Il signor Ruggieri e la Bibbia

by
L'arca di Noè sull'Ararat, di Simon de Myl

L’arca di Noè sull’Ararat, di Simon de Myl

di giuliomozzi

[Questo testo è dell’agosto 2007. gm]

Qualche giorno fa ho ricevuto nel mio studio una persona che chiamerò Ruggieri. Ruggieri è un uomo sui quarantacinque, alto, bello, con i capelli pepe e sale; è uno di quei lettori che fanno la felicità dei librai, perché leggono di tutto (e quindi comprano di tutto); è un uomo amabile, un conversatore piacevole. Ha scritto un romanzo; me l’ha mandato dattiloscritto; il romanzo mi è sembrato quasi bello, e ho voluto incontrare Ruggieri.
Abbiamo quindi parlato due ore del romanzo; io gli ho detto tutto quello che ne pensavo; ho presentato un certo numero di osservazioni, alcune importanti (su qualche nodo di trama non bene stretto, su qualche personaggio dalle motivazioni incerte ecc.) e altre di poco peso (qualche frase inceppata, un’imprecisione in una data ecc.). Dopodiché ci siamo rilassati, e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno.
In quel momento Ruggieri si è accorto di un libro, che stava in un angolo della mia scrivania. Un libro grosso, rilegato in cartone e tela rossa, con il titolo in oro. Un’edizione della Bibbia.
«Lei legge la Bibbia?», mi dice Ruggieri.
«Sì», dico.
«E crede a tutte quelle favole?».
«L’esilio degli ebrei in Babilonia è un fatto storico».
«Cosa vuol dire?».
«Che non sono tutte favole».
«Allora lei legge la Bibbia come se fosse un’opera storiografica?».
«Diciamo che certi libri della Bibbia sono “opere storiografiche” più o meno quanto le Storie di Erodoto».
«Lei però sta eludendo la mia domanda».
«La parola “favola” indica un genere letterario. Nella Bibbia non mancano le favole. Credo di saperle riconoscere. Ci sono peraltro anche narrazioni mitiche, apologhi morali, poemi d’amore, inni, profezie, raccolte di precetti, allegorie».
«Insomma, lei ne fa una questione di generi letterari».
«Leggo le favole come favole, le narrazioni mitiche come narrazioni mitiche, i racconti morali come racconti morali, eccetera. E “credo” a ciascuno di questi testi secondo, spero, il modo corretto di credergli».
«Mi faccia un esempio».
«Un apologo morale racconta una storia inventata, spesso palesemente inventata. Tuttavia pretende che la “morale della storia” sia tenuta per vera. Allora io leggo l’apologo e mi domando se esso sia un buon argomento per sostenere la verità di quella morale. Indipendentemente dal fatto che l’apologo sia un bell’apologo».
«Oppure?».
«Oppure leggo le narrazioni “storiografiche” tenendo ben presente che la narrazione della storia, oggi, è cosa ben diversa dalla narrazione della storia di due millenni, due millenni e mezzo fa».
«E quindi ci crede o no?».
«Come credo a Erodoto. Oppure come credo a Tucidide. Dipende. I libri della Bibbia sono stati compilati nel corso di un tempo lunghissimo. Riflettono momenti culturali diversissimi».
«Stiamo girando in tondo. Lei crede che il mondo sia stato creato?».
«Sì».
«In sette giorni?».
«Sei, l’ultimo era per il riposo. No, non sento il bisogno di credere che sia stato creato in sei giorni. Non mi pare una questione cruciale, almeno dal punto di vista della storiografia. E mi pare un’ipotesi piuttosto improbabile, dal punto di vista della fisica. Come narrazione mitica, o come allegoria, invece sì: credo in una creazione in sei giorni, più uno di riposo».
«E la resurrezione del Cristo?».
«Dal punto di vista storiografico, posso solo dire che la convinzione che Gesù di Nazareth fosse stato ucciso e fosse risorto era ben forte, anche in tempi assai vicini agli eventi, anche in persone assai vicine alla comunità originaria».
«Ma lei non sente, come diceva prima, il bisogno di crederci?».
«Sì. Non creda però che io parli di un bisogno psicologico».
«E di quale bisogno, allora?».
«Una necessità logica. Una questione di coerenza. Che Gesù di Nazareth sia risorto, e sia risorto in carne e ossa – non come puro spirito o fantasma, in somma – mi pare necessario e coerente con la fede in una immortalità di qualcosa e nella resurrezione dei corpi».
«L’immortalità di qualcosa?».
«Volevo evitare la parola “anima”, per non complicarmi la vita».
«Mah. Certo che lei è un uomo ben strano».
«Perché?».
«Sembra così a modo, così razionale, così preciso, così sottile nel ragionamento… E poi va a credere a queste cose».
«Signor Ruggieri, lei ha mai provato a leggere la Bibbia?».
«No. Mai».

Per vedere più grande il quadro di Simon de Myl.

4 Risposte to “Il signor Ruggieri e la Bibbia”

  1. maria Says:

    Una scossa,dunque,per il Signor Ruggieri.Ma anche un aiuto per me che amo marciare sempre sul terreno dell’obiettività e della razionalità nel mio rapporto con Dio.Una novità la differenziazione dei tipi di narrazione nella Bibbia,non mi era mai stata sottolineata e forse è fondamentale. Le sono veramente grata per tutte le occasioni di riflessione che propone ai suoi lettori,sono veramente incisive.

  2. Giulio Mozzi Says:

    Maria: quando leggiamo un qualunque testo noi teniamo conto, anche istintivamente, del “genere letterario” al quale appartiene. la Bibbia è composta da una quantità di libri, che appartengono a generi letterari diversi; e all’interno di uno stesso libro possono esserci parti che appartengono a generi letterari diversi.

    Per esempio, le “parabole” che Gesù di Nazareth racconta sono delle “novelle esemplari con significato morale” (in termine tecnico: exempla). Nessuno ha mai pensato che, per dire, i personaggi della parabola cosiddetta “del figliol prodigo” siano storicamente reali. Mentre, almeno dal punto di vista di chi ha scritto e di chi nei tempi antichi leggeva i Vangeli, il racconto dei fatti e dei detti di Gesù è “storico”.

    Altro esempio: il più antico racconto dell’Eucarestia si trova nelle lettere di Paolo; ma è presentato come una prescrizione liturgica, non come un racconto. Oggi si ritiene che anche i racconti dell’Eucarestia contenuti nei Vangeli dipendano, più che dalla memoria di un evento, dalla pratica liturgica. Eccetera.

    Pretendere di leggere la Bibbia come se fosse un’opera monolitica e coerente è, oggi, assurdo (e lo fanno solo certi gruppi minoritari come i Testimoni di Geova).

  3. maria Says:

    Molto,molto interessante.Ecco,ho capito di non essere stata fortunata in passato.Ho sempre evitato la lettura della Bibbia fatta in parrocchia,temevo della preparazione di chi si offriva come guida,e leggere da sola no, non mi sentivo certo in grado di capire Ma se mi avessero fatta un’introduzione come quella fattomi da Lei,sarei corsa.I religiosi dovrebbero farsi aiutare dai laici religiosi.Ho scoperto,comunque,che ci sono sue pubblicazioni su argomenti di fede..La risentirò in quei libri.

  4. giuliano14 Says:

    Grazie GM. Come altri fra i tuoi lettori avevo bisogno non solo di una spinta, ma anche di un modello di organizzazione delle forme di narrazione della Bibbia, una materia di studio che ho trascurato molto nel corso di una mia vita di studi dedicata maggiormente alla scienza, alla tecnologia e al sonno.
    Leggo il tuo spunto nel momento in cui ho sul tavolo: un surrogato degli insegnamenti della Bibbia (Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, 2005); L’Islam spiegato ai miei figli, di Tahar Ben Jelloun, 2011; Il Matrimonio nell’Islam, di Vincenzo Abagnara, 1996 (superato!); I sette pilastri della saggezza, e la copia tradotta da Roberto Piccardo del Corano (Newton, 2012). È per quest’ultimo testo che ti scrivo, perché di un’organizzazione della lettura di quest’ultimo avevo bisogno.
    Come sai frequento il Marocco. Anche quest’anno, tra qualche giorno, atterrerò ad Agadir. Incontrerò delle persone che conosco da anni, li abbraccerò come sempre e, mi auguro, mi daranno ancora una mano a capire (Con predilezione per gli aspetti che connotano diversamente la cultura berbera da quella araba).
    Per approfondire i rapporti di genere, l’argomento di quest’anno è il “Matrimonio islamico”. O meglio, una domanda: quanta parte del Diritto islamico, che è in elaborazione in molti Stati, è legato indissolubilmente al Corano, guida e rigida direttiva del tutto da quattordici secoli?
    Leggo il Corano a spicchi e occasioni. A pelle, direi che c’è una parte da meditare, una parte da lasciare alla storiografia e alla storia di costume, una parte da commentare – da ribaltare, direbbe chi volentieri sostituirebbe tutto ciò che attiene a violenza. Altra parte è da ‘modernizzare’, in particolare quanto è da commisurare col moderno principio di Uguaglianza.
    Il tuo spunto mi dà modo di affrontare il testo con maggior discernimento, nella speranza di giungere a formulare una risposta storica e sociale alla domanda che è doveroso porsi sulle ragioni della larga diffusione – ieri tanto rapida, oggi tanto radicata– di un messaggio che pur esso deriva da Abramo e da Mosè, che è stato rivelato, “completato e corretto”, in quello stesso angolo di terra che aveva ascoltato il “Profeta” Gesù 600 anni prima.
    «Sembra così a modo, così razionale, così preciso, così sottile nel ragionamento … E poi va a credere a queste cose». Vorrei che qualcuno lo dicesse anche a me.
    Intanto mi pare chiaro che in parallelo al Corano dovrò leggere anche la Bibbia, e le Scritture, e … La mia mente va al tempo che ho perso finora, e al tempo di cui avrò ancora bisogno.
    \ giuliano

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