La formazione del fumettista, 6 / Fabio Celoni

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di Fabio Celoni

[Questa è la sesta puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Fabio per la disponibilità].

La formazione del fumettista.
Parlacene.
La prima immagine che sfolgora è quella di campi-scuola per kamikaze, passaggi terribili con le ginocchia nel fango e il kalashnikov serrato tra le mani, urla di sottomissione all’idea e sveglie massacranti in albe tumide di pioggia, nella giungla malese.
L’immagine non è del tutto falsa, ci tengo a precisare.
Bisogna anche considerare che facendo questo mestiere si può vagamente tendere a reinventare la realtà, per ciò che questo può voler dire (“realtà”, intendo). Un po’ come il meraviglioso protagonista del burtoniano “Big Fish”, che non era affatto un misero raccontafrottole, come una superficiale osservazione potrebbe suggerire, ma un vero demiurgo in grado di plasmare la creta della vita, per dargli nuova forma, e s’intende nuova vita. Così dovrebbe valere all’infinito, almeno finché esisteranno i poeti e gli artisti.
Ma i fumettisti, dicevamo.
Vorrei, per una volta, tentare di parlare di tutto ciò che sta fuori dalla tecnica, e dal suo apprendimento.
La tecnica è necessaria, fondamentale, per potersi esprimere con una determinata efficacia, è un megafono per dar voce al proprio respiro, ma se ci si domanda se sia più importante l’amplificatore o ciò che viene amplificato, ecco, non credo ci sia nemmeno bisogno di dare una risposta.
La tecnica si apprende studiando, a scuola, e nel lavoro di tutti i giorni. Sì, perché non esiste un giorno in cui puoi dire davvero di aver capito tutto, rimane un apprendimento costante, senza meta. Che potrebbe pure essere frustrante, se non fosse una ricerca continua di tesori, cosa di cui ci si può dimenticare ogni tanto. Così si possono fare dei passi, anche dei tratti di corsa, ma il traguardo, quello è meglio lasciarlo ai radiocronisti (sempre che non sopraggiungano complicazioni, tipo che decidi di ritirarti dalla maratona).
Dunque non parlerò della formazione scolastica, seppure sia stata importante, anzi fondamentale, nel farmi apprendere i rudimenti tecnici, e nel farmi confrontare l’inesperienza assoluta con la classe dei disegnatori “veri”, quando – bambino di tredici anni – varcai le porte della Scuola del Fumetto di Milano, il sancta sanctorum dove venni “iniziato” a questa curiosa disciplina.
Non parlerò nemmeno dei primi passi nel mondo del lavoro, delle delusioni, delle porte chiuse e di quelle aperte, dei traguardi e delle nuove corse.
Tenterò piuttosto di andare indietro con la memoria, alla scintilla iniziale, a quello strano Big Bang psichico o spirituale, nella ricerca del ricordo di quel che mi spinse a iniziare a camminare.
Su questa strada piuttosto che su un’altra.

Quante ne avevo a disposizione? Una bella domanda. Era una direzione obbligatoria, innanzitutto? Guard-rail ai fianchi e punta di lancia nelle chiappe?
Non lo credo, non lo è mai.
Forse ci siamo scelti, come due innamorati che si riconoscono dall’odore.
La strada e il viaggiatore.
Forse le altre strade non mi sembravano così ricche di curve, di cose da scoprire dietro l’angolo, insomma c’era poco da giocarci.
O forse nemmeno c’era la strada che ho scelto, ma vicino alle altre c’era un tavolino con una matita, e me la sono disegnata io la strada, tutta zigzagante, strana, collinosa, che spariva in un bosco.
Forse è andata così, ecco.
Da quando ho imparato a leggere e scrivere – quattro anni – ho iniziato a inventare. O meglio, a rappresentare, a tentare di comunicare l’invenzione.
Erano disegni di ogni tipo, ma più spesso e volentieri erano storie, o anche piccoli racconti scritti, elaborazioni di quello che leggevo e ascoltavo. Le prime storie a fumetti sono nate poco dopo, a sei anni scarsi, sulla falsariga delle storie di Topolino e dei fumetti Bianconi che divoravo a quintalate.
Non ho più smesso.
In contemporanea con la passione (o la necessità, ancora devo capirlo) per il disegno, venne quella per la scrittura: quando a 8 anni mia madre mi regalò il primo romanzo della mia vita (Moby Dick) ne fui talmente rapito che appena conclusa l’ultima pagina mi gettai nella composizione di un romanzo a tema nautico, un insidioso viaggio per mare di una petroliera (ricordo ancora il nome: Maxidam!) sulla quale avvenivano terribili misfatti e un intricatissimo giallo prendeva corpo lungo una rotta che andava dallo stretto di Bering alle coste della Spagna. Ne scrissi più di un centinaio di pagine prima di venire distratto da altre storie, e abbandonarlo per sempre nel bel mezzo dell’enigma più fitto.
Da dov’era nata l’idea per questo “proto-romanzo”?
Naturalmente da ciò che avevo letto, vissuto ed elaborato fino a quel momento. Moby Dick mi aveva ispirato l’ambiente marino e la vita di tutti i giorni sulla nave (il protagonista aveva nella mia immaginazione la faccia di Ismaele, almeno per come me l’ero immaginata leggendo il romanzo di Melville).
I romanzi di Jules Verne (che andavo a leggere per pomeriggi interi alla biblioteca dei ragazzi di Sesto San Giovanni) avevano contribuito a farmi amare i viaggi fantastici e l’avventura, e fatto nascere il desiderio di dar maggiore realismo alle mie descrizioni di cose e ambienti. Tentavo di renderle quanto più “tecniche” possibile, documentandomi su enciclopedie varie e (nei casi disperati) chiedendo ai miei genitori informazioni tipo: “papà, quanto pesa una petroliera?”.
Poi c’era il gusto del mistero, del giallo, che si andava formando attraverso altri libri, i film che vedevo in televisione, i cartoni, i fumetti. E ferraginosi tentativi di umorismo, messi in moto da altre letture e vissuti.
“Formazione” richiama l’idea di qualcosa che prende forma, in questo caso dovrebbe essere il “bagaglio” del fumettista: quello di cui si parla nel titolo di questo blog, insomma.
Ma allo stesso tempo è concatenata a “informazione”, cioè a quella marea di scintille, spunti e suggerimenti che nascono dall’osservazione di altro, chiamiamola pure vita. La coltivazione di un terreno, una semina che (quando incontra condizioni esterne favorevoli) può portare a dare dei frutti. Buoni o meno, è un altro discorso che qui non mi interessa fare.
Insomma, in soldoni, senza leggere non si scrive, senza osservare non si disegna. Non che ai tempi mi fosse chiara questa elementare equazione, sono gli adulti che tendono a voler dare un senso alle cose, per poterle organizzarle sulla propria personale lavagna e averle (o meglio, sperare di averle) sotto controllo, in ordine e pronte all’uso. I bambini prevalentemente fanno.
E io facevo.
Senza sapere, o volere, incasellare quel che stavo facendo. Anche perché con una mano sulla calcolatrice o sul notes avrei fatto fatica a leggere e disegnare tutte le storie che dovevo raccontarmi.
Leggevo perché mi piaceva farlo, tutto qui.
Disegnavo e scrivevo perché mi piaceva farlo nell’identico modo.
La cosa, oggi come allora, si fonde con la necessità. Non tanto quella di portare il pane a casa (è anche questo: un lavoro) ma quella di portare un altro tipo di pane in un altro tipo di casa.
E’ una necessità spirituale.
La mia formazione attraverso la carta è nata sui divani e letti di casa, sulle sdraio di Cattolica con una focaccia in mano, nelle cartolerie-edicole di montagna in cui entravo con i pattini ai piedi per pagare pacchi di fumetti incellophanati, mentre dalle ginocchia sbucciate gocciolavo sangue sul pavimento.
Potrei dire dunque che la mia formazione come autore è nata leggendo, ma sarebbe una verità parziale. Per tentare di approcciare qualcosa di più completo devo fare un ennesimo passo indietro.
Diversi anni fa, con una coppia di amici, ritornai a visitare un minuscolo paesino di montagna – ci vivevano poco più di cento anime – dove da bambino passai qualche settimana in estate. Ci andammo fino a che ebbi otto anni (l’età in cui “decisi” che da grande avrei lavorato su Topolino) e non ci tornammo mai più, perché i miei decisero di cambiare destinazione di villeggiatura l’anno seguente.
Passarono più di vent’anni perché si ripresentasse l’occasione che mi avrebbe riportato da quelle parti. Volevo rivedere i luoghi della mia infanzia e facemmo una deviazione dal percorso stabilito. Già mentre ci avvicinavamo al paese mi parve di avvertire qualcosa di strano, che si mescolava al semplice riconoscere alcuni scorci farsi strada attraverso la memoria.
Una volta giunti sul posto iniziammo a passeggiare per il paese, di cui ricordavo piuttosto bene alcuni angoli e vicoli, e successe che mi resi conto di una cosa stranissima, difficile anche da spiegare: improvvisamente, capii che parte di quelle forme, di alcune particolari curve di archi, di angoli, di alberi, di spazi, erano in qualche modo… confluiti nel mio disegno, non solo nel mio stile (anzi, nei miei stili) ma proprio nell’organizzazione concettuale della tavola, delle sue dinamiche, dei suoi ritmi.
Quei muri, quelle strade che avevo percorso tante volte da bambino, erano diventati passaggi narrativi disegnati. Erano diventate altre strade, altre curve, altri spazi.
Quel germe di pietra e foglia aveva piantato, in qualche modo segreto incomprensibile anche al mio Io cosciente, radici profonde in qualche parte di me e nel corso degli anni era fiorito e sbocciato a mia insaputa, disegnando tutto un dedalo di strade nuove e percorsi originali, ma in qualche maniera – intuibile da me solo – legati alla loro impalpabile matrice.
Impalpabile perché io stesso non saprei indicare con precisione, additare, trascrivere su carta in formula esatta, ciò che ho percepito essere chiave di volta: anche mentre guardavo quei contorni, quella chiave possedeva il peso di un soffio di vento. Come una parola sussurrata da lontano e trasportata dalla brezza, non percepita appieno in ogni sillaba ma solo intuita come suono d’insieme, armonia di colori e forme, come il profumo di un dolce mangiato da bambino e che improvvisamente, raggiunto di nuovo dopo un lungo viaggio, spalanca le porte di una memoria dimenticata e latente.
Il rendermi conto, così prepotentemente, che alcuni dei punti chiave del mio disegno non erano frutto della ricerca di una vita, come credevo, ma mi erano lì davanti (benché visibili solo a me) e quindi erano frutti pronti che avevo colto tempo addietro, senza fatica, senza nemmeno accorgermene, mi spiazzò e mi fece porre molte domande su quello che siamo e che crediamo di essere.
Su quanto siamo effettivamente capitani della nostra barca.
Eppure, mi dissi, da quelle stesse strade erano passate tante altre persone. E non è che fossero strade così particolari, anzi. Un paesino di montagna molto comune, piccolo e grazioso, ma niente di più.
Quelle cose erano e sono lì, davanti a tutti, ma solo per me si erano trasformate in quel modo. Perché?
Con il tempo sviluppai una possibile risposta.
Era stata proprio una parte profonda di me bambino, ancora inconscia, che aveva colto alcuni dettagli ritenuti evidentemente importanti, che dovevano in qualche modo essere entrati in risonanza con la sua sensibilità, ed erano stati riposti in qualche profonda miniera, al sicuro.
In attesa di essere di nuovo portati alla luce, al momento giusto, dalla stessa anima che li aveva seppelliti e che negli anni si era messa il caschetto da minatore, e diventava via via in grado di ritrovarli, di organizzarli, di dargli finalmente nuova forma, che fosse compiuta e organica, creando nuova musica da quelle note antiche.
Prendere qualcosa di formato, distruggerlo, attendere i tempi della natura e ricostruirlo in un edificio nuovo è ciò che realizza l’espressione artistica.
É, alchemicamente, il tentativo di creare un ordine dal caos.
La storia che ho raccontato si ripete ogni giorno, in misura diversa e sempre più consapevole, filtrando il mondo attraverso uno sguardo che non è quello degli occhi e rimescolandolo nella fornace sempre in attività.
Ma è qualcosa che non posso indicare chiaramente, solo, appunto, suggerire, con similitudini e analogie.
Non potendo guardare direttamente quel sole, ne posso solo intuire posizione e contorni dal calore che emana, da ciò che ci vortica intorno, dalle reazioni, e questo è ciò che tento di fare di riflesso con queste parole.
Di più, questo è quello che tento di fare sempre, con ciò che disegno e scrivo.
Impossibile fotografare quella luce (o quell’ombra), posso solo sperare di rappresentarne, in qualche modo, i confini indistinguibili. Le sensazioni che mi comunicano, la gioia o il terrore che se ne sprigionano.
Ogni segno sulla carta diventa perciò suggerimento di altro, indicazione, biglietto di viaggio, freccia sulla mappa del tesoro in un mondo in continua esplorazione ed evoluzione.
Che qualche viaggiatore o bucaniere di passaggio decida di seguirne la rotta, cioè che un lettore possa godere di quei paesaggi, non può che farmi piacere. Che il mio lavoro possa donare un attimo di evasione, di riflessione o di sgomento, è una delle mie massime aspirazioni e gioie.
Ma quella mappa, confesso, è principalmente realizzata per me stesso.
Disegno la mappa che mi permetta di ritrovare quello che è seppellito, nascosto o dimenticato da qualche parte.
Forse in un’altra vita.
È la ricerca di quello scorcio primordiale che inseguo da sempre, e che prima o poi forse riuscirò a raggiungere. Non riesco a descriverlo, non riesco a disegnarlo né a raccontarlo, anche se ci tento con tutte le mie forze. So che c’è, ne intuisco la forma, ma appena apro gli occhi mi sfugge.
Non è ancora il momento, mi dico allora.
Devo scavare più in profondità, mi dico.
Eppure, ricordo di esserci stato in quel luogo, accidenti se mi ricordo. Mi ripeto che un giorno ce la farò, a ritrovarlo, e allora mi chiederò probabilmente che fare, dove andare, magari mi siederò un attimo su un ceppo a guardare il paesaggio e deciderò che in fondo, c’è ancora un’altra collina, piccolina, in lontananza. Un altro pezzo di strada da fare.
Che mi possa riportare a casa.

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3 Risposte to “La formazione del fumettista, 6 / Fabio Celoni”

  1. enricocicchetti Says:

    ” “Formazione” richiama l’idea di qualcosa che prende forma, in questo caso dovrebbe essere il “bagaglio” del fumettista: quello di cui si parla nel titolo di questo blog, insomma.
    Ma allo stesso tempo è concatenata a “informazione”, cioè a quella marea di scintille, spunti e suggerimenti che nascono dall’osservazione di altro, chiamiamola pure vita.”

    Queste righe sono di una straordinaria profondità, nel loro essere semplici. Mi chiedo se tu ci abbia pensato mentre scrivevi, di getto, o se fosse un pensiero che si andava sedimentando già da tempo

  2. Fabio Celoni Says:

    Entrambe le cose, Enrico, pensieri slegati sotto pelle che han preso corpo compiuto nel momento della nascita in parola. Grazie.

  3. La formazione del fumettista, 13 / Andrea Cascioli | vibrisse, bollettino Says:

    […] mio intervento potrebbe finire qui. Bussola però non sarebbe contento di questo ermetismo, e poi Fabio Celoni ha scritto molto di più. Ti credo, Fabio Celoni è molto più bravo di me. Ho imparato moltissimo […]

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