno e antagonista che si fa fuoco, esiste per farsi fuoco distruttore (purificatore? che fa vuoto?)… io penso Demetrio che la “visione” delle scarpe sia giusto un tentativo: di non “vedere” le differenze e i loro “perché”, le loro ragioni, e forse quindi un bisogno di allontanare lo spettro di avere a che fare con una differenza, e con la differenza tra il male, la rabbia e la ferita che diventa distruttività mostruosa, e dall’altra parte… che cosa?… una pace di vetrine? o una redazione che “pensa” di vivere nella “ateniese” Parigi? Che salvaguardia la libertà dello sberleffo, della lotta d’idee, e pensa di essere… a Parigi, mio dio, quelle persone: le loro camicie colorate, i loro sorrisi, la loro ironia sorniona, la loro “durezza” illuminista, santo cielo, sono morti sotto il “fuoco nemico”, erano ancora a Parigi?… non riesco a vedere “molte” immagini di questa tragedia… e trovo le parole di Giulio (“non devo mai rischiare di negare l’umanità di chiunque”) toccanti.

  19. mariagiannalia Says:

    Io credo di capire Demetrio quando dice alla fine del suo articolo:

    I loro corpi, come quelli delle vittime, diventeranno parte del ciclo naturale di distruzione, ma una cosa resisterà più a lungo di questi corpi morti: le scarpe, che segnano il confine del nostro fallire e del nostro cadere, dell’essere più simili ai carnefici che alle vittime.

    Mi sembra che quelle scarpe siano un dettaglio importantissimo che ci accomuna più di quanto non ci accomuni l’essere figli di Dio, come dice Giulio. Perchè possiamo essere tutti figli di Dio, anzi lo siamo, ma molti ne sono inconsapevoli, nel senso che non lo hanno scelto. Invece le scarpe, o meglio la nostra società dei consumi, quella sì che la scegliamo, noi, come i fratelli Kouachi, o come i miliardi di essere umani che vi siamo immersi fin dalla nascita. Solo che questa società di massa, accomunandoci nei consumi, non ci permette affatto di arrivare alle stesse mete: c’è chi ha moltissimo, chi molto, chi sufficientemente e chi non ha nulla o poco e vorrebbe avere molto di più. Poi c’è chi ha la consapevolezza di non essere nessuno e chi non ce l’ha. Tra quelli che hanno la consapevolezza di non contare nulla e di non essere nulla, ci sono coloro che trovano modo di essere comunque “qualcuno”. E magari l’occasione la trovano nel terrorismo, sapendo anche che il rischio che corrono è elevatissimo. E’ possibile che la morte sia più accettabile di una vita senza senso e senza identità. I terroristi sanno benissimo che negli attentati muoiono tante persone, e che molto spesso muoiono anche essi stessi. Credo che accettino di buon grado questa morte da martiri perchè il martirio dà finalmente loro la possibilità di essere qualcuno e di concretizzare un obiettivo. Anche le loro famiglie in un certo senso ne beneficiano all’interno delle loro comunità. La famiglia di un martire è una famiglia “prescelta” che sarà onorata e riconosciuta dalla comunità. Detto ciò, quindi, non mi meraviglia affatto che dei giovani nati e cresciuti in Francia- che hanno fequentato le stesse scuole dei loro coetanei delle banlieues, coetanei anche non islamici, ma cristiani o di altre religioni- poi scelgano di diventare terroristi, se questo è l’unico modo che sanno trovare per emergere dalla massa e affermare un’appartenenza e una identità certa. Perchè la massificazione dei consumi è molto più potente e duratura dei singoli individui e le possibilità di arginarla o solo controllarla sono veramente molto vicini allo zero (Pasolini docet).

  20. acabarra59 Says:

    “ 28 novembre 1986 – Sono riusciti a metterla in modo che: o Khomeini o la satira. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 188

  21. Paolo Says:

    Mi scuso anch’io con Demetrio. Il mio commento era fuori luogo. Il “messaggio” del suo pezzo, peraltro, era chiarissimo. Il mio disagio legato all’artificiosità del racconto, dello strumento stesso.

  22. acabarra59 Says:

    “ Sabato 22 dicembre 2012 – Il mio ritratto – dipinto, cinquant’anni fa, dall’amico F., sul retro di un cartello pubblicitario del Chinotto Neri: ora mi chiedo se il fatto di avermi raffigurato in attitudine benedicente – come un prete, come un Papa – non contenesse comunque un’intuizione abbastanza esatta, quella che io, alle soglie della mia giovinezza, alle soglie degli anni Sessanta ero un personaggio, da un certo punto di vista, piuttosto strano. Quella mano che benedice, dipinta un po’ troppo ossuta, un po’ troppo espressiva, un po’ troppo « mano », forse anche per relativa imperizia tecnica del mio amico, mi ricorda ora irresistibilmente la mano di E. T., che, per chi non lo ricordasse, vuol dire « Extra Terrestrial ». Misteri dell’arte. “. [*] [**]
    [*] A proposito di satira – io continuo a desiderare di capire la satira più di quanto desideri di capire il terrorismo. La satira, cioè la pittura?
    [**] La s-formazione dello scrittore / 189

  23. Giulio Mozzi Says:

    Visto che si cita Pasolini, cito da Il Pci ai giovani!!:

    […] Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti!
    Perché i poliziotti sono figli di poveri.
    Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
    Quanto a me, conosco assai bene
    il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
    le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
    a causa della miseria, che non dà autorità.
    La madre incallita come un facchino, o tenera,
    per qualche malattia, come un uccellino;
    i tanti fratelli, la casupola
    tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
    altrui, lottizzati); i bassi
    sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
    caseggiati popolari, ecc. ecc.
    E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
    con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
    fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
    e lo stato psicologico cui sono ridotti
    (per una quarantina di mille lire al mese):
    senza più sorriso,
    senza più amicizia col mondo,
    separati,
    esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
    umiliati dalla perdita della qualità di uomini
    per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare). […]

  24. enrico ernst Says:

    un’altra piccola cosa Demetrio: tu vedi una scarpa, ne cerchi la “marca” (la trovi a Torino perché siamo nel mondo della globalizzazione dei consumi: a Torino e Parigi ci sono le stesse marche di scarpe). Ma non vedi la scarpa “in azione o situazione”; cioè brevemente: si tratta di una scarpa persa da un uomo che ha appena freddato un altro uomo. Non è l’universale scarpa (la Rosa che dà nome alle rose), è “quella” scarpa (la singolarità della rosa) inerte perduta da un uomo che sale su un’auto nera, mentre un altro uomo (forse con scarpe d’ordinanza?) rantola sul marciapiede. (Così, vedi, questa scarpa sta diventando anche la mia, di ossessione).

  25. demetrio Says:

    Giulio giustamente citi il Pci ai giovani, che è l’esempio lampante di una immaginazione, che tocca un nervo scoperto in quel caso degli anni ’70, dei nostri anni ’70. Il mio tentativo, si parva licet, era di fare qualcosa di simile provare a dire che i terroristi non sono altro da noi, che non sono animali, bestie etc etc ma creature, esseri umani e io non posso perdere di vista la loro umanità non devo perderla di vista.

  26. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1975] – sentirsi invulnerabile, savio / e terribile, piccolo ed incoercibile, / io e io, voluto e da dio, / uomo pensoso e femmina, / promesso e sposa, fermo e / Lucia, / ma, / Ostia Lido non era in Lombardia. (A P. P. P.) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 190

  27. annapolly Says:

    Io anche ho pensato stavolta, e lo penso seppure nebulosamente fin dagli anni ’70, fin da quando facevo le medie e si parlava di Brigate Rosse a scuola, che i terroristi erano/sono come me. Che sarei potuta diventare una di loro, mi fossi trovata in condizioni diverse. Demetrio lo dice molto bene: siamo figli della medesima sostanza, della medesima cultura. Dire “Io sono Kouachi” significa però, secondo lui, _accettare_ il disastro dell’occidente, il disastro della cultura. Per me è appena un poco diverso, per me significa _guardare_ in faccia il disastro, non per accettarlo ma per riconoscerlo e ancora provare a combatterlo. E anche quando sarei portata a credere che tutto è inutile, fare come se non lo fosse. Dunque fare come i granchi di cui parla Terzani in una vecchia intervista che mi è capitato di vedere proprio ieri e che mi sembra avere un nesso con questi ‘appunti’: «“Cosa fanno quei granchi?” “Cercano una perla che si dice sia nella sabbia” Io faccio la stessa cosa, cerco la verità, come quei granchi! So che non c’è… non esiste la Verità, però c’è il processo di avvicinarsi a questa cosa che tu sai non esiste, ma il processo in sé è la grande secondo me missione di un giornalista. In altre parole.. faccio i buchi!» Perché bisogna andare avanti, perché noi non lo sappiamo ma forse lo scavare dei granchi infine avrà un senso, come pure la sofferenza dei ragni.

  28. enrico ernst Says:

    Bòn. Qualcuno mi dice cosa sarebbe questo “disastro dell’occidente”, cioè, per discuterne insieme, dico… quando si usano categorie così vaghe e “assolute” (in-spiegate), succede che magari possano convenire anapolly e Demetrio, e poi alludano a cose totalmente diverse (dico per ipotesi)… non è il caso di dare la “cornice”?

  29. mauro b. Says:

    Demetrio, magari fossero bestie, animali, come dici. Il problema è proprio che sono umani, che siamo umani. Magari fossero completamente idioti, invece no. Il fatto è che essere umani non significa più nulla, non ha mai significato nulla in realtà. Così come l’idea di identità che proponi. La questione non è l’altro da sé o il riconoscersi come uguali, la questione è cosa pensano e come agiscono certe persone. La qualità di persona in tutto ciò è irrilevante.

  30. acabarra59 Says:

    ” Lunedì 14 ottobre 1996 – Al diario si addice la catastrofe? Abbastanza, anche se mai come al giornale. Nel diario c’è un’aria soffusa, sommessa, permanente, di disastro, di disgrazia, di catastrofe. Il diarista è sempre un naufrago, che è sempre un po’ sbattuto se non da onde altissime da almeno un certo mare, e la curva del diario che sale sale sale scende corrisponde a questa insicurezza della superficie su cui è scritto, su cui galleggia, su cui va alla deriva. Perché un diario va alla deriva, va dove lo porta il mare, anche se poi, salvo definitivo affondamento, si scopre che le correnti non sono infinite, e che si tende a ripassare dai soliti posti. A qualcuno il diario fa venire il mal di mare, anche al diarista. Quanto tempo si può restare su un diario? Ancora non si sa. Certo che viene voglia di toccare terra, ogni tanto, ammesso e non concesso che terra ci sia. In ogni caso: meglio su un diario che a mollo nell’acqua. O su una terra abitata da cannibali. Tutto sta a contentarsi. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 191

  31. demetrio Says:

    Mauro io dico l’esatto contrario, cioé che non sono bestie, ma uomini che, come dice Giulio, sono figlio di dio e che come dico io indossano le medesime mie scarpe.
    Sul discorso di cornice mi viene da dire che potremmo incominciare a dire che siamo davanti al un fallimento del sistema scolastico.

  32. Giovanna Rosadini Says:

    Tutto questo parlare di pena per i terroristi, del loro essere figli di Dio, della qualità umana di tutti… No, proprio non ci sto. A me sembra aberrante anche il “Tutto è perdonato” (anche se umanamente capisco il valore catartico per chi lo ha scritto”) del nuovo numero di Charlie Hebdo. Ciascuno di noi può scegliere, può esercitare il proprio libero arbitrio (anche un ragazzo che diventa terrorista, sì), e, ripeto, in questo sta il significato più profondo della nostra comune umanità. Nella nostra assunzione di responsabilità. Io non sono come loro, credo in valori profondamente diversi, che ho trasmesso ai miei figli e pratico quotidianamente. Un po’ di rispetto, per cortesia, per le persone inermi che sono state brutalmente ammazzate, da gente che di umano aveva ben poco, altro che sofismi da anime belle.

  33. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 2 febbraio 1998 – « Molti modi di uccidere – Ci sono molti modi di uccidere. Si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra ecc. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato. » (Bertolt Brecht, Me-ti. Libro delle svolte) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 192

  34. sabrinaminetti Says:

    L’ha ribloggato su sabrinaminettie ha commentato:
    un articolo che persiste

  35. mauro b. Says:

    scusami Demetrio, ho scritto senza rileggere. Intendo cioè: tu dici non consideriamoli bestie, poiché non lo sono. E io: magari lo fossero, le bestie non fanno quelle cose, ne fanno altre, meno pericolose. Tu dici consideriamoli umani, non perdiamo di vista la loro umanità. D’accordo, certo, questo perché nessuno va trattato in maniera disumana. Il problema, quello che vedo io nel tuo discorso, è che dire che sono umani, che siamo umani, o anche come diceva Arrigoni, restiamo umani, è una formula vuota. Commovente, ma vuota. L’umanità è un concetto del tutto fuorviante. è più umano stuprare o fare l’amore? Così come ritengo fuorviante dire che l’Occidente sia disastrato. Un conto è comprendere le azioni degli altri e un conto è farle discendere da una situazione. Esistono gli attentatori ed esiste per dire Gino Strada. Perché i primi sono il portato del disastro occidentale ed Emergency no? Invece di parlare di Occidente io parlerei di politiche occidentali, di affari fatti con certi paesi e di guerre avanzate contro certi paesi. Inoltre del fatto che è il Medio Oriente ad avere un disastro da un bel po’ di tempo, ed è un problema politico e culturale del tutto autoctono, ovvero la mancanza di pensiero liberale e laico. Qui non siamo di fronte a persone messe alle strette che hanno dovuto imbracciare le armi. Qui siamo di fronte a patologie ideologizzate. La patologia ce la mette l’individuo e il contesto sociale. L’ideologia ce la mettono gli ideologi. Tu faresti il tuo discorso sul sistema scolastico per un mafioso o per uno che fa fuori la famiglia con un fucile? Perché invece per un attentatore vale? L’idea di calibrare un sistema scolastico e il suo successo o meno (successo rispetto a quale fine però?) a me sembra poco sensata. Il sistema statunitense è pieno di difetti, c’è una competitività tremenda fra le persone, però solo alcuni si comprano le armi su internet e fanno una strage. Gli altri no. Ora per me ha senso migliorare il nostro sistema scolastico, creare una società migliore, ma non a partire da questi eventi. Questi eventi non dicono nulla sulla nostra società, e bene sarebbe smettere di interpretarli.

  36. dm Says:

    A me pare di aver letto una narrazione finzionale (del cui grado di aderenza alla persona di Demetrio Paolin, che non conosco, posso fare solo delle ipotesi). Mi sembra che in molti diano a questo testo una valenza tutta diversa, magari impropria, come se, un esempio a caso, si montasse una discussione sulle opinioni o sulle analisi del personaggio Walter Siti in una delle autofiction di Siti. Avvisatemi se mi sbaglio.
    Buona giornata.

  37. Giulio Mozzi Says:

    Mauro, tu osservi:

    …dire che sono umani, che siamo umani, o anche come diceva Arrigoni, restiamo umani, è una formula vuota. Commovente, ma vuota.

    Sono d’accordo. E’ per questo, credo, che Demetrio ci ha parlato della scarpa; è per questo che ha inbastito (come osserva Daniele dm) una “narrazione finzionale“, la cui corrispondenza a fatti realmente avvenuti è ininfluente sul suo significato (così come la “parabola del buon samaritano” vuol dire quel che vuole dire indipendentemente dal fatto che un bel giorno un tizio, andando da Gerusalemme a Gerico, ecc.).

    La scarpa può fissarsi nella memoria, restarvi come un oggetto legato a un significato (o “correlativo oggettivo”, come malamente si calca sull’inglese). Demetrio, insomma, ha fatto della letteratura.

    Giovanna: se ti sembra “aberrante” il “Tutto è perdonato” scritto in prima pagina di Charlie Hebdo, cioè scritto dagli amici e dai colleghi di chi è stato ammazzato; se lo senti così “aberrante” da volerlo ridurre a un “valore catartico” (il che significa, sospetto, liquidarlo etichettandolo come reazione isterica); se gli assassini sono ormai, per te, “gente che di umano aveva ben poco”: allora, mi domando, che scelte possono seguire?

  38. deborahdonato Says:

    Io mi trovo, invece, in una situazione di difficile convivenza di due posizioni.
    1. Homo sum humani nihil a me alienum puto.
    So che è ideologico e miope giudicare le persone seduti sulla nostra fortuna, sul nostro benessere, sul fatto che i nostri figli non sono stati mai colpiti da bombe, mentre uscivano da casa. Molti anni fa, andai in Iraq e mi colpì il modo in cui loro parlavano dell’11 settembre. Con umanità, con la consapevolezza che quelle persone erano sì innocenti, ma “Come dire? – mi disse un uomo – io ho provato soddisfazione perchè noi per dieci anni ci siamo ammazati inutilmente”. Quindi c’è una parte di me che li capisce.
    2. Dire che tutti siamo uguali è però obliare la storia nostra. Non dico la storia sbagliata, fatta dei massacri di conquistadores o o della furia di Hiroshima, dico la storia del nostro Spirito. In questi giorni ho sentito il bisogno di rileggere Locke, Lettera sulla tolleranza, e poi gli illuministi, e il nostro Beccaria, e ripensare al sangue e ai morti che ci è costata la nostra libertà. E allora, mi dico, io non sono come coloro che mettono delle cinture esplosive sui fianchi delle proprie figlie. Io non sono così.

  39. acabarra59 Says:

    “ Domenica 17 dicembre 2000 – Poi ripenso alla lettera – vera? falsa? – delle due ragazzine di Udine che avevano comprato un paio di scarpe viola del costo di lire duecentomila ma le hanno perdute ma poi hanno visto un tizio con ai piedi le scarpe viola e hanno detto sono le nostre e quello è corso a casa ed è tornato con le scarpe viola ed era un musulmano e non ha voluto neanche le cinquantamila che una delle due ragazzine aveva con sé. Dove si dimostra che i musulmani trovano le scarpe viola ma poi le restituiscono. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 193

  40. Paolo Says:

    Concordo – credo – con “dm”. Personalmente ritengo di essere caduto nell’errore di interpretare il brano come qualcosa di diverso da quello che era (ma potrei sbagliare ancora). Forse, fuorviato dalla presentazione del “pezzo” come “articolo” e non come “racconto” (è una definizione corretta?). Come molti, quasi tutti, ho espresso un’opinione assolutamente non tecnica (tecnico non sarei comunque, in campo letterario) e ispirata da una somma di letture accumulata, a caldo, nei giorni immediatamente successivi agli eventi in oggetto, ancor più che da quella del brano di Demetrio. Con l’aggravante di non aver trovato di mio gusto il racconto, che, alla prima lettura, ho giudicato “forzato”, artificioso. Banalmente: non per la protagonista scarpa che ha ispirato anche a me ben più di un ragionamento, quanto per il pedinamento, la ritmica rap-hiphop, la violenza gratuita sul ragno – il cui significato non mi si dipana del tutto… E smetto qui di fare il “lettore pseudo-tecnico”. Insomma, anch’io ho dato il mio contributo alle tante parole e riflessioni (di carattere umano, sociologico, politico, ideologico…) mosse dagli eventi… Fuori luogo (siamo su Vibrisse, non sul sito di una testata giornalistica), fuori tema, facendomi infine condizionare dal mio personalissimo disturbo nel leggere “letteratura” sul sangue appena versato (esagero e Demetrio non me ne voglia; credo di capire e infine condividere le ragioni della sua spinta creativa).

  41. demetrio Says:

    io, e certo è un mio difetto, non riesco a sviluppare analisi che non contengano un che immaginativo”. Avevo delle cose da dire e l’immaginazione mi ha aiutato a dirle; non so se esiste un tempo o un lasso di tempo che bisogna lasciar passare prima di fare letteratura sulla cronaca (per dire neppure Sciascia se lo domandò con l’Affaire Moro, questo non per dire che io abbia fatto letteratura, ma per sostenere che si può contemplare la possibilità di fare letteratura partendo dal “sangue ancora fresco”).

  42. Giulio Mozzi Says:

    Paolo, tu accenni alla

    violenza gratuita sul ragno – il cui significato non mi si dipana del tutto…

    Io non so che cosa avesse in mente Demetrio (non posso saperlo), però mi viene da rinviare a un mio ragno di dieci anni fa.

  43. Dinamo Seligneri Says:

    Demetrio Paolin, a mio avviso lei ha scritto un racconto d’attualità senza aggiungere nulla né nella forma né nel messaggio a ciò che è stato prodotto dall’inflazionatissimo mercato giornalistico di questi ultimi giorni. Si legga quello che invece era stato scritto sui giornali durante i giorni della prigionia di Moro e lo confronti colla lucidità e la freddezza che oserei definire alla Edgar Poe, di Sciascia.
    Lei invece ha adoperato due terzi del suo scritto per parlare di una scarpa spaiata, caricandola fino all’inverosimile con una forzatura narrativa insopportabile, per arrivare a farle dire che cosa, alla fine? Che i due sono uomini occidentali e che sono persone umane… Ragioni che per dire questo in tv erano bastati trenta secondi commentati di un nemmeno video giovanile dove uno dei terroristi nella solita tenuta di rapper bracalone si dilettava a cantare una canzone col microfono e gli occhiali da sole neri, da duro delle banlieue.
    Secondo me, se scrivi un racconto d’attualità hai grande concorrenza (o hai una grande penna… o un grande pensiero).
    Lei mi sa che aveva una grande concorrenza.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Dino Buzzati, I reziarii

    Monsignore era solo nella campagna. si avvicinò a una siepe e con uno stecchetto tolse dalla tela un grosso ragno: era giovane, sodo, magnifico; squisiti disegni di colore delicatissimo istoriavano la cupola dell’addome. La bestiola fu tratta via per il suo stesso filo e così dondolava, appesa, senza sapere che cosa le accadesse.

    Ma un altro ragno ancora più formidabile stava, in un vicino varco della siepe, al centro della sua tela, Assomigliava a Moloc, oppure anche al dragone, il serpente antico, che porta il nome di Satana. Nel grande splendore della vita esso regnava, sazio ed immobile, in quel pezzetto di mondo. Dentro alla sua rete, a scopo di esperimento, monsignore lanciò con mossa precisa il primo ragno; il quale vi restò attaccato, invischiandosi.

    L’uomo non fece in tempo a vedere. Il grande ragno sembrava dormisse: invece cadde fulmineo sul forestiero. E già le sue zampe lo avvoltolavano nelle argentee garze di bava. Non ci fu lotta. In pochi istanti il ragno fu accartocciato in un pacchetto, non poteva più muoversi.

    Era sera, quieta la campagna, il sole scendeva regolarmente verso le montagne, facendo rilucere la ragnatela nei minuti disegni. Tutto era tornato nella pace. Nel mezzo, come prima, il gigantesco ragno immobile, come in letargo. Più sotto quel cartoccetto sospeso, con dentro il nemico. Era morto? Ogni tanto le due zampe anteriori avevano tremiti quasi impercettibili.

    Senonché all’improvviso il prigioniero si sciolse. Non fece visibili sforzi, non diede scosse. Meditando nel chiuso della trappola, ne aveva decifrato il segreto? Si sfilò fuori, apparve intatto, si incamminò senza fretta lungo uno dei fili radiali che sorreggevano la rete. Fa presto, muoviti pensò monsignore; vuoi farti riprendere? Ma il ragno non aveva premura.

    Moloc, irrigidito nel trono, non batté ciglio. C’era stato un patto tra i due? Il più grande per esempio poteva aver detto all’altro: se riesci a liberarti da solo ti farò grazia, o qualcosa di simile. Restò infatti fermo come una statua, finse di non sapere, rinunciando. E già il minore si inoltrava tra le foglie.

    Monsignore però fu più lesto e riuscì nuovamente a staccare dalla pianta il ragno fuggiasco, senza danneggiarlo. Lo fece oscillare due tre volte a pendolo, poi con delicatezza lo gettò per la seconda volta nella rete.

    E per la seconda volta il gigante scattò. In un baleno fu sopra l’altro e aprendo le zampe cercava di avvilupparlo. Ci fu una breve lotta. Il minore era rimasto appiccicato malamente alla rete né poteva voltarsi per lottare faccia a faccia. In qualche modo tuttavia si difendeva, torcendosi all’indietro. In questa posizione sbilenca poco dopo restò inchiodato.

    I legamenti erano tuttavia molto meno perfetti di prima. Nello scontro iniziale il ragno maggiore aveva speso senza risparmio la sua bava e non gliene restava quasi più. Dovette limitarsi a una fasciatura sommaria, larghi varchi restando aperti tra benda e benda. Allora, alle spalle di monsignore, una piccola cosa nera si mosse, forse un uccello una foglia, cadente, una biscia. Lui si voltò di soprassalto, ma la campagna era perfettamente deserta. Il ragno che aveva vinto non tornò subito al suo seggio. Stavolta lavorava con molto impegno intorno al corpo del prigioniero e gli mordeva lentamente la schiena, allo scopo di avvelenarlo. L’altro subiva, rassegnato, e pareva non soffrisse. Lo addentò a lungo, poi tornò al centro della rete, poi sembrò pentirsi e ricominciò a morsicare. Così tre volte. Alla terza, da un breve pertugio del sacchetto, il prigioniero spinse fuori le tenaglie e abbrancò al volo una zampa del boia.

    Moloc fu preso dall’orgasmo, abbandonò la vittima, cercò di ritirarsi. Ma l’altro teneva con furore. La zampa era tesa allo spasimo, ancora un po’ e si sarebbe spezzata. Finché al prigioniero vennero meno le forze e le sue tenaglie mollarono.

    Col dubbio che uno lo stesse fissando alle spalle, monsignore si voltò di nuovo. Ma dietro a lui non c’era nulla: tranne la campagna, il tramonto e una nuvola gialla la quale protendeva una specie di braccio lunghissimo, simile a un avvertimento. Verso di lui forse?

    Zoppicando, il ragno grande risalì al suo stallo, in una abbietta costernazione. Era la paura di essere stato avvelenato, Con amore tenerissimo cominciò ad accarezzarsi la zampa che l’avversario aveva stretto. La lisciava con le altre sette, se la portava alla bocca e pareva leccarla, poi la tendeva per collaudo, come facciamo noi dopo una storta alle articolazioni. Sembrava una mamma col bambino. Dopo alcuni minuti però il suo affanno andava placandosi: ora esperimentava la zampa, se facesse ancora buona presa, sui fili stessi della rete, quasi arpeggiando. Quindi, con disgustoso trasporto, ancora la accarezzava.

    Del tutto infine consolato, tornò al feroce lavoro con accresciuto accanimento. La sua tenaglia affondava nell’addome del suppliziato schiantando lo spessore della corteccia alla guisa di un apriscatole. E dalle crepe cominciava a colare un liquido denso e bianchiccio.

    A questo punto, morendo il sole, lo smisurato braccio della nube, sospeso sopra la valle, divenne vivo ed ardente, cosicché il suo riflesso si posava sul mondo. Anche la siepe, nel suo piccolo ne risplendeva. Eppure tutto era adesso tornato alla quiete anche più di prima, perché prima se non altro c’erano due ragni in agguato ed ora soltanto uno, immobile e assorto come se nulla fosse accaduto. L’altro aveva cessato di essere ragno, era un bozzolo inerte e floscio, anche lo scolo delle mucillagini viscerali si andava coagulando. La morte però non ancora: rattrappite come erano nel sacchetto, le due zampe anteriori si muovevano per decimi di millimetro.

    Un calesse passò nella strada vicina, il cavallino trottava allegramente e dileguò verso nord. Poi monsignore udì, di là del fiume, una contadina cantare con abbandono conturbante. Egli era solo. Con la precisione di un chirurgo ruppe, per mezzo di uno stecco, i legamenti e liberò la bestiolina torturata. Poi la adagiò su una foglia.

    Ivi la creatura restò, tutta storpia, così come era stata imprigionata, quasi uscisse da una ingessatura, a motivo della invadente paralisi. Tentò poi di camminare e si rovesciò su un fianco. Le otto zampine palpitavano a ritmo tutte insieme con dolceza, come invocando: il derelitto, l’innocente, l’agnello del signore.

    In ginocchio sul prato, monsignore era chino sopra quel dolore irrimediabile. Dio, che cosa aveva fatto! Poco era bastato, un piccolo scherzo sperimentale, a rovinare una vita. Così egli stava pensando, quando notò che il ragno lo guardava: dai suoi occhietti inespressivi qualcosa di duro e cocente saliva fino a lui. Si accorse pure che il sole era disceso: alberi e siepi si facevano misteriosi fra lanugini di nebbia, aspettando. E adesso chi si muoveva alle sue spalle? Chi sussurrava piano piano il suo nome? No, pareva proprio che non ci fosse nessuno.

  45. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 13 marzo 1996 – « Scrivo queste annotazioni, un po’ come si fanno delle scale – e da 50 anni si ripetono sulle medesime note -, un po’ come si va a passeggio a una certa ora – ogni giorno. E le scrivo non per farne qualche opera o qualche sistema, ma come se dovessi vivere indefinitamente, svolgendo una funzione stazionaria – così come il ragno fila la sua tela senza domani né passato, così come un mollusco perseguirebbe l’espulsione della sua chiocciola – senza vedere né perché né come potrebbe smettere di secernerla, passo dopo passo. » (Paul Valery, Cahiers, 1940) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 194

  46. demetrio Says:

    Damiano, incomincio a temere che le cose scrivo non vengano lette fino in fondo. Tu fai un lungo commento, sui cui posso anche concordare, che possiamo riassumere così: testo, il mio, è un testo mediocre. E’ possibile, o anche certo. Nel tuo commento però c’è una sorta di sottotraccia ovvero che io citando Sciascia abbia voluto dire che io ho fatto una cosa come Sciascia. Mentre io ho scritto un’altra cosa che ribadisco: “(…) per dire neppure Sciascia se lo domandò con l’Affaire Moro, questo non per dire che io abbia fatto letteratura, ma per sostenere che si può contemplare la possibilità di fare letteratura partendo dal “sangue ancora fresco” (…)”

  47. demetrio Says:

    Giulio c’è un altro ragno famoso, è quello che vede Stavrogin nel finale dei Demoni.

  48. Dinamo Seligneri Says:

    Demetrio, ho colto il senso del tuo penultimo commento e cercavo con un passo ulteriore di spiegarti cosa fa secondo me del tuo testo un testo ancora insanguinato della fresca narrazione dominante e alcune qualità dell’Affaire Moro di Sciascia… ma non perché tu ti sia messo in paragone con Sciascia, bensì perché il testo di Sciascia si impone (e tu non a caso lo citi) come uno dei modelli migliori di racconto e analisi di un’attualità terroristica. Tutto qua.
    Dinamo

  49. Paolo Says:

    E il ragno di “Lullaby”, dei Cure, dove lo mettiamo?… Sdrammatizzo.
    La domanda di Demetrio (“quanto tempo, se tempo, fra realtà e “letteratura”…?) me la sono posta anch’io. Senza affannarmi nella ricerca di un’eventuale risposta. Nel mio commentare ho solo riportato (e reso pubblico) un mio sentire e non voglio dare giudizi. Rimane, a mio avviso, l’esigenza (un po’ di tutti) di capire, di darsi delle ragioni e, se possibile, degli orientamenti, che passa attraverso il ragionare, il comporre e articolare pensieri; che passa anche attraverso il trascriverli (come testimonia e afferma Demetrio), l’elaborarli e poi condividerli, esternarli, quindi renderli pubblici. Passa anche attraverso questo inevitabile e cercato dibattito. Le obiezioni e i ricorsivi chiarimenti. Il meccanismo di “manifestazione” e “riconoscimento” del proprio pensiero attraverso la scrittura (anche attraverso “l’immaginazione”, la costruzione di uno scenario e la narrazione di una storia) è da me vissuto e, come dire, compartecipato. Ho trovato efficace, a tal proposito, la descrizione dello scarto temporale fra parola scritta ed effettiva presa di coscienza ad opera di “dm”.
    Tornando alla letteratura. Non ho letto quel Sciascia, ma ho ben impressa (fra tante) l’immagine dall’alto, in bianco e nero, di un’auto ferma in mezzo alla strada, le porte spalancate, un corpo a terra coperto da un lenzuolo poco distante, un rivolo scuro sull’asfalto… Non ho letto quel Sciascia, ma non stigmatizzo Demetrio.
    Nel frattempo, poi, ho deciso di farmi piacevolmente irretire da questa imprevista invasione aracnide…

  50. dm Says:

    Non colgo una relazione saliente – per questa discussione – tra L’affaire Moro di Sciascia, che ho letto non troppi anni fa, e questo testo qua. Mi sembrano due cose completamente diverse. Il fatto che parlino di un fatto appena successo e che questo fatto sia un fatto di terroristi e morte, mi sembra molto marginale. Credo che per paragonare due testi si debba tenere presente il “come”, più che il “che cosa” narrato. Ma non sono un critico letterario e magari mettere in relazione significativa due testi con intenzioni, poetiche e qualità del verosimile così diverse ha un senso, e chi sa.

  51. enrico ernst Says:

    Gli attentatori

    Per giorni interi pensano
    a come uccidere, per uccidere,
    e a quanti ucciderne, per ucciderne molti.
    Oltre a ciò mangiano con appetito i loro cibi,
    pregano, si lavano i piedi, nutrono gli uccelli,
    telefonano grattandosi l’ascella,
    fermano il sangue quando si tagliano un dito,
    se sono donne comprano assorbenti,
    ombretto per le palpebre, fiori per i vasi,
    tutti scherzano un po’, quando l’umore è buono,
    sorseggiano succhi di agrumi prendendoli dal frigo,
    la sera guardano la luna e le stelle,
    si mettono gli auricolari con musica in sordina
    e dormono saporitamente fino all’alba
    – puché ciò che hanno in mente non si debba far di notte.

    (Wislawa Szymborska dalla raccolta “Qui”, 2009)

  52. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 17 settembre 2001 – « Gli attentatori sono ancora fra noi », dice la bionda del tg4. E guarda me. L’attentat(t)rice. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 194

  53. demetrio Says:

    dm. E’ stato un mio tentativo di rispondere a Paolo dicendo che secondo me è possibile fare o tentare di fare letteratura nell’imminenza del fatto che avviene.

  54. dm Says:

    Demetrio, sì, ma mi è sembrato che dal paragone in un discorso sulla possibilità di scrivere a ridosso di un fatto come questo, si sia scivolati sullo stesso paragone e finiti però in un altro discorso. Magari mi sbaglio. (Grossolanamente: credo che avesse/abbia un senso porre obiezioni sul contenuto dell’Affaire Moro, ma che abbia pochissimo senso obiettare sulle opinioni e sulla visione della persona che in questo testo dice io. Io stesso per esempio condivido niente delle opinioni e della visione di chi in questo testo dice io, forse perché non sono cattolico, o magari perché ho proprio un temperamento diverso, come lettore dico, ma, ovviamente, questo non mi frena dal dire che è un testo utile, perché a ridosso di un fatto già ben spiegato e dispiegato mediaticamente ciò che, secondo me, in tutti resta – o, se si preferisce, persiste – non è il fatto in sé, ma la reazione del corpo e, diciamo, dell’anima a questo fatto. E a questo serve il tipo di letteratura a cui ascriverei questo testo. L’obliquità dello sguardo è utile per comprendere le nostre reazioni – di occidentali, di lettori, di credenti in qualche caso – ad un fatto altrimenti incomprensibile, a così breve distanza, con la faccia così vicino al sangue.) Ecco, scusate tutti per certe ovvietà.
    Saluti.

  55. gian marco griffi Says:

    Non ci capisco niente di ‘sta cosa dell’autofiction. Cioè, tanto per capire, perché ci tengo: il Paolin che ritiene che siamo vicini agli attentatori di Parigi è un personaggio che non è il vero Paolin? Dunque il Paolin scrittore, ‘sta cosa della vicinanza con i fratelli nata dalla scarpa eccetera – che per me è una cazzata (chiedo scusa per la rozzezza, ma non saprei come esprimermi diversamente) – a parte il pedinamento, il ragno, il bagno, che sono fiction, la condivide o no? Non riesco a capire.

  56. enrico ernst Says:

    un gian marco “ficcante”, devo dire…
    a me sembra che Demetrio sia stato qui e là tirato per la giacchetta (anche con la storia del “siamo tutti uomini”: io non l’ho interpretata affatto così, cioè ‘sta cosa del siamo tutti uomini NON è presente nel testo: la morale non è: siamo tutti uomini, ma: gli attentatori sono figli della “catastrofe dell’occidente”: che per altro rimane inspiegata – anche perché forse la Francia, Parigi, “non è” l’occidente” o al contrario l’occidente è la globalizzazione ecc. O al massimo, altro significato del testo: “loro” islamisti fondamentalisti assassini sono come “noi” – cioè ci serviamo agli stessi negozi, siamo tutti “figli del disastro dell’occidente” che rimane inspiegato ecc. curiosamente il “siamo tutti uomini” arriva da un’osservazione di Giulio in commento – anche se in Demetrio c’è un accenno alla “livella” di Totò ecc…). Insomma come gian marco sono piuttosto dubitoso, turbato, e non ci capisco più molto… in effetti pur’io mi chiedo: perché il tizio, l’investigatore della scarpa, fa male bambinescamente al ragno? E, per il ragno almeno, imploro una risposta…

  57. demetrio Says:

    Io posso solo dire che quello che faccio ai ragni è vero. Sul resto compreso i giudizi ficcanti posso dire poco, se non che fin da subito si è chiarito l’intento di “immaginazione” del testo, che quell’immaginazione mi serviva per fare un ragionamento, che ovviamente come ogni immaginazione essa vive di interpretazioni tutte quante legittime, che sono differenti dalla mia ma trovano la loro ragione d’essere nel fatto che ragionano su una mia immaginazione.

  58. Paolo Says:

    Prendo un momento le distanze dal dibattito sul messaggio e la ricerca di significato, il valore letterario, la letteratura sui fatti di cronaca ecc. (e mi scuso con Demetrio e tutti voi se insisto nell’emettere commenti e considerazioni stucchevoli, inesperte o infantili).
    Giulio ha portato un paio di ragni ad esempio.
    Ragni letterari, ho inteso (mi corregga se sbaglio). Credo si sia collegato alla mia perplessità sull’espediente del ragno (mi permetto di definire il suo ragno come un elemento tecnicamente a servizio del racconto di Demetrio) per aiutarmi prima di tutto a capirne il valore funzionale. E fin qui ci sono. Chiarisco che non ero scandalizzato dalle sevizie al ragno, ma non ne rilevavo proprio la congruenza, l’utilità. O meglio, non mi ritrovavo nel significato (probabilmente errato) che ero riuscito a dargli all’interno del contesto narrativo. E cioè: l’autore (Demetrio) usa la parentesi del ragno seviziato nella toilette del bar per dimostrare di essere capace di un atto di violenza gratuito. E’ qui il mio granchio (cambio genere), sostanzialmente. Non ho afferrato, non può essere così. Nel senso: questo espediente, così interpretato, non contribuisce a rafforzare/arricchire il racconto. Non posso paragonare un ragnetto a degli esseri umani. E che dire delle motivazioni sottese all’uccisione dell’uno e degli altri? No, no, no… Sono evidentemente fuori strada, cerco un parallelismo assurdo. Chiedo un lume a Demetrio, se ancora ha la pazienza di leggermi (scusandomi con tutti gli altri che avranno capito).
    Qual’è la valenza (letteraria) del suo ragno?

  59. Paolo Says:

    Il tarlo è nato, credo, dentro uno stipo
    che ho salvato da sgombri e inondazioni.
    Il suo traforo è lentissimo, il microsuono non cessa.
    Da mesi probabilmente si nutre del pulviscolo
    frutto del suo lavoro. Si direbbe che ignori
    la mia esistenza, io non la sua. Io stesso
    sto trivellando a mia insaputa un ceppo
    che non conosco e che qualcuno osserva
    infastidito dal cri cri che n’esce,
    un qualcuno che tarla inconsapevolmente
    del suo tarlante e così via in un lungo
    cannocchiale di pezzi uno nell’altro.

    (E. Montale, da “Diario del ’71”)

  60. enrico ernst Says:

    … in questo senso, Demetrio, della immaginazione delle immaginazioni, cioè del riuscire a “trascinare” il lettore nelle ossessioni del ragno, delle scarpe, del corpo, del corpo morto, secondo me il tuo testo è riuscito (il dettaglio, pedinare, l’investigazione, lo scioglimento, l’incontro)… mentre sul “ragionamento”, bene, ho forse già detto abbastanza – capisco che è forse ingiusto verso l’organismo del tuo racconto, ma la “morale” per cui la scarpa è simbolo ecc. ecc. non la sento necessarissima (come sottolinei infatti, il ragno non è simbolo di un belino, solo che il protagonista “quello fa” all’insetto, e basta, lui è così, uno che fa quella roba lì ai ragni)… anzi, la morale (il ragionamento) mi sembra depotenziare il meccanismo perturbante della detection; opinioni…

  61. dm Says:

    (Secondo me, pochissimi autori risponderebbero alla domanda: “Condividi i pensieri del tal personaggio?”. Si scrive, credo, proprio per poter attribuire dei pensieri, dei ragionamenti, dei sentimenti e poi delle azioni a delle entità fittizie. Poi – per converso – i pensieri attribuiti a una entità fittizia, che esegue azioni inventate e, in un certo senso, ha vita propria, rimangono ben incistati dentro quella immaginazione, si nutrono del clima di invenzione dentro al testo. Portarli fuori da lì, credo sia come togliere un pesciolino da una boccia e buttarlo a terra al grido dì: “e ora respira!”. Io la penso così. Io.)

  62. RobySan Says:

    Di una cosa sono sicuro: i ragni non appartengono alla classe degli insetti.

  63. gian marco griffi Says:

    Boh. Non è che volessi essere ficcante. Ho solo scritto un pensierino, come sempre quando scrivo un commento su vibrisse.
    A me il presupposto della scarpa, cioè l’idea di partire dalla scarpa persa per costruire qualcosa di letterario sulla tragedia, era piaciuto subito. Anche il titolo è bello. Fino a “io non credo nei complotti. Io penso alla scarpa.” mi dicevo che c’erano i presupposti per leggere un ottimo racconto, o articolo, o autofiction o quel che l’è. Poi invece no. Autofiction o non autofiction.

  64. enrico ernst Says:

    grazie Robysan: quanta ignoranza! è un aracnide, per chi non lo sapesse, come gli acari e gli scorpioni (vergogna!)… e a dm, dico, che, sono d’accordo in generale con lui, ma che il testo di Demetrio – come lo spiega lui stesso – si situa in un territorio liminare: non un ragionamento o analisi tout court (come anche sottolineava bene Giulio) e non propriamente un racconto breve (non fino in fondo “letteratura” o “fiction”). Ma forse si potrebbe parlare di un ragionamento che “si serve di una immaginazione”. Insomma un ibrido. “Fin da subito si è chiarito l’intento di “immaginazione” del testo, che quell’immaginazione mi serviva per fare un ragionamento”, ammette Demetrio. Ecco, nel contesto di una posizione ancillare dell’immaginazione, sembra coerente pensare che il ragionamento che innerva e chiude il testo non sia “di un personaggio”, ma del Paolin medesimo. Almeno, io l’ho capita così.
    Trovo che a volte l’estremizzazione della regola narratologica relativa alla alterità radicale tra narratore (funzione del testo) e autore (in carne e ossa) possa essere rivista e contestualizzata, con opportuni distinguo, in una geografia mobile di distanze e vicinanze (la posizione e lo status del narratore – nel suo rapporto con l’autore – di “Gomorra” non è quasi paragonabile a quella del narratore – faccio per dire – del “Giovane Holden” – nel suo rapporto con Salinger…)

  65. dm Says:

    Non ho capito, Enrico, tu credi che le azioni alla base di questa narrazione siano riportate e non siano invece inventate? Se credi questo, mi stupisci. Nel caso contrario invece non capisco come tu possa attribuire a Paolin i pensieri di un personaggio le cui azioni (con tutto il portato di psicologia: il personaggio è quello che fa) ritieni essere frutto dell’invenzione.
    Insomma: in molti casi un autore vicino al proprio personaggio è probabile abbia pensieri che si avvicinano a quelli del personaggio. Ma attribuire la vita psichica, diciamo, e cognitiva di un personaggio all’autore di quella narrazione è sicuramente improprio. Non c’è limine direi.

  66. enrico ernst Says:

    Eh, dm, sì. Mi pare che Demetrio dica qui, nei commenti, che l’immaginazione gli serva per sviluppare un SUO ragionamento. Demetrio è qui per rettificare questa affermazione mia fatta sulla base di affermazioni sue. Quindi. Precisamente. Azioni inventate, riflessione dell’autore. Azioni inventate per “supportare” e “illustrare” (metto le virgolette perché forse non sono i verbi più precisi) un ragionamento. Un ragionamento, che, aggiungo io, ha un tono direi non tanto esplicativo, quanto – latamente – morale (e di metariflessione storica). In altre parole, dm, quando nel racconto il narratore afferma: “… non ha per me nessun senso dire “Je suis Charlie”, non solo per un motivo puramente biologico – io non posso essere uno che è morto -, ma anche perché essere Charlie significa avere speranza di un mondo e in una società che è fallita completamente, che non ha nemici esterni, ma che nutre al suo interno i suoi stessi attentatori”.
    Ecco l'”io” di questo brano parla dal punto di vista dell’autore (di Demetrio Paolin, con la sua storia e con i suoi valori e le sue considerazioni storico-etiche, e i suoi interessi ecc.), non di un “personaggio fittizio” che dice “io”. Questo per me è dirimente.
    Se, invece, faccio l’esempio, Demetrio Paolin ha nel suo studio, davanti al computer, un poster con il “cartello” bianco su nero con la scritta “Je suis Charlie”, allora avresti ragione tu…
    Per me la cosa però è “decidibile”, non so come dire. O l’io narrante ha i valori e le considerazioni e le analisi dell’autore, oppure no (ci possono essere anche situazioni frammiste, e più ambigue, certo: non mi pare questo testo però il luogo). Nel primo caso, le azioni sono finzionali, ma non lo è l’io “ragionante”; nel secondo caso siamo “plongé” in un pezzo di “letteratura” in senso stretto. E mai ci si sognerebbe di discutere con Paolin le idee del suo personaggio che dice “io”. Sbaglieremmo, in effetti, come mi pare tu sostenga, tutto.

  67. Giulio Mozzi Says:

    Per il senso della cosa, è rilevante che i fatti narrati siano effettivamente accaduti nel mondo? A me non pare. Quindi sposterei il problema tra i non-problemi.

    (Ah: volendo fare analisi narrativa, rilevante è semmai il fatto che il narratore dichiari “Io non credo ai complotti”, e poi rimanga vittima di un complotto – la realtà complotta per lui, e fa comparire davanti proprio quella scarpa lì). (E la dichiarazione “non penso che ci sia nulla di male in questo passatempo”, cioè nello smembrare il ragno, rimanda ad altri che pensano che non ci sia nulla di male, anzi ci sia un bel po’ di bene, a fare cose tipo ammazzare qualcuno: il narratore si presenta come capace di crudeltà, ma una crudeltà senza godimento; mentre è probabile che chi decide di farsi “giustiziere” un suo godimento ce l’abbia. Quindi la differenza residua è nell’antitesi godimento/non godimento).

  68. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 7 maggio 2008 – Divertente scoprire che la brutta cattiva con la scarpa micidiale di 007 dalla Russia con amore (1963) è Lotte Lenya – nata nel 1898, morta nell’’81 -, già Jenny nella Dreigroschen Opera nel ’31, nonché moglie di Kurt Weill, poi fuggita in America, poi ri-usata da Hollywood etc. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 195

  69. gian marco griffi Says:

    Non ha alcuna rilevanza che i fatti narrati siano accaduti nel mondo. Proprio per questo, io credo, è del tutto irrilevante sottolineare che si tratti di autofiction o di realtà. Quindi chi ritiene che i fatti siano del tutto reali è giustificato allo stesso modo di chi ritiene che sia tutto finto. Ossia: la lettura del brano non cambia di una virgola.
    Partire dalla scarpa del terrorista per dire che siamo tutti sulla stessa barca che sta affondando ha rilevanza sia in un caso che nell’altro. Quindi: o il personaggio Paolin o lo scrittore Paolin affermano una cosa, la qual cosa è: gian marco griffi è molto più vicino di quanto possa credere o pensare al terrorista che durante la strage al giornale satirico Charlie Hebdo ha perso una scarpa, e quella scarpa è il correlativo oggettivo della vicinanza tra gian marco griffi e i terroristi. Questa cosa (scarpa-vicinanza coi terroristi-figli della medesima sostanza e cultura) per gian marco griffi è facile, non funziona, non è vera, è priva di fondamento, non è così.
    Oppure se si vuole intendere che siamo tutti creature, figli di dio, siamo tutti abitanti dello stesso mondo, la cosa è di una banalità sconcertante e funziona ancora meno.

  70. dm Says:

    Solo una precisazione. Consideravo ciò che accade in questo racconto come un indizio importante per collocare questo testo tra le narrazioni finzionali. Ma certo, più che le azioni contano le motivazioni e come le motivazioni, insieme allo stile, instaurino un clima e una tensione narrativi incompatibili con una narrazione che non sia finzionale. Questo penso.
    Ma trovo difficile con le mie competenze di comune lettore fare un discorso più largo sul perché questo testo mi è sembrato una evidente finzione.

  71. dm Says:

    Leggo ora il commento di Gian Marco (pubblicato nel medesimo istante del mio : )
    Anche secondo me non ha importanza che i fatti siano eccetera. Ha importanza l’impressione che può ricavare il lettore dalla narrazione di questi fatti. Cioè, se domando a Enrico “davvero credi che le azioni qui siano riportate e non inventate?” non cerco di fare leva sulla improbabilità che questi fatti siano accaduti davvero. Ma dico: possibile che l’impressione che ricavi da questo testo sia quella di aver letto un resoconto o qualcosa del genere? La discriminante è in questi casi, sempre, a favore del “come” sono raccontati i fatti e insomma di come funziona il mondo e la testa dei personaggi, certo la verosimiglianza dei fatti estratti chirurgicamente dal testo e raffrontati alla realtà è di pochissima importanza. Credo.

  72. enrico ernst Says:

    per me, rispondendo a Giulio ma anche interfacciandomi con dm e gian marco, ha senso che i fatti narrati siano effettivamente accaduti nel mondo. (dm infine sembra convenire).
    Tanto che: a) ho potuto visionare il video della scarpa (e non era fiction); b) ho potuto discutere con Demetrio “come se” lui fosse precisamente l’io narrante (e chiedergli per esempio: “cosa ne pensi del disastro dell’occidente, in che senso” ecc.) e c) il racconto mi ha fatto riflettere su “uno stato di cose” là nel mondo (l’attentato, i terroristi, Hebdo, la morte ecc.). Tre buoni motivi perché la relazione tra la struttura-testo e il “mondo là fuori” possa essere “un problema”, cioè un tema interessante di approfondimento. Un elemento fondamentale “nel” testo.
    Una battuta. Il “vaffanculo” finale di Gomorra ha “fatto problema”, nel mondo, qui, soprattutto a un giovane scrittore di nome Roberto Saviano…

  73. demetrio Says:

    in questo momento preciso, quale che sia il momento e il preciso, una mail di un lettore mi chiede se poi alla fine ho acquistato il paio di scarpe.

  74. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 29 aprile 2010 – Sul frontone di Porta Pia, laddove, da lunga pezza, occhieggiava una vezzosa Maria Vergine, ora troneggia una scarpa: rossa. La scritta sottostante spiega tutto: è una pubblicità che copre il restauro in corso. La scritta dice: « Converse ». Ed effettivamente siamo dinanzi a una conversione: dall’adorazione di una divinità cristiana a quella di un manufatto industriale. Quello che, in tutta questa storia, fa la solita buffa figura è il prospiciente bersagliere (di cui, passim, in questo diario). Perché, se pensava di avere vita facile, di entrare subito, di entrare e basta, anche stavolta gli è andata male, ha toppato, ha sbagliato indirizzo. Perché se prima doveva pregare, ora dovrà pagare. E così s’impara, lo sciocco pennuto in divisa: a slanciarsi, a precipitarsi, a buttarsi avanti. A sfondare le porte. Che sembrano aperte, ma non lo sono mai… Io comunque, se ci penso, mi viene di dire che preferivo quella donnina dipinta: costava di meno… (Che cos’è la letteratura? O, almeno, cos’era? Non lo sapremo mai, visto che non lo sanno più nemmeno quelli che dicevano di saperlo… ) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 197

  75. dm Says:

    Enrico, le tre condizioni (a, b e c) si possono verificare ogni volta che ci confrontiamo con una narrazione basata su un fatto di cronaca, il cui autore sia ancora vivo. Ma non tutte le narrazioni basate su un fatto di cronaca, il cui autore sia ancora vivo, sono narrazioni non finzionali. Anzi, se escludiamo i racconti giornalistici, sono pochine, direi.

  76. gian marco griffi Says:

    Daniele, io pure non c’ho alcuna competenza per analizzare tecnicamente un testo se non quella del mio orecchio. E quindi ammetto che ogni mio commento riferito a un qualsiasi testo scritto potrebbe essere inserito nell’angolo del dilettante allo sbaraglio.
    Il mio problema sono due: uno, mi appassiona troppo la letteratura e due, sono in ferie, pertanto ho tempo di cazzeggiare su vibrisse.
    Però adesso mi viene in mente ciò che mi ha davvero colpito, dal punto di vista “letterario”, della faccenda scarpa: non è per nulla la scarpa – la marca o il modello o la cultura che c’è dietro all’acquisto – bensì l’atto innocuo e quasi timido di infilarsela dopo averla persa. Se fossi capace di farlo ci potrei scrivere un romanzo. Qualcuno forse lo farà in mia vece.
    Per il resto, nella mia solita, inaccettabile ignoranza non avevo idea di chi fosse Demetrio Paolin. Per me, quando ho letto questo brano, poteva anche essere un personaggio-scrittore di fantasia. Ora ne so quasi quanto prima, ma so che è nato a 25 km da casa mia e che, se Wikipedia non è fiction, esiste in carne e ossa. Per me non cambia niente, ma per lui sì.

  77. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 9 marzo 2001 – Il negozio che era di scarpe è diventato di telefonini. Ne deduco che, all’alba del Terzo Millennio, la gente ha deciso che è meglio telefonare che camminare. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 198

  78. enrico ernst Says:

    … e infatti, caro dm, un racconto di un autore vivo su un fatto di cronaca instaura (e fa instaurare al suo testo) un rapporto con il mondo là fuori, con la realtà se piace di più il termine, del tutto peculiare, a mio avviso inaggirabile, a meno di attestarsi su posizioni strutturalisti radicali…

  79. enrico ernst Says:

    Piccolo appunto scritto dopo: pare indifferente (a-problematico) che i fatti narrati da Capote ne “A sangue freddo” o quelli narrati da Carrière ne “L’avversario” non siano d’invenzione?

  80. dm Says:

    Sì, Enrico, ma la tua tesi è che sia opportuno attribuire i pensieri di un personaggio di una narrazione come questa al suo autore. È di questo che stiamo parlando da un po’. Per cui ho inteso le tue condizioni a,b e c come delle condizioni a partire dalle quali ha un senso attribuire i pensieri di un personaggio etc. E ti ho fatto notare che gran parte delle narrazioni che rientrano nell’insieme delineato dalle tue condizioni, possono essere benissimo narrazioni finzionali, della specie più comune, per cui non ha un senso attribuire le cognizioni dei personaggi agli autori, etc.
    Ma magari ti sei messo improvvisamente a parlar d’altro e io non mi sono accorto. Capita.
    Buon pomeriggio.

  81. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 16 gennaio 2015 – È venuto il momento di ri-evocare un diario divenuto assolutamente « attuale »:« 27 agosto 1993 – Prosegue ininterrottamente la ricerca sull’URSV [*]. Ho ricordato il tempo della prima capitale intuizione: fanno esattamente vent’anni: “ Qui si tratta giammai dell’abolizione ma della tattica ridicolizzazione del padre “. Una domanda: se vivesse oggi, Adrian Leverkhün lavorerebbe per Berlusconi? ». “. [**]
    [*] Una Risata Vi Seppellirà
    [**] La s-formazione dello scrittore / 199

  82. enrico ernst Says:

    aiuto dm! sono cotto! la mia tesi è che l’io narrante del racconto di dp la pensi proprio come dp. Ma l’io narrante suddetto fa cose, come la detection, l’incontro cor giovine ecc., che dp sembra non aver fatto (o potrebbe aver fatto come no, non importa). Se io discuto con dp come se lui fosse quel narratore, vuol dire che c’è una sostanziale coincidenza tra il profilo diciamo intellettuale morale del suo io narrante e lui, lo stesso – se vuoi – punto di vista. Il messaggio dell’io narrante è il messaggio di Paolin. Se così non fosse, Paolin quando gli chiedo conto della “ideologia” e del messaggio del suo io narrante, mi potrebbe dire: sentimi un po’ guarda che io non sono “quello lì”, hai preso proprio un granchio (cosa che non è avvenuta). Dico anche (corollario) che ci sono altre narrazioni in cui la vicinanza tra autore in carne e ossa e narratore (più che personaggio) è per così dire “bruciante”,e ultraridotta, come è per “Gomorra”. In quest’ultimo caso, peraltro, giornalismo e letteratura si “sposano”. Non introdurrò qui un’altra tipologia: quando Giulio Mozzi o Walter Siti “giocano” con personaggi che si chiamano Mozzi o Siti…

  83. dm Says:

    Enrico, scusa, non voglio accanirmi su questa cosa, che in fin dei conti è abbastanza marginale.
    Ma mi sembra tu dica due cose un po’ azzardate.

    La prima:

    Se io discuto con dp come se lui fosse quel narratore, vuol dire che c’è una sostanziale coincidenza tra il profilo diciamo intellettuale morale del suo io narrante e lui, lo stesso – se vuoi – punto di vista.

    Hai invertito i termini. La “coincidenza tra il profilo diciamo intellettuale morale del suo io narrante e lui [Paolin]” è proprio ciò che dovresti dimostrare, è la tua tesi. Ed è necessario che tu la renda credibile proprio perché qui si è discusso “con dp come se lui fosse quel narratore”.
    Credo sia una svista.

    La seconda:

    Se così non fosse, Paolin quando gli chiedo conto della “ideologia” e del messaggio del suo io narrante, mi potrebbe dire: sentimi un po’ guarda che io non sono “quello lì”, hai preso proprio un granchio (cosa che non è avvenuta).

    Nella logica del silenzio-assenso, è possibile dimostrare qualsiasi cosa. Ma qui non c’entra. Perché non è una questione personale tra te e l’autore del testo, è un problema, più che altro, testuale. Di come cioè è fatto il testo. Al di là che l’autore possa rispondere ai commenti, che sia identificabile conosciuto e veramente lui.

    Infine, la “altra tipologia” a cui accenni non è così lontana dalla natura di questo testo, almeno a giudicare dagli effetti: anche sotto ai post delle finzioni di Giulio ogni tanto qualcuno augura all’autore qualche cosa sulla base delle sventure del suo personaggio.
    Puoi verificare.

  84. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 20 dicembre 2001 – C’è uno in mezzo al prato. « Che vai, per cicorie? » « Sì, per cicorie… per merde vado… per merde… ». (Infatti si sta pulendo le scarpe) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 200

  85. Giulio Mozzi Says:

    Daniele, scrivi che non vuoi accanirti “su questa cosa, che in fin dei conti è abbastanza marginale”.

    Secondo me, non è marginale.

    Però sposterei la discussione. Piuttosto che prendercela con Enrico perché ha fatto un tutt’uno di Demetrio autore, Demetrio narratore e Demetrio personaggio, potremmo domandarci:

    – perché mai ci abbiamo questa abitudine di cercar di dire qualcosa di vero raccontando favole? (es.: Platone e la caverna, Gesù di Nazareth e il buon samaritano, ecc.).

    – perché mai ci abbiamo questo istinto di fare un tutt’uno di chi ha scritto la storia, di chi vi compare come narratore, di chi vi compare come personaggio?

    – quando, in quali casi, e perché, l’eventuale coincidenza tra autore, narratore, personaggio (o tra due di essi), aggiunge (o toglie!) qualcosa alla possibilità della storia di dire qualcosa di vero?

    – com’è che ci abbiamo l’abitudine, se siamo messi di fronte a una storia, di interpretarla? A volte pare quasi che se una storia non si presta a essere interpretata non abbia valore…

  86. marco Says:

    Provo a rispondere, Giulio.

    1) Abbiamo bisogno di dire qualcosa di vero raccontando favole perché non sempre la verità che vogliamo esprimere la troviamo in fatti realmente accaduti.
    2) Perché coincidono con la stessa persona fisica. E’ un po’ come Belusconi Premier e Berlusconi Presidente Milan.
    3) Ma infatti non la toglie. Se dice qualcosa di vero. Il problema è quando dice qualcosa di distante, e falso. Allora ci chiediamo anche se l’autore sia un impostore totale.
    4) Come sopraviveremmo, se non interpretassimo? Se ci sono le nuvole all’orizzonte, so che c’è pioggia in arrivo – ma posso sbagliare! Se vedo il ciglio di un burrone, so che proseguendo con l’auto potrò cadere – ma potrebbe anche non accdere! Se non interpretassimo, non sopravivremmo. L’istinto di sopravvivenza ci fa interpretare. Poi, Giulio, va detta una cosa anche più terra terra. L’alfabeto è un sistema di simboli. In quanto sistema di simboli invita a essere decifrato di continuo. Come esseri alfabetici forse non ce ne rendiamo più conto, ma ogni volta che leggiamo, interpretiamo simboli. “Il cane abbaia”. “Il testo è malscritto”. “La testa cade”. Istinto di sopravvivenza. Bisogno di certezze. Almeno alla base. Poi molto e molto altro si potrebbe dire, come ad esempio “Che cosa intendiamo con ‘dire qualcosa di vero’?”

  87. dm Says:

    È vero, non è marginale (era un modo per sdrammatizzare, più che per marginalizzare :- )

    La discussione è per me interessante, se non avessi da prendere tre autobus e un treno (con preghiera per le coincidenze) risponderei con uno spettro un po’ più ampio di ragione.

    La prima domanda è per me troppo difficile.
    Alla seconda (sull’istinto di accorpare i vari livelli in un testo narrativo) rispondo così: il miglior esito di una narrazione è, per quanto mi riguarda, la persuasione del lettore. Dal suo canto, chi scrive cerca in ogni modo di persuadere il lettore che quei fatti (spesso non nella realtà, ma in un mondo possibile) sono avvenuti realmente e cioè verosimilmente. Il lettore, invece, per godere appieno della narrazione asseconda il meccanismo suasorio e si dispone a entrare in quello stato di sospensione che una buona narrazione mette a disposizione. Il lettore cioè vuole essere persuaso. Per godere dell’effetto del narrato diciamo. A volte è così istintivamente teso a cadere nella persuasione e nell’affabulazione che si aggrappa all’identità tra autore narratore e personaggio, il che produce un effetto di maggiore persuasione (se chi agisce effettivamente è, se chi scrive è chi nella storia agisce, se l’ectoplasma del narratore ha un corpo insomma, tutto è molto più vero).

    Così credo di aver risposto anche alla terza.

    Rispondere all’ultima domanda mi farebbe perdere il mio autobus, quindi posticipo.

    (Buona giornata a tutti; se non si capisce bene è perché non ho riletto.)

  88. acabarra59 Says:

    “ 22 febbraio 1986 – « Torna il terrorismo », scrivono i giornali tutti contenti. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 201

  89. enrico ernst Says:

    volevo difendere (me)… che io non faccio tutt’uno, e che probabilmente, e che in questo testo tuttavia… e che demetrio e che e che… e in ogni caso… ma insomma… mi piacciono le domande di Giulio e allora ci provo (solo con la prima):

    le favole si palesano talora (in Platone per esempio) quando la ragione discorsiva cede, non ci arriva, sarebbe troppo complesso, astruso, farla procedere, ed è un paradosso – perché la verità è… semplice, ah semplice (essere astrusi per arrivare al cuore semplice, al più semplice, che pazzia!)… che la verità stessa non sia propriamente quel centro dove far arrivare la freccia del “discorso” (logos), ma che sia piuttosto da ricercare nelle pieghe di una: narrazione, di una favola, o almeno: che l’uomo – a parte la muta “visione mistica” – non possa che arrivarci per vie traverse, al vero, e attraverso specchi, e sentieri, e svolte, segni, cioè per approssimazione narrativa (e a un certo punto dice Platone nella VII lettera – la verità brilla come un lumino su un candeliere)…

    Che al vero insomma non ci si possa arrivare se non per via di pathos (il vero è della ragione, dell’intelletto come del corpo, del “fantasma” come della percezione sensibile) – questa è la storia dell’Occidente, forse non dell’Oriente buddhista, per esempio, e la sua lingua dunque (la lingua del vero) non può essere che la favola, che – insieme alla ragione – coinvolge anche il cuore, l’anima, la vita emotiva (la favola: l’aneddoto finzionale)… (Platone diceva che la finzione è più dolce per l’uomo – miele sul bordo di un bicchiere dal contenuto amaro. Più digeribile? Più, propriamente, umana? Ma come può la finzione comunicare il vero? è una contraddizione lampante! E tuttavia… esiste una lingua “del vero”? esente da “ricostruzione”, esente da prospettiva? da inganni, da storture? sì? esiste? Lo crede qualche “fondamentalista”…)

    E poi succede: le favole mutano sensibilmente il concetto del vero, che non è più l’intero, oltre la narrazione finzionale, il vero assoluto e intoccato, ma è un “vero minore”, intrappolato nella rete (nella trama) delle storie. Così il mito della caverna non sostituisce più il discorso teoretico e razionale (più “vero”), non è più il semplice per arrivare al semplice – perché leggende e logos sono, diventano (quasi) il medesimo, sono entrambi avvinghiate alla prospettiva e al punto di vista puramente umani: erronei, dubbi, relativi, narrativi. (Per la morale, come per il “vero metafisico”, probabilmente è lo stesso: essa va comunicata con il calore e i colori della immaginazione, piuttosto che con l’arida severità dell’ordine, del precetto – anche se le due realtà non possono che convivere…).

    Le religioni talora cercano disperatamente di trasformare le leggende (alcune leggende) in dogmi. Cristallizzandole le tradiscono. E tuttavia le acquietano. Ci acquietano. E tuttavia, anche, le protraggono, le costodiscono, continuano a narrarle… la letteratura, non crede che… si bea di storie finte, che crede un poco più vere, perché sintetizzano conscio e inconscio, veglia e sogno, la verità del sole, quella lunare, l’interno, l’esterno…

  90. Arlen Siu (@paolobruschi) Says:

    Risposte che mi vengono di getto:

    La prima: perché ai bambini, se racconti una favola, ti ascoltano con la bocca aperta. Se invece cerchi di spiegare un concetto, pensano ai cazzi loro.

    La quarta: Chi “interpreta” una storia sta provando a rispondere a tutte quelle domande che la lettura gli scatena. E io non ho mai letto un libro che non mi scatenasse delle domande.
    Ps: certo, a volte proviamo a rispondere a domande che l’autore non ci ha mai posto (per lui era tutto semplice e cristallino così). Ma tant’è.

    Salud

  91. mariagiannalia Says:

    Dopo avere letto tutti i post, permettetemi un’umile, banale e forse inopportuna considerazione: non ho capito niente!

  92. emilianolaurenzi Says:

    Barthes parlava di punctum di una foto… Ecco, quando hai selezionato la scarpa, mi è venuto da pensare che fosse in effetti il punctum semantico della vicenda. La scarpa la portano gli esseri umani.

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