La formazione dello scrittore, 29 / Alberto Cristofori

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di Alberto Cristofori

[Questo è il ventinovesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Alberto per la disponibilità. Il magazzino è vuoto, attendo i contributi di alcune persone che si sono impegnate ma hanno bisgono di tempo: la rubrica diventa irregolare. gm]

alberto_cristoforiIn principio c’erano i PIC: erano dei librini quadrati, illustrati, con le fiabe classiche (Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso…) ridotte ad uso dei bambini molto piccoli. Se non ricordo male costavano 50 lire. Mia madre me li leggeva e rileggeva, io li imparavo a memoria e poi facevo finta di leggere anch’io, seguendo col dito e suscitando l’ammirazione (ah! oh!: forse altrettanto finta) dei nonni in visita. Ma forse è vero che, a forza di studiarmeli, man mano che nascevano i miei fratelli e si riduceva il tempo materno a mia disposizione, qualche parola avevo imparato a decifrarla. Sicché, senza mai andare all’asilo, sono arrivato in prima elementare che in effetti, bene o male, leggevo.

Poco dopo i sette anni, uno zio, per Natale, mi ha regalato I pirati della Malesia di Salgari, giudicato subito “troppo difficile” dai parenti riuniti per il tradizionale pranzo in casa della nonna paterna. Invece, già quel pomeriggio, lasciando gli altri in sala, ho attaccato quel romanzone, mi sono lanciato per la prima volta, credo, in un’esplorazione solitaria (non è questo, leggere?) e mi sono addentrato fra Caclutta, Vinsù e altre metatesi involontarie, esotiche e ridicole.
Dopo quel primo, ho letto tutti i libri del ciclo di Sandokan e di quello del Corsaro Nero (non ho mai avuto una vocazione metodica ed enciclopedica: dagli altri romanzi di Salgari, appena assaggiati, mi allontanavo subito). E fino ai tredici-quattordici anni, Salgari è stato il mio autore – ho letto altro, naturalmente, Stevenson e Kipling e Dumas e Vamba e Verne e London, e I Quindici, e anche cose meno classiche, o meno polverose, come Il vecchio e il mare, i gialli per ragazzi, i primi fumetti, i volumi di Conoscere. Ma Salgari era l’autore a cui sempre tornavo.
Intanto avevo capito che non avrei fatto il pompiere: mi piaceva la parola, il suono pieno che aveva, ma di quel lavoro non sapevo niente, in realtà, tranne che in caso di allarme si scendeva lungo un palo per non perdere tempo sulle scale. E avevo capito anche che non avrei fatto il pirata: ero un ragazzino, mica uno stupido! Per me, ci tengo a dirlo, a sottolinearlo, quelle storie di nobili fuorilegge dei secoli passati non erano affatto un’evasione dalla realtà, anzi. Primo, perché mi insegnavano un sacco di cose: certo, allora non avevo la prospettiva, se mi avessero chiesto chi era più importante tra James Brook e Abraham Lincoln non avrei esitato a scegliere Brook, ma ancor oggi quello che so sul colonialismo britannico in India e su quello spagnolo in America (quello che so davvero, dico: che ho vissuto emotivamente, e non solo studiato a freddo) lo devo a Salgari (così come devo a Verne la scoperta della Russia e a Scott la storia medievale inglese). Secondo, perché quelle vicende, ingenue, melodrammatiche, a volte raffazzonate, mi costringevano a scendere a patti proprio con la realtà, con quello che io ero in realtà. A riconoscere, in qualche angolino della mia mente, che il magro ragazzino dai capelli rossi che tremava in piscina, piangendo aggrappato al bordo perché non riusciva ad affrontare una vasca a delfino, non sarebbe mai diventato un buon pirata.

A tredici anni sono stato ammesso al Conservatorio e ho frequentato lì, in pieno centro di Milano, l’ultimo anno di medie. È stata una prima, fondamentale boccata di ossigeno: mi sono liberato di alcuni compagni che, nella precedente scuolaccia di periferia, mi tormentavano perché ero più bravo di loro; e sono passato dalla lettura in classe dei quotidiani a quella dei versi di Foscolo, di Leopardi, di Ungaretti-Montale-Quasimodo. Sì, quello è stato l’anno in cui ho scoperto la poesia.
Ho scoperto anche di essere un emotivo: parlare in pubblico, o suonare, anche davanti a pochi amici, è diventato fonte di tremiti, angosce, blocchi. Per superarli ci ho messo un ventennio. Aver fatto il liceo negli anni dell’assemblearismo più scatenato, no, non posso dire che mi sia stato d’aiuto.
Infine, ho toccato con mano le differenze sociali: non mi ero mai accorto di essere un privilegiato, finché non sono stato uno dei “poveri” della mia classe: mio padre era un semplice impiegato, mia madre una casalinga, non avevo zii avvocati, né direttori di banca, né architetti di grido.
Qualche anno più tardi, una sera in autobus, tornando dall’università, ho rivisto uno dei bulli che mi avevano tormentato prima del mio trasferimento: sporco di calcina, distrutto dalla fatica, i suoi tratti non erano tuttavia cambiati, mentre io per lui risultavo quasi irriconoscibile. Io, che non avevo il padre il prigione e la madre prostituta, che in casa trovavo libri, buon italiano, domeniche ai musei, vacanze culturali, ero in piena trasformazione, stavo ancora crescendo, avevo davanti anni di studio disinteressato, di libertà, di possibilità. Lui, invece, era già adulto a quattordici anni, a venti era solo più indurito e probabilmente in seguito è invecchiato conservando la faccia di allora. Le figurine rubate, gli spintoni all’uscita da scuola, le prese in giro perché non avevo la ragazza… all’improvviso tutto questo mi è apparso per quello che era in realtà, un miscuglio di rivalsa e di ammirazione, l’estremo sberleffo (non posso neanche dire: vendetta) di chi, oscuramente, già a tredici-quattordici anni poteva prevedere il proprio destino di inferiorità.

Non si cresce in modo lineare, ma a strappi: almeno questa è stata, e in parte è ancora, la mia esperienza – lunghi periodi di stasi (apparente) e improvvisi balzi in avanti. Si tratta di illuminazioni vere e proprie: ciò che fino a quel momento ti appare confuso, nebuloso, come immerso in una bambagia greve e lenta, all’improvviso si apre, rivela un senso, un ordine. Come quando si arriva in un paese straniero e, dopo qualche tempo, ci si accorge di capirne la lingua, di non essere più esclusi dalle conversazioni che si svolgono intorno a noi.
Tra i quindici e i sedici anni, grazie a un paio di insegnanti, si è verificato lo strappo o l’illuminazione più importante della mia vita – ho scoperto prima Pirandello e poi Baudelaire. Ho capito che parlavano di me (adesso direi: che potevo riconoscere nei loro libri qualcosa di me), insomma ho capito perché amavo leggere, ho potuto dare un senso all’attività che da anni amavo in modo istintivo, irriflesso: la letteratura (più tardi anche la filosofia) poteva dire la verità, poteva illuminare parti di me che io sapevo che esistevano, ma che non sapevo come esplorare altrimenti. Però dicevo ancora che avrei fatto il musicista (a ripensarci, avevo già perso il treno, per diventare un bravo pianista, ma lo negavo anche a me stesso – e quanto astio verso chi, anche cortesemente, me lo sbatteva in faccia!).
Poi ho avuto la mia prima ragazza – e tutti quei pensieri astratti, quel disagio, quella doppiezza, quel conflitto tra cuore, cervello e viscere, sono diventati concreti. Ho scritto le mie prime poesie – disastrose, patetiche: giacché in tanto psicologume, in tanto maledettismo d’accatto, nessuno mi aveva spiegato che per scrivere, come per suonare uno strumento, ci vuole innanzitutto una tecnica: mi parlavano della musicalità di Rimbaud o di D’Annunzio, ma nemmeno un endecasillabo, nemmeno una metafora mi avevano insegnato a fare. Per fortuna avevo un maestro di pianoforte, Alberto Mozzati, amorosamente spietato: un passaggio viene o non viene – non c’è scusa che tenga. E in piscina (non avevo abbandonato, nonostante tutto), il cronometro non mente.

È stato comunque verso la fine del liceo che ho capito cosa volevo fare nella vita: quello che avevo fatto fino a quel momento in tutti i ritagli di tempo libero: leggere letteratura. Però leggevo ancora in maniera ingenua, come ho detto: cercavo nei libri quello che mi riguardava, usavo i testi, anche se non più per compensare (come ai tempi di Salgari), non dialogavo realmente con loro.
Chi mi ha insegnato a leggere come leggo ancor oggi sono stati, all’università, Emilio Bigi e Vittorio Spinazzola. Da entrambi ho imparato a usare solo le parole di cui conosco il significato, a sospettare dei ragionamenti analogici e a non accontentarmi della prima risposta, e magari neanche della seconda. Grazie a loro ho riscoperto i classici “minori” (Poliziano, Boiardo…), ho letto autori di cui nessuno mi aveva mai parlato (certi Mastronardi, Testori, Meneghello…) e ho fatto alcune scelte, come si dice, “di fondo”: i lombardi da Parini a Raboni, Verga e De Roberto, Elsa Morante…
Ho scritto i primi racconti, ancora insoddisfacenti, sì, ma non patetici, non disastrosi – acerbi, semmai. Dovevo aspettare. Dovevo vivere, prima di poter scrivere. E sono stato fortunato – era l’epoca dei “giovani narratori”, sembrava che uno scrittore dovesse ad ogni costo produrre il suo capolavoro entro i… venti? venticinque? Io sono stato quasi costretto a fare altro, per guadagnarmi da vivere, e ho dovuto aspettare. Ho potuto vivere.
Mi sono sposato, ho avuto una figlia, ho lavorato nella scuola, in una rivista, in una casa editrice, poi mi sono messo in proprio, ho letto migliaia di libri (e mi hanno perfino pagato: un sogno!), ho pubblicato manuali, antologie, traduzioni, sono stato (pochissimo) in radio e in televisione… Ho scritto il primo romanzo a cinquant’anni, l’ho pubblicato a cinquantuno, adesso ne ho cinquantadue e sto scrivendo il secondo…
Quando si è conclusa la mia formazione? Non credo affatto che si sia conclusa. Continuo a essere affascinato soprattutto dalle opere che “mettono ordine” nell’universo – la Commedia di Dante, il Clavicembalo ben temperato di Bach, la tavola periodica degli elementi di Mendelejev, L’origine delle specie di Darwin… Continuo a pensare che la letteratura debba dire la verità (il che non mi impedisce di apprezzare Manganelli: dopo un’iniziale incomprensione). Sono sicuro che la vita mi riserva ancora infinite illuminazioni, o strappi, e spero che morirò sussurrando le ultime parole di Goethe: “Più luce!”

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6 Risposte to “La formazione dello scrittore, 29 / Alberto Cristofori”

  1. galassi manuela Says:

    non servirti di filtri…è un peccato mettere la sordina a questo strumento

  2. Pierluigi Lupo Says:

    Mi piace la sincerità, la schiettezza. Non è facile scoprirsi a questo modo. La timidezza, le prese in giro, ma il tempo passa e sistema ogni cosa. Quel bullo che Alberto rivede dopo tanti anni, quando ormai è un uomo finito, mi ha fatto venire in mente un altro bullo.
    Andavo a fare il militare e seduto vicino a me, sul treno, c’era un tipo che sembrava un leone. Qualche tempo dopo l’ho rivisto in caserma, era diventato un pulcino bagnato.

  3. maria Says:

    A questo scrittore ,come agli altri che l’hanno preceduto e che hanno parlato della loro vita di predestinati alla letteratura,voglio dire :siete la vera categoria di privilegiati di questa terra…ed io che amo leggervi sono anch’io una privilegiata…

  4. Carla Says:

    Bello, mi è piaciuto. Ha un senso, questa pezzo sulla propria formazione: lo stile è diretto e senza fronzoli, dimostra il gusto per il narrare. Chissà, forse è stata fondamentale la lettura di Salgari, la prima in assoluto.

  5. Fede Rica Says:

    Un articolo bellissimo. Quanto salva, o scalda, la letteratura?

  6. Altri dieci indispensabili romanzi dell’orrore (in parte gli stessi, ma in parte no) | vibrisse, bollettino Says:

    […] di Alberto Cristofori […]

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