La formazione della fumettista, 9 / Emanuela Lupacchino

by

di Emanuela Lupacchino

[Questa è la nona puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce questa volta – per un banale incidente – con un giorno di ritardo. La rubrica è a cura di Matteo Bussola (che non ha responsabilità nell’incidente). Ringraziamo Emanuela per la disponibilità].

emanuela_lupacchinoLavoravo in un laboratorio di ricerca. La mia qualifica era quella di biotecnologa e mi occupavo di analisi sierologie e genetiche di batteri patogeni provenienti da tutta la nazione per catalogarli, identificarli e monitorarli a livello europeo.
Non è stato semplice partire da qui, perché bene o male era un lavoro quasi sicuro, con la busta paga a fine mese, ed era accomodante. Non è stato facile anche perché fino ad allora non ho mai avuto una formazione artistica, neanche minimamente. E non è stato facile deciderlo: i soldi erano pochi e dovevano essere spesi in maniera chirurgica. Una formazione a partire da zero sarebbe costata molto.
Però un giorno abbiamo deciso che dovevo farlo, a costo di tutto. “Abbiamo” perché non l’ho deciso da sola, non ce l’avrei fatta. Forse è stato proprio l’entusiasmo dei colleghi, degli amici e del mio compagno a convincermi che si poteva riuscire. A spingermi verso la professione del fumettista. E così ho capito che serviva un piano, perché non si salta da un laboratorio a un tavolo da disegno senza un piano minuzioso e studiato dettaglio per dettaglio. Il primo passo era capire come si disegnano i fumetti, quelli veri. Così ho trovato una scuola dove poter imparare quello di cui avevo bisogno e senza pensarci troppo ho iniziato il più grande tour de force della mia vita.

Ho cominciato a frequentare timidamente il primo anno di corso di fumetto con altri 30 studenti. Mi sembrava Sparta. Io, Biotecnologa di nome e di fatto, contro 30 artisti fiammeggianti usciti chi dal liceo artistico, chi dall’accademia, chi da istituti d’arte. Alcuni avevano fatto corsi master, workshop, corsi privati e ogni tipo di cosa che per me era totalmente sconosciuta. Parlavano di artisti, si scambiavano tecniche, confrontavano i loro strumenti di lavoro. E io lì, con la sola forza del mio blocco degli appunti. Perché ogni parola pronunciata dal professore durante il corso era la cosa più preziosa che potessi portare con me. Era come costruire una scala, mi serviva ogni singolo piolo, ogni chiodo, ogni martellata. Perchè il piano diceva che non si poteva sbagliare, altrimenti sarei tornata al punto di partenza. In un laboratorio.

Per tre anni è andata avanti più o meno così: lavorare 9 ore e mezza al giorno (sveglia puntata alle 5.20), correre al corso, imparare come se non ci fosse un domani, correre a casa, fare le tavole e gli esercizi, nutrire il mio gatto, correre a dormire (ore 00.30 circa).

Il primo anno di corso è stato una specie di distruzione fisica, ma avevo imparato cose che mi aprivano moltissime porte: avevo cominciato a capire come si strutturava una pagina, migliorato le nozioni tecniche e, cosa importantissima, mi avevano scelta come capoclasse. Detta così sembra una cosa infantile, e mi sa che in fondo lo era, perché a 23 anni l’appellativo di capoclasse suona strano. Però essere capoclasse della Sparta del corso di Fumetto ha spuntato un passaggio importante del piano: recuperare il divario di preparazione artistica che avevo con gli altri ragazzi del corso. Ed era uno svantaggio che all’inizio sembrava insormontabile. Saverio Tenuta è stato il primo responsabile di quello che sono riuscita a fare oggi. E’ stato il primo a spiegarmi cos’è un pennello di martora. Giampiero Wallnofer mi ha insegnato che la prospettiva è così importante che da sola può raccontare la più grande delle storie.

Il secondo anno è stato il più duro dei tre. Quello in cui, dopo aver capito come si imposta una pagina, dovevo produrre delle cose che mi avrebbero garantito di poter lavorare. Perché nel piano era chiaramente stato deciso che il fine ultimo di questo percorso era riuscire a lavorare come fumettista per non tornare al punto di partenza. La scala che stavo costruendo doveva essere solida. Molto solida.
Il secondo anno è andato avanti più o meno così: Fabio Mantovani che dice che le tavole non vanno bene, sono da rifare. Mauro Talarico che sorride correggendo i miei lavori, perché quando tutta la classe ha trovato ridicolo quello che stavamo facendo, io ho continuato a farlo con un entusiasmo che spiegarlo è impossibile. Dopo i primi tre mesi la classe sparisce, restiamo in 3. Quando vi dico che è stata dura, evidentemente non lo è stato solo per me. In quel secondo anno ho prodotto le cose migliori della mia vita. Con la totale incertezza di quello che facevo e l’entusiasmo di farlo. Fabio Mantovani mi ha fatto piangere così tanto durante il corso che ora è il mio amico e collega più caro, e Mauro Talarico mi ha insegnato che le cose più buffe di questo lavoro sono quelle che richiedono più impegno e progettazione di tutte. Perché disegnare una storia di pirati con una volpe, un koala, una rana ed una scimmia catta non è stato facile.

Il terzo anno è stato l’anno del terrore. Perché fino a lì il piano aveva funzionato, ma non mi reggevo più in piedi dalla stanchezza e non avevo più un lavoro. I soldi cominciavano a finire ma dovevo comprare altri libri. Ho speso tutto quello che mi rimaneva comprando libri. Sapevo che da lì a poco avrei scoperto se il piano avrebbe davvero funzionato o se era stato tutto inutile. In ogni caso gli anni di corso di fumetto sono stati la cosa più importante, estenuante e meravigliosa della mia vita. Mi andava già bene così, ero felice. Però ecco, dovevo lavorare. Roberto Ricci e Paolo Grella mi hanno insegnato il colore. E quindi? No dico – hanno insegnato il colore. A me. Non so se riuscirete a capire la grandezza di questa impresa, ma chi sa quanto miserabile sia il mio senso del colore può capire quanto duro ed efficace sia stato il lavoro che hanno fatto insegnandomi a colorare. Saverio Tenuta ha accompagnato la preparazione del progetto che avrei presentato agli editori per la prima volta ed è stato un anno di lacrime e sangue, perché se fino ad allora avevo fatto tanto, ora dovevo fare di più.

Ed ecco giugno. La fine del corso. Il book pronto. Le spalle stanchissime e forti. Un muro altissimo. Ed eccola, la scala, pronta. E neanche mi accorgo di averla salita che già ero dall’altra parte, a scappare via.
Non mi accorgo che ero già con un piede dall’altra parte forse perché quasi non ne ho avuto il tempo. Ho cominciato a lavorare come fumettista prima ancora di finire il terzo anno. L’Insonne, il primo fumetto, l’ho disegnato a cavallo dell’esame finale. Fabio Mantovani ha continuato ad insegnarmi ed a farmi migliorare, anche dopo scuola. Ha seguito tutte le mie pagine di prova, le ha corrette e a volte demolite. Franco Urru è stato il mio gatto con gli stivali, un amico sempre presente ad aiutarmi con l’inglese, le mail agli editors e altri mille preziosi consigli.
Dopo neanche otto mesi, mentre lavoravo su una piccola storia per la Francia, mi arriva una proposta dalla Marvel. X-Factor, di Peter David. Dopo un mese dall’uscita del primo numero mi contatta la DC comics, e poi a raffica sono arrivate la Valiant, la IDW, la Dynamite, la Dark Horse e molte case editrici francesi, senza sosta.

La mia formazione è stata l’insieme delle persone che mi hanno insegnato a fare fumetto, è dovuta interamente a loro. La sola cosa che ho fatto è stata ascoltarle. E correre.

* * *

Prima di iniziare la sua carriera negli Stati Uniti, Emanuela Lupacchino lavora su diverse serie italiane, tra cui L’insonne. Parallelamente al lavoro di fumettista collabora alla realizzazione di manuali di giochi di ruolo, lavorando inoltre come character designer e progettista grafica. Il suo primo incarico americano è stato per la IDW, su vari titoli tra cui Angel e Star Trek/Doctor Who. La sua passione per i supereroi la porterà molto presto a lavorare per la Marvel comics sulla serie regolare di X-Factor, accanto a Peter David. Negli anni di collaborazione con la Marvel realizza la grafic novel Castle – ispirata all’omonima serie tv, alcuni numeri di Thor e Ghost Rider. Nel frattempo realizza anche storie brevi per antologie DC, annuals e speciali. Nel 2013 collabora con Valiant entertainment al rilancio di serie come Archer & Armstrong, Arbinger e Bloodshot; nello stesso tempo accetta il lavoro di copertinista per DC comics su World’s Finest. Successvamente alla collaborazione con Valiant decide di spostarsi definitivamente sul lavoro per DC comics, entrando a far parte del nuovo team creativo di Supergirl che attualmente la vede come artista principale.

Tag: , , , , , , ,

4 Risposte to “La formazione della fumettista, 9 / Emanuela Lupacchino”

  1. Stefania Says:

    Lo spirito di reinventarsi, di rimettersi in gioco è il tratto d’umanità che mi lascia più ammirata, a maggior ragione quando è mosso dalla volontà e non dalla necessità. Ma, forse, dietro ogni volontà, ogni scelta fondamentale per la nostra vita, c’è una necessità a cui non ci si può più sottrarre.
    Complimenti Emanuela.

  2. Barney Panofsky Says:

    Gran bella mano. Brava!

  3. Gabriella Schäppi Says:

    Affascinante questa auto-rieducazione, ammirevole. E fin troppo bella la conclusione, sembra veramente un happy end all’americana. Tanto di cappello a questa giovane donna e moltissimi auguri per il suo futuro.

  4. Fernando Nappo Says:

    Complimenti, disegni molto bene. Ma soprattutto complimenti per la capacità di prendere un decisione così difficile – come mollare tutto – e la caparbietà nel perseguire il risultato. Ammirevole.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...