La formazione del fumettista, 5 / Giacomo Bevilacqua

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Giacomo Bevilacqua e Panda (foto di Manuela Kalì)

Giacomo Bevilacqua e Panda (foto di Manuela Kalì)

di Giacomo Bevilacqua

[Questa è la quinta puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Giacomo per la disponibilità].

Mio padre è sempre stato un assiduo lettore di fumetti.
Lui era, ed è, il classico tipo che ama, ogni tanto, starsene per i fatti suoi, tranquillo e rilassato, a leggere.
Solo ora mi rendo conto di quanto davvero mi dispiaccia che gli sia capitato un figlio come me.
– Che fai? che fai? che fai? che è? che è? che leggi? che leggi? che leggi?-
Capitan America
– Chi è? chi è? che fa? che fa?
– E’ un supereroe, fa cose da supereroe-
Ecco, la mia passione per i fumetti è nata in un momento simile a questo.
Il segreto non va ricercato nella questione in sé del supereroe, sia chiaro.
Ma nella piega che avrebbe preso questo dialogo (o uno simile) nelle battute successive, e che ora vi andrò ad illustrare, se avrete la pazienza di seguirmi.
Da bravo bambino rompicoglioni psico-egocentrico quale ero, mi sarei aspettato, da mio padre, di lì a poco, una frase tipo: “Vuoi leggere con me?”
Questa domanda mi avrebbe dato l’opportunità di provare la mia nuova mossa: saltare a piedi uniti per rompere i coglioni a quelli del piano di sotto, urlare NO! a voce alta per rompere i coglioni ai vicini, fare un pernacchione dando una botta al fumetto, per rompere i coglioni a mio padre, per concludere poi in bellezza scappando in camera mia a giocare coi Masters of the Universe finché non mi sanguinavano le mani (per rompere i coglioni a mia madre che avrebbe dovuto pulire tutto il sangue), piano perfetto.
Ecco.
Probabilmente la mia passione per i fumetti iniziò così.
In attesa di un piano diabolico e perfetto, che non si sarebbe mai realizzato.
Perché quella domanda, da parte di mio padre, non arrivò mai.
E io, preso dal panico, dovetti ripegare verso un piano B non congegnato, non previsto, e che, soprattutto, mi avrebbe trascinato in uno spaventoso buco nero da cui non sarei ma più uscito.
E questo piano di riserva consisteva in una domanda, fatta a lui, a mia volta, ovvero:
– Posso leggere con te? –

Che se io mi trovo a pensare ora a mio padre, in relazione a questo dialogo, lo vedo come uno che è riuscito a tramandarmi qualcosa di enorme, senza il minimo sforzo.
Un’abile stratega che, con tutta una serie di giochi psicologici, mi ha fatto avvicinare a quella che sarebbe stata la mia vita, la mia passione, il mio lavoro, semplicemente facendo in modo che fossi io a chiedergli di farne parte, non il contrario.
Quello in cui era immerso lui in quel momento era un mondo esclusivo.
Una passione unica.
E io volevo entrare a farne parte.
A tutti i costi.
Solo ora, scrivendo queste cose, mi rendo conto che le passioni non imposte ad un figlio da un genitore, sono, probabilmente, quelle che finiscono per tramandarsi davvero.
Voglio dire, qualcosa, lì dentro, catalizzava completamente l’attenzione di mio padre.
E io avrei dovuto farne parte a tutti i costi.
Non solo.
Avrei dovuto essere lì dentro in prima persona, in modo che la sua attenzione fosse catalizzata su di me.
Ecco.
Nella mia testa mio padre è un genio del male, e se oggi sono un fumettista di successo è perché lui l’ha sempre voluto, e ha ordito questa trama psicologica e contorta per dare a me l’impressione di una scelta, e a lui l’ebbrezza, infine, di una vittoria.
Questo è quello che mi piace pensare.
Questo.
E non che io fossi solo un gigantesco rompicoglioni egocentrico con bisogno costante di attenzioni e che mio padre, persona tranquilla e dedita alla lettura rilassata, volesse solo stare per gli affari suoi ripetendo tra sé e sé: “fa che non mi chieda di leggere con me, fa che non mi chieda di leggere con me, fa che non mi chieda di leggere con me”.

Ero deciso a fare il fumettista, dunque, dalla tenera età.
Ma ne ho avuto la conferma soltanto a 12 anni, quando ho avuto il mio primo attacco d’ansia serio.
A 12 anni non si hanno gli strumenti per capire da dove venga una cosa del genere, né perché.
A 12 anni vuoi solo stare meglio.
E l’unica cosa che mi faceva stare meglio era disegnare.
Disegnare e giocare ai videogames.
Pian piano ho imparato a soffocare l’ansia con i disegni.
Dai 12 anni in su non sono più riuscito a stare senza matita in mano per più di un giorno.
Poi a 19 anni l’ansia è tornata.
Ed era un’ansia diversa, più forte, più matura.
Una di quelle ansie che ti aspettano sorridenti per accoglierti nel loro abbraccio ovattato e nero come la pece, dopo una serie di scelte sbagliate, di fallimenti scolastici, di amori finiti male.
Una di quelle ansie che ti costringe a fare seriamente i conti col tuo futuro.
Ah, sì, e a 19 anni dovevo ancora finire il liceo.
E tutti i miei amici già stavano al secondo anno di università, o lavoravano.
E io ero deciso a voler diventare un fumettista, e disegnavo, disegnavo, disegnavo, tutti i giorni, tutto il giorno.
Ma mi uscivano solo degli schifosgorbi.
Per una persona pigra, svogliata e ansiosa, la consapevolezza della distanza che manca per potersi (anche solo) affacciare, per vedere il proprio obiettivo, può essere il miglior invito alla rinuncia.
Così, condendo le mie giornate di imprecazioni e lamentele varie, mi sono rimboccato le maniche.
Il passo più grande è stato iscrivermi alla scuola internazionale di Comics di Roma.
La mattina andavo al liceo, la sera alla scuola, due volte a settimana.
La scuola, per quanto riguarda la mia formazione, è stata la scelta migliore che abbia mai fatto.
Per i 3 anni successivi ho dedicato tutto me stesso alla realizzazzione del mio sogno.
Parallelamente alla scuola di fumetto, scrivevo testi teatrali e televisivi sotto la guida di Marco Perrone (zelig, affari tuoi, i soliti ignoti) e seguivo quei corsi, alla facoltà di architettura dell’Università, che avrebbero potuto essermi utili nel mondo del fumetto.
Alla fine del terzo anno della scuola, a 22 anni, Lorenzo Bartoli, il creatore di John Doe e Detective Dante, mi arruola nella scuderia dell’allora Eura editoriale (attuale editoriale Aurea) come disegnatore, su testi scritti da lui.
Ho passato il mio primo anno da “lavoratore” nel settore scusandomi con tutti quegli utenti di blog e forum del settore che insultavano me e i miei disegni “troppo immaturi”, “troppo grezzi”, “prospetticamente orribili” e rispondendo “Vi giuro che non ne ho idea!” a tutti coloro che chiedevano che cosa, uno sceneggiatore del calibro di Lorenzo Bartoli, ci avesse visto nel mio orribile lavoro, tanto da darmi la possibilità di pubblicare.
E man mano andavo avanti, aggiustando il tiro, acquisendo uno stile sempre più personale.
Poi, dopo qualche anno di solo disegno, ho scoperto che non mi bastava più, ho iniziato a creare da zero piccoli esperimenti, le strisce di A Panda Piace, delle storie brevi sui settimanali Skorpio e Lanciostory, delle storie online su wired.it.
E in pochissimo tempo mi sono reso conto che stavo scrivendo fumetti.
Raccontando cose.
E ci tracciavo una linea attorno.
E sui forum, sui blog, su facebook, iniziavano ad essere più quelli che apprezzavano che quelli che criticavano.
E ho continuato a farlo.
Finché non mi sono trasformato in una spugna, che poi è ciò che sono oggi.
Ecco.
Io sono una spugna che assimila, assimila, assimila costantemente, e che una volta piena, viene strizzata attraverso una matita.
Ansia è il mio braccio destro, l’ho trasformata in uno dei motori portanti della mia vita lavorativa, senza di lei mi alzerei a mezzogiorno, bucherei scadenze, o mi abbandonerei alla superficialità.
Tutto questo insieme di cose fa di me un fumettista.
E una spugna, in bilico su un ponte sospeso.
Se il vento tira a sinistra, mi affaccio sul precipizio del mondo cosciente
Se tira verso destra, mi affaccio sulla cascata della fantasia.
E devo bere, bere bere sempre, per restare gonfio e pesante.
Altrimenti il vento mi porta via.

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4 Risposte to “La formazione del fumettista, 5 / Giacomo Bevilacqua”

  1. DarFen Says:

    Bello. Bello davvero. Perché chi ha condiviso con Giacomo la sua passione a quell’età, sa quanto l’ansia e l’essere lontano dalle proprie aspirazioni ti affossino. Poi magari ci riesci, come Giacomo, magari no, come me. Ma bello davvero. Sperando che anche io possa almeno diventare un ” genio del male ” per un mio futuro figlio.

  2. Antonella Says:

    Un racconto di formazione davvero entusiasmante. Bravo.

  3. silvia Says:

    Giacomo non ti conosco per nulla se non tramite il tuo panda, (al massimo ti avrò chiesto un autografo un paio d’anni fa a Lucca), ma ti voglio ringraziare per esserti raccontato “senza veli”! Leggere come nasce una passione è sempre entrare un po un’avventura e fa emozionare ma qui c’è di più… tu scrivi proprio bene! Un pensierino a farlo a tempo perso?

  4. Gio Fortunato Says:

    Grazie per il tuo racconto, fa bene leggere di persone che hanno avuto l’ansia, un percorso scolastico problematico ma che comunque riescono ad esprimersi e a utilizzare quell’energia in modo costruttivo. Ci provo anche io, nel mio piccolo ma tu ci stai riuscendo meglio😀 bravo!

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