I libri digitali costeranno di meno?

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di giuliomozzi

Dal primo di gennaio 2015 l’Iva sui libri digitali (cioè: sulla concessione di licenze per la lettura) passerà dal 22 al 4%. L’Associazione italiana degli editori, a quanto pare, ha vinto la sua battaglia. (La mia opinione: qui). Quindi:
– immaginiamo un libro digitale che al 31 dicembre costi 10 euro (prezzo di copertina più 22% di Iva);
– togliamo l’Iva al 22% (1,8 euro), e ci resta un prezzo di copertina “nudo” di 8,2 euro;
– aggiungiamo l’Iva al 4% (0,33 euro) e otteniamo un nuovo prezzo (8,53 euro), che garantisce all’editore l’identico guadagno.
In altre parole: il prezzo di vendita dei libri digitali (delle licenze per leggerli) potrebbe diminuire del 14,7% senza nessuna perdita per gli editori.

Accadrà?

[Se il conto è sbagliato, avvisàtemi].

Se accadrà, i quarantamila (dice l’Aie, che sono quarantamila) che ci hanno messa la faccia (e il pollicione) potranno sostenere di essersi mobilitati per un loro vantaggio: per avere la stessa cosa (gli stessi libri) a un miglior prezzo.
Se non accadrà, quegli stessi quarantamila dovranno ammettere di essersi mobilitati per il vantaggio degli editori (aumentare il profitto senza dover aumentare il prezzo: una pacchia, in questi tempi di scarsissima liquidità).

D’altra parte, la diminuzione dei prezzi dei libri digitali grazie alla diminuzione dell’Iva non è un impegno preso dall’Associazione italiana degli editori: è una voce che è stata lasciata circolare.

Se fossi frate Indovino, prevederei questo: i prezzi resteranno uguali per un po’ (salvo aumentare in futuro); gli editori sosterranno che grazie al maggior margine di profitto potranno fare libri migliori. Ovviamente ci credono tutti.

Se fossi Giulio Mozzi, come sono e fui, proporrei agli editori: proviamo a creare un doppio mercato dei libri digitali. Se compero una semplice licenza di lettura, pago poco. Se invece compero proprio il libro (e quindi posso stamparmelo, prestarlo, regalarlo, lasciarlo in donazione alla biblioteca del quartiere…), pago di più.

Ovvero: un prezzo per libri digitali con Drm, un prezzo per libri digitali senza Drm.

31 Risposte to “I libri digitali costeranno di meno?”

  1. Ma.Ma. Says:

    Oppure, qualcuno con l’anima molto commerciale, potrebbe dire: con la crisi e il rischio di fallimento avremmo dovuto aumentare il prezzo dei libri per garantirci la copertura dei costi, ma grazie a questa diminuzione dell’IVA potremo garantirvi lo stesso prezzo applicato finora anche per il prossimo anno. In realtà ci guadagneranno di più, ma faranno credere al lettore di risparmiare…

  2. azzurropillin Says:

    quelli stessi *quegli stessi

  3. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, ho corretto.

  4. Andy Says:

    Nel calcolare un prezzo, bisogna partire dal “cogs”, vale a dire dal cost of goods.

    Il cogs è la componente fisico-manufatturiera, comprensiva di materia prima, che rende giustizia del valore materiale della cosa che si va producendo (dal punto di vista del produttore) o acquistando (dal punto di vista del consumatore).

    Dal cogs si arriva ad un altro prezzo che è il cosiddetto ExFatcory, che è praticamente il prezzo praticato dal produttore al distributore. Aggiungendo all’ExFactory altri elementi come margine del distributore intermedio (grossista) e finale (retailer) e tutti i “rebates” di cui l’iva fa parte, si giunge al prezzo al pubblico.

    Appare chiaro quindi come l’elemento cogs determini più di altri il margine- e quindi il guadagno- del produttore.

    Mi sembra altrettanto palese come i costi produttivi di un oggetto virtuale non possano superare quelli di un oggetto reale, proveniente da una commodity, la carta, che la sua origine nientemeno che da un elemento naturale come l’albero.

  5. Serena (@Ivonne_Longhi) Says:

    Il discorso che fai sul drm è lapalissiano. Come lapalissiano è che tra le molteplici cause della crisi nera dell’editoria c’è la pochezza di una categoria (gli editori) incapace di una politica industriale: in altre parole, incapace di prendere una direzione condivisa con obiettivi a medio-lungo termine, sulla base di precise visioni.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Andy: per i meno abituati a questo tipo di ragionamento, aggiungo che fanno parte del “costo del bene” (cogs) anche i costi di magazzinaggio e conservazione – che nel caso del libro sono particolarmente alti: e aumentano con il diminuire della circolazione del libro.
    In linea di massima, per un libro di media tiratura e che venda decentemente (il concetto di “media tiratura” e di “vendita decente” varia, nei numeri, da editore a editore, secondo le dimensioni) si può stimare che il “costo del bene” stia tra il 20 e il 30% del prezzo di copertina. Il resto se lo pigliano grossisti e dettaglianti.

    Le cose sono un po’ diverse – ci si può immaginare facilmente – se consideriamo i libri di grande o minima tiratura/vendita.

    Nota: più o meno metà del “costo del bene” è costituito dai diritti dell’autore. Nell’editoria cartacea, è d’uso pagare all’autore – prima della pubblicazione – un acconto sui diritti che il libro maturerà in futuro (il cosiddetto “anticipo”); mentre i diritti effettivamente maturati vengono pagati annualmente (in giugno-luglio, di solito). Questo meccanismo ha le sue ragioni, e l’effetto è che l’editore da una parte mette fuori dei soldi con largo anticipo, dall’altra li trattiene un bel po’ prima di mollarli (esempio: se il vostro libro esce a gennaio 2015, il primo “rendiconto” di arriverà a maggio 2016…). Questo perché l’editore fattura al distributore, il distributore fattura al dettagliante, poi il dettagliante deve pagare il distributore, e infine il distributore paga l’editore: passano mesi e mesi.
    L’edizione digitale e il suo specifico modo di commercializzazione permette una gestione completamente diversa. Il distributore liquida mensilmente all’editore le sue spettanze. L’editore potrebbe liquidare mensilmente le spettanze all’autore. Non so quanto costerebbe il moltiplicarsi delle operazioni contabili (anche l’amministrazione ha un costo), tuttavia ho il sospetto che, per dire, non abbia alcun senso dare agli autori acconti sui diritti; né ha senso che l’editore si tenga i soldi per un anno prima di pagarli all’autore.
    Questo per dire che si modifica proprio la struttura finanziaria dell’editoria. Presumo che il Dan Brown di turno pretenderà comunque anticipi mirabolanti; ma la media della produzione (cioè il grosso) potrebbe basarsi sul “Ti pago quando ho i soldi, mese per mese”.

    Altra nota: passiamo al digitale, olè. Svaniscono i costi di distribuzione, olè. Le librerie chiudono, olè.
    Domanda: se i punti vendita disseminati nel territorio vanno a chiudere, o mantengono un’importanza residuale, come fa l’editore a notificare al mondo l’esistenza del libro? Finché qualche copia di Teoria e pratica della camporella estiva, di Mario Pettini, Edizioni dell’Argine, arriva in libreria, è possibile che qualcuno se lo comperi. Ma se l’opera non trova nessuna visibilità – perché non ci sono più librerie – chi se la compera?
    Risposta: chiunque faccia una ricerca in una bottega online con la parola chiave “camporella”.
    D’accordo. Ma provate a pensare quante volte siete entrati in un negozio di libri senza un’idea precisa, e ne siete usciti con qualcosa in mano. Ovvero: l’acquisto “intenzionale” (“Voglio proprio quella roba lì”), che peraltro richiede un’informazione preventiva, è solo uno dei modi di acquisto. L’acquisto “d’impulso” fa almeno il 50% del mercato.
    Quindi l’editore, tagliati i costi di distribuzione e dettaglio, dovrà decidere di fare investimenti per la visibilità dei libri. Quali, e di che importo, è ancora un mistero.
    Conclusione: il libro digitale ha un “costo del bene” minore, rispetto al libro di carta? Probabilmente sì. Ma non così minore.

    Serena: in questi anni ci sono editori che stanno benone e editori che stanno malissimo. Tutti accomunati nel medesimo giudizio di “pochezza”?
    Mi pare bizzarro.

  7. Serena (@Ivonne_Longhi) Says:

    Certo, ma io non ho parlato del singolo editore (è ovvio che ci sono quelli più virtuosi e quelli meno).
    Io parlavo della categoria, incapace di parlare una lingua comune e fare scelte di campo

  8. Giulio Mozzi Says:

    Quale lingua? Quali scelte? E di quali editori parli?
    Serena, a me pare che pontificare dicendo cose generiche e senza mai parlare di qualcosa di preciso – sia molto facile.

    Ah: non spetta agli editori fare “politica industriale”. Spetta allo Stato. La “politica industriale” è – cito dall’enciclopedia a disposizione di tutti “l’insieme di misure adottate a livello politico statale e comprese all’interno della politica economica, a sostegno del settore industriale o secondario di una nazione”.
    Il caso di cui stiamo parlando (la riduzione dell’iva sulle licenze di lettura dei libri digitali) è un caso tipico di scelta di politica industriale, compiuta dallo Stato con una legge e sollecitata dalla categoria o lobby degli editori – che si sono mossi come un sol uomo.

  9. Francesco Says:

    La visibilità del libro nelle librerie online dipende molto dal sistema di metadati (alcuni specificati da chi fa il libro, altri da chi gestisce il negozio) legato ad ogni pubblicazione, che consente di creare legami fra i diversi prodotti. Le finestre “Ti potrebbero interessare anche…”, “Chi ha visto/acquistato questo libro ha visto anche…” saranno più fredde e impersonali di un libraio ma possono aiutare l’aspirante lettore senza un’idea precisa a trovare il libro adatto (o comunque ad apprendere di titoli che non sapeva esistessero).

  10. Andy Says:

    Che nel cogs ci vada a finire anche la componente relativa al diritto d’autore mi sembra logico, considerando il contributo intellettuale come decisivo nella creazione del valore libro. Altrimenti staremmo parlando solo di un pezzo di carta, prezzabile tanto al chilo (cosa peraltro non da escludere sul lunghissimo termine nel mercato dell’usato).

    Ciò che probabilmente è cruciale in termini di forecast (previsioni di vendita) è quindi non tanto la revenue (fatturato lordo) quanto l’ebit, vale a dire il margine operativo al netto dei costi. Quello che ipotizzo avvenga nelle case editrici, in dipartimenti catalogabili come business development e/o marketing strategico, è una programmazione dello sviluppo delle vendite che porti il margine dei libri virtuali a non essere in conflitto con quello dei libri cartacei.

    Un fattore estrinseco da calcolare nel prezzo al pubblico, questa volta dal punto di vista del consumatore, è quello del device sul quale il libro digitale viene riversato e per il quale si dovrebbe calcolare una depreciation (considerando il device a tutti gli effetti come un down payment per accedere al prodotto) su un arco di tempo ragionevole (tipo, fino a quando non si passa ad un nuovo device).

    Sulla terminologia, Giulio: dettagliante? Seriously? 🙂

  11. Giulio Mozzi Says:

    Andy, ogni ambiente ha il suo gergo. Nell’editoria si parla di “distributori”, “grossisti”, “supermercati del libro” (intermediari tra grossisti e piccole librerie), “dettaglianti”, “catene”, e così via. E poi, che cosa ti aspetti da uno che scrive “libro digitale”?

    Il costo dello strumento per leggere (quello che tu – con il resto del mondo a farti compagnia – chiami “device”) va considerato diversamente secondo il tipo di lettore.

    C’è un’analisi fatta negli Usa (riservata, non posso citarla se non in forma generica; sarà pubblicata a fine gennaio, credo) secondo la quale
    – più il lettore è “forte+colto”,
    – più probabile è che non abbia uno strumento specifico per leggere.
    Ovvero: la massaia del Nebraska ha uno strumento specifico (un Kindle, di solito) per leggere i suoi romanzi rosa; suo figlio che sta al college usa il telefono (e/o la tavoletta ecc.), e con quello stesso strumento fa una quantità di altre cose.

    Ovviamente il figlio della massaia del Nebraska ha una certa propensione a sostituire i propri strumenti, man mano che se ne mettono in vendita le nuove versioni; la massaia è invece affezionata al suo Kindle.

    Quindi, semplificando: il costo di acquisto dello strumento è “importante” per la massaia del Nebraska; che peraltro tende a non sostituire.
    Il costo di acquisto è “irrilevante” per suo figlio, che considera naturale comperare ogni anno un giocattolo nuovo.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Francesco: d’accordo, quello che dici è vero e ovvio.

    Il problema è che l’esperienza di cercare qualcosa di interessante in un negozio digitale è completamente diversa dall’esperienza di cercare qualcosa di interessante in un negozio materiale.

    Alcune operazioni come
    – sfogliare,
    – consultare l’indice,
    – dare un’occhiata alla bibliografia,

    attualmente nei negozi digitali sono pressoché impossibili.

    Pensa solo al fatto che quasi mai le “copertine” dei libri digitali sono diverse da quelle dei libri di carta, con il risultato che nel “francobollo” 2,5 per 3,5 (circa) che i negozi digitali offrono,
    – spesso non si leggono nome dell’autore e titolo,
    – spesso l’immagine è scarsamente decifrabile,
    – e comunque l’impatto è completamente diverso.

    Un esempio:

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    E si tratta di un libro di Ian McEwan, quindi di un libro strategico per quell’editore.

    In ogni caso, in una schermata entrano se va bene una dozzina di titoli. Un’occhiata in libreria te ne mostra centinaia.

    E’ tutto diverso.

    Nella libreria materiale devo lottare contro la logica del libraio (e del distributore, e dell’editore ecc.) che vuole imporre alla mia attenzione certi titoli. Idem nella libreria digitale: solo che in quest’ultima la possibilità di “fare il vuoto” attorno al titolo da promuovere mi pare molto, molto più forte.

  13. Francesco Says:

    Indubbiamente l’esperienza è molto diversa, e sarebbe auspicabile che i negozi online prendessero esempio da chi in parte supera i limiti che sottolinei (bookrepublic permette l’ingrandimento delle copertine, e nei cataloghi di alcuni editori – penso a terre di mezzo – è possibile sfogliare parti dei libri); così come è vero che in una schermata non si ha mai il colpo d’occhio su centinaia di titoli, ma l’effetto che fa dipende molto dall’abilità del lettore a muoversi tra i link piuttosto che tra gli scaffali.
    Allo stesso modo la possibilità di “fare il vuoto” dipende in parte consistente dall’utente stesso, che ha l’intera Internet a portata di clic (e in parte anche dal grado di apertura o chiusura delle applicazioni usate per accedere alle librerie digitali, ma le due cose sono collegate). Certo, allargando il discorso all’intera rete torna ciò che dicevi all’inizio sugli investimenti necessari per dare visibilità ai libri, su cui ti do ragione.

    Per quanto riguarda la tua proposta di doppio mercato dei libri digitali, è una provocazione interessante… Ma quando parli della possibilità di regalare un libro digitale senza drm, intendi dire che il primo possessore dovrebbe disfarsi del file? Stai navigando un po’ a mezzo fra l’utopia e la legalizzazione della condivisione gratuita su scala mondiale di opere sotto copyright, o sbaglio? Non che mi dispiaccia, intendiamoci.

  14. Giulio Mozzi Says:

    Francesco, scrivi:

    Ma quando parli della possibilità di regalare un libro digitale senza drm, intendi dire che il primo possessore dovrebbe disfarsi del file? Stai navigando un po’ a mezzo fra l’utopia e la legalizzazione della condivisione gratuita su scala mondiale di opere sotto copyright, o sbaglio? Non che mi dispiaccia, intendiamoci.

    Alla prima domanda: direi di no.
    Sulla base del principio che non è vero che un libro è un libro.
    L’associazione degli editori (mentendo, e sapendo di mentire) da un lato sostiene che non vi è differenza alcuna tra libri di carta e libri digitali, dall’altro lato vuole applicare ai libri digitali (alle licenze di lettura, ecc.) delle restrizioni che per i libri di carta non esistono.
    Allora dico: accettiamo il fatto che esistono libri di due specie diverse, o almeno due diverse specie di edizioni.

    Alla seconda domanda rispondo: se un libro digitale con Drm costa 10, qual è il prezzo che il medesimo libro dovrebbe avere senza Drm? Qual è il prezzo che contemporaneamente
    – permetta al lettore di usare il libro digitale come se fosse un libro,
    – e garantisca un’equa remunerazione agli editori?

    Faccio un esempio. Se compero dei biglietti per l’autobus, posso darli a qualcun altro perché li usi.
    Ma se ho l’abbonamento, questo è “personale e incedibile”.
    Ovvero: a un prezzo acquisto una “licenza” trasferibile a chi mi pare; a un prezzo molto più basso acquisto una “licenza” valida solo per me.

    Il mio sospetto è che si tratti semplicemente di azzeccare il prezzo giusto.

    L’editore che mi vende un libro di carta sa perfettamente che quella singola copia potrebbe non essere letta solo da me. Pertanto, nel momento in cui ne determina il prezzo di vendita, vi include i – chiamiamoli così – mancati guadagni derivanti da quelle pratiche sulla cui liceità nessuno discute: condivisione in famiglia, prestito agli amici, dono ad altri privati, dono a biblioteche, bookcrossing, vendita sul mercato dell’usato, eccetera eccetera.

    Addirittura: nella mia città, per due decenni due diversi quotidiani si sono contesi la presenza nei bar, presso i barbieri, eccetera. Perché? Perché la presenza del quotidiano A nel bar garantiva un certo numero di lettori (pur con una singola copia venduta), e quindi permetteva di fissare certe tariffe per gli inserzionisti.

    Non mi pare che stiamo ragionando su “utopie”.

  15. Serena (@Ivonne_Longhi) Says:

    Giulio,
    “politica industriale” significa anche un’altra cosa. E se avessi letto con meno livore e più attenzione la mia frase, avresti potuto intuirlo. Hai citato e incollato la voce dell’ enciclopedia-a-disposizione-di-tutti. Tranne le ultime due righe di quella pagina di Wikipedia, che erano lì insieme alle altre.

    Per quanto riguarda il resto: non vedo su cosa io debba “pontificare”, mi pare una parola scortese e fuori luogo. I problemi dell’editoria (settore nel quale lavoro) sono molti, e non sono la persona che si mette a scrivere un trattato rispondendo al post di un blog. Il tenore del mio intervento era all’insegna della semplificazione, non delle “cose generiche.”
    E, te lo ripeto ancora, non parlavo di quello o di quell’altro editore, ma delle associazioni di categoria esistenti e delle relative lobbies.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Macché “livore”, Serena. Solo un po’ di noia per interventi che dicono che è tutto sbagliato, tutto da rifare, e non avviano un ragionamento.
    (Ah: lavori nell’editoria? Be’: anch’io, dal 1997. E prima ho lavorato – per sette anni – in libreria).

  17. Guido Sperandio Says:

    Il margine di IVA sarà sicuramente guadagno per gli editori, se non tutto, in buona notevole parte. Tutt’al più sarà giocato (il margine) a secondo dei casi, per promuovere certi titoli piuttosto che altri. Basti vedere quanto avviene col prezzo del petrolio che è ribassato abissalmente, ma alla pompa e la bolletta di luce e gas e il mercato dell’energia in generale – non sembrano proprio tenerne conto se non addirittura segnalano ritocchi non all’ingiù ma… all’insu.
    L’idea di due prezzi ( Drm e non) è ottima ma forse se la platea dei lettori digitali fosse più vasta e ormai completata e non in fase di conformazione.

  18. Francesco Says:

    L’utopia la legavo all’ipotesi che il donatore cancellasse il proprio file dopo averlo condiviso. Il punto debole delle analogie che fai sta nel costo nullo della copia digitale: una copia cartacea rimane una anche se letta da tanti, con tutte le limitazioni del caso, mentre una copia digitale ha la potenzialità di finire in breve tempo nelle mani di tutti i possibili lettori, contemporaneamente.

    Poi, sono d’accordo che più gli editori penseranno alle copie digitali degli utenti in termini di opportunità e visibilità anziché di pirateria più ne guadagneranno tutti, anche perché molti lettori fanno già da sé e non vengono né verranno fermati da alcuna norma restrittiva.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Francesco: certamente le analogie hanno dei punti deboli; se non altro perché sono analogie, cioè una forma di argomentazione più suggestiva che rigorosa.

    Guido: nel 1998 il prezzo del petrolio era di 9,55 dollari al barile. Nel 2008 arrivò a 147,25 dollari al barile (Wikipedia). Ti risulta nel in quei dieci anni il prezzo della benzina sia aumentato di quindici volte?
    Questo per dire: che ogni mercato funziona a modo suo.

  20. Guido Sperandio Says:

    Giulio: giustissima la tua osservazione che ogni mercato ha una sua dinamica. Ineccepibile. Soltanto, il paragone da me addotto si riferiva e limitava a brevi spazi temporali, a condotte nell’immediato. Abbandono, in ogni caso, il confronto – per tornare al cuore del quesito, e mi sembra facilmente prevedibile che l’editore, cercherà di volgere a proprio profitto il margine emergente dall’IVA ridotta. Come farebbe del resto qualsiasi imprenditore in ogni campo.
    Poi ogni editore, e anzi lo stesso editore a misura dei vari propri titoli, abbasserà o manterrà il prezzo attuale. In presenza di un best-seller, andrò a prezzo pieno inalterato. O, addirittura, lo ribasso temporaneamente e faccio dei pacchetti di offerte di più titoli per promuovere opere carenti. Insomma, dipende dal marketing che intendo di volta in volta perseguire.
    In sintesi: il calo dell’IVA si traduce in nuova maggiore flessibilità di politica di prezzo per l’editore. Il che comporterà un abbassamento del prezzo finale sì e no, a secondo del caso e del momento.

  21. Giulio Mozzi Says:

    Mi pare giusta l’osservazione sulla “flessibilità di politica di prezzo”, Guido.

    E, tra parentesi, a me pare sensatissimo che l’iva sui libri digitali sia la medesima di quella sui libri di carta. Però, se vale il principio che “tutti i libri sono uguali”, pretendo che effettivamente siano “uguali”.

    In fin dei conti, non è neanche giustificata fino in fondo la pretesa – del cliente – che il libro digitale abbia un prezzo inferiore a quello di carta. L’edizione digitale presenta delle differenze rispetto a quella di carta; alcune di queste differenze sono vantaggiose per il cliente (possibilità di tenere molta roba in poco spazio, modo di consultazione con ricerca per parola chiave, possibilità di inclusione di materiali multimediali ecc.): perché mai il cliente non dovrebbe pagare per questi vantaggi? Perché mai il prezzo non dovrebbe essere abbastanza alto da compensare i cosiddetti “pirataggi”?

    E, soprattutto, perché mai la faccenda dovrebbe essere organizzata in modo tale da sospingere inesorabilmente il cliente verso il “pirataggio”? Il “pirataggio” non potrebbe essere semplicemente un costo incluso dall’editore nel prezzo di vendita?

    Vedi l’esperienza – solo parzialmente paragonabile, peraltro – della musica.

  22. Guido Sperandio Says:

    Giulio: inoppugnabili le tue osservazioni.
    Terrei anche conto di un aspetto a monte di tutti i vari punti (in sostanza, i vari pro e contro) evidenziati e cioè: il singolo editore o l’asso-editori si considerano al bivio tra carta e digitale? Oppure no, valutano ancora il digitale un figlio minore da considerare sì ma fino a un certo punto? O, al contrario, vedono nel digitale un possibile sviluppo? E in tale caso su cui investire?
    Qui sta il nodo: di come un editore veda il proprio futuro o che futuro voglia per la propria casa.
    Chiare le conclusioni: a secondo della mia politica o in accordo coerente con la mia associazione, muoverò il prezzo, in modo promozionale o “punitivo”.
    Ma penso che l’individualismo tipico italiano unito alla frammentarietà dei soggetti editoriali vedrà improvvisazione in base alle contingenze, momento per momento. Ci troviamo davanti a una segmentazione di produttori, intermediari e consumatori tanto accentuata da rendere – in definitiva – impossibile un’attendibile previsione.

    PS: Un tempo, il libro era un mercato ben ricostruibile e con un suo corso a lenti mutamenti, adesso col divampare delle tecnologie il libro-la lettura sono entrati in un gorgo dove i fattori concorrenti sono tanti, spesso incatturabili, e vanno dalla finanza-economia alla sociologia ecc.

  23. Giulio Mozzi Says:

    Veramente, Guido, non direi che

    Ci troviamo davanti a una segmentazione di produttori, intermediari e consumatori tanto accentuata da rendere – in definitiva – impossibile un’attendibile previsione.

    Abbiamo invece tre grandi gruppi che fanno da soli almeno metà della produzione (Mondadori, Rcs, Gems); una catena di negozi al dettaglio che vende ormai quasi metà dei libri che si vendono in libreria (Feltrinelli); un distributore ormai praticamente unico (Messaggerie+Pde); con intrecci svariati, tra i quali è notevole soprattutto quello tra Messaggerie e Gems (Messaggerie controlla Gems). Il maggiore negozio in rete italiano, Ibs, è peraltro di Messaggerie; che ha pure una catena di librerie proprie… eccetera eccetera.

    Alle domande

    il singolo editore o l’asso-editori si considerano al bivio tra carta e digitale? Oppure no, valutano ancora il digitale un figlio minore da considerare sì ma fino a un certo punto? O, al contrario, vedono nel digitale un possibile sviluppo? E in tale caso su cui investire?

    Si può rispondere a partire da qualche considerazione:
    – il mercato del libro digitale, in Italia, è ancora molto piccolo; e la dinamica della crescita è modesta;
    – è difficile investire in tempi di recessione, con comparto che da quattro anni ogni anno perde un 3-7% in valore;
    – il libro digitale è esploso in un Paese, gli Stati Uniti d’America, nel quale la densità dei negozi di libri (e dei negozi in genere) è minima rispetto all’Italia;
    – il mercato del libro digitale italiano è, per quel poco che riesco a saperne, completamente diverso dal mercato del libro digitale negli Usa. A es., in Italia i lettori digitali sono di più delle lettrici digitali, negli Usa è il contrario; negli Usa il grosso del fatturato si fa con le novità, in Italia molto meno; negli Usa i prezzi dei libri digitali hanno ormai trovato una loro logica, in Italia (complice la faccenda dell’Iva) molto meno (e sono generalmente, secondo me, troppo bassi).
    Ovviamente tutti gli editori investono sul digitale; e la battaglia “un libro è un libro” mostra che l’Associazione italiana degli editori è capace di funzionare come una lobby. Ma sospetto che oggi, in Italia, per l’editoria mainstream, considerare “strategico” il digitale potrebbe essere un errore.

  24. Giulio Mozzi Says:

    Per dare un’idea: al momento il mercato dei “club del libro” pesa circa sette volte quello del digitale (compresa la vendita di dispositivi per la lettura). E, guarda un po’, i varii “club del libro” italiani non mi risulta offrano, oggi, libri digitali.

  25. Guido Sperandio Says:

    Hai dato un quadro del mercato per me molto istruttivo, peraltro.
    Sì, lo intuivo con le informazioni di cui già disponevo ma non avallato da dati aggiornati e più precisi.
    Il tuo ragionamento non fa una piega e nulla posso obiettare, trattandosi di cifre e non di ipotesi.
    La mia era una scommessa sul futuro, ricavata da impressioni e non sorretta da cifre. Andando in giro con i mezzi pubblici e nelle case e nei bar ecc. noto una diffusione galoppante di dispositivi aggiornati a Internet (smart, tablet, ecc.) e, certo, non è detto che i relativi possessori siano anche “lettori” di libri-ebook et similia.
    Perciò, ammaino bandiera. E anzi, ti sono grato del preciso aggiornamento.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Diciamo, Guido, che potremmo provare a farci delle domande più specifiche.
    Per esempio:

    – quali libri vengono meglio di carta che digitali, e quali libri vengono meglio digitali che di carta?

    – quali sono veramente le differenze e le opportunità d’uso dei libri digitali rispetto a quelli di carta, e viceversa?

    Es.: la faccenda tanto strombazzata all’inizio per cui dentro il tuo dispositivo ti porti migliaia di libri, è una “utilità” vera nel momento in cui liberi una parete di casa; lo è molto meno nel momento in cui leggi, visto che comunque si legge un libro per volta, al massimo alternandone tre- quattro. Diverso è per chi studia, ma allora abbiamo un mercato di letteratura scientifica che è consolidatamente digitale da un bel pezzo – e predilige il pdf, notate: cioè roba che si tampa -, e un mercato di letteratura delle discipline umane e umanistiche dove le edizioni digitali sono ancora una rarità. (Ci sono addirittura riviste internazionali peer review che si pubblicano solo in carta).

    – quali sono le differenze di comportamento del lettore di libri di carta e del lettore di libri digitali? Come diversamente si comporta un medesimo lettore quando legge libri di carta e quando legge libri digitali? Un lettore che ha davanti a sé entrambe le opportunità, come compie le sue scelte?

    Ecc.

    Queste domande, peraltro elementari, sono ancora – che io sappia – senza risposte sufficientemente certe da permettere un ragionamento fondato sul digitale.

  27. Guido Sperandio Says:

    x Giulio.

    1) “quali libri vengono meglio di carta che digitali..”
    Confesso: quest’aspetto non lo consideravo, e conta, certo;

    2) “opportunità d’uso”:
    altro aspetto che mi era sfuggito

    3) comportamenti diversi dello stesso lettore al bivio:
    idem, come sopra.

    D’accordo sui punti visti, non posso divergere dalla tua conclusione e da questa, tornando al quesito di partenza, cioè: i digitali costeranno meno? – ne consegue che una risposta tout court univoca diventa difficile.

    Unica certezza:
    gli editori disporranno di una maggiore flessibilità di prezzo (come da precedenti commenti già enunciato).

    Previsione ipotizzabile:
    fin tanto il campo dei lettori digitali non venga definito (cioè, da cifre e non rilevato da sensazioni e sporadiche esperienze) gli editori giocheranno il prezzo da caso a caso, da momento a momento.

    Mi sembra, salvo errori od omissioni, la conclusione, no?

  28. Giulio Mozzi Says:

    …fin tanto il campo dei lettori digitali non venga definito (cioè, da cifre e non rilevato da sensazioni e sporadiche esperienze) gli editori giocheranno il prezzo da caso a caso, da momento a momento.

    Sì, Guido; è più o meno così, credo. Il guaio è che siamo in recessione, e quindi anche investire in ricerche di mercato è arduo. Però alcuni editori (grandi) lo stanno facendo.

    Non aiuta molto l’atteggiamento della comunità intellettuale italiana, che si limita a prendere partito “pro” o “contro”, spesso senza aver manco cercato di capirci qualcosa.

    Ci sono poi i dati a disposizione di Amazon, che Amazon non dà a nessuno (anche perché credo che non possa darli ad alcuno senza violare non so quante leggi sulla riservatezza). A es. Amazon sa, o può sapere, che cosa effettivamente leggono i suoi clienti; a che velocità; a tratte di quale durata; eccetera.

    (A meno che uno non sia un cliente così stronzo da disattivare meticolosamente tutti gli automatismi di condivisione. Ma non credo che ci siano molti lettori come me).

  29. Guido Sperandio Says:

    Giulio:
    ultima frase-ottima chiusura, la verità va sempre cercata tra parentesi?🙂 cin – cin!

  30. IVA al 4% per gli ebook? Solo per gli editori, per i selfpublisher resta al 22% | EDITORIA DIGITALE Says:

    […] ha l’ISBN, altrimenti non è libro. Un provvedimento semplicemente scandaloso che dimostra la falsità ideologica della campagna promossa dall’AIE: come al solito la tanto sbandierata parificazione […]

  31. Iva e libri / Un incentivo all’imprenditorialità | vibrisse, bollettino Says:

    […] in casa editrice, non avrete la possibilità di andare incontro alla vostra potenziale clientela abbassando il prezzo dei vostri […]

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