La formazione del fumettista, 10 / Fabio D’Auria

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di Fabio D’Auria

[Riprendiamo le nostre rubriche. Questa è la decima puntata di quella del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Fabio per la disponibilità].

Fabio_D_AuriaPer sintetizzare i miei quattordici anni da colorista di fumetti potrei raccontarvi di quella volta in cui uno dei maggiori editor americani mi scrisse “I love you!” quando a una scadenza impossibile gli dissi che non doveva cercarmi un aiuto ma che avrei dormito qualche ora in meno e fatto tutto io da solo, o quando all’improvviso mi arrivò il mio primo lavoro Marvel mentre partivo con moglie e bimba di un anno per le vacanze estive in Sardegna, o di quando a inizio carriera risposi sì alla domanda se potevo colorare 540 pagine di Alan Ford in 20 giorni, o di altri mille episodi simili, tutti legati da un comune filo, l’aver mantenuto la promessa.
Per me rispettare l’impegno preso è sempre stata una regola inviolabile; in qualsiasi ambito ho sempre cercato di fare al meglio qualsiasi cosa mi fossi preso l’impegno di fare.
Ho tagliato lamiere, riempito taniche di detersivo, cucinato hamburger, montato barre in cursore degli ascensori o servito ai tavoli, e nei limiti delle mie possibilità ho sempre cercato di farlo al meglio.
Se ti piacciono i fumetti, il poterli fare è il mestiere più bello del mondo, ma è sempre un lavoro. Ho sempre cercato di non distaccarmi da questo concetto. Un lavoro presuppone un impegno e un impegno va rispettato. In quattordici anni non ho mai sforato una scadenza. Certo, mi sono ammalato anche io, anche io ho avuto degli imprevisti di percorso ma non è mai successo che il giorno della consegna pattuita io non abbia consegnato il lavoro promesso.
Se considerate poi che io in realtà i fumetti li volevo disegnare, l’aver colorato per i maggiori editori occidentali dovrebbe dimostrare quanto seriamente io tenga fede agli impegni presi.
Ma andiamo con ordine.

Al liceo ho scoperto che volevo fare fumetti.
Prima di allora il fumetto nella mia vita era stato marginale, mio padre era un gran lettore, ma non di fumetti, nessun cugino o amico o compagno di scuola leggeva fumetti.
Prendevo in prestito i Paperone e i Topolino da mio zio, unica persona che conoscevo che leggesse fumetti. Era un collezionista di Tex e Zagor, ma il giovane me li riteneva fumetti da vecchi (parliamo di prima dei tredici anni). In seconda media durante un periodo in ospedale cominciai a comprare i miei Topolino e anche a disegnarne i personaggi, ero diventato bravissimo a disegnare Paperino, ma davvero non immaginavo se ne potesse fare una professione.
Al liceo, dicevamo, erano i primi anni Novanta e tutti parlavano di “Dailan Dog”, un fumetto così figo che se lo leggevi eri automaticamente figo anche tu. Ricordo ancora le prime volte che accompagnai Pasquale R. all’edicola della stazione centrale a comprare dei numeri vecchi e ricordo l’enfasi con cui me ne parlava; così, la mattinam dopo mentre da Piazza Garibaldi andavo verso il Liceo mi fermai a un’edicola per comprare il mio primo Dylan Dog, il numero 30 (ristampa): La Casa Infestata.
Quelle tavole disegnate da Castellini furono una botta tremenda, quei volumi, quelle mani, un vero Michelangelo che disegnava fumetti e poi la storia, poltergeist, demoni, sciamani… Sfogliai e risfogliai quelle pagine un’infinità di volte, il vaso ormai era aperto.
Cominciai a girare le edicole e le fumetterie in cerca di altri fumetti che mi colpissero e senza rendermene conto, oltre che lettore “duro”, diventai un collezionista di fumetti.

La prima lettera che conservo arrivatami in risposta dalla Bonelli Editore è del 1994 (avevo sedici anni), Mauro Marcheselli mi ringraziava per il disegno inviato (e per le Grouchate), non mi assicurava la pubblicazione viste le migliaia di lettere che arrivavano in redazione ma mi esortava a continuare (col disegno, non con le Grouchate).
Continuai e continuai, frequentai la Scuola Italiana di Comix con Daniele Bigliardo, continuai a disegnare durante il militare, continuai a disegnare durante il periodo a Bologna, di giorno stampavo lamiere, di sera disegnavo (poi va beh, andavo ai festini universitari, ma questa è un’altra storia).

Il mio primo pc lo ebbi poco prima dei diciott’anni. Dopo quattro anni passati a convincere mia madre a comprarmi un motorino, mio padre convinse me che invece mi serviva un pc.
Comprava un sacco di riviste sui computer e così cominciai a provare i primi programmi di grafica allegati sui cd, Corel Paint e Paint Shop Pro ed in seguito Photoshop. La prima versione di Photoshop avuta fu la 4.0, non capivo niente di risoluzione o formati, non capivo nulla di Rgb o Cmyk, ricordo solo che tiravo una linea col mouse, aspettavo un paio di secondi e poi compariva il risultato sul monitor. Col mouse sperimentavo, provavo a crear qualcosa in digitale, provavo a colorare i miei disegni o quelli degli altri scansionati dai fumetti. Stiamo parlando della prima metà degli anni Novanta ed era impensabile guardare al colore come a un lavoro, quello che non era in bianco e nero era colorato con dei piatti tipografici. Mentre ero al Liceo, però, in Italia arrivò l’Image che dimostrò che il colore poteva essere utile alla narrazione e non essere un semplice riempitivo. Tra i sedici e i ventidue anni mi girai tutte le Napoli Comicon e (dopo essermi trasferito a Reggio Emilia), le convention di fumetto a Milano mostrando i miei disegni e i miei colori, parlavo con tutti gli editor bonelliani e non bonelliani e tutti mi dicevano: “Sei giovane, continua a esercitarti”.
Mentre cercavo in tutti i modi di fare il disegnatore, senza troppo scalpore esordii in fumetteria con la mia prima pubblicazione da colorista, durante un corso d’animazione conobbi Matteo Casali che vista la mia dimestichezza con Photoshop mi chiese di aiutare lui e Giuseppe Camuncoli a completare la (ri)colorazione del loro primo fumetto: Bonerest.
In realtà feci solo otto pagine e non mi sentivo davvero un colorista, non fu neanche un lavoro cercato e voluto ma il risultato piacque tanto che del secondo volume feci ne metà mentre il terzo lo feci tutto io.
Fu il primo colpo al fragile castello da aspirante disegnatore.
Dopo Bonerest mi ritrovai quindi a fare il “secondo” colorista su altri progetti, prima per le cover dell’edizione italiana de L’Uomo Tigre (disegnate da Camuncoli) e poi sugli ultimi numeri di NYCMech scritta da Ivan Brandon (oggi lo trovate in Marvel e DC) e pubblicata dall’americana Image.
Mica cotiche lo so, ero sì al settimo cielo (cavolo, la Image, quella dei colori fighi) ma ancora non mollavo l’idea di fare il disegnatore.
Il castello crollò definitivamente quando ad una fiera a Milano Ade Capone, guardando il mio doppio porfolio disegni e colori (lavorava in Star Comics e come editor per l’edizione italiana di NYCMech e conosceva il mio lavoro) mi disse testuali parole: “Io tiro un calcio ad una siepe e mi saltan fuori dieci disegnatori, coloristi bravi non ne ho”.
Era circa il 2001, il mestiere di colorista in Italia non era contemplato e quei pochi che c’erano lavoravano felicemente oltralpe. Da sei anni mi dicevano tutti che ero troppo giovane per disegnare, che il fumetto era in crisi e tempo qualche anno non si sarebbero fatti più fumetti in Italia, con Photoshop me la cavavo, la decisione sembrava obbligatoria.
Cominciai quindi a ragionare da colorista, mollai quasi del tutto il disegno e mi rigettai nel turbinio delle fiere e delle portfolio review. Avevo delle pubblicazioni che facevano curriculum e cominciarono pure a contattarmi vari autori in cerca di un colorista di fiducia a cui era stato fatto il mio nome. In realtà quei miei colori per la Image non è che fossero chi sa quale capolavoro, ma curriculum più professionalità dimostrata erano un’ottima carta da giocare con autori ed editori.
I lavori per la Star Comics non furono l’idillio sperato e le prime prove francesi furono tutte fallimentari, ma io non demordevo, continuavo a girare le fiere mostrando i miei lavori agli editori, ma anche ai disegnatori.
Un paio d’anni e un centinaio di pagine colorate e non pagate dopo, mi ritrovai a colorare il mio primo albo francese: Camuncoli, con cui nel frattempo avevo iniziato a dividere lo studio, fece il mio nome a Silvano Scolari che aveva bisogno di un assistente per colorare il quarto tomo de Le Jour des Magiciens disegnato da Marco Nizzoli per les Humanoïdes Associés, la mia prova piacque così tanto ai due che Scolari, sommerso da altri lavori, mi cedette volentieri l’intero volume.
Da signor nessuno a colorista Image, da colorista non pagato a colorista per uno dei maggiori editori francesi.
L’incoscienza di quegli anni mi fece lavorare con molta serenità ad un albo per il quale mi sarebbero dovute tremare le gambe e nonostante la mia totale estraneità alla colorazione francese riuscii a fare una tavola al giorno rispettando così la scadenza e risparmiando un infarto a Nizzoli.
Fine della storia direbbe qualcuno, Magic Press, Image, Humanoïdes. Con un avvio così, strada spianata e via, carriera avviata.
In realtà no, quegli anni sono costellati di prove fallite per tanti editori, compresi gli stessi Humanoïdes: una tavola di prova per un altro progetto me la fecero rifare sette volte, più blu, meno accesa, più onirica, meno blu, meno pastello… Ma io non demordevo, continuavo a coltivare i contatti con gli sceneggiatori, i disegnatori e gli editori aspettando il momento giusto.
Il momento giusto si presentò nel 2006 con l’albo che credo sia stata la vera svolta per la mia carriera.
La Panini stava preparando delle storie sui personaggi Marvel ma prodotte interamente in Italia, con autori italiani, e così chiesi di poter fare delle prove. Claudio Villa, che spero di non dover spiegare chi sia, tra dieci coloristi e nonostante il parere avverso della redazione, scelse le prove dello sconosciuto F. D. per colorare il suo Capitan America/Daredevil: Doppia Morte (storia scritta di Tito Faraci). Questo fumetto fu uno spartiacque che confermò che la direzione presa era giusta.
Magic Press, Image Comics, Humanoïdes, Capitan America! Claudio Villa! Tappeti rossi e telefono che squilla.
In realtà no, neanche stavolta, ovviamente potevo cominciare a bullarmi seriamente ma neanche a questo punto ebbi lavoro garantito.
Forte però di una pubblicazione importante, decisi di andare a NYC per provarci faccia a faccia con gli editori dei supereroi, non speravo di firmare un contratto in fiera ma ehi, con questo curriculum e queste tavole, ditemi di no…
Così nel febbraio del 2007 con la mia futura moglie presi il mio primo aereo diretto alla Comicon di New York City, pronto a conquistarla.
Le portfolio review funzionano che lasci una copia del tuo book in visione e la mattina dopo vengono affissi i nomi degli aspiranti accettati al colloquio. Lasciai il portfolio alla Marvel, alla DC, alla Harris e ad un paio di editori minori, tornai la mattina dopo eeeeeee…Niente. Il mio nome non era in nessuna lista.
Ehi, son venuto fino a NY, forse ce n’eran troppi di aspiranti bravi ieri, riproviamoci oggi. Altri 3 o 4 portfolio lasciati in giro, torno la mattina dopo eeeeee…Niente. Nessuno.
“Ma sì, dài, amore, ci siam fatti la vacanza a NY, la città è magnifica e siamo stati bene assieme”, mi diceva la mia ragazza mentre il mio cervello scrutava la folla valutando variabili.
Chi mi conosce bene lo sa, io spesso mi dimentico i nomi ma ho una memoria spaventosa per le facce e bazzicando per lavoro/passione forum e blog di fumetto potevo riconoscere tra la folla agli stand autori e editor dei fumetti che seguo. Così come un avvoltoio cominciai a sorvolare i grandi stand degli editori maggiori aspettando la mia preda. La prima “vittima” fu Joe Quesada (ora capo supremo della Marvel, ndr.) a cui in realtà mi presentai e lasciai una copia di Cap/Daredevil più per soddisfazione personale che sperando mi desse un lavoro, la seconda e decisiva fu Alex Alonso. Alonso, all’epoca editor di tutte le testate mutanti dedicate agli “X-men” era lì che si faceva i fatti suoi, io mi presentai e gli dissi che venivo dall’Italia e facevo il colorista e gli chiesi se aveva tempo di dare un occhio al mio book, lui acconsentì con piacere e mentre lo sfogliava fece degli apprezzamenti mirati che dimostravano interesse. Chiuso il book chiamò il suo assistente e gli disse di darmi la sua Business Card e di farsi spedire la mia roba via mail. “Piacere di averti conosciuto, Fabio”, “Piacere mio!”, e mi allontanai stritolando la mano della mia ragazza fingendo compostezza.
Serata di festeggiamenti, non era nulla di certo ma era un ottimo inizio.
Come prima cosa, arrivato a casa, scrissi all’assistente Editor.
Passò un mese, due, tre mesi e nessuna replica. Riscrissi come se niente fosse “Ciao, eccoti la mia roba più recente”. Niente. Non mi rispose mai.
In realtà qualche anno dopo scoprii che le mail dei provider italiani, sconosciuti all’estero venivano fagocitate dagli antispam aziendali, ma in quel 2007 ero distrutto, non sapevo cosa pensare.
Non mi piansi addosso ma cercai una soluzione.
In quei mesi si stava avvicinando la pubblicazione del numero 200 di Nathan Never (ehi, il primo numero era disegnato da Castellini, potevo non amarlo?), e mi venne la malsana idea: “Devo colorarlo io!”.
Seguivo il blog di Michele Medda, uno dei creatori di Nathan Never, e decisi di chiedere a lui.
La mail suonava all’incirca: “Ciao, sono un appassionato lettore cresciuto tra Dylan e Nathan, visto che si avvicina la pubblicazione del numero 200 (traguardo importante tra l’altro!) volevo sapere, nel caso non aveste già scelto, se era possibile fare delle prove” (in allegato qualche tavola francese).
Medda mi rispose quasi subito, lui era esterno alla redazione e quindi all’oscuro della programmazione redazionale ma per me si sarebbe informato e mi avrebbe fatto sapere.
“Ma per queste cose in futuro ti conviene chiamare in redazione”. Già, perchè non avevo telefonato?
Dopo 24 ore d’ansia (mia, non sua) mi rispose che i lavori erano già partiti e a colorarlo era lo stesso disegnatore, Germano Bonazzi.
Occasione persa, mi ero mosso tardi, ma l’incoscienza di quegli anni mi suggerì che anche Bonazzi avesse un blog (anzi, un sito) e così gli scrissi.
“Salve, sono un appassionato lettore di Nathan ma anche un colorista di fumetti, Medda mi ha detto che sarà lei stesso a colorare il numero 200 e da fan non posso che esserne felice, ma se per caso dovesse aver bisogno d’aiuto le allego qualche mio lavoro d’esempio”.
Incoscienza, l’ho detto io stesso, eh.
Scrivere a un autore affermato dicendogli: “Se non ce la fai t’aiuto io”. Pazzo.
Passarono due giorni in cui pensai al peggio, poi una mail a cui seguì una telefonata.
“Ciao Fabio, ho pensato per bene alla tua offerta, stamattina ho chiamato in redazione e fatto vedere le tue tavole, Serra dice che per lui va bene, finisco le tavole già iniziate poi da tavola 50 il Nathan puoi continuarlo tu”.
Vi citerei qualche aforisma sull’essere impavido e sull’osare o sul credere in se stessi se davvero si vuole ottenere qualcosa, ma ancora oggi continuo a pensare, invece: pazzo.
Cavoli, Magic Press, Image Comics, Humanoïdes, Capitan America, Claudio Villa e ora la Bonelli! Ma in realtà niente tappeti rossi, niente telefono che squilla in continuazione, qualcosa sul colore cominciava a muoversi in Italia ma quello che ho sempre capito è che il lavoro difficilmente viene a citofonare mentre sei chiuso in casa a fare altro.
Fino a quel 2008 accumulai altre collaborazioni, lavorai per altri editori italiani e francesi ma il pallino dei supereroi mi era rimasto. Non pensavo di essere migliore di altri o di essere necessario alla Marvel ma ero convinto di avere qualcosa da offrire. Così (pazzo) feci qualcosa per cui un paio di disegnatori professionisti amici miei mi guardarono come si guarda un amico che sta finendo sotto un autobus. Uno dei due si portò le mani alla testa e occhi al cielo e disse tipo: “Non si fa, non funziona così, sei finito in black list”.
Mi ero giocato l’ultima carta, le mail per le submission sui siti degli editori, quando ci sono, servono abbastanza a poco, svariati disclaimer avvertono che preferiscono scegliere i candidati durante i faccia a faccia nelle varie fiere, io invece impavido (pazzo) presi i nominativi dei vari editor dai credits dei fumetti e scrissi ad ognuno di loro, non tuttitutti eh, diciamo circa dieci editor. A tutti educatamente raccontavo di essere un colorista italiano, di aver fatto questo e quello e di essere disponibile per delle prove. Prove, non “Voglio lavorare per voi” ma “Volentieri farei delle prove”.
Nei cinque mesi successivi mi rispose solo Cebulski, all’epoca talent scout in giro per il mondo, che mi rispose più per cortesia del tipo “Chiedo in giro”. Poi nulla.
Dall’autunno 2008 arriviamo ad aprile del 2009 quando S.W. l’allora editor di Spider-Man, di Punisher e di Daredevil chiedendomi scusa per il ritardo nella risposta (tzè) e facendomi complimenti per i miei lavori mi chiese subito quante pagine facevo a settimana.
Menti! Fu la prima cosa che pensai. Digli 100 così ti prende subito.
Tornando al discorso sul mantenere gli impegni presi in realtà gli risposi un diplomatico: “Un albo al mese lo faccio senza problemi, sotto scadenza ho fatto anche quaranta pagine in un mese”.
In realtà nei quattro anni seguenti, tra notti in bianco e ferie al mare col portatile, di pagine ne ho fatte anche ventidue in una settimana e sempre felice di farlo. Se pensate che l’aforisma “Fai un lavoro che ti piace e non lavorerai mai in vita tua” sia una frase buona solo per i link su internet vi sbagliate, io ne ho le prove.
Arrivato a colorare Spider-Man e Hulk, Dylan Dog e Nathan Never, avendo lavorato per i maggiori editori francesi ad un certo punto ho scoperto poi che il fuoco del disegno non si era affatto spento, ma aveva covato negli anni sotto le macerie di quel castello.
Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Nato nel 1978 in provincia di Napoli, dal 1996 vive a Reggio Emilia. Nel 2000 si è diplomato come Animatore di cartoni animati con qualifica di quarto livello. Ha lavorato come animatore presso una factory reggiana fino al 2004, anno in cui ha deciso di dedicarsi a tempo pieno ai fumetti. Lavora in casa, ha tre figli, una moglie e tanti fumetti.

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5 Risposte to “La formazione del fumettista, 10 / Fabio D’Auria”

  1. manu Says:

    bella storia, grazie!

  2. sergiogarufi Says:

    io sono rimasto impressionato dalla determinazione. magari avessi avuto anche solo un briciolo di quella di fabio

  3. Allez Says:

    Ottima storia, ben scritta, l’ho letta d’un fiato. Ci sai fare anche come narratore😉
    Ammiro la tenacia. Ti meriti il tuo successo.

  4. La formazione del fumettista | afnews.info Says:

    […] professionale” del colorista Fabio D’Auria. Potete leggere il tutto facendo click qui. Potete trovare gli interventi di/su altri autori/autrici di fumetti facendo click qui e vi […]

  5. Leo Says:

    Solo per farti sapere che ti seguo sempre, in silenzio e in ansia, come quando cominciavi a camminare! Papà.

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