Cinque suggerimenti che mi permetto di dare a chi esercita la nobile arte della critica letteraria

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Una critica letteraria s'imbatte in un bestseller

Una critica letteraria s’imbatte in un bestseller

di giuliomozzi

1. Leggete le opere letterarie di grande successo, e cercate di spiegare perché hanno grande successo.

2. Domandàtevi perché certe opere che a voi sembrano molto belle hanno assai poco successo o nessun successo.

3. Provate a pensare che le scelte compiute dai lettori hanno sempre dei motivi, e che è interessante comprenderli.

4. Provate a immaginare i lettori non come soggetti massificati e succubi, ma come persone che – nel marasma comunicativo e culturale del nostro tempo – vanno in cerca di ciò che può tornare buono per la loro vita; fanno ciò che possono; sono dei bricoleur, talvolta dei bracconieri; ecc.

5. Piantàtela di interrogarvi attorno alla funzione della critica. La vostra missione è chiara: [a] salvare il salvabile, [b] allevare una task force.

156 Risposte to “Cinque suggerimenti che mi permetto di dare a chi esercita la nobile arte della critica letteraria”

  1. Ma.Ma. Says:

    Parole sacre! …ma tanto i critici non ascolteranno, anzi, probabilmente criticheranno rivendicando la loro sapienza. Se l’arte in genere smettesse di prendersi così “sul serio” e si levasse la zavorra dell’intellettuale, forse avrebbe ancora una possibilità di mettersi in salvo. E invece… Mi sono tornate alla mente le parole di Erasmo da Rotterdam (nel bene e nel male) che così scrisse nel suo Elogio della follia: « (…) Nella stessa schiera rientrano quelli che aspirano a fama immortale pubblicando libri. Mi devono tutti moltissimo, ma in particolare coloro che imbrattano i fogli con autentiche sciocchezze. Gli eruditi, infatti, che scrivono per pochi dotti, e che non rifiutano per giudici né Persio né Lelio, a me non sembrano punto felici, ma piuttosto degni di pietà (…) Che importa il disprezzo di tre dotti, ammesso che le leggano? e che peso può avere il giudizio di così pochi sapienti, se a contrastarlo c’è una folla così sconfinata?»

  2. Ma.Ma. Says:

    PS: scusatemi per la citazione, in genere cerco di non farne mai.😀

  3. Elena Marino Says:

    L’ha ribloggato su EMr.

  4. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 5 marzo 1997 – « Algida » scrivono i critici. Critici o gelatai? “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 115

  5. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma., la Follia dice:

    Che peso può avere il giudizio di così pochi sapienti, se a contrastarlo c’è una folla così sconfinata?

    Il problema è dunque: come dare peso al giudizio dei sapienti, in un’epoca nella quale si confonde il trionfo della democrazia con il trionfo dell’incompetenza.

    (E, da parte mia, non ho nessuna voglia di darla vinta alla folla in quanto tale: per questo voglio capirne le ragioni).

  6. Ma.Ma. Says:

    Come dicevo: “nel bene e nel male”. Pienamente d’accordo. Una volta era più facile… c’era chi sapeva leggere (pochi colti fortunati perché di buona famiglia) e chi no (la massa). Oggi è “leggermente” diverso: tutti (più o meno) sanno leggere; qualcuno tra la massa non ha però avuto modo di studiare ma ha buona intuizione e senso critico, sebbene poi non possa esprimerlo perché non ha le carte per farlo; mentre altri hanno studiato a suon di quattrini e sono diventati dei buoni pappagalli (v. retorica dell’incompetenza citata ne il trionfo dell’incompetenza); e in mezzo a tutti loro ci sono molte eccezioni, tante sfumature. Un bel casino.

  7. Ma.Ma. Says:

    E poi ancora sulla sapienza (sempre dal già citato Erasmo: ormai ho rotto l’uovo, tanto vale fare la frittata): “(…) se la saggezza si fonda sull’esperienza delle cose, a chi dei due converrà meglio l’onore di essere chiamato saggio, al sapiente che, parte per modestia, parte per pudore, non intraprende nulla (ndr: e non dà possibilità al “nuovo” al “diverso” di avere un valore), o al folle, che né il pudore che non ha, né il pericolo, di cui non si rende conto, riesce a distogliere da qualsiasi impresa?”

  8. acabarra59 Says:

    “ 14 giugno 1994 – « A scrivere sono buoni tutti, a leggere, no. ». È questa l’idea semplice e maliziosa da cui nasce la propensione a occuparsi, piuttosto che di letteratura, di critica letteraria. È un’idea nata negli anni Sessanta, quando si diceva « rivoluzione » ma si pensava « specializzazione ». Negli anni Sessanta per me era già un’idea vecchia. Grazie ad essa avevo attraversato pressoché trionfalmente gli anni della mia carriera scolastica, quando, mentre altri si ostinavano magari a scrivere, io leggevo, e leggevo bene. Dal punto di vista di chi ha rinunciato « professionalmente » a scrivere, chi scrive viene sempre a trovarsi, come direbbero i giornalisti, « nel mirino ». A scrivere si rischia sempre di passare per matto, o, se va meglio, per qualcuno che ha dei « problemi ». A maggior ragione se si tratta di scritti che rasentano, Dio ne scampi, il deprecato territorio dell’autobiografia. È così che si diventa giornalisti. O professori. Pur di non parlare di sé. Pur di fare finta di non esserci. « Ma lei, perché scrive? », si potrebbe alla fine chiedermi. Qualcuno lo dovrà pur fare, rispondo io. Intanto, leggo anche. O forse è perché mi piace il rischio (e poi chi ha detto che scrivo?). “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 116

  9. Ma Bohème Says:

    Parole più che sagge! Forse potrò sembrare banale o semplicistica nella mia osservazione, ma mi basterebbe solo anche che venisse letto – e seriamente – ciò di cui in seguito si scrive la recensione, pratica spesso disattesa come ho verificato di persona.
    Primula

  10. LiveALive Says:

    Questo mi piace particolarmente:

    “3. Provate a pensare che le scelte compiute dai lettori hanno sempre dei motivi, e che è interessante comprenderli.”

    Toppo spesso si dice che il pubblico “non è educato”, e per questo definisce bello ciò che fa schifo. Io sono ancora di quella scuola che crede che se un’opera “sembra un capolavoro” allora è un capolavoro, o almeno lo è in relazione alle visioni di: un dato fruitore, una società, una scuola critica, eccetera. Se si elimina questa relazione, allora secondo me il giudizio non ha più senso.
    Piuttosto, bisogna distinguere se il successo è solo sulla classifica delle vendite o se c’è un reale apprezzamento.

    Erasmo da Rotterdam scrive:

    “Che importa il disprezzo di tre dotti, ammesso che le leggano? e che peso può avere il giudizio di così pochi sapienti, se a contrastarlo c’è una folla così sconfinata?”

    Però c’era anche un ometto che diceva: “Mi applaudono? Ho dunque detto qualche sciocchezza?”, e pure c’era un poetucolo che rispondeva ai fischi con un “che onore mi fanno!” Non è normale interessarsi al giudizio di coloro per cui si scrive? Non è legittimo, per chi scrive per i dotti, sorvolare sul giudizio dei molti e badare a quello dei pochi dotti; e per chi scrive per i molti, sorvolare sul giudizio dei pochi e badare a quello dei molti? (Posto comunque che ogni giudizio può essere utile)
    Ora organizzerò una seduta spiritica per evocare Erasmo e chiedergli la risposta. In fondo Beethoven ha dettato una intera sinfonia dall’oltretomba, quindi credo che Erasmo possa scomodarsi per un sì o un no.

  11. Ma.Ma. Says:

    Ahahahaha… non era Erasmo però a chiederselo (non proprio) era la Follia che scriveva in prima persona per intercessione dell’autore. Comunque concordo con quanto scrivi LiveAlive.

  12. Pierluigi Lupo Says:

    Forse non c’entra nulla, però parlerei anche del “circolo degli amici”. Faccio un esempio. Uno scrittore mediocre pubblica un libro: alla presentazione un amico (uno scrittore affermato) lo elogia in maniera spudorata, un altro amico lo decanta sul giornale, un altro amico lo fa parlare in tv, la casa editrice gli fa vincere un premio letterario importante, di conseguenza entra nelle classifiche di vendita. I lettori cominciano a credere che valga la pena leggerlo.

  13. enrico ernst Says:

    … un momento secondo me drammatico della critica letteraria italiana di questi anni, quello che mi è sembrato più aspro e terribile, e mi ha lasciato uno strano sapore alla bocca, è stata la stroncatura di “Acciaio” della Avallone, mi pare a firma di Belpoliti…

  14. Guido Sperandio Says:

    Ho la fortuna di non esercitare il mestiere (ma esiste?) di critico letterario e pertanto, non rientrando nel target cui è diretto il post , godo, sollevato dalla fatica e dalla responsabilità di dover riflettere.

  15. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 25 giugno 2010 – « Padri violenti e buoni a nulla », dice la pubblicità del libro della signorina Silvia Avallone. Io, che, francamente, non so se lo leggerò mai, mi chiedo comunque se la colpa di questi padri sia più quella di essere « violenti » o più quella di essere « buoni a nulla ». Se me lo chiedo è perché io ho il sospetto di rientrare nella categoria dei « buoni a nulla » – per essere « violento » ormai è un po’ tardino. (Ha vinto il Campiello, dice che forse vince lo Strega) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 117

  16. davide Says:

    acabarra la avallone arrivò seconda allo strega,anni fa🙂..seconda,non prima😀 no second place winner,as usual

  17. Antonio Says:

    Non mi trovo molto d’accordo e mi sembra una visione parziale.
    Comprendere le scelte del lettore è sicuramente compito dell’editore ma non è necessariamente compito del critico. L’analisi di un testo letterario da parte di un editore deve necessariamente mettere al primo posto il pubblico perché l’editore si muove sulla base del mercato.
    A mio avviso il compito del critico è diverso, al primo posto della sua analisi ci devono essere l’opera e le intenzioni autoriali, a prescindere dal successo editoriale. Io credo che il critico abbia non solo il diritto ma anche il dovere di stroncare un testo che ha un forte riscontro di pubblico se crede che la qualità sia bassa. Tenendo presente che si tratta sempre e comunque di un giudizio soggettivo.
    E ad ogni modo credo che anche rispetto allo studio dei gusti del pubblico il compito del critico sia più legato ad un’analisi sociale e storica che non critica. Si tratta più di comprendere le reazioni del pubblico alle intenzioni dell’autore nel quadro di un determinato momento storico che non di una vera e propria analisi critico-letteraria. Dico che la prospettiva del critico in questo caso è storica perché il riscontro del pubblico si può comprendere solo a posteriori (considerazione ancora più valida nel caso in cui il testo abbia successo molti anni dopo la pubblicazione).
    Il motivo per cui certi titoli che piacciono alla critica non hanno necessariamente successo di pubblico è tutto sommato banale: un testo d’avanguardia è accessibile a un pubblico pochi specialisti, un testo d’intrattenimento invece risulta fruibile da una platea più vasta (che potenzialmente comprende anche la minoranza degli specialisti).
    Poi ci sarebbe anche da andare nello specifico e capire chi è il critico e a chi si rivolge. il critico accademico parlerà ad un pubblico di specialisti e quindi potrà promuovere testi che si rivolgono ad un pubblico di nicchia; il critico che scrive su un quotidiano nazionale parlerà ad un pubblico più vasto e dovrà regolarsi di conseguenza, promuovendo la qualità ma anche l’accessibilità.
    Infine non mi sembra che il pubblico venga ignorato dalla critica, ad esempio un importante critico letterario come Spinazzola si è occupato molto sia dei testi ad alte tirature che della figura del lettore.

  18. davide Says:

    quanto ai prmemi letterari,che al solito vengon tirati fuori, non è che tutto è simmetrico come si dice;vincere un premio importante non è mica facile anzi, nè tutti i disastri italiani si risolvono in una linea teorica così semplice ,non è che ci son sempre sti aumma aumma,anzi ad alto livello piu semplicemente

    smonto il ragionamento.

    se uno avesse il potere di far vincere premi importanti..gli altri non se accorgerebbero?io dico di si,in ittalia i segreti non rimangon segreti a lungo:se tutot ,tutt ala realtà fosse prevedibile come un romanzo giallo mal riuscito,dove il colpevole è un maggiordomo,ai premi non andrebbe nessuno.invece gli editori fan a gara per andarci e delle sorprese ci son gia state (la avallone che arrivò seconda ance se era data coem favorita,ma vinse il molto piu bel libro di pennacchi allo strega,idem Scarpa allo strega che vinse vs scurati per un voto di differenza,etc etc gara combattuta fino all ultimo,piu un altro scrittore torinese di cui non ricordo il nome che fu battuto da un altro concorrente anche se era dato favorito il torinese etc etc)

    gente, la gara c’è,inutile dire il contrario ,ai premi

  19. davide Says:

    tornando in topic:

    il punto 1 mi vede concorde totalmente (ma la “buona volontà” in molti critici,manca)

    il punto 2 mi vede ultrastraconcorde (che poi molta critica letteraria venga da un milieu rousseauvista accademico elitario,beh è per quello che non ha una visione di insieme del perchè certe opere vendono,e altre no)

    3-concordo su ” e che è interessante comprenderli.” ; meno su “Provate a pensare che le scelte compiute dai lettori hanno sempre dei motivi,” (è così spesso,non sempre)

    4- “Provate a immaginare i lettori non come soggetti massificati e succubi, ma come persone che – nel marasma comunicativo e culturale del nostro tempo – vanno in cerca di ciò che può tornare buono per la loro vita;” OK

    ” fanno ciò che possono; sono dei bricoleur, talvolta dei bracconieri; ecc.” uhmm,forse

    5- “Piantàtela di interrogarvi attorno alla funzione della critica.” SI

    “La vostra missione è chiara: [a] salvare il salvabile, [b] allevare una task force.” mh…non direi,ma ci tornerò sopra (se alcuni tipi di critici accademici o militanti si estinguono culturalmente o editorialmente,secondo me è solo meglio)

  20. LiveALive Says:

    Cito:

    “concordo su ” e che è interessante comprenderli.” ; meno su “Provate a pensare che le scelte compiute dai lettori hanno sempre dei motivi,” (è così spesso,non sempre)”

    Davide, se puoi, approfondisci questo punto, perché mi interesserebbe sapere in che senso non sempre le azioni dei lettori sono motivate.
    Sinceramente dubito che il lettore acquisti e/o legga qualcosa senza un motivo. Penso piuttosto che non sempre questo motivo è qualcosa di effettivamente legato al testo in se, e per questo dicevo che è importante dividere le classifiche delle vendite dall’effettivo apprezzamento. Molto spesso si acquista un libro per una copertina, per un riassunto ben fatto, per una buona campagna pubblicitaria, eccetera; di modo che molto spesso la risposta alla domanda “come mai quel libro che mi piace tanto non ha avuto successo?” è “non hanno fatto abbastanza pubblicità” (certo, da qui si generano altre domande, tipo: perché l’editore non ha voluto scommetterci? Perché non c’è stato passaparola? Eccetera)

  21. maria rosa Says:

    4. Provate a immaginare i lettori non come soggetti massificati e succubi, ma come persone che – nel marasma comunicativo e culturale del nostro tempo – vanno in cerca di ciò che può tornare buono per la loro vita; fanno ciò che possono; sono dei bricoleur, talvolta dei bracconieri; ecc.

    Dubito che vadano in cerca di ciò che può tornare utile per la loro vita. La pubblicità gioca un ruolo fondamentale. E l’interesse degli editori anche. Altrimenti non si spiegherebbe il successo di molti libri che dopo un anno non ricorda più nessuno. Gli altri quattro punti mi trovano d’accordo.

  22. acabarra59 Says:

    ” 29 novembre 1985 – « Ah! Ah! Ah! », ride Claude, il protagonista di Se non torni, scrivi (Si tu ne revient pas, écris), il nuovo best seller giallo-rosa di Juliette Levy-Fabre che a poche settimane dalla sua uscita è già in testa alla hit-parade dei libri più letti nella Svizzera francese. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 118

  23. brunello Says:

    E io, che posso dire io dopo tutto ciò che finora è stato detto?Ho scritto molte delle cose di cui parlate nel mio libro (che figlio di buona donna che sono, mi auto pubblicizzo) dal titolo “I dolori di un autore” in uscita a primavera del prossimo anno. Oh come sono d’accordo con molti di voi, se non con tutti.

  24. Giulio Mozzi Says:

    Enrico Ernst: ti riferivi, immagino, a questo articolo di Marco Belpoliti su Acciaio di Silvia Avallone. Il libro vinse il premio Campiello Giovani e arrivò secondo, come ricorda Davide, allo Strega.

    (Se possibile, quando si può, mettete dei link. Grazie).

    Vorrei uscire da qualche vicolo cieco. Pierluigi Lupo dice: gli amici e gli amici degli amici, e l’editore ti fa vincere un premio. Giustamente Davide ricorda che vincere un premio “che fa vendere” non è uno scherzo. Aggiungo che i premi che fanno vendere, e mica sempre, sono due in tutto: Campiello e Strega. Il resto è ininfluente. Quindi, tra premiati, superpremiati e finalisti, sono ogni anno non più di dieci i libri che godono del privilegio.

    Quanto all’idea che le persone possano compiere delle scelte senza motivo, la trovo assai bizzarra. O prendiamo un atteggiamento scientifico (e allora dobbiamo postulare che ogni evento – la scelta che una persona compie è un evento – abbia una causa, o un insieme di cause, anche se non siamo in grado di individuarla/e), o prendiamo un atteggiamento magico e pensiamo che gli eventi possano accadere senza causa alcuna.

    Maria Rosa: il fatto che esista la pubblicità non comporta la necessità di rinunciare all’ipotesi che le persone compiano scelte cercando ciò che è bene per la loro vita. Altrimenti dovrei adottare l’ipotesi che le persone compiano scelte non cercando ciò che è bene per la loro vita, e allora si porrebbero dei problemi enormi (a es. la stessa sopravvivenza della specie umana diventerebbe un enigma). Oppure dovrei dividere la popolazione in “persone” (che compiono scelte cercando ciò che è bene per la loro vita) e “non persone” (che compiono scelte non cercando ciò che è bene per la loro vita): abbiamo già sperimentato una divisione del genere negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, e non mi pare che il risultato sia stato positivo.

  25. Giulio Mozzi Says:

    Antonio, vorrei togliere di mezzo un equivoco. Racconto un aneddoto.

    Pordenone, qualche anno fa. E’ in corso il festival Pordenonelegge. Mi ritrovo, alle undici di sera, con un po’ di scrittori e di critici ( sette-otto, e noto: tutti maschi) a mangiare un piatto di qualcosa in una trattoria. Il libro di successo del momento è Non ti muovere, di Margaret Mazzantini. Se ne parla. Fa schifo a tutti. Da libro, ovviamente, si passa subito alla persona: è una donna, siamo tra maschi, la denigrazione sessuale è praticamente obbligatoria. Mi alzo in piedi. Domando: “Ma questo romanzo, chi di voi l’ha letto?”. Silenzio. Ripeto: “Chi di voi l’ha letto?”. Silenzio.
    Me ne vado.
    (Io l’avevo letto).

    Per questa ragione credo che i critici dovrebbero leggere le opere di grande successo, e cercar di capire perché hanno grande successo.
    Certamente la cosa necessita anche di un approccio sociologico. Tuttavia, Antonio, ti faccio notare questo:

    – nel momento in cui tu destini certi testi a una lettura critica-letteraria e certi altri a una lettura critica-sociologica, non è che stai ripetendo (in modo più raffinato, certo) il medesimo errore di quegli scrittori e di quei critici che, al tavolo di trattoria, respingevano un romanzo fuori dal campo della letteratura, ovvero rivendicavano il diritto di liquidarlo senza averlo letto? (Perché, temo, leggere un’opera solo come fenomeno sociale, e non come opera letteraria, equivale a non leggerla).

    Quando scrivi:

    Io credo che il critico abbia non solo il diritto ma anche il dovere di stroncare un testo che ha un forte riscontro di pubblico se crede che la qualità sia bassa,

    dici un’ovvietà.

    Spinazzola è una rara avis.

  26. deborahdonato Says:

    Giulio, pensavo al riscontro di queste tue cinque regole nella scuola, nel senso che l’insegnamento della letteratura e l’avviamento alla lettura a scuola risentono delle scelte dei “critici letterari”. Nel primo punto, si esula un po’ dalle tue osservazioni perchè si parla della critca a testi passati; tuttavia è importare essere consapevoli della differenza di spazio che viene dedicato ad alcuni autori del Novecento nei manuali di Luperini o di Baldi (giusto per citare due dei più diffusi manuali per gi istituti superiori).
    Il secondo punto: il libro di narrativa da leggere durante l’anno e l’eventuale incontro con l’autore. Questo tocca i punti da te enunciati. Ad esempio quest’anno moltissime scuole, anche nella mia città, hanno inconrato proprio la Avallone, dopo aver letto Marina Bellezza. Gli insegnanti devono anche operare delle scelte di lettura e mi domandavo se quelle cinque regole fossero applicabili – di riflesso – anche a loro. I miei alunni mi domandano di leggere un libro che io personalmente trovo orribile,; ho due opzioni: negare questa proposta e imporre un libro che a me sembra splendido, oppure provare “a pensare che le scelte compiute dai lettori hanno sempre dei motivi, e che è interessante comprenderli”.

    A mio avviso la critica letteraria dovrebbe avere due occhi e non una visione monoculare. Un occhio dovrebbe guuardare ciò che probabilmente resterà nella storia della letteratura e un altro occhio comprendere il motivo del gusto del pubblico, perhè anche quello è storia. È la storia dello spirito del tempo.

  27. acabarra59 Says:

    “ 26 maggio 1988 – « Ormai non si può non rendersi conto che siamo tutti letterati. Naturalmente a gradi diversi di competenza e responsabilità, in quanto usiamo tutti la letteratura per arricchire la nostra esperienza esistenziale. D’altronde oggi il discorso letterario lo vediamo presente dovunque si faccia ricorso alla fantasia per lievitare creativamente l’oggettività delle relazioni fra l’uomo e il suo ambiente. » (Vittorio Spinazzola, Introduzione a Pubblico 1981) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 119

  28. Ma.Ma. Says:

    È Pierluigi Lupo che parla degli amici degli amici… e di Premi: io mi sono astenuta anche se qualcosina, ce l’avrei da dire. Premio Stresa, serata di premiazione strapiena di gente (qualcuno vocifera che sia grazie alla splendida ambientazione e all’aperitivo finale). La giuria ha scelto la cinquina dei finalisti (Longanesi, Mondadori, Ponte alle Grazie, Einaudi, Sellerio) che nel frattempo si sono sottoposti al giudizio dei lettori. Entro serata si saprà chi è il vincitore, ma prima gli autori si presentano al pubblico. Qualcuno si pone davanti al microfono timidamente (Valentina d’Urbano è giovanissima e umile – ’85), vincerà; un’altra si dà qualche aria da intellettuale, ma non mi torna in mente chi, un paio manco mi ricordo di averle notate e poi, finalmente, sul palco arriva lui (in effetti è l’unico maschietto): Francesco Pecoraro che presenta «La vita in tempo di pace». Prima ancora di potersi mettere a parlare, un giurato gli fa una battuta (Uhm…): «Per lei quest’anno non è la prima volta che si ritrova tra i vincitore di un premio che inizia per “Stre…“». L’autore – signorilmente – finge di non aver sentito e tenta di presentare senza fronzoli la sua opera. Ma il giurato non ci sta: «La prego, spieghi al pubblico che cosa intendevo, altrimenti non capirà la battuta» (Uhm…)
    Pecoraro ci pensa un secondo, si gira, lo guarda, si riposiziona gli occhiali e poi si rivolge di nuovo verso la platea: «Sì, è vero: ho fatto parte della cinquina del premio Strega, ma non l’ho vinto. Sono arrivato terzo. Al primo posto è arrivato il primo grande gruppo editoriale; al secondo posto è arrivato il secondo grande gruppo editoriale; al terzo posto è arrivato il terzo grande gruppo editoriale; al quarto posto è arrivato il quarto grande gruppo editoriale; e al quinto posto è arrivato il quinto grande gruppo editoriale». Risa sommesse tra i convenuti. Ho un nuovo eroe.
    Pecoraro ci riprova: parla un po’ del suo libro, poi gli arriva tra capo e collo una domanda dallo stesso giurato, poiché esponente della giuria dei critici. Mi piacerebbe trascrivere la domanda ma, siccome non l’ha capita nemmeno chi la esposta, non posso farlo. Perlomeno, alla fine si riprende (parlo del “critico“) e riformula la domanda: «Nella conclusione del libro lei parla di speranza (ndr: sintetizzo…) crede quindi che per noi, per l’Italia ci sia ancora speranza?»
    Risposta: «Egregio… questa domanda me l’hanno fatta praticamente tutti! Che cosa vuole che le risponda? Che cosa ne so io? Io scrivo e basta: quelle che vengono lette sono le parole del personaggio del libro che, giunto a quel punto, quello aveva da dire: è una storia, un’invenzione narrativa. Non ho la palla di vetro».

  29. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Ma.Ma., e scusa: ho corretto. Il premio Stresa è un buon esempio di premio del tutto ininfluente sul successo di un’opera (e sarei curioso di conoscere il nome del critico del quale parli senza nominarlo).

    Deborah: faccio il mio solito esempio. I lombardi alla prima crociata di Tommaso Grossi fu probabilmente il libro più venduto e letto dell’Ottocento. Giuseppe Verdi ne cavò un’opera di successo. Alessandro Manzoni scrisse invece un romanzo, ovvero letteratura popolare di basso livello. Ma è possibile capire quanto fu rivoluzionario (anzi no, non esageriamo: quanto fu progressista) il Manzoni, se non si ha nessuna idea dell’ambiente che lo circondava (tutta la romanzeria del tempo, in grandissima parte oggi illeggibile – pensiamo a Massimo D’Azeglio).

    La storia della letteratura non può essere intesa come una sequenza di “medaglioni”.

  30. Ma.Ma. Says:

    Giulio, lo avrei menzionato senza problemi, ma purtroppo non so il suo nome, conosco solo quello del presidente del Premio, ma non c’entra nulla con gli interventi del giurato. Mi dispiace. Comunque concordo: anche lo stesso Pecoraro durante una mini chiacchieratina ha confermato quanto dici dei premi. In realtà ne aveva aggiunto un altro oltre ai due menzionati da te, ma pecco sempre di memoria: so comunque che non si trattava del Bancarella (credevo che contasse) perché chiedendoglielo espressamente, mi ha risposto di no, che non smuove le vendite.

  31. Ma.Ma. Says:

    Ho trovato questo: “La giuria dei Critici del Premio Stresa di Narrativa, composta: da Piero Bianucci, Maurizio Cucchi, Orlando Perera, Marco Santagata, e presieduta da Gianfranco Lazzaro”. Forse era Bianucci, ma non potrei giurarlo… scusa l’imprecisione.

  32. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1975] – dice: mi dai una sigaretta? / naturalmente il critico / mi guardava serafico lei / l’altra quell’aria a scema / mi guardava anche il poeta / ciccione ma che c’è da / guardare che c’è di strano? / sono venuto col treno da / lontano colpa del treno / dice (in ipotesi): non / ci siamo già visti da qualche / parte? Naturalmente io / vorrei negare per mio gusto / esclusivo ma ormai passo / e ripasso da ogni solita / parte colpa del treno? / tu che credevi di non avermi / già visto hai potuto dire / di no grazie e ho anche / visto che poi fumavi la mezza / sigaretta avanzata eri / proprio bellina proprio / bellina come le altre volte. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 120

  33. Antonio Says:

    Credo di non aver reso bene il senso del mio intervento.
    Non volevo dire che alcuni testi vanno destinati ad una critica-letteraria ed altri ad una critica storico-sociologica, lo stesso testo può essere letto in entrambi i modi ma sono chiavi di lettura molto diverse.
    Paradossalmente dire che il libro di Margaret Mazzantini viene giudicato senza essere letto conferma quello che dico io. Il problema dei critici di cui parli sta proprio nell’incapacità di discriminare i due piani perché associano al successo di pubblico un giudizio di valore (in questo caso negativo). Quello che sto dicendo è che il giudizio di valore di un critico deve essere legato solo ed esclusivamente al valore dell’opera, tralasciando gli elementi esterni (pubblico, contesto storico…) che saranno frutto di un’analisi diversa.
    In sostanza il successo (ma anche l’insuccesso) porta a pregiudizi, per questo al centro di un’analisi letteraria deve esserci solo ed esclusivamente l’opera: la validità di un’opera dipende dalla qualità che l’opera ha in sé e non dal successo o dall’insuccesso che sono fattori esterni non necessariamente legati alla qualità di un testo.
    In sostanza più che chiedere ai critici di spiegare il successo di certe opere dovresti chiedergli di togliersi il prosciutto dagli occhi e fare il mestiere del critico come si deve!
    E si, avrò detto un’ovvietà quando dico che il critico deve stroncare il romanzo di successo. Ma anche dire che per giudicare un romanzo bisogna leggerlo è un’ovvietà. Così come è ovvio che esistono bestseller di qualità, soprattutto in una letteratura come la nostra dove tanti autori istituzionalizzati hanno scritto libri di successo (Calvino, Moravia, Tomasi Da Lampedusa, Eco, Morante…).

  34. LiveALive Says:

    Antonio, quando dici:

    “la validità di un’opera dipende dalla qualità che l’opera ha in sé e non dal successo o dall’insuccesso che sono fattori esterni non necessariamente legati alla qualità di un testo”

    mi fai venire un dubbio: secondo te è possibile fare una critica oggettiva basandosi esclusivamente su fattori interni? E cosa intendi con fattori esterni?
    È chiaro che il successo o l’insuccesso, così come l’apprezzamento o il non-apprezzamento altrui, non devono influenzare il giudizio del critico. Ciò nonostante, ci sono molti altri fattori esterni.
    L’opera ha delle caratteristiche interne. Tali caratteristiche hanno effetti diversi a seconda dei fattori esterni con cui sono rapportati: il gusto di un dato insieme di lettori (una società, una scuola critica, eccetera), le aspettative del pubblico, il metodo di lettura (ci sono test neurologici sulle differenze tra lettura per piacere e close reading)… Ignorare l’esistenza di fattori esterni porta a un giudizio che è possibile, ma che non mi sembra utile, in quanto nessun lettore giudicherà in quel modo.
    Più utile mi sembra pensare che non solo il libro ha il suo “lettore ideale”, ma lo ha anche la recensione. Il critico allora cosa deve fare? Esprimere il suo giudizio in base alle sue idee, o gusti, o aspettative; o il critico deve far sparire la sua personalità, e limitarsi a prevedere quale sarà la percezione di una data categoria di lettori?

  35. Ma.Ma. Says:

    Forse per capire quanto si “chiede” questo post bisognerebbe procedere “scientificamente”: intanto creerei delle distinzioni. Chi compera un libro e non lo legge da chi compera un libro e lo legge. Il perché lo compera diventa irrilevante (perché ne ha parlato bene un critico? Perché me lo ha decantato l’amico? Perché ha vinto un premio? Perché mi piaceva la copertina? Perché il collega dell’altra rubrica di recensioni ne ha parlato bene e quindi devo farlo anch’io, poi se lo leggo o no, chissenefrega?). Anche perché conosco un sacco di gente che ha comperato dei libri solo per sentito dire ma non li ha mai letti, nonostante i buoni propositi: questo può aver generato l’onda del successo di vendite, ma non di lettori. Fatta questa distinzione, terrei solo quelli che lo hanno letto davvero (critici o populisti, non importa). E a questo punto prenderei nota dei commenti a caldo, delle opinioni, delle critiche ascoltando e cercando di capire il motivo – se fosse il caso e come dice bene Mozzi – dell’apprezzamento di un libro da parte dei primi e/o dei secondi. Tolto i “pappagalli” che si riconoscono perché non portano niente di nuovo di solito rispetto a quando pubblicamente già detto o scritto, potremmo finalmente avere il reale valore di un’opera. Ma temo che sia un po’ complicato da mettere in pratica…

  36. Ma.Ma. Says:

    Correggo: preferisco dire… che otterremmo i Perché del successo d/o del valore di un’opera

  37. acabarra59 Says:

    “ Sabato 22 giugno 2002 – « La funzione del giudizio è, perciò, pedagogica e insieme psicologica e morale: deve portare disciplina e respiro a un tempo nella produzione continua e sovrabbondante, dove il pubblico potrebbe facilmente perdersi, appunto perché spesso non ha la forza e la possibilità di reagire consapevolmente di fronte all’indiscriminato afflusso delle opere. La responsabilità del critico si aggiunge, così, a quella stessa degli autori, che sempre non sembrano averla, per ristabilire un equilibrio morale, eventualmente perduto o scosso. » (Gianni Scalia, Critica come servizio sociale, in «Il Mulino», 1, n. 5, 1952) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 121

  38. Alberto Casadei Says:

    Caro Giulio,

    le tue provocazioni sono come sempre significative. Personalmente mi sono sempre interrogato sui motivi di alcuni successi italiani, notando peraltro che i nostri bestseller sono molto casuali: una volta e’ Ammaniti, un’altra Kundera, un’altra Mazzantini, un’altra Malvaldi, per non citare altri ancora piu’ ovvi. Come direbbe Musil, significativamente non si ricava nulla. O forse no, si ricava una situazione del tutto eterogenea del pubblico dei nostri lettori, che sono in una parte ridottissima capaci di leggere opere anche di grande complessita’, che pero’ non trovano una base sufficiente come negli Stati Uniti, dove DeLillo o Danielewski hanno comunque un numero adeguati di lettori. Per il resto, si puo’ vendere di tutto, dal pessimo al discreto, probabilmente perche’ la nostra scuola non forma un gusto: ci sono lettori eruditi che vorrebbero trovare nuovi gadda ovunque e lettori che si sono stufati di leggere roba che non diverte e nemmeno fa meditare, e quindi si buttano su quello che passa il convento, purche’ leggibile. Io, da tempo, credo che occorra una politica culturale diversa e anche la mia partecipazione a iniziative come quella di “pordenonelegge-Dedalus” e’ sempre stata volta a questo. Purtroppo credo che la critica in questo periodo o si avviti su se stessa, cercando di mettere a posto il mondo che invece vuole il disordine della rete, o non sappia proporre adeguatamente valori condivisibili. Pero’, quando vado nelle scuole e leggo qualche pagina di Fenoglio, o magari consiglio l’intera “Questione privata”, i riscontri ci sono. Forse dovrebbe essere questa la strada: proporre come critici le opere in cui crediamo davvero, difendendole e diffondendole in tutti i modi. Un po’ di Fenoglio in piu’ e un po’ di Mocciafiglio in meno non sarebbe un brutto obiettivo.

  39. davide Says:

    ciao LiveAlive

    scrivi:

    ” Penso piuttosto che non sempre questo motivo è qualcosa di effettivamente legato al testo in se, e per questo dicevo che è importante dividere le classifiche delle vendite dall’ effettivo apprezzamento

    su questo concordiamo:l’indice di gradimento è molto diverso dallo”share”…infatti ci son autori che dopo un solo boom di vendite,vengon quasi dimenticati dagli acquisti del pubblico,al libro dopo-altri autori si fan strada anche al 2° giro,etc etc

    vi son casi noti di quel che dico(anche di fragoroso scivoloni alla 2a opera,di autori anche noti)evidentemente al primo libro avevan proceduto meccanicamente come vendite solo per battage pubblicitario

    però l'”indice di gradimento” non si usa piu da anni in tv..figurati nelle classifiche editoriali..

    quanto alla domanda che mi facevi,si credo “laggente” compri molto anche per .regalo:si banalmente così,ergo in quel caso si va sulle cose mainstream in teoria godibili e leggibili,con buona pace dei critici

  40. LiveALive Says:

    Per regalo, certo, anche a me hanno regalato libri orribili che non ho mai letto per interno. Ma se è per questo mi è capitato anche di comprare dei libri solo perché c’era Hitler in copertina, senza leggere neanche una pagina.
    Quel che intendevo dire però è che i fattori esterni non sono solo le vendite e ciò che le favorisce, ma ci sono anche fattori che riguardano la fruizione e influenzano il modo in cui il testo è percepito.

  41. davide Says:

    cit antonio

    “”Il motivo per cui certi titoli che piacciono alla critica non hanno necessariamente successo di pubblico è tutto sommato banale: un testo d’avanguardia è accessibile a un pubblico pochi specialisti, un testo d’intrattenimento invece risulta fruibile da una platea più vasta (che potenzialmente comprende anche la minoranza degli specialisti).”

    no antonio,guarda che molti critici leggono di tutto eh:dai mass market/best seller da ombrellone alle cose presunto raffinate:peraltro di testi d’avanguardia in giro non ne vedo molti

    vedo invece molti critici che si cimentano a recensire la avallone,giordano,ammaniti ,Eco, addirittura la mazzantini etc etc con risultati alterni a volte anche curiosi,mica sempre con malanimo

    piu semplicemente,spesso cercano quel quid letterario o estetico in piu che il lettore comune(ma anche quello medio )non cercano,fissati come sono”i normali”,sulla trama al max sullo sfondo,sul mondo che il libro racconta,o piu generalmente su cosa racconta (meno su”come lo racconta”,che è poi la fissa di troppi critici)

  42. davide Says:

    semmai ammettiamo che molti critici han letto molto,e non si accontentano di libri scritto col solito :

    “il signor x quella matitna di novembre si alzò e guardò il panorama: fuori faceva freddo etc etc”

    ecco,molti critici vorrebbero linguaggi un pò diversi,meno banali..

    al lettore comune(quello che entra in libreria una volta all anno?)o anche a quello medio(cinque libri l’anno?) il linguaggio come sopra non disturba troppo:ai critici,si

    peccato che i critici si dimentichino che i libri han bisogno anche di ossa,polpa,muscoli,scatto ..non solo di raffinatezze o”bella pelle ambrata ”

    “ai critici piacciono i levrieri ,ai lettori medi i cani da pastore,ai ragazzi di periferia piacciono i molossi e i molossoidi”

    non so se la metafora (spero non irridente ai cinofili)renda..

  43. enrico ernst Says:

    Io direi: il critico deve leggere il libro che prende in carico, in studio, mi verrebbe da dire, e darcene una “nuova” intelligenza; comprenderlo, farcelo comprendere, dunque forse leggerlo e rileggerlo, soffermarsi su un passaggio, su una “scena madre” per giorni, cercare sul dizionario le parole che non capisce, collegarlo ad altre opere, dello stesso autore e di autori “vicini”, comprendere (l’ha detto Antonio) quello che l’autore ha fatto… L’intelligenza del testo coincide con un giudizio estetico e di valore? No, ne deve prescindere nel modo più assoluto e radicale. Almeno in una prima fondamentale fase. Forse bisogna essere recisi in tal senso, e le storture denunciate da Giulio si assottiglierebbero, senza chiamare in causa successo o insuccesso di mercato… il critico, psicologicamente, e deontologicamente, deve prescindere dalla “etichetta” o dalle “etichette” applicate o applicabili al libro che legge (p.e., che l’altro critico l’ha stroncato, che è un best-seller, che ha vinto lo Stresa o lo Strega, che l’autore gli sta ampiamente antipatico, o simpatico, che è cognato dell’autore, che l’autore è un calciatore o un giornalista ecc.)? Sì deve prescindere. Assolutamente e radicalmente Si chiama “epoché”. Sospensione. Dunque il critico deve essere un filosofo husserliano? Sì, il critico deve essere un filosofo husserliano! E certe stroncature, p.e., sono frutto di una perniciosa idiosincrasia. Non ci danno nessuna intelligenza del testo, ma un culturalmente “raffinato” giudizio “da bar”. (Viva Spinazzola e le sue “Tirature”: una boccata di ossigeno!)

  44. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 27 giugno 1996 – « In questa sala ci sono i libri del critico letterario Enrico Falqui. Sono tutti libri di letteratura », dice il collega, che è anche un fine letterato. « Che ficata! », dice la ragazzina. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 122

  45. davide Says:

    cit enrico:

    “”Io direi: il critico deve leggere il libro che prende in carico, in studio, mi verrebbe da dire, e darcene una “nuova” intelligenza; comprenderlo, farcelo comprendere, dunque forse leggerlo e rileggerlo, soffermarsi su un passaggio, su una “scena madre” per giorni, cercare sul dizionario le parole che non capisce, collegarlo ad altre opere, dello stesso autore e di autori “vicini”, comprendere (l’ha detto Antonio) quello che l’autore ha fatto… L’intelligenza del testo coincide con un giudizio estetico e di valore? No, ne deve prescindere nel modo più assoluto e radicale.”

    enrico non son d’accordo,non può essere così:gli spazi e i tempi si son ridotti,molti critici sono o amano esser tranchant:e la cara vecchia stroncatura esiste ovunque,dal giappone agli usa e la si usa anche qui

    anzi,io ne ricordo di memorabili e pure istruttive:

    un giudizio duro di angelo guglielmi su un libro di Lucarelli “l’Isola dell angelo caduto” (così come pure un suo applauso a piene mani su Pericle il Nero di Ferrandino o sul libro d’esordio di simona vinci-così come anche un suo giudizio tiepido ma articolato su “la testa perduta di damasceno montero”di Tabucchi )

    per contro ricordo giudizi duri di Ferroni sempre sul suddetto libro di esordio di simona vinci,e un altrettanto giudizio non tenero ma meno livoroso del noto Cesare Garboli
    e credimi davvero,altro che ”

    “una “nuova” intelligenza; comprenderlo, farcelo comprendere, dunque forse leggerlo e rileggerlo,”

    quelli presero qualche difetto di insieme e ci andaron giu duro(magari qualche ragione avevano-ma in generale preferisco i giudizi piu articolati del Guglielmi sopra)

    altra stroncatura memorabile,ancora educata e istruttiva,quella di marco belpoliti su”acciaio” dell avallone, vedere qua :

    http://www.nazioneindiana.com/2010/06/02/stregature-silvia-avallone/

  46. Giulio Mozzi Says:

    Davide: per una volta che metti il rinvio a un articolo, è un articolo al quale ho già rinviato io stamattina alle sette…

    Il giudizio di Ferroni su Simona Vinci non sono riuscito a trovarlo, ma qui lo si trovia riassunto (e l’articolo, di Cinzia Fiori, è nel complesso interessante).

    Sugli “schieramenti” dei critici (di vecchia generazione), vedi anche a es. questo articolo di Paolo Di Stefano.

    Comunque, a me pare che si stia sempre sfuggendo al “suggerimento”, deviando verso polemicuzze (gli schieramenti ecc.) che mi pare portino a poco o a nulla.

    A me pare che se un’opera ha grande successo, i critici debbano interessarsene. Per lodarla o biasimarla: e questa è metà del lavoro. Poi per capire come mai quell’opera – e non altre – ha avuto grande successo.

    Antonio: grazie per le precisazioni.

    Vorrei ricordare, però, che non è molto sensato polarizzare il campo mettendo da una parte i cosiddetti bestseller, i libri da grandi premi, ecc., e dall’altra i libri “d’avanguardia” o (“di ricerca”, come dicono altri. Polarizzando così si riesce a non vedere il 98% della produzione – ciò che sta in mezzo ai poli.

    E mi sembra che votarsi a questa cecità sia poco pratico.

  47. davide Says:

    grazie giulio

    e cmq si :

    “A me pare che se un’opera ha grande successo, i critici debbano interessarsene. Per lodarla o biasimarlao.”

    ben detto (ah,cmq ci son anche giudizi tiepedi,eh,ogni tanto)

  48. Antonio Says:

    x LiveALive
    No, non credo che sia possibile una critica oggettiva e penso che il giudizio di gusto sia sempre soggettivo.
    Quando dico che il critico non deve farsi influenzare da fattori esterni non penso a fattori che servono a contestualizzare l’opera, penso a fattori che non hanno nulla a che fare con la qualità dell’opera come il successo commerciale.
    Per me il successo di pubblico è un fattore esterno che nulla ha a che fare con la qualità effettiva dell’opera.
    È vero che ogni libro ha un suo lettore ideale, identificato dall’autore e tradotto in un potenziale pubblico di riferimento da parte dell’editore. Nella sua analisi il critico deve identificare il lettore ideale per contestualizzare l’opera in un genere letterario e comprendere le intenzioni dell’autore. Ma attenzione, il fatto che esista un pubblico di riferimento non significa necessariamente che il libro trovi un riscontro commerciale di pubblico!
    Ci sono motivazioni totalmente esterne per le quali un libro può non raggiungere mai il suo lettore ideale (come la pubblicazione da parte di un editore troppo piccolo, una cattiva campagna promozionale, tempistiche di immissione sul mercato sbagliate…) che non dipendono assolutamente dalla qualità del libro.
    Per questo credo che in un senso o nell’altro osservare la reazione del pubblico non sia un buon parametro per un’analisi critica.

    x Davide
    Che i critici leggano tutto era implicito nel pezzo che hai virgolettato quando dico che potenzialmente lo specialista può leggere tutto mentre il lettore non specialista ha strumenti più limitati.
    In sostanza volevo dire che banalmente ai critici piacciono cose diverse rispetto al pubblico di massa perché hanno un gusto più sofisticato, che poi mi sembra sia quello che dici anche tu.

  49. davide Says:

    io dico una cosa -forse- un filo diversa:

    non credo che i critici abbiano gusti piu sofisticati..devono farselo farselo venire sofisticato perchè come dice qualcuno :

    “..in italia la mancanza di qualche vezzo radical chic e di socio-considerazioni pseudo engagè è mal tollerata a certi livelli…”

    insomma sta mania di “complessizzare” e stratificare tutto è poi il limite della critica:

    ok strutturare un pò ma davvero a certi livelli è una specie di agonismo,non dico accademico,ma para sperimentale,dove davvero non c’è tattica ne strategia:in pratica,la critica è diventata in sè un genere letterario😀..ecco perchè non “vedono” l’opera…

    qualche esempio?

    beh quando brizzi pubblicò” jack frusciante è uscito dal gruppo” aveva 18 anni la prima volta e 19 nell edizione per baldini & castoldi: come fu recensito quel libro?con crismi e gravità qua e la,come se fosse un libro di alta letteratura contemporanea..:(

    ..con tanto di dibattito sullo spleen giovanile o sulla caduta del mondo occidentale..un tantino troppo,per quello che era solo un buon libro per young adults…:)

    (lo recensirono credo Guglielmi,sicuramente Cotroneo,addirittura se ricordo bene,Renato Barilli…:) e con che serietà!🙂

    insomma….la cosa a me,diciannovenne fece ridere parecchio😀

    con tutto il rispetto per il caro Brizzi eh…che fece un secondo libro valido,poi è tornato a libri davvero un po giovanilisti…

    credimi antonio ci sono delle leggi non scritte,magari poco configurabili ai non inziati:

    ad esmepio e uno va a una mostra di plastimodellismo aereo,e si presenta con un modellino in scala i f-16,nell 82 tutti rimanevano a bocca aperta,nel 92 lo guardavano,nel 2002 gia sbadigliavano e nel 2012 manco lo filano,troppo inflazionato come aereo in se anche se magari ha nuove livree negli ultimi paesi in cui è stato acquistato

    insomma,anche in quel campo ci voglion le novità,e magari piu complesse,sennò gli espertoni non han”advanced studies” su cui riflettere e dibattere :(…mentre magari stanno a disquisire,gli espertoni su quel era il vero colore ,dipinto in scla,da fare su un modello,,di un b-24 a elica trovato rottame dopo 60 anni nel pieno del deserto libico..:(

    ..eppure l’f-16 è l’areo da combattimento più diffuso nel mondo occidentale..

    (fai il parallelo f-16/aereo moderno/ quindi inflazionato/quindi per il popolo che non è raffinato vS b-24 aereo a elica d’annata/d’essai/un classico/roba per critici..il parallelo è molto facile…)

  50. acabarra59 Says:

    “ Sabato 20 marzo 2004 – « Finimmo per stroncare libri che non avevamo letto come la Lolita di Nabokov o La vita agra di Bianciardi: errori colossali. » (Piergiorgio Bellocchio, Quelle cose che non rifarei, intervista a Piergiorgio Bellocchio, in «La Repubblica», ieri) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 123

  51. davide Says:

    interessante(ma Bellocchio non l’avrei sopportato manco se avessi avuto 20 anni nel 1968🙂 )

  52. Giulio Mozzi Says:

    Antonio, scrivi.

    Per me il successo di pubblico è un fattore esterno che nulla ha a che fare con la qualità effettiva dell’opera.

    Se questa è la tesi, quali sono gli argomenti a favore?

  53. Ma.Ma. Says:

    …attenzione: qualche lettore “tra il pubblico” è stanco di farsi dare dell’asino, quando asino non è, solo perché gli capita di apprezzare ciò che piace anche alla “massa”. Come io – da buona ticinese – inizio a essere stanca di farmi chiamare xenofoba, quando non sono neppure razzista e di fatto pochissimi lo sono qui da noi… (so che sembra non c’entrare nulla, ma io la vivo così!).
    Da bravi: basta ergersi sul seggiolino (che la Cattedra ormai spetta davvero a pochi) per cercare di educare chi tanto – per vostra stessa ammissione – è troppo “stupido” (o diseducato?) per capire le vostre ragioni. Ma che senso ha… un libro che non viene letto (Giulio, so che un senso può averlo comunque, ci mancherebbe, ma leggi tra le righe: parlo della professione dello scrittore… qualcuno dovrà pur dargli da mangiare!).

  54. davide Says:

    beh “qualcuno dovrà pur dargli da mangiare!” è un problema social /sociologico “altro”, cioè credo sia ot davvero, nessuno è tenuto a dar da mangiare a scrittori o aspiranti tali, neanche pubblicando loro libri magari un filo piu omologati🙂🙂🙂

    poi certo si in giro ci son libri invendibili…non impubblicabili, dico proprio invendibili..

    (“ma.ma! mi ridici il tuo nome-foss’anche in pvt- che non ricordo?credo di averti anche su fb🙂

  55. davide Says:

    sempre cit ma.ma

    “” Ma che senso ha… un libro che non viene letto”

    o meglio: “che senso ha un libro talmente poco appetibile, senza storia non dico forte ma un minimo strutturata,magari fatto solo per un pubblico di cattedratici solo di dipartimenti di lettere moderne,che si sa gia che non venderà che 100 copie?”

    (..magari è un esmepio un po diverso,ma se uscisse oggi Wobinda di aldo nove,uscito a metà anni 90,forse 1996..quante copie venderebbe oggi??)

    cmq credo sia un problema del passato,oggi libri un pò sperimentali qua e la si son davvero estinti(causa crisi economica,meno voglia di rischiare,che non a fine anni ’90,etc etc..)

  56. Giulio Mozzi Says:

    Alberto (Casadei), scrivi:

    i nostri bestseller sono molto casuali: una volta e’ Ammaniti, un’altra Kundera, un’altra Mazzantini, un’altra Malvaldi, per non citare altri ancora piu’ ovvi. Come direbbe Musil, significativamente non si ricava nulla.

    Ma siamo sicuri? A me invece pare che la diversità dei casi sia interessante. Non parlerei di “casualità”, ma di “cause diverse”.

    Kundera è giunto al successo (in Italia) nel momento in cui è stato proposto (ironicamente, ma ha funzionato lo stesso) come “perfetto prodotto midcult”. Io mi domanderei, ad esempio, se effettivamente i libri di Kundera siano “perfetti prodotti midcult” – a prescindere dalla loro qualità. Se sì, allora Kundera ha successo per una buona ragione. Se no, allora siamo di fronte a una misitificazione – della quale possiamo incolpare non solo Renzo Arbore e Roberto d’Agostino ma anche, sospetto, l’editore Adelphi.

    Ammaniti ha avuto delle spinte iniziali importanti: un editore (Einaudi) che ci ha creduto molto fin dal principio (o da prima del principio, per essere precisi), un altro editore (Mondadori) che l’ha sostenuto forse senza capirne le potenzialità, un establishment culturale che l’ha adottato (da Angelo Guglielmi a Gabriele Salvatores e Bernardo Bertolucci. Niccolò è stato capace di diventare popolare fin dai primi passi. Mi ricordo che lessi “Branchie” nella sua prima edizione presso Ediesse, nel1994, su consiglio di un collega; e lo trovai illeggibile. Quando Einaudi Stile libero lo riprese – con un po’ di lavoro di editing, ma non poi questo gran che -, l’interesse fu immediato. Evidentemente mi sbagliavo io. Il mio giudizio sulla qualità è quello che è, ma sulla leggibilità mi sbagliavo di grosso.

    Temo che sia poco produttivo ragionare come se esistesse una sorta di tratto distintivo unico (o di formula magica) che fa di un’opera letteraria un’opera letteraria popolare o popolarissima. Certo, i libri che citi sembrano non avere nulla in comune. Serviranno dunque spiegazioni diverse per ciascuno di essi.

    Per il resto, si puo’ vendere di tutto, dal pessimo al discreto, probabilmente perche’ la nostra scuola non forma un gusto:

    Ecco, abbiamo trovato il colpevole: la scuola.

    Io, da tempo, credo che occorra una politica culturale diversa

    Da parte di chi?

    Pero’, quando vado nelle scuole e leggo qualche pagina di Fenoglio, o magari consiglio l’intera “Questione privata”, i riscontri ci sono. Forse dovrebbe essere questa la strada: proporre come critici le opere in cui crediamo davvero, difendendole e diffondendole in tutti i modi.

    Che è ciò che intendo dire al punto 5.

  57. davide Says:

    cmq :

    “””…attenzione: qualche lettore “tra il pubblico” è stanco di farsi dare dell’asino, quando asino non è, solo perché gli capita di apprezzare ciò che piace anche alla “massa”.”

    risposta : si,hai ragione

  58. Giulio Mozzi Says:

    Davide, ti faccio una proposta. Prima di scrivere una qualsiasi cosa, domàndati se per caso non l’hai già detta.

    (Potresti risparmiarti in questo modo, secondo me, il 70% degli interventi).

  59. davide Says:

    cit Casadei

    “Io, da tempo, credo che occorra una politica culturale diversa”

    nel mio piccolo,lo dico anchio,da tre anni,qua sopra,ricevendo solo risposte in pvt,(positive e di donne, curiosamente )qualche rimbrotto di giulio mozzi,e qualche gargarismo,credo come rimbrotto (cmq pochi) da qualche frequentatore maschile del blog

    Se a umberto casadei cinque punti su cui si potrebbe operare

    (al che magari giulio mozzi potrebbe dire che io non sono direttore editoriale:e io potrei facilmente rispondere che se uno scrive qualcosa qua sopra di poco omologato,e da anni,qualcosa ne capisce e sopratutto che se a noi ggggiovani non ci danno mai un lavoro”x”,come facciamo a farci l’esperienza nel campo “x”🙂 ?e se ci leggesse poniamo ,Gramellini,o Severgnini,potrebbero dar facilmente ragione a me…)

    cmq chi mi legge da tempo conosce il mio refrain principale:in molti settori dell editoria italiana,almeno di quella che si occupa di narrativa,c’è alla base un milieu di persone che ha alla base una formazione e ideali di gusto catto.-sinistrese simil progressista- rousseauvista che ormai però mostra un po tutta la sua età, anche nell andare a scovare libri che no dico stravendano,ma che qualcosa vendano piu spesso di come va da tempo.

  60. davide Says:

    ok,giulio, ricevuto.

    cmq per umberto casadei sopra,volevo scrivere :

    “Se a umberto casadei interessa vorrei scrivere cinque punti su cui si potrebbe operare..”

  61. Giulio Mozzi Says:

    Alberto Casadei, Davide. Alberto. Non Umberto.

  62. Giulio Mozzi Says:

    E sì, Davide: conosco fin troppo bene il tuo refrain. Peccato che sia un refrain sbagliato. La generazione di cui parli si è esaurita vent’anni fa.

    Non è che un’affermazione, a ripeterla di continuo, diventa più vera. Diventa solo più noiosa.

  63. davide Says:

    opss i’m sorry…vero lapsus..

  64. davide Says:

    dicevo,i’m sorry per il home che ho confuso

    cmq no,quel refrain è a attuale ancora oggi,perchè io parlo di humus di quel tipo,non di cultura di quel tipo, che effettivamente si è estinta 20-25 anni fa quella cultura

    l’humus è rimasto,eccome…ed è una cosa che conta poco,economicamente e politicamente,anzi per nulla,ma dal punto di vista culturale ha gusti e inclinazioni che ci sono,legittime,ma che penso al momento siano totalmente inefficaci nel campo culturale di cui dico sopra

    come vedi liquidare con “no,ti sbagli “è un po troppo semplicistico,e denota un po troppa nevrilità

  65. acabarra59 Says:

    “ Sabato 25 gennaio 1997 – « “ Franco “ “ Franco? hmmm… “ “ Umberto “ “ Umberto? hmmm… bisogna pensarci bene… oggi dare un nome a un bambino può essere pericoloso “ » (Totò cerca casa, Monicelli / Steno, 1949) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 124

  66. Alberto Casadei Says:

    Credo che si stia ragionando da angolature diverse. Io so benissimo che esistono motivi diversi per i vari successi, o anche per gli insuccessi. In questi ultimi anni, uno dei più grandi battage mai visti ha riguardato ‘una storia romantica’ di scurati, che però un grande successo non lo è diventato. Perché? Io posso dare alcune mie risposte (e a suo tempo le ho scritte sull’indice), ma poi contano altri fattori: p.e., i cultori del romanzo storico, spesso lettori ben attrezzati, non approvavano le eccessive libertà e gli errori. A me sembravano aspetti ben secondari, dopo l’uso postmoderno del romanzo storico, ma per molti lettori no.

    Quello che cercavo di dire era che ci sono tanti casi, ma in Italia comunque non c’è un pubblico adeguato per ogni tipo di opera. Questo mi sembra oggettivo. Poi, io non incolpo la scuola, certo, ma dico che gli insegnanti spesso sono costretti a seguire prOgrammi obsoleti e quasi mai possono affrontare liberamente testi non previsti per gli esami. Sembra una questione secondaria, ma Gramsci ci insegnerebbe che invece il pubblico medio nasce in quel contesto. Agire li sarebbe fondamentale.

    Miei punti? Il primo è: sfruttiamo tutte le occasioni per dialogare con le scuole sui libri che contano davvero adesso. Li posso far vedere, tanto per dire, che Cunningham è meglio di Moccia. E non è proprio ovvio che lo capiscano tutti. Detto in altri termini: Moccia corrisponde a un deficit culturale, e lo dico senz nessuna presunzione. Il mio compito è far cambiare idea a molti che lo leggono. O almeno proporre delle alternative, non per vincere ma nemmeno per finire cento a zero.

  67. mauro b. Says:

    Sono molto favorevole a questi punti. L’unico punto sul quale vorrei porre un dubbio è il terzo e in generale l’idea di cercare una spiegazione. Credo cioè che sebbene sia interessante cercare di capire il perché di certi successi e di certi insuccessi, c’è però da dire che le scelte dei lettori, di qualunque lettore, non sono del tutto consapevoli. Come tu stesso affermi sai argomentare la qualità di un testo, ma di fronte alla bellezza esprimi solo la tua ammirazione. Un lettore cercherà un testo che gli dia piacere, oppure un testo di cui ha sentito parlare, magari nella sua cerchia di conoscenze (quindi non vorrà sentirsi escluso da una conversazione), oppure da qualcuno di cui si fida. Per cui è disposto a rischiare o a sforzarsi. Quindi il suo bene non è tanto quello di lettore che vuole godersi un testo (certo non lo esclude, ma non è la priorità), ma quello di persona che vuole stare al passo con gli altri. Per quanto riguarda la scelta di un testo solo per il proprio gusto, una prima scelta di un autore o autrice che non si conoscono, magari passeggiando in libreria, quanto può essere definita consapevole? Per i fattori in gioco parlerei anche di contingenza, oltre che di casualità e causalità. C’è poi una tendenza a far coincidere con una spiegazione la propria convinzione. Nel libro di Kahneman Pensieri lenti e veloci c’è una parte dedicate alle spiegazioni che ci diamo degli eventi, ad esempio del perché certi manager erano ritenuti bravi oppure no. Nei suoi studi si era visto come la casualità aveva giocato molto di più della reale bravura dei manager, eppure ognuno di loro era convinto che il successo era arrivato per il loro merito. Nel caso dei libri è un po’ difficile cercare di ricostruire tutti i fattori in gioco. Poi è curioso di come hai parlato proprio di bricoleur, termine che ho sentito usare a Telmo Pievani per spiegare l’evoluzione. C’è poi anche da chiedersi che tipo di successo abbiano i vari libri. Kundera mi pare di aver capito sia stata una specie di bolla speculativa. Fabio Volo ha aumentato ogni volta i suoi lettori, segno che i suoi libri poi piacciono. Però quanto piacciono? Quanta differenza e rilevanza hanno nella vita dei suoi lettori? I tuoi libri Giulio, credo che per ogni tuo lettore affezionato siano presenti anche tempo dopo la lettura. C’è anche questo. Non è tanto una questione di gusto letterario, è più che altro un atteggiamento diverso nei confronti della lettura, che per qualcuno assume un’importanza diversa. Il tuo comportamento raccontato in quell’aneddoto è ammirevole, in ogni senso.

  68. acabarra59 Says:

    “ Sabato 21 dicembre 1996 – « Come il bricoleur, lo scrittore (poeta, romanziere, o memorialista) vede il senso delle unità inerti solo rapportandole: l’opera assume così quel carattere lucido e serio a un tempo che caratterizza ogni grande quesito: è un puzzle magistrale, il puzzle del meglio possibile. » (Roland Barthes, Letteratura e discontinuità, in «Critique», 1962, poi in Saggi critici, 1963) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 125

  69. Antonio Says:

    x Giulio Mozzi
    Il punto sarebbe che la qualità certamente influenza le vendite, ma le vendite non sono necessariamente correlate alla qualità.
    È chiaro che la qualità influenza le vendite perché il lettore – come consumatore – di fronte alla qualità di una collana editoriale o alle doti letterarie di un determinato scrittore può essere fidelizzato, mentre di fronte ad un prodotto di scarsa qualità sarà riluttante a comprare nuovamente un libro della stessa collana o dello stesso autore.
    Detto questo, la qualità non è l’unico fattore che influenza le vendite di un libro (come di qualsiasi altro prodotto).
    Un libro può vendere tanto perché molto pubblicizzato, perché messo nelle vetrine o comunque in posizioni di rilievo nelle librerie, perché l’autore va in televisione e viene intervistato dai grandi quotidiani nazionali, perché la fascia di prezzo è adeguata al target che si sta inseguendo, perché viene pubblicato nel momento più opportuno. Insomma perché l’editore – che è un imprenditore e non un mecenate – ha saputo come venderlo.
    Tuttavia la letteratura in sé esiste indipendentemente da questi fattori commerciali. Esisteva prima della rivoluzione gutemberghiana e dell’editoria di massa, e avrebbe continuato ad esistere anche senza. Questo perché la letteratura come arte risponde a dei bisogni fondamentali dell’uomo: in particolare il bisogno di esprimersi e la ricerca della bellezza.
    Io credo che un critico dovrebbe giudicare l’opera in base a quanto è soddisfacente nei confronti dei bisogni estetici del lettore. A mio modo di vedere questi bisogni estetici prescindono dalle motivazioni che spingono un acquirente a comprare o a non comprare un libro.
    In sostanza penso che un’opera vada giudicata per il suo valore estetico e che il valore commerciale debba essere totalmente ignorato.
    E comunque questa non è una tesi, è solo una personalissima opinione. Romantica, idealista, estremista e poco pragmatica, forse anche un po’ ingenua tra le altre cose…

  70. GattoMur Says:

    Per quanto riguarda il caso Kundera: ricordo che, prima del travolgente successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, le traduzioni di alcuni libri precedenti erano state pubblicate, se ricordo bene, da Rizzoli o Bompiani (mi si scusi la scarsa memoria). E nessuno (o pochi) se le erano filate. Poi è arrivata quella bellissima edizione Fabula, con quel bellissimo quadro in copertina, e il già citato programma di Arbore (mi sembra fosse il filosofo Catalano a citare il titolo) e, non si dimentichi, la canzone di Venditti. E da lì in poi, Adelphi ha potuto pubblicare qualsiasi cosa scritta da Kundera, e il successo è stato sicuro. E lo stesso destino, mi sembra, si può intravvedere in autori che, mi sembra, sarebbe difficile definire “di massa”; ma che, con il giusto editore, sfondano (penso, ad esempio, a Bolano: quanto ha venduto nelle edizioni Sellerio? e ora che è Adelphi?).
    Insomma, rispetto alle (pur condivisibili) parole di Giulio Mozzi, mi verrebbe da dare un po’ di ragione a Alberto Casadei. Talvolta il successo di un’opera, oltre che delle qualità dell’opera (perché è vero: se un libro è letto molto, un motivo ci sarà, penso; e non sarebbe male capirlo), è frutto anche di fattori non del tutto razionalizzabili o controllabili (qualcosa che potremmo chiamare “paratesto”, e che va dalla copertina, all’editore e alle sue strategie pubblicitarie, al passaparola, eccetera). E che quindi il critico non può assumersi il compito di spiegare fino in fondo.

  71. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 18 marzo 1998 – Da qualche giorno porto in bocca dei denti finti. È un « provvisorio », come si dice, cioè una mezza dentatura messa lì in attesa di quella definitiva, altrettanto finta, è ovvio, ma finta come si deve. Ma il punto è un altro: seguendo le indicazioni del dentista, stamani me la sono tolta – è facilmente asportabile -, l’ho lavata sotto l’acqua corrente e me la sono rimessa. E mi è sembrato divertente. Molto divertente. Divertente come giocare con il meccano. Divertente come riparare un elettrodomestico rotto. Divertente come preparare un sugo per gli spaghetti. Divertente come vestirsi. Così divertente che ho pensato quanto potrebbe esserlo avvitarsi ogni mattina una gamba di legno, oppure incastrarsi un occhio di vetro. Nel laconico moncherino, nell’orbita inoppugnabilmente vuota. Ogni mattina non limitarsi a evacuare, lavarsi, sbarbarsi, dopobarbarsi, pettinarsi, abbottonarsi, annodarsi, allacciarsi: ma invece mettere insieme noi stessi, il nostro stesso fisico esserci, il nostro anatomico consistere, il rinomato corpo, combinarsi, assemblarsi, con precisione e anche – va detto – una parziale libertà di scelta. Forse, ho pensato, sto diventando un meccanico, oppure, per non buttarsi troppo giù, un ingegnere. (Per il diario, ho pensato, è lo stesso: ogni giorno è una specie di puzzle, combinando i pezzi: leva, metti, avvita, incastra, prova, sposta. Sto diventando – si licet comparare- un « ingegnere de letteratura »?) “. [*]
    [*] La] La s-formazione dello scrittore / 125

  72. enrico ernst Says:

    … mi ha citofonato un critico letterario, voleva sapere se ho comprato, come gli pare – deve avermi seguito – l’ultimo libro di Andrea Camilleri… gli ho detto no guardi che si sbaglia, ha voluto entrare lo stesso, era molto bagnato, diavolo: dico: senza ombrello, gli ho offerto un tè caldo, ma appena mi sono girato per prendere il filtro, e riempire il pentolino, s’era già infilato dove tengo la libreria a muro (una billy)…

    l’ho seguito, stava prendendo appunti, io gli ho chiesto – bene, ero in imbarazzo – se era interessante (ero anche gratificato si può ben capire: la sua fisionomia non mi era sconosciuta)… gli ho assicurato che non avrebbe comunque trovato quello che cercava… mi ha detto: lei ha dei libri di Camilleri comunque… mi crederà se le dico, gli ho detto, che non li ho mai letti, ma tutti li leggono (o li leggevano) e mi è venuta quella curiosità, sa, forse anche lei… Forse ha lasciato cadere, e…
    Gli ho detto anche: lei non sa quanti Camilleri sui banchetti dei libri usati, che frequento, quasi impossibile non acquistarne uno, guardi, primo o poi… Lui si è tolto gli occhiali, ha tirato fuori un volume e lo ha estratto con due, tre dita. E questo che cosa è? mi ha chiesto…

  73. enrico ernst Says:

    A parte tutto, Giulio: come fa secondo te un critico a capire quali sono i fattori di successo di un libro? addirittura i motivi di acquisto della tal opera di una gran massa di lettori? chiedo proprio dal punto di vista metodologico, senza fare – non so – una indagine sociologica ecc.

    A meno che il critico si debba porre in una condizione del tipo: ah ah, questo lo hanno letto in tanti, che cosa ci trovo “io” di… importante… di degno di interesse… come se “io” però fossi “altri” (Arthur Rimbaud), cioè quegli “altri”, perché a me, che sono io, questo libro pare terribile, e assolutamente dégoutant (il critico a volte pensa in francese), che in confronto Moccia (ahia, un altro che ha stravenduto, oh santo cielo)…

    E comunque: finché nelle scuole ci sarà (verrà letto, commentato, indicato, posto sugli altari, “medaglionato”) Fenoglio, e non Moccia, o King… ci sarà l’Eneide ma non i Piccoli Brividi o Harry Potter… tutto un mondo di gusti e di valori (quelli degli allievi) sarà così dannatamente alieno, in fondo disprezzato (certo vanno educati, diavolo!!!)… e sarà un peccato, un peccato, una occasione perduta, o più di una anche…

  74. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 4 giugno 1997 – Stamani, non so perché, voglio parlare del paratesto. Il paratesto è un paraculo. Lui pensa: siccome la gente, magari compra, ma poi, comunque, non legge, allora bisogna farsi carini, piccini, grandini, grandiosi, arrapanti, brillanti, sfiziosi, seriosi, spassosi, spettacolosi, misteriosi, farsi comprare, insomma. Ma la gente, che è ancora più furba, pensa: se tanto non devo leggere, allora meglio il cinema. E va al cinema. (Dove si vede che il paratesto non è poi così furbo) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 126

  75. Giulio Mozzi Says:

    Mauro b., scrivi:

    Credo cioè che sebbene sia interessante cercare di capire il perché di certi successi e di certi insuccessi, c’è però da dire che le scelte dei lettori, di qualunque lettore, non sono del tutto consapevoli.

    La stessa cosa si può dire di qualunque evento sociale. La sociologia esiste appunto perciò.

    Antonio, scrivi:

    Il punto sarebbe che la qualità certamente influenza le vendite, ma le vendite non sono necessariamente correlate alla qualità.

    No, il punto non è questo. Vi sono delle opere che diventano popolari o popolarissime: è possibile ragionarci su per capire come mai queste opere (e non altre) sono diventate popolari o popolarissime? E’ possibile cercar di capire quali sono, di queste opere, le caratteristiche che hanno permesso loro di diventare popolari o popolarissime? Tra queste caratteristiche potrà esservi o non esservi la bellezza. (Dico: bellezza, e cercherei di evitare la parola “qualità” – alla quale sono un po’ allergico).

    E scrivi anche, Antonio:

    In sostanza penso che un’opera vada giudicata per il suo valore estetico e che il valore commerciale debba essere totalmente ignorato.

    Certamente un’opera letteraria va giudicata per la sua bellezza. Ciò non impedisce di studiarla anche per altri motivi.

    Enrico, scrivi:

    A parte tutto, Giulio: come fa secondo te un critico a capire quali sono i fattori di successo di un libro? addirittura i motivi di acquisto della tal opera di una gran massa di lettori? chiedo proprio dal punto di vista metodologico, senza fare – non so – una indagine sociologica ecc.

    Bisogna appunto fare del lavoro sociologico; e intrecciarlo col lavoro di analisi del testo. La sociologia della letteratura è una disciplina che esiste: ci sono perfino delle cattedre, mi dicono.

    GattoMur: era Rizzoli, e quello che andava sempre in giro col sacchetto di plastica trasparente e dentro il romanzo di Kundera era, a memoria mia, Roberto d’Agostino.

    Alberto Casadei, scrivi:

    … in Italia comunque non c’è un pubblico adeguato per ogni tipo di opera.

    Questo sposta solo di un poco la questione. Se sostengo che una certa opera non trova lettori perché “non c’è un pubblico adeguato”, potrò (dovrò!) domandarmi perché non c’è un pubblico adeguato. O no?

  76. Giulio Mozzi Says:

    Confesso: tutta questa discussione mi fa pensare che per molti sia davvero difficile uscire da schemi di tipo oppositivo: bellezza contro popolarità, ecc.

    Come se, per dire, non esistesse Il conte di Montecristo.

    Peraltro, sulla popolarità, ci sono delle cose che sfuggono all’attenzione, se non altro perché non c’è soltanto l’immensa popolarità delle opere che vendono un milione di copie in sei mesi, ma c’è anche la popolarità meno visibile delle opere che vendono continuativamente per anni e decenni. Qualcuno si è mai domandato perché le Poesie d’amore di Nazim Hikmet o l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters vengano continuamente ristampate?

  77. Ma.Ma. Says:

    Pienamente d’accordo con Giulio. Per molti è difficile, per altrettanti critici sembra quasi impossibile. In fondo è proprio questo – forse – il problema.

  78. acabarra59 Says:

    “ Martedì 14 gennaio 2003 – Dopo la fine, la letteratura, cioè la parola scritta, si vendica, anche. Per esempio tornando, con fattezze irriconoscibili e, talvolta, paurose – oppure grottesche. Per esempio nel giornalismo, che, anche se non lo sa, è pura letteratura. Nelle notizie, che sono racconti brevi come barzellette, ma non fanno quasi mai ridere. Nei titoli, che sono poemi in un attimo, poemi di chi non ha tempo da perdere. Nelle firme, che non sono mai « grandi », ma piccole, e, soprattutto, tante. Così s’imparano tutti quelli che la letteratura l’hanno voluta vedere morta. Quelli che, quarant’anni fa, dicevano che la letteratura è « un fenomeno sociologico ». E io avrei voluto dirgli: sono le vostre brutte facce un fenomeno sociologico. Ma mi sbagliavo, perché invece era la sociologia. La sociologia come « fenomeno sociologico », un fenomeno piuttosto impressionante, va detto. Comunque ora s’imparano. Non avete voluto leggere i libri? E ora leggete il giornale. E non solo, anche i libri che vende il giornale. E non sarebbe niente, se non ci fosse anche Baricco. Così s’imparano. (Per non parlare dei professori, della « scienza della letteratura », dei libri sulla letteratura – che pesano, ah, se pesano, accidenti anche a loro) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 127

  79. mauro b. Says:

    “La storia può sembrare banale,una persona che soffre per amore,che novità!Qualsiasi storia potrebbe esserlo ma oltre ai singoli eventi,esiste anche il modo in cui vengo raccontati e come si arriva ad essi.Questa rottura porta il protagonista a riconsiderare se stesso e la sua vita,a domandarsi chi è realmente Lorenzo.Forse non sarà un capolavoro letterario pieno di paroloni,ma spiega i sentimenti dell’animo in modo che ti arrivino dritti al cuore ed è questa la cosa bella di un libro che ti rimane dentro,che riesci a farlo tuo.”

    Questo è un commento che mi è piaciuto molto di un romanzo popolare su anobii

  80. Giulio Mozzi Says:

    Mauro, e perché non ci dici di che romanzo si tratta?

  81. mauro b. Says:

    Qualcuno si butti sul nome dell’autore, poi più tardi lo dico.

  82. Giulio Mozzi Says:

    Il libro è Quello che vorrei, di Fabio Volo. Google te lo dice in due millisecondi. Ma tu, Mauro – questa era la domanda – perché non l’hai detto?

  83. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 7 aprile 2006 – Mi è restato in mente che il giovane Fabio Volo ha scritto un libro che si intitola Un posto nel mondo. Mi è restato in mente che nella stessa pagina c’è la pubblicità di Volo rosso, che non è uno scrittore, ma un vino. “ [*] [**]
    [*] A proposito di “ paratesto “.
    [**] La s-formazione dello scrittore / 128

  84. mauro b. Says:

    Per fare un gioco (il tempo che vorrei). Il perché volessi giocare non lo so, credo per mettere in luce che la capacità di arrivare dritti al cuore appartenga anche a libri non popolari, ma che la loro specificità letteraria li renda meno accessibili a molti. Questa forse può essere una condizione di base per rendere un libro potenzialmente popolare.

  85. mauro b. Says:

    Però appunto nel tempo anche un libro che sul momento può arrivare a pochi, accrescerà i suoi lettori.

  86. LiveALive Says:

    Di sicuro Fabio Volo è uno di quegli autori verso cui si hanno pregiudizi più forti. A ragione? Non lo so: non l’ho mai letto (come non ho mai letto Fenoglio, se è per questo). Tempo fa però mi aveva colpito questo articolo:

    http://lettura.corriere.it/books/fabio-volo-il-tabu-dei-letterati-snob/

    Mi aveva colpito perché, in qualche modo, mi ha ricordato un articolo ben più celebre che mi sembra in tema:

    http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2001/07/a-readers-manifesto/302270/

    La questione è quella: si criticano le frasi arzigogolate o più “marcate” e si elogiano quelle piane e semplici. Ecco, non so da dove esca questa idea che la “letteratura” sia piena di forme complesse se non addirittura arcaicizzanti; è un idea che si trova anche in quella recensione quando si dice:

    “Forse non sarà un capolavoro letterario pieno di paroloni…”

    Il capolavoro letterario deve essere pieno di paroloni? Da quando?
    È interessante anche riflettere su come ciò si colleghi alla idea di “artisticità”. La scrittrice Anna Margaret Ross è stata criticata non poco per la sua “purple prose”, e a tal proposito scrive Huxley:

    “In Mrs. Ros we see, as we see in the Elizabethan novelists, the result of the discovery of art by an unsophisticated mind and of its first conscious attempt to produce the artistic. It is remarkable how late in the history of every literature simplicity is invented”

    Dunque la semplicità è una conquista e da essa non si può più tornare alla “complessità”? Perché potrebbe anche essere che, “dall’esterno”, l’artistico sia visto come complessità e non semplicità, ma mi chiederei: semplicità di cosa, e in che modo? Perché io potrei dire che Faulkner è tutto fuorché “semplice”, ma sarebbe comunque una mia percezione. Molto spesso poi ciò che è ritenuto “complesso” in un’epoca potrebbe non esserlo in un’altra: quanti libri, nel 900, erano considerati “illeggibili”, mentre oggi li leggiamo senza problemi!

    E poi c’è la questione del “sentirsi colti”: capita, ogni tanto, di trovare quello con l’Ulysses in mano solo per sembrare “colto”, quando in verità non riesce ad apprezzarlo. C’è qualcosa di male? Leggere Hemingway è meno onorevole rispetto al leggere Proust? Non direi, la critica ha sempre riconosciuto valore sia in opere ritenute semplici sia in opere ritenute complesse, se ci vedeva dei meriti.
    Eppure credo sopravviva ancora questa idea che l’alta letteratura non possa essere comprensibile troppo semplicemente. Idea che c’è in molta gente che conosco ma che, forse, c’è anche in una parte della critica, visto quel “reader’s manifesto”.
    Mi chiedo, allora, se non ci sia una eccessiva distanza di richieste e aspettative tra la critica e il lettore “comune”. Come si scriveva sopra in un altro commento:

    “semmai ammettiamo che molti critici han letto molto,e non si accontentano di libri scritto col solito :
    “il signor x quella matitna di novembre si alzò e guardò il panorama: fuori faceva freddo etc etc”
    ecco,molti critici vorrebbero linguaggi un pò diversi,meno banali..”

  87. enrico ernst Says:

    Grazie della risposta Giulio. Secondo me questo aspetto della “formazione del critico” (ah, ah! un’idea no?) e dei suoi strumenti di analisi (cosa fa di un critico un critico?) mi pare fondamentale in coda al tuo post. Si inquadra quindi un critico che non è solo un fine e colto lettore. Ma qualcuno o che è un sociologo o che lavoro gomito a gomito con un sociologo. Non mi pare poco.

  88. enrico ernst Says:

    il megafono… il successo… dei poeti, e dei grandi poeti anche… il critico e la televisione, e il web… chi ha letto Wislawa?
    http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/02/09/news/poesia_tv-29587666/

  89. acabarra59 Says:

    “ Martedì 11 novembre 1997 – La « reussite », dicono i francesi (che non sono tanto simpatici neanche loro). Ecco: io ho fatto una pessima « riuscita » (forse è per questo che mi sono antipatici tutti). Fra tre giorni avrò cinquantatre anni (mi sembra impossibile, ma è così) e non c’è più ragione di sperare che cambi qualcosa. Se ho fatto una pessima riuscita, se non ho avuto « successo », non è colpa di nessuno. Non sono stato « ingannato », non ho subito nessuna ingiustizia, non sono stato derubato. Ho fatto quasi tutto io, da solo, come se fossi solo, e quello che ho fatto è stato molto, ma, dal punto di vista della riuscita, sempre assolutamente poco. Soprattutto non ho mai fatto niente di serio. Per esempio le biblioteche: non ci sono mai andato per studiare. Mi piacevano i posti, il silenzio, i riflessi di luce sui vetri, sui dorsi dei libri. Mi ricordo la prima, la piccola antica biblioteca della mia città, non c’era quasi nessuno, leggevo, se mi ricordo bene, l’Ariosto di Croce – se non mi ricordo bene è perché, anche allora, già pensavo ad altro: al sole fuori dalle grandi alte finestre, alla città tutta intorno, e alla campagna intorno alla città, all’estate che dava a tutto un’aria di sconfinata vacanza. Perché, anche allora, la scuola era già finita e io ero in vacanza e, se andavo in biblioteca, non era, come ho già detto, per studiare, ma come andrebbe un turista, un lettore, anzi un ammiratore dei libri. Anche quando dovevo studiare, in biblioteca non ci sono mai riuscito. Per esempio, qualche anno dopo, nella facoltà in cui ero iscritto, in certi pomeriggi invernali, fuori si vedeva soltanto il buio, o si sentiva la pioggia, su certe sedie che a me sembravano troppo comode, io cercavo di leggere, ma non ci riuscivo, forse ero diventato stupido, o avevo sonno, qualcosa come un immenso torpore, un languore che il silenzio della sala esaltava, e allora, per scuotermi, io alzavo gli occhi dalla pagina e mi guardavo intorno. E vedevo gli altri studenti come me, e le ragazze, e frugavo, con gli occhi, nella penombra della sala, come se cercassi qualcosa, una faccia, un paio di occhi, ma non li trovavo mai. Oppure, in un’altra epoca, lontano da casa, a Parigi, anche lì, non so perché, andavo a ficcarmi in una biblioteca, ma non per studiare, e neanche per le ragazze, non so ancora perché, forse continuavo a pensare che avrei trovato qualcosa nei libri, quello di cui avevo bisogno, ma non lo trovavo più. E non l’ho più trovato. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 129

  90. Massimo Pietroselli Says:

    Boh. il compito della critica letteraria sarebbe di leggere opere di grande successo e spiegare il perché? Questo è opera di un sociologo o di un antropologo culturale, semmai. Compito della critica letteraria sarebbe di illuminarci, spiegarci, suggerirci perché quella certa opera, magari sconosciuta, sia meritevole di attenzione.

  91. davide Says:

    liveAlive: SI

    c’è proprio una volontà di “distinzione” quasi antropologica da parte di molti critici che molti fan fatica ad afferrare, come faceva notare il mio minuscolo esempio sopra che tu hai afferrato

    solo che molti fan una fatica enorme ad ammetterlo…

    peccato che con questa continua volontà di distinzione,si sia autoestinta,parte della critica:voglio dire,se troppa gente va in discoteca a rimini,non è che uno per distinzione deve andarsene da solo sull appennino in inverno(che goduria)..😦

  92. Cristian Says:

    Hikmet e Spoon river perché sono semplici, si capiscono subito, cioè ti aprono semplicemente davanti il mondo Peraltro anche Volo è semplice e si capisce subito ma è semplice come guardarsi allo specchio e compiacersi di come si è (e il mondo resta fuori)

  93. davide Says:

    quanto alla scuola,mi sembra il caso di non caricarla ulteriormente di colpe:gli italiani,anche a quell’ età,han una quantità di letture magari”poco assortire “ma molto varie-poi certo dopo i 16 anni gli indici quantitativi,calano,ma li ci son pallone,pc,ipad ipod iquello,i quell altro,cinema chitarre,,videoclip….poi certo la scuola qualcosa di piu potrebbe fare ma la solita incapacità di decisione italica annulla tutto (quando li si sbaracca dante e manzoni dall insegnamento?direi che è ora )

  94. davide Says:

    cit giulio

    ” (Dico: bellezza, e cercherei di evitare la parola “qualità” – alla quale sono un po’ allergico).”

    passi per evitare la parola qualità,ormai inflazionata e mai troppo circoscrivibile;ma anche la parola “bellezza”,giulio,mi pare un pò inflazionata e se possibile,ancora meno circoscrivibile,come significato, sa tanto troppo di cattolicesimo…anche nella vita quotidiana molte donne fan la preghiera di non cercare solo la bellezza,figuriamoci se di un libro ci accontentiamo che sia solo bello..deve esser efficace,utile incisivo,ma di certe fighetterie o nobiltà facciamo a meno,in tanti..a me sta fissa della bellezza interiore fa venire sonno,o mi pare roba da Vito Mancuso(che ha i suoi critici pure ui,infatti..)

    philip k dick faceva libri belli?mah..però son efficaci e han aperto davvero delle strade,delle nuove porte dell immaginario -salgari faceva libri belli?neanche quello ma la loro utilità l’hanno avuta,eccome-l’aereo A-10 è bello?guglate,vedetelo, non è bello ma è tremendamente efficace…e si potrebbero fare mille mila esempi…

    mezza italia per anni se l’è tirata perchè in teoria si mangia bene,i panorami sono belli(+ o -)e perchè come italiani abbiam belle facce (la mia ragazza salentina è sicuramente belloccia)..però poi come sistema paese abbiamo una burocrazia orrenda,il crimine organizzato c’è, il ceto politico è quel che è,presi uno per uno siam dei campioni di indisciplina come pochi altri popoli in europa,in precisione gli orientali ci battono 56 volte,etc etc..come si vede,annoiare solo sulla bellezza,è perdente come cosa,eccome..e non solo in letteratura

  95. RobySan Says:

    Bello? Efficace? Chissà!

    “Quando il leopardo è in caccia, gli dèi stanno a guardare.”

    Proverbio africano.

  96. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 6 febbraio 1997 – Poi, verso il tramonto, il cielo, che era stato grigio per tutto il giorno, si è aperto improvvisamente. Come avevo previsto, il sole ha illuminato le strade e i palazzi, facendo splendere tutto come se fosse appena lavato, come se fosse nuovo. Ho ammirato i colori perfetti, i contorni precisi, le ombre e le luci, tracciate con esattezza. Ho visto che le foto da fare erano tante e tutte, probabilmente, bellissime. Ma non ne ho fatta nemmeno una perché ormai non avevo più con me la macchina. E così ho pensato che le foto che non si fanno sono sempre di più di quelle che si riesce a scattare. Resta il rimpianto per tanta bellezza sprecata, ma anche l’ammirazione, perché comunque la bellezza c’è e ci sarà sempre, anche se nessuno le fa una foto. E questo pensiero, non so perché, mi consola. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 130

  97. Il fu GiusCo Says:

    La sociologia mi pare indispensabile per provare a comprendere la ricezione ed il successo di un’opera letteraria in Italia oggi, visto che il “poetico” agisce in molti piu’ media che 100, 50 o 10 anni fa ed e’ diluito in forme assai varie. Osservo una grande fame popolare di “poetico” ma i media piu’ adatti e capaci di soddisfarla non sembrano i testi scritti a forma di libro.

  98. davide Says:

    io tutta sta voglia di poetico in giro non la vedo(le frasi su fb pseudo romantiche son altra cosa, e cmq bastano e avanzano)la gente ha voglia di sfondi,di esser stupita e anche delle storie forti qua e la -possibilmente non le solite-con qualcosa in piu che la entusiasmi e la trascini-credo.

    altrimenti non si spiegherebbe perchè libri come quelli di dan brown(appena passabili)o qualcosa di piu industrioso come “il casso harry quedbert” abbian venduto centinaia di migliaia di copie

    c’è un problema però.libri così in italia,non li sappiam fare. Punto

  99. Il fu GiusCo Says:

    Poetico inteso come tutto quanto non e’ comunicazione lineare, insomma tutto quello che rientra storicamente nel dominio artistico e degli artefatti. Ma io non sono uno scrittore, facebook mi inorridisce e libri non ne leggo piu’, quindi faccio poco testo. Ciao.

  100. acabarra59 Says:

    “ 9 luglio 1985 – L’allusività profonda, incarnata in certi linguaggi. I discorsi della serva. Il metaforizzare spontaneo, fisiologico, « poetico ». A paragone, l’allusività intenzionale, ingenua, onesta dello scrittore fa un po’ ridere. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 131

  101. locullo Says:

    Beh, sono suggerimenti che ben si attagliano all’intellighenzia italiana, abituata da sempre – essendo nata e cresciuta nel chiuso del Palazzo del Principe – a utilizzare una lingua per iniziati (i filosofi con la filosofia, gli storici con la storia, i giuristi con il diritto: non fu Prezzolini che propose di tradurre in italiano il Codice Civile?), a parlare quindi solo “inter pares” e così a sviluppare un’estetica di palazzo – spesso contrapposta a quella popolare – la cui unica dialettica interna è sempre stata quella tra le varie cosche e portinerie in cui ci si divide.

    (Così che, per restare al tema della critica letteraria, gli interclassisti democristiani sosterranno la Tamaro e gli organici alla sinistra ribatteranno con Ammanniti. Con tanti saluti alla libertà di giudizio individuale: meglio organizzarsi in frange di tifo da stadio).

  102. dm Says:

    Io, nella mia ignoranza (ma non in forza della mia ignoranza), mi sentirei di trasmettere un breve elettrostimolo ai critici che passano di qui.
    Non ho mai letto né sentito di un critico letterario che, nell’esame di un nuovo testo, si sia interrogato sul funzionamento della propria voce di leggente (ovviamente in relazione al testo in lettura). Per convenzione si tende a nascondere a sé e agli altri lettori quella “macchina leggente” costruita negli anni e da cui dipendono la ricezione e il giudizio. Per convenzione si ritiene che la “macchina leggente” in dotazione a ciascun lettore di una cerchia (con cui si condividono in certa misura i percorsi di formazione, le letture e magari anche i gusti) sia del tutto simile alla propria “macchina”. Come se la costruzione di questa “macchina” potesse dipendere esclusivamente da fattori culturali e mentali, e non fosse interamente basata sul corpo.
    Il riflesso psichico della voce leggente, che si attiva ogni volta che un testo ci capita di fronte, senza troppa consapevolezza, è appunto un riflesso della voce materiale sonora. La voce materiale sonora dipende da come il corpo si espande (dalle sue contrazioni e tensioni strutturali) e come il corpo respira. La voce materiale sonora è il risultato di tutti i blocchi e le aperture della corporeità (può essere chiusa nella gola o libera nella risonanza, può essere grave o acuta e tutto questo a sua volta è risultato della storia corporea e genetica individuale – come è comprensibile le variabili sono più delle pagine di tutti i trattati di foniatria scritti dall’800 ad oggi).
    Se certi suoni letti risultano più gradevoli di altri, se una voce autoriale riesce a parlarci profondamente, se un certo fiato ci sembra tanto simile al nostro, è tutto questo dovuto alla compatibilità tra “macchina leggente” e scrittura sulla pagina. Perciò, in una certa misura (lo dico a bassa voce), al rapporto tra corpi.
    C’è poi un’altra immensa matassa da sbrogliare, e questa è la qualità (o meglio il funzionamento) dell’immaginazione. Tra pensatori eminentemente verbali e pensatori quasi esclusivamente visivi (visuali?) c’è un abisso di differenza. I primi seguiranno con facilità i labirinti razionali dell’impianto linguistico del testo, gli ultimi scaveranno nel testo in cerca del nocciolo immaginifico da cui tutto si dipana. Due movimenti, due iter cognitivi divergenti su uno stesso campo di lettura.
    E c’è la differenza di tipo cognitivo tra pensatori ordinati e pensatori caotici per esempio. E c’è un mucchio d’altre questioni, su cui è possibile interrogarsi e su cui si dovrebbe ragionare nel momento in cui si enuncia una qualunque cosa che abbia la pretesa di uscire dal proprio recinto di individuo irraggiungibile, particolare.
    Ecco questo, a grandi linee.

  103. acabarra59 Says:

    ” 28 novembre 1990 – Agli studiosi, anche molto giovani, molto spesso puzza il fiato. (Anche negli anni Novanta) ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 132

  104. Giulio Mozzi Says:

    Massimo Pietroselli, scrivi:

    Boh. il compito della critica letteraria sarebbe di leggere opere di grande successo e spiegare il perché? Questo è opera di un sociologo o di un antropologo culturale, semmai. Compito della critica letteraria sarebbe di illuminarci, spiegarci, suggerirci perché quella certa opera, magari sconosciuta, sia meritevole di attenzione.

    Ciò che dici contiene un presupposto: ossia che non ci sia nessuna relazione tra il grande successo e le caratteristiche propriamente letterarie (o artistiche, se si vuole) di un’opera. Io invece faccio un’ipotesi: che tra le caratteristiche propriamente letterarie (o artistiche, se si vuole) di un’opera e il suo successo ci sia una relazione. Ovvero (dico la stessa cosa in altro modo), io faccio l’ipotesi che vi sia qualcosa di specificamente letterario (o specificamente artistico), in ciascuna opera letteraria, o in certi tipi di opere letterarie (narrativa di genere ecc.) che determina, o almeno favorisce, o almeno non impedisce, il grande successo.

    Voglio dire: se il romanzo I promessi sposi è stato per cent’anni almeno “il romanzo per tutti”, questo dipenderà forse in parte dal modo in cui è fatto. O è tutta colpa della televisione?🙂 (Mi si dirà: ma la scuola l’ha adottato, ecc.: sì, ma cent’anni dopo la pubblicazione, con la riforma Croce-Gentile; e comunque avrà senso domandarsi perché la scuola ha adottato I promessi sposi e non, per dire, Le confessioni di un italiano: e forse per questa adozione vi sono anche delle ragioni specificamente letterarie).

  105. Giulio Mozzi Says:

    Mauro b., faccio un po’ di riassunto.

    Ieri sei intervenuto scrivendo:

    “La storia può sembrare banale,una persona che soffre per amore,che novità!Qualsiasi storia potrebbe esserlo ma oltre ai singoli eventi,esiste anche il modo in cui vengo raccontati e come si arriva ad essi.Questa rottura porta il protagonista a riconsiderare se stesso e la sua vita,a domandarsi chi è realmente Lorenzo.Forse non sarà un capolavoro letterario pieno di paroloni,ma spiega i sentimenti dell’animo in modo che ti arrivino dritti al cuore ed è questa la cosa bella di un libro che ti rimane dentro,che riesci a farlo tuo.”
    Questo è un commento che mi è piaciuto molto di un romanzo popolare su anobii.

    Io ho pubblicato autore e titolo del libro (Fabio Volo, Un posto nel mondo e ti ho domandato: come mai non hai detto tu di che libro si trattava? Tu mi hai risposto:

    Per fare un gioco (il tempo che vorrei). Il perché volessi giocare non lo so, credo per mettere in luce che la capacità di arrivare dritti al cuore appartenga anche a libri non popolari, ma che la loro specificità letteraria li renda meno accessibili a molti. Questa forse può essere una condizione di base per rendere un libro potenzialmente popolare.

    Ma, vedi: se trovi uno che dice che gli asini volano (soprattutto il giovedì), ciò non significa che effettivamente gli asini volino (né il giovedì né gli altri giorni).

    Se Tizio mi dice: “Questo libro mi è andato dritto al cuore”, il massimo che posso sperare è che Tizio rappresenti al meglio delle sue possibilità espressive un proprio sentimento autentico. Quale sia esattamente il sentimento, è poi da vedersi: “Andare dritto al cuore” è un’abusata metafora (e già il fatto che una cosa venga detta con un’abusata metafora dovrebbe destare un po’ di sospetto), il cui significato preciso mi pare incerto. Il fatto che Tizio identifichi i “capolavori letterari” con i libri “pieni di paroloni” mi dà invece un’informazione precisa: Tizio possiede almeno un pregiudizio.

  106. Il fu GiusCo Says:

    Giulio: da qualche anno le tesi discusse nelle università italiane vengono catalogate elettronicamente e messe online, il database dovrebbe essere accessbile al pubblico tramite il sito / sistema inter-bibliotecario nazionale di qualsiasi università. Qualche tuo collaboratore / conoscente interno ai dipartimenti potrebbe fare una ricerca per argomenti affine alla tua ipotesi sullo specifico letterario (esempio: “specifico letterario nei bestseller italiani dall’anno 2000 in poi”)? Saluti.

  107. davide Says:

    @ DM

    beh se ho capito bene,è come il vecchio- ma efficace-discorso di ,credo,Joseph conrad,che diceva:

    2un libro è fatto al 50% dallo scrittore,e per il restante 50% dal lettore..”(da come lo implementa, nella sua mente,diciamo)

    magari non è 50-50,forse ..(lo sostiene anche qualcun altro,darò coordinate se si vorrà)magari piu..70-30 :insomma lo scrittore ci mette “di piu”,ma anche il lettore ci mette,come si suol dire,”del suo”

  108. enrico ernst Says:

    mi sentirei di fare una sentito apprezzamento per il commento di dm. Il riferimento che mi pare profondo della lettura e dei “corpi”.

    E una domanda poi: in questa discussione quanti critici sono intervenuti? A dire qualcosa sulla loro preparazione sociologica, per esempio, o più in generale su come intendono il loro lavoro? Io immagino che tra le “pagine” di Vibrisse capitino anche critici letterari… oppure no?
    Al di là voglio dire delle utopie, e dei cuori oltre gli ostacoli, e delle osservazioni deontologiche (leggete dalla prima alla ultima pagina i libri che recensite) possibile che non abbiamo una testimonianza di quello che è, concretamente, il lavoro critico oggi dalle parola di chi lo patisce, lo agisce, lo “riempie”, lo “teorizza”?

    Sulla “resistenza” di libri come Antologia di Spoon River, Promessi sposi, e altri… io direi che c’è una specifica ampiezza e larghezza di vedute in questi lavori, che consente loro di aspirare se non alla immortalità, a una dimensione di “lungo corso”, di comunicabilità ampia, quasi intemporale.
    Questo rimane secondo me – in fondo – nascosto in una “visione d’autore”, per certi versi imperscrutabile: saper intercettare grandi archetipi dell’umano per esempio, e riuscire a esprimerli secondo forme di tale limpida bellezza e potenza espressiva, che le opere divengono capaci di traghettarsi oltre la contingenza di un’epoca e di una società specifica di lettori (leggiamo con un gusto intatto l’Odissea anche nel secondo millennio)… tutto lo strutturalismo, e altre correnti cercano di identificare la sostanziale universalità di forme “fiabesche” archetipiche… pur (a mio giudizio) non riuscendoci completamente (la ricerca della “narrazione perfetta” o dello “Schema”) mettono l’accento sulla permamenza nell’uomo (nel mortale umano) dei fondamentali innamoramenti e fascinazioni delle avventure dell’immaginario e del simbolico…

  109. Giulio Mozzi Says:

    Davide, commentando queste frasi scritte da me:

    Vi sono delle opere che diventano popolari o popolarissime: è possibile ragionarci su per capire come mai queste opere (e non altre) sono diventate popolari o popolarissime? E’ possibile cercar di capire quali sono, di queste opere, le caratteristiche che hanno permesso loro di diventare popolari o popolarissime? Tra queste caratteristiche potrà esservi o non esservi la bellezza. (Dico: bellezza, e cercherei di evitare la parola “qualità” – alla quale sono un po’ allergico),

    scrivi:

    passi per evitare la parola qualità,ormai inflazionata e mai troppo circoscrivibile;ma anche la parola “bellezza”,giulio,mi pare un pò inflazionata e se possibile,ancora meno circoscrivibile,come significato, sa tanto troppo di cattolicesimo…anche nella vita quotidiana molte donne fan la preghiera di non cercare solo la bellezza,figuriamoci se di un libro ci accontentiamo che sia solo bello..deve esser efficace,utile incisivo,ma di certe fighetterie o nobiltà facciamo a meno,in tanti..a me sta fissa della bellezza interiore fa venire sonno,o mi pare roba da Vito Mancuso(che ha i suoi critici pure ui,infatti..)

    Allora: la cosa bizzarra, Davide, è che sembra che tu non abbia capito nulla delle righe che commenti.
    1. nell’articolo al quale rinvio da quelle righe non rifiuto l’uso della parola “qualità” in quanto inflazionata: ma per tutt’altre ragioni.
    2. perché mai la parola “bellezza” sappia “tanto troppo di cattolicesimo”, mi risulta del tutto misterioso.
    3. l’esempio sessista ci sta come i cavoli a merenda.
    4. l’identificazione della “bellezza” come “fighetterie e nobiltà” è una stupidaggine, più o meno come quello di cui parlavo sopra che identificava i “capolavori” con i “paroloni”.
    5. il fatto che Vito Mancuso abbia dei critici non significa che Vito Mancuso dice sciocchezze, e tanto meno che le dico io (secondo me Vito Mancuso dice sciocchezze, ma questo è un altro discorso; e, en passant, Vito Mancuso non è cattolico).
    6. il passaggio da “bellezza” a “bellezza interiore” è tutto tuo: e non si vede né come possa avvenire né che c’entri.

  110. davide Says:

    giulio,rispondendo a critiche altrui,non credi che sia un po troppo facile ribattere con locuzioni tipo”cavoli a merenda”? capisco l’esser bruschi,ma insomma prendersela così,no🙂

    (nb:ma che è sta moda della parola “sessista/sessismo”?ormai è piu di moda della parola “psicanalisi”negli anni 70,mah!)

    cmq riposto qualcosa di mio:

    “philip k dick faceva libri belli?mah..però son efficaci e han aperto davvero delle strade,delle nuove porte dell immaginario -salgari faceva libri belli?neanche quello ma la loro utilità l’hanno avuta,eccome-l’aereo A-10 è bello?guglate,vedetelo, non è bello ma è tremendamente efficace…e si potrebbero fare mille mila esempi…”

    ecco,credo che contro la tua fissa della bellezza (in letteratura-o dell idea che ne hai)siano un inizio di argomenti abbastanza validi

    si sa, letteratura le posizioni sono tante e…. tanto tanto sfumate🙂

  111. Giulio Mozzi Says:

    No, Davide. La presa per il culo no. Va’ a quel paese. Ti chiudo la porta, e non la riaprirò mai più.

  112. LiveALive Says:

    “leggiamo con un gusto intatto l’Odissea anche nel secondo millennio”

    Io non ne sarei così sicuro (almeno per quel che riguarda “intatto”).
    Poi vabbè, io ho anche avuto la sfortuna di conoscere gente che crede che “non è stato scritto nulla di accettabile prima del 1900” (me l’hanno detto davvero, proprio come l’ho citato).

  113. GattoMur Says:

    Vorrei tornare all’Insostenibile leggerezza (forse anche per ragioni affettive: è stato uno dei primi libri, in generale, che ho letto da giovane; e l’ho, letteralmente divorato). Due cose:
    – ha ovviamente ragione Giulio, era D’Agostino, la mia memoria gli aveva sostituito Catalano, pardòn;
    – ma allora, come stanno le cose, secondo te (mi rivolgo a Giulio, ma ovviamente a chiunque possa rispondere)? È venuto prima il tormentone mediatico (Quelli della notte + Venditti) oppure prima il successo in libreria? Il libro avrebbe fatto lo stesso botto se: a) non avesse avuto quella copertina; b) non fosse stato pubblicato da Adelphi; c) non fosse stato inaugurale di una collana (Fabula) piuttosto attraente; d) eccetera ? E se non ci fosse stato il programma di Arbore? O il successo fu (anzi, è: penso che tutt’ora abbia ottime vendite; comunque è continuamente ristampato) dovuto: a) al bellissimo titolo ossimorico; b) al fatto che racconta di un “quadrato” amoroso; c) al fatto che uno dei protagonisti è un irresistibile dongiovanni e un’altra protagonista sia stra-attraente sessualmente; d) al fatto che è pieno di riflessioni “filosofiche”, forse un tantino “tuttologhesche”, ma comunque efficaci sul lettore medio (che ha così la sensazione di star leggendo qualcosa di molto impegnato)? e) perché parla di un momento storico interessante; f) eccetera eccetera eccetera.
    Insomma, ho fatto alcune ipotesi, nemmeno troppo precise (il romanzo l’ho riletto alcune volte nel corso degli anni, ma son più di dieci che non lo faccio più). Non sono un critico, e posso solo formulare giudizi un po ingenui e comunque legati alla mia esperienza affettiva col libro. Ma un critico, cosa potrebbe fare? Potrebbe analizzare il meccanismo che ha permesso a quel libro di avere così tanti lettori (o, almeno, acquirenti)? E per farlo, dovrebbe fare un “close reading” (limitandosi ai fattori “interni” al libro) o, come già suggerito da qualcuno, dovrebbe valersi degli strumenti della sociologia, delle analisi di mercato, ecc.?

  114. acabarra59 Says:

    “ 10 maggio 1986 – Milan Kundera, Lo scherzo, Adelphi, 1986 [1965 o ‘67]. L’insostenibile mediocre profugo serve ai post-comunisti per dissacrare il socialismo reale con un kafkismo di maniera sfornato come se niente fosse negli anni Sessanta. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 134

  115. dm Says:

    Davide, ascolta il notturno op. 27 n. 2 di Chopin nell’esecuzione di Maurizio Pollini e poi nell’esecuzione di Arthur Rubinstein.
    I due esecutori hanno letto lo stesso testo.

    Enrico, grazie.

  116. mauro b. Says:

    Non credo di aver capito bene il senso del tuo commento. se il senso è: “il commento del tizio è affidabile per descrivere il libro”?, allora ovvio che no. Ma a me sembra utile lo stesso. Quel commento è affidabile perché ci dice cosa ha provato un lettore (si è emozionato, è rimasto colpito). Su anobi ci sono anche lettori che disprezzano quel romanzo, eppure nel complesso le valutazioni sono positive e Fabio Volo è un autore di successo, per questa epoca e con questo bacino di lettori. Questo non tanto per il modo in cui scrive (o meglio: la facile comprensione del suo scrivere non è d’ostacolo alla lettura per i suoi lettori, mentre è di ostacolo per coloro che hanno maturato un gusto diverso e trovano brutta la sua scrittura), ma per le cose che scrive.

  117. Cristian Says:

    siccome si parla di pubblico e critici:
    mi capita di leggere Santarossa, Il male, Hacca ed; mi capita di sentire che è tra i libri scelti dai lettori di Farenheit; vedo nel risvolto che ci sono state recensioni, e positive, su Corriere della sera, Unità, Mucchio selvaggio, Satisfaction e che il male raccontato è quello della “nostra società postmoderna”.
    Ecco un bel brano:
    Dalla piccola casa gialla vedo uscire un uomo blu. Indossa quella che gli umani chiamano tuta da lavoro, è la tunica che li protegge dallo sporco della produzione del ferro attraverso altro ferro, dal vomito oleoso del macchinari divenuti sistemi ultraproduttivi, è la divisa con cui pregano quotidianamente il proprio dio di carta, il dio denaro, durante le interminabili e identiche ore in cui restano segregati nelle catacombe denominate fabbriche, strutture in forma di montagna distese, schiacciate, quadrate, luoghi di schiavitù dove entrano coi primi raggi del sole e da dove escono solo quando cala il buio sulla città loro, sulla terra loro, sulla vita loro.
    L’uomo blu sale sul proprio mezzo d’acciaio bianco, scelto e comprato tra centinaia di altri mezzi, costosi un intero anno di lavoro i più semplici, due interi anni di lavoro quelli più complessi, tre interi anni di lavoro i più evoluti, e così a salire nella devozione alla tecnica e nella schiavitù del tempo …. E così via.

    Io non so, per me è una roba penosa, ma penosa forte.

  118. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 22 febbraio 1999 – Divertente poi è trovare sul frontespizio di «Paragone Letteratura» 140, 1961, un « Alberto Abrasino ». E non è un refuso, perché anche nell’interno, in calce all’articolo – la recensione di uno « spettacolo americano d’avanguardia » -, è ripetuto tale e quale: « Alberto Abrasino ». Sa di abrasione, scorticatura, leggera ferita: come refuso, o lapsus, o equivoco, mi sembra perfetto. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 135

  119. Stefano Trucco Says:

    Posso segnalare un altro modo di leggere la critica, cioè come genere letterario specifico che si legge per lo stesso motivo degli altri, cioè il piacere personale? Un po’ come voleva Oscar Wilde.
    I critici che ho letto e riletto e che perciò hanno avuto una qualche influenza su di me sono personaggi come Praz, Macchia, Garboli, Citati, Arbasino, Bellocchio, Berardinelli, Hazlitt, Wilson, Kazin, Fiedler, Wood, Callois etc. oppure critici-scrittori come Wilde, Baudelaire, Foster, Borges, Mari, Mozzi etc.
    Rare eccezioni come Harold Bloom, che scrive piuttosto male ma con tale forza da trascinarmi lo stesso.
    Poi, più personalmente, mi interessano critici che possano aiutarmi, non nel senso di favorirmi, ma nel senso di indicarmi dove sbaglio (e magari anche dove riesco). Mi ha molto colpito, per esempio, il rapporto molto personale, di collaborazione, che Garboli aveva con i ‘suoi’ autori – Penna, Morante, Soldati… Quando scriveva di autori che non aveva potuto conoscere personalmente – Moliere, Pascoli, Chateubriand – Garboli mi pare scriva in maniera del tutto diversa, quasi fosse un altro…
    Al momento, esordiente da poco, me ne sto steso nel deserto con la bocca aperta in disperata attesa che piova una recensione, una qualsiasi…

  120. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 27 maggio 1998 – « Un’orribile mattina d’inverno. Buio, gocciole violente che rigano i vetri, aria umida e chiusa. Mi alzo pieno di malumore pensando alla critica. Quante tentazioni di malignità! Il foglio bianco sulla scrivania mi invita allo sfogo. Dire la mia sulla critica! Buttare all’aria gli scrupoli e parlare una volta per tutte con perfetta sincerità! Mi seggo al tavolino, intingo la penna e scrivo: ci sono critici buoni e critici cattivi, critici superficiali, critici idraulici, critici purgativi, critici graziosi, critici antiquati, critici gelosi, critici melanconici, critici profondi, critici riconoscenti, critici stitici, critici vendicativi, critici ambiziosi, critici beoni, critici peripatetici, critici luminosi, critici impagliati, critici rapidi, critici addormentati, critici meccanici, critici lontani, critici indiscreti, critici fatui, critici stucchevoli, critici angelici, critici decrepiti, critici pentiti, critici timidi, critici violenti, critici golosi, critici facchini, critici camaleonti, critici impoltroniti, critici cornuti, critici riconciliabili, critici obliqui, critici obesi, critici prorogati, critici scosciati, critici accomodanti, critici insoddisfatti, critici dorsali, critici ladri, critici estatici, critici netti, critici astemi, critici forsennati, critici combaciati, critici digeribili, critici incartati, critici lacchè, critici otturati, critici disinfettati, critici esplosivi, critici venerei, critici pronti, critici esumati, critici birri, critici sfatati, critici gobbi, critici castrati, critici ingordi, critici prodighi, critici sul serio, critici criticabili… » (Alberto Moravia, Otello e Iago ovvero una mattina di malumore, in «Letteratura», a. 1, n. 3, 1937) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 136

  121. deborahdonato Says:

    GattoMur, penso che al di là di D’Agostino, di Venditti, vi siano tutti quegli elementi che tu indichi. Il punto interessante è constatare che, anche all’interno dell’opera omnia di uno scrittore, il libro più noto non è solitamente il più bello. Ad esempio, di Kundera io trovo Lo sherzo e La vita è altrove decisamente più profondi e meglio riusciti de L’insostenibile elggerezza dell’essere, che comunque mi piace. Studiando il Kundera critico della letteratura, peraltro, mi sono stupita in positivo della sua statura di letterato. Il mio stupore mi ha portato a credere che ero anche io rimasta vittima dell’equazione tanto successo=qualità discutibile. Non abbiamo poi parlato di un best seller assoluto quale Il nome della rosa. Si parla di medioevo e non nnel modo confuso in cui lo fanno alcuni romanti gotico-noir, ma con cognizione di causa, con le sottiglieze di hi conosce la differenza fra le posizioni di Tommaso d’Aquino e di San Bonaventura; si parla diella poetica di Aristotele e della diefferenza tra la scolastica dei domenicani e la filosofia naturale dei francescani. Eppure il libro è stato un successo mondiale. Il linguaggio non è per nulla semplie e i nomi dei personaggi sono tutt’altro che semplici da ricordare.

  122. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 6 aprile 1998 – La professoressa venuta-dal-caldo che da qualche tempo su Rairadiotre ci racconta i romanzi italiani « in cui si parla di un delitto » stasera ci ha raccontato Il nome della rosa. Costretto a ripensarci finisco di convincermi che quello che diciotto anni fa fu il caso letterario più clamoroso dai tempi del Gattopardo era fondato sulla semplicissima comunissima goliardica maicbongiornesca idea che « chi non ride (in compagnia) / è ladro o spia », altrimenti detto che « riderà riderà riderà / ha pianto tanto insieme a me », altrimenti detto che « una risata vi seppellirà », e via sghignazzando. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 137

  123. deborahdonato Says:

    Ken Follett, intervistato dal Tg1 in occasione dell’uscita per Mondadori de La caduta dei giganti, disse su Umberto Eco: «Mi hanno paragonato a Umberto Eco? Un parallelo nato dal Nome della rosa, romanzo ambientato nel Medioevo, che ha un lungo pezzo centrale molto descrittivo e noioso. Io invece cerco di evitare di annoiare mortalmente i lettori. A Eco preferisco Dan Brown».
    acabarra59, è anche questa La s-formazione dello scrittore?

  124. acabarra59 Says:

    “ Sabato 11 settembre 2004 – « Una curiosità. In quest’ultimo bestseller Follet sembra sbeffeggiare un monumento letterario quale Proust: “ Parlo di un ragazzo che trova in un cassetto la Recherche e pensa che il nonno la usasse per addormentarsi la sera. Questo non vuol dire che io non ami Proust, uno scrittore meraviglioso. Ma è lo scrittore lento per antonomasia, io invece sono veloce. Siamo agli antipodi “. » (Dai giornali) “ [*] [**]
    [*] Mai letto Ken Follet
    [**] La s-formazione dello scrittore / 138

  125. LiveALive Says:

    Alla dichiarazione di Follett è anche seguita risposta:
    “Mi hanno paragonato a Ken Follett? Un parallelo nato da I pilastri della terra, ambientato nel Medioevo, che ha però un lungo pezzo centrale che mette in scena troppe improbabili avventure, in maniera sciatta inverosimile noiosa. Io invece cerco di evitare di prendere per i fondelli i lettori con delle storie scritte alla boia d’un Giuda. A Ken Follett preferisco il più che mai attuale Alessandro Manzoni… Il capolavoro della letteratura italiana del XIX secolo è I promessi sposi. Tutti gli italiani, meno pochi, lo odiano, perché sono stati obbligati a leggerlo a scuola. Io debbo ringraziare mio padre, che mi ha incoraggiato a leggere questo romanzo prima che la scuola mi obbligasse, e per questo lo amo. L’ho studiato per cinquant’anni e l’ho parodiato. Senza di lui non avrei scritto Il nome della rosa“

  126. deborahdonato Says:

    LiveALive, che dire? La classe non è acqua.
    acabarra59. Dopo questa “recensione” su Proust, penso che anche io continuerò tranquillamente la mia attività di lettrice saltando gli scaffali dei libri di Follet. Ma poi perchè ha questa maledetta premura Ken?

  127. RobySan Says:

    “Credeva che ‘Proust’ fosse ciò che si doveva dire, rivolgendosi ai commensali, ogniqualvolta il calice o il bicchiere di vino, o di spumante, veniva alzato. Non si scompose quando gli dissero che la corretta espressione è ‘Prosit’. Pensò che si trattasse di una delle solite, incomprensibili e pretenziose sottigliezze dei continentali.”

    Anonyme française, “Ken Fulatùn, Une biographie [non autorisée]”, Gallimard (traduzione mia).

  128. deborahdonato Says:

    Giulio, a proposito di tanti discorsi su Ken Follet. he ne pensi di questa sua regola per scrivere un romanzo di sucesso?
    «A questo punto, c’è quella fondamentale: in un libro che aspiri al successo, ogni 4-6 pagine deve accadere qualcosa. Una svolta della storia. Non ricordo più dove l’ho letta, la prima volta, ma funziona sempre: basta guardare anche le vecchie storie classiche. Seguono spesso questa regola. Può essere qualcosa di decisivo e drammatico, come un omicidio, ma può essere anche qualcosa di più piccolo: qualcuno che dice una bugia. L’importante è che deve trattarsi di un avvenimento che cambia la situazione per i personaggi. E che si tenga la cadenza: se lo fai troppo spesso, il racconto diventa troppo frenetico. Se invece si allungano i tempi, il racconto diventa noioso».
    Grazie.

  129. sergiogarufi Says:

    a Ma.Ma. in relazione alla frase d Pecoraro sui 5 finalisti dello Strega che sarebbero esponenti dei primi 5 gruppi editoriali italiani, faccio presente che la Cilento, arrivata quinta, ha pubblicato il suo libro con Mondadori, cioè il primo gruppo editoriale italiano.

  130. Ma.Ma. Says:

    a sergiogarufi: uno dei suggerimenti che vengono dati ai romanzieri in erba è che non serve dire tutto perché il lettore intuisce quello che va intuito… Conta l’idea di base.

  131. gian marco griffi Says:

    “Tutti gli uomini dovrebbero «unirsi a lodare Ulysses»; coloro che non lo faranno, potranno accontentarsi di un posto negli ordini intellettuali inferiori; non dico che tutti dovrebbero lodarlo da un medesimo punto di vista; ma tutti gli uomini di lettere seri, sia che scrivano una critica o meno, dovranno certamente assumere per proprio conto una posizione critica di fronte a quest’opera”. Ezra Pound.
    Oggi ne escono libri per cui si possa scrivere una recensione del genere? Non è una domanda retorica-sarcastica. E’ proprio una domanda.

  132. dm Says:

    (Alla mia fidanzata di un tempo piaceva molto Ken Follet. Lo trovava molto profondo e pieno di ritmo. E poi non era di quelli che devi trovare le parole sul bau-bau-bau (il nostro dizionario Treccani), si capiva subito ed era avvincente, secondo lei. Chi sa perché, ho sempre avuto un’alta considerazione poi, del Follet, senza mai leggerlo ovviamente, come un parente mai visto né conosciuto ma pur sempre un parente. Anche così funziona la fama dei libri e degli scrittori).

  133. acabarra59 Says:

    “ Domenica 21 settembre 2003 – « Giovedì il governo presenterà la riforma delle pensioni insieme alla fidanzata… scusate.. alla finanziaria ». (Tg2, ore 13. 07) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 139

  134. Ma.Ma. Says:

    a Gian Marco: sì, ne esistono ancora! Almeno secondo me, perché dipende da chi la scrive e da chi la legge… esattamente come per i libri. Ma dico io, se una “mente semplice” trae gran beneficio da una “lettura semplice” tanto da dire a sé stessa che quel libro le ha cambiato la vita, o il modo di pensare, o quello che volete, possibile che non possiamo concederglielo? E se ciò portasse altri a migliorare la propria condizione, chi siamo noi per impedirlo? O chi è il critico che può permettersi di farlo? Secondo me, giunti a questo punto bisognerebbe dividere in due il “settore narrativo”, e non in letteratura di serie “A” e letteratura di serie “B”, ma esattamente in una scissione più netta, come quella che c’è tra narrativa e saggistica. Ha senso ed è importantissimo che esistano i critici, i letterati, gli intellettuali, i ricercatori dell'”X-factor” della letteratura (possono crearsi il loro club come potrebbe essere l’Accademia della Crusca: in fondo sono in pochi per definizione, altrimenti farebbero parte della massa…), poi però concedete al popolo di non venir schernito da questi ultimi. Comincio a credere, infatti, che i lettori stiano scomparendo sempre di più perché si trovano in soggezione a entrare in una libreria (dove la maggior parte – tra l’altro – è simpatizzante con la critica altolocata). L’anno scorso io stessa, rivolgendomi a una libraia (formatasi all’Uni di Pavia), mi ritrovai spiazzata. Gli dissi che, certo, mi sarebbe piaciuto un giorno riuscire a scrivere come Charles Dickens (stavo leggendo le avventure di Oliver Twist). Ebbene, mi guardò schifata e poi mi disse: «Fossi in te aspirerei a qualcosa di meglio…». Ora, va bene tutto, ma per piacere!

  135. sergiogarufi Says:

    sì, non serve dire tutto, ma meno ancora serve dire delle inesattezze. il peso dei grandi editori sullo strega è più forte delle semplificazioni.

  136. Giulio Mozzi Says:

    Mauro b., scrivi:

    Non credo di aver capito bene il senso del tuo commento. se il senso è: “il commento del tizio è affidabile per descrivere il libro”?, allora ovvio che no. Ma a me sembra utile lo stesso. Quel commento è affidabile perché ci dice cosa ha provato un lettore (si è emozionato, è rimasto colpito).

    No, il senso del mio commento non può essere la domanda se il commento del tizio sia affidabile per descrivere il libro. Mi domando piuttosto se uno che mi dice “questo libro mi è andato dritto al cuore” stia descrivendo autenticamente un autentico sentimento: o se non stia buttando fuori un luogo comune come un altro.

  137. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma., scrivi:

    Comincio a credere, infatti, che i lettori stiano scomparendo sempre di più perché si trovano in soggezione a entrare in una libreria (dove la maggior parte – tra l’altro – è simpatizzante con la critica altolocata).

    Dall’aneddoto che segue immagino tu volessi dire: la “maggior parte” dei librai. Però direi che da quando la catena Feltrinelli ha deciso di non formare più “librai”, ma di servirsi di “commessi” (e la catena Feltrinelli, lo ricordo, è quasi la metà dell’intera vendita del libro al dettaglio), il trend si è invertito. L’anno del cambiamento è più o meno il 2000.

  138. Giulio Mozzi Says:

    Deborah: la “regola” citata da Ken Follett (ogni 5-6 pagine deve succedere qualcosa) è vecchia come il feuilleton. Quando i romanzi uscivano a puntate nei giornali, era necessario (come oggi, per dire, nelle telenovele ecc.), che ogni puntata si chiudesse con l’inizio o i prodromi di un evento – possibilmente minaccioso – destinato ad attuarsi all’inizio della puntata successiva.

    Nei miei corsi tendo a dire che qualcosa deve accadere in ogni frase. E la mia definizione di “avvenimento” è: “qualcosa cambia nelle relazioni tra i personaggi”. Quindi direi che il vecchio Ken e io siamo d’accordo su tutto: solo che io aspiro a una narrativa più intensificata (e, vabbè, più difficile), mentre lui ha bene in mente il ritmo della narrativa ferroviaria, quella che si legge quando si deve fare un lungo viaggio in treno e si ha bisogno di passare il tempo piacevolmente. E in questo, va detto, lui è il più bravo di tutti: e a me pare anche serio e onesto.

  139. Ma.Ma. Says:

    Sì, Giulio, scusami: intendevo proprio “maggior parte dei librai”… e pensavo a quelli in opera qui da noi. In Ticino non esistono le Feltrinelli. Questa mia imprecisione è un altro caso in cui emerge la mia condizione elvetica. A volte mi viene naturale basarmi sulla mia realtà locale. Ad ogni modo, non sarebbe male formare dei librai e dei critici “per il popolo”… Ho letto la tua “formazione di insegnate di scrittura creativa”. Ho notato che torni sul Manzoni. Forse il fatto di non aver studiato mi ha concesso almeno un beneficio. (sembra da quanto leggo). Ho letto e amato i Promessi sposi: avevo già oltre vent’anni… Questo mi fa pensare a un’altra cosa. Com’è possibile rendere brutto un libro stupendo? Puo dirsi un bravo insegnante, chi ottiene questo tipo di risultati? Ops… sto uscendo dal tema.

  140. mauro b. Says:

    un luogo comune che però descrive un sentimento autentico. C’è anche questo. Il fatto che il tale usi un’espressione banale, peraltro simile ad altre contenute nei libri di Volo, non fa sì che il suo commento non sia autentico. Significa piuttosto che non ha possibilità (o volontà) di esprimersi in maniera più precisa. Non sappiamo di preciso cosa abbia provato, ma sappiamo che quel tale leggendo ha provato qualcosa, un’emozione, un sentimento, quello che è. Che differenza fa?. Io l’ho postato come esempio, non è che mi interessa sapere cosa abbia provato di preciso, ma è indubbio che la lettura non lo ha lasciato indifferente, che è una cosa che a molti lettori di Volo capita.

  141. luigi preziosi Says:

    Riprenderei, con qualche riflessione un po’ alla rinfusa, alcuni spunti che mi sembrano centrali. La discussione mi pare si sia sviluppata su piani differenti, passando dai cinque suggerimenti ai critici che Giulio propone alla ben più ampia disamina delle funzioni della critica letteraria. I suggerimenti sono evidentemente orientati al versante sociologico degli studi letterari. D’altro lato, la funzione del critico non si esaurisce ovviamente nello studio sociologico dell’opera che esamina. In linea generale, anch’io, citando il nostro padrone di casa, “temo che leggere un’opera solo come fenomeno sociale, e non come opera letteraria, equivale a non leggerla”. Per adesso lascerei però qui da parte (salvo riprenderla, perchè no? in un’altra serie di interventi, magari all’interno di un’indagine sulla formazione del critico) l’idea di approfondire il senso ultimo dell’attività critica: giudicare la bellezza? scoprire la bellezza? spiegare la bellezza…? Gli interventi su questo versante sono stati tanti e molti, con diverse sfumature, per me condivisibili (penso soprattutto a quanto ha scritto Enrico Ernst sul prendere in carico un testo e darne una nuova intelligenza, o alla nozione “assoluta” di qualità letteraria espressa da Antonio).
    Tornerei invece alla questione del rapporto tra successo e valore del testo. Giulio, scrivi a Massimo Pietroselli:

    Ciò che dici contiene un presupposto: ossia che non ci sia nessuna relazione tra il grande successo e le caratteristiche propriamente letterarie (o artistiche, se si vuole) di un’opera. Io invece faccio un’ipotesi: che tra le caratteristiche propriamente letterarie (o artistiche, se si vuole) di un’opera e il suo successo ci sia una relazione. Ovvero (dico la stessa cosa in altro modo), io faccio l’ipotesi che vi sia qualcosa di specificamente letterario (o specificamente artistico), in ciascuna opera letteraria, o in certi tipi di opere letterarie (narrativa di genere ecc.) che determina, o almeno favorisce, o almeno non impedisce, il grande successo.

    Per successo penso si possa intendere non solo quello commerciale, ma anche un successo di altro genere, il perdurare nel tempo, ad esempio, il concordare di pubblico e critica, la capacità di esercitare influssi su altre opere letterarie o su altre forme d’arte ecc. Ciò posto, trovo piuttosto difficile (difficile, non impossibile) enucleare quel qualcosa di specificamente letterario di cui parli. Nella narrativa di genere lo si ritrova forse con più frequenza, ma altrove ? Quante volte rileviamo una sproporzione tra successo e valore letterario in entrambi i sensi, successo superiore a valore, oppure valore a fronte di testi semisconosciuti? Sarò ingenuo o eccessivamente entusiasta, ma una buona parte dei libri di cui mi sono occupato ultimamente qui su Vibrisse mi pare abbia avuto un successo, anche nel senso ampio di di cui sopra, inferiore a suo valore letterario. Allora: l’ipotesi di cui parli, e che a me sembra plausibile e pure suggestiva, in quale direzione si può sviluppare? Si può individuare con una certa puntualità quello specifico letterario che favorisce il grande successo? Potremmo approfondire questo tema?

  142. enrico ernst Says:

    un aspetto Luigi: se individui “quello specifico letterario” ecc. poi molti, troppi vogliono riprodurlo (dalla parte degli autori) – bisogna a mio avviso dunque lasciare ampio spazio all’imponderabilità… all’impossibilità della risposta – non so se concordi (immagino quanti siano già quelli che vogliono riscrivere Harry Potter o le Sfumature…). In qualche modo quindi vale il consiglio “individuale” di Giulio: questa opera ha avuto successo, forse (diciamo forse) perché… e qualche ipotesi di lavoro, da confermare, o confutare…

  143. marisasalabelle Says:

    Alcune osservazioni senza pretese, un po’ come viene viene.
    Primo: non capisco il disprezzo ostentato da alcuni verso un autore di grande successo e di grande capacità narrativa come Ken Follett. Leggo Ken Follett e leggo Proust e Joyce, mi aspetto dall’uno cose diverse da quello che mi aspetto dagli altri. La narrativa di intrattenimento non mi pare disprezzabile, se riesce a centrare il suo obiettivo, cioè, appunto, intrattenere, divertire, appassionare.
    Secondo: riguardo alla questione qualità/successo, non si può generalizzare, secondo me, né in un senso né nell’altro. Ci sono autori veramente validi che però non riescono a coinvolgere il grande pubblico, ci sono autori di valore e di successo, ci sono autori di successo che valgono poco perché le loro opere hanno trame insulse, stile scialbo, oppure grondano sentimentalismo…
    Infine: sono davvero stufa di sentir dire che “la scuola fa odiare la letteratura perché obbliga… eccetera”. Sì, la scuola obbliga. Se i miei alunni non leggono Dante o Foscolo, Verga o Leopardi prendono 4. Che altro dovrei fare? Cerco di fare amare gli autori che tratto, ma qualcuno non li ama comunque, come qualcuno non ama la matematica o il latino. E allora, smettiamo di insegnarli? Smettiamo di valutare?

  144. deborahdonato Says:

    Io non ho criticato Follet, Marisa, sul piano artistico perchè, come detto, non l’ho mai letto. Ho solo fatto una battuta sulle sue considerazioni su Proust, che io amo a dismisura. Capita spesso che quando sento uno scrittore sparare a zero su Proust (mi è capitato sentirlo fare a Maurizio Maggiani, durante la presentazione di un suo libro) mi passa la voglia di leggerlo, per una questione di sensibilità. Tutto qua. Per il resto, sono d’accordo con te: è stupido negare la possibilità di esistenza di tante letterature, più o meno colte, più o meno di intrattenimento. Del resto, non leggo mica Proust dalla mattina alla sera.

  145. acabarra59 Says:

    “ 2 settembre 1987 – « “ Credevo che lavorasse a letto come Marcel Proust “ “ Chi è? “ “ Un grande scrittore francese “ » (Il grande sonno, Hawks, 1946) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 143

  146. mauro b. Says:

    Marisa, il problema non è che sia spiacevole o meno sentir dire che la scuola fa odiare la letteratura. Il problema è sapere se sia vero o no. Fatto sta che la scuola non produce amanti della letteratura. Probabilmente neanche li diminuisce, forse è irrilevante al momento. Coloro che si interessano alla letteratura lo fanno comunque, e sono la minoranza. Forse è utile chiedersi se abbia senso obbligare tutti a leggere e a studiare gli autori che citi, considerando che gli italiani, studenti e cittadini, non brillano nei test di comprensione della lettura, e leggono meno rispetto ad altre persone in Europa. Inoltre penso che la valutazione abbia scarso effetto circa la possibilità di apprendere o meno. Non vedo in che modo una persona apprende di più o di meno se poi viene valutato, se non come incentivo, che ritengo solo dannoso, dato che chi è portato per lo studio si impegna a prescindere e non ha bisogno dell’incentivo. Chi invece è meno portato subisce il voto come minaccia e marchio di inferiorità. Gli altri studiano quel tanto che serve per galleggiare e non certo in maniera proficua, solo a breve termine.

  147. Giulio Mozzi Says:

    Luigi, quando scrivi

    Quante volte rileviamo una sproporzione tra successo e valore letterario …

    sei – secondo me – già fuori strada. Faccio un esempio per spiegarmi. Prendiamo 100 capolavori (ma capolavori veri, eh!). Di questi, 50 (tra i quali a es. I promessi sposi di Manzoni, La metamorfosi di Kafka, ecc.) hanno avuto e continuano ad avere grande “successo”. Gli altri 50 (tra i quali a es. le tragedie del Della Valle, “Gli anniversari” di Uwe Johnson ecc.) stentano a trovare lettori (e, spesso, anche a trovare edizioni). Sono tutti capolavori, quindi non c’è un problema di giudizio di valore. Dunque: che cos’hanno di diverso, quei 50 diventati popolari, da quei 50 che non sono diventati popolari?

    Mauro b, due cose:
    – la frase sull’andar dritto al cuore rappresenta simbolicamente, ne sono sicuro anch’io, un modo di sentire e un modo di esprimersi; ma mi sembra troppo poco per costruirci su un’argomentazione. L’ho già detto in due modi diversi, questo è il terzo; non ci trono più su.
    – nella scuola si deve valutare, se non altro perché se un percorso formativo va da A a B e da B a C, non puoi far affrontare C a chi non ha ancora appreso ciò che va appreso in C. Tu scrivi:

    …penso che la valutazione abbia scarso effetto circa la possibilità di apprendere o meno…

    e a me viene in mente che proprio una settimana fa mi sono iscritto a un ciclo di conversazioni in lingua straniera, per rinfrescarmi un po’; e per decidere in quale livello inserirmi mi hanno fatto fare una prova. Mi hanno valutato. Ovviamente a me fa comodo essere inserito in un gruppo non troppo elementare e non troppo progredito.

  148. Michele Montani Says:

    Giulio, il tuo esempio dei capolavori che possono avere o meno successo di vendite mi porta – a maggior ragione – a riflettere su quei capolavori che non hanno inizialmente avuto alcun successo di vendite, salvo averlo in epoca successiva. Cito Il Grande Gatsby perché è l’esempio che conosco bene e forse, anche se in misura minore, L’urlo e il furore. Cosa dedurre da casi simili?

  149. GattoMur Says:

    Sarebbe bello, Giulio, leggere una decina di puntate di decaloghi nei quali suggerisci i “100 capolavori (ma capolavori veri, eh!)”. Il mercato editoriale è pieno di suggerimenti simili; ma i tuoi sono spesso inattesi (ad esempio, mi ha colpito Uwe Johnson). Si può fare? Grazie.

  150. mauro b. Says:

    Giulio, non volevo costruire un teorema sopra quell’esempio, l’ho preso come spunto immaginando uno che si metta a capire i libri di Volo. Io partirei dal capire che ne pensano i suoi lettori. Chiaro che quello come indizio è poco, però ad esempio recentemente ho letto di Recami Prenditi cura di me, una storia con personaggi che si fanno solo cattiverie fra di loro, che mira quasi a farti pensare il peggio delle persone. Al di là della bellezza della scrittura, mi pare molto più arduo che un libro del genere possa arrivare al cuore di tante persone. Mentre i libri di Volo, pur se scritti male, almeno i primi che ho letto io, mi pare che abbiano un qualcosa che è una via di mezzo fra la storia d’amore, il viaggio in treno con un amico che ti racconta la sua vita e quelle domande sul senso della vita e le occasioni che ci passano davanti.

    Sulla scuola, chiaro il discorso che fai. Però mi pare che lo psicologo che inventò il test per capire il ritardo mentale nei bambini lo fece proprio con l’intenizione di intervenire subito per aiutarli, mentre poi la valutazione fu usata come discrimine. Un conto è la valutazione espressa tramite una prova che l’insegnante usa come strumento per capire come va lo studente e un conto è un numero espresso pubblicamente, che diventa il fine, ovvero lo studente smette di pensare all’apprendimento e alla materia e pensa al numero, oltretutto durante la scuola dell’obbligo, senza contare che le persone hanno intellingenze diverse, motivazioni diverse.

  151. Giulio Mozzi Says:

    Mauro b., scrivi:

    …i libri di Volo, pur se scritti male, almeno i primi che ho letto io, mi pare che abbiano un qualcosa che è una via di mezzo fra la storia d’amore, il viaggio in treno con un amico che ti racconta la sua vita e quelle domande sul senso della vita e le occasioni che ci passano davanti.

    Eccellente descrizione! Cambierei solo una cosa: secondo me non sono “scritti male”: sono scritti in una forma di “letteratura semplificata”.
    E hai detto una cosa importata: un desiderio di molti è quello di essere consolati e confortati; e questo può spiegare il successo di certe opere.

    Sulla scuola: mi pare che ci siamo intesi. Io volevo solo correggere la tua battuta sulla valutazione, che mi sembrava un po’ eccessiva. Il ragionamento che fai sul test per il ritardo mentale può valere, tanto per star più vicini, per l’uso politico che è stato fatto dei test Invalsi.

  152. mauro b. Says:

    In effetti “scritti male” è improprio. è che in mente avevo alcuni scivoloni che in parte sono cambiati. Nei suoi primi due c’erano dei battute comiche fatte con giochi di parole tremendi tipo: “io ho un amico spacciatore, che però è un pacifista, praticamente uno spaccifista”. Queste cose nel quarto che ho letto non ci sono. Però sono rimaste certe espressioni tipo “un’erezione al cuore”. Ecco, mi sono immaginato il lavoro di editazione e mi sono chiesto se ce l’hanno lasciata apposta.

  153. Giulio Mozzi Says:

    Però, Mauro, “editazione” è una cosa da condanna ai lavori forzati.

    O usi l’anglatinismo “editing”, o usi l’italiano “edizione”.

    E se vuoi crocifiggermi per “anglatinismo”, cercherò di fuggire: praticamente crocifuggirò.

  154. mauro b. Says:

    grazie, avrei voluto dire edizione

    (ghost writer e fughe)

    ma pure angst-latinismo

  155. mauro b. Says:

    (mi era sfuggito il gioco di parole)
    fra dieci anni Volo non venderà più e farà solo web series porno e la mondadori ti chiamerà per farlo tornare ai fasti di un tempo.

  156. marisasalabelle Says:

    Leggo ora e quindi ora provo a rispondere alle osservazioni di mauro b sulla scuola. La scuola svolge una funzione nella società, discutibile, forse, ma importante. All’interno di questa funzione che la scuola esercita, ci sta l’insegnante che svolge il suo lavoro. Il mio lavoro consiste nell’insegnare letteratura, lingua italiana, storia. Sarei felice di insegnare queste materie solo a persone che già le amano e che le studieranno volentieri, per se stesse e non per la valutazione. Ma non è così. Molti dei miei alunni mi hanno chiesto “perché devo studiare letteratura, perché devo studiare storia, perché devo leggere questi libri o queste poesie”. Ho discusso sempre volentieri con loro ma non sempre li ho convinti. E alla fine, in certi casi, la risposta ultima è stata “perché devi”; “per passare”. E’ giusto? Non è giusto? E’ questo il migliore dei mondi possibili?
    Oppure facciamo “solo quello che gli piace”? Se gli piace Volo facciamo un anno di scuola su Volo?
    Inoltre: esiste un valore nell’obbligo, esiste un valore nella valutazione (purché non se ne abusi), e non è vero che la scuola non formi lettori. Mi è capitato che alcuni miei alunni abbiano imparato ad amare la lettura, non dico grazie a me, ma grazie all’opportunità che la scuola gli dava. Certo, poi ci sono e ci saranno sempre quelli che odiano leggere, e mi pare normale, anzi, direi, mi pare un loro diritto.

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