La carriera degli insegnanti (e altro)

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di Claudio Giunta

[Questo articolo di Claudio Giunta è apparso il 19 novembre 2014 nella rivista Internazionale. gm].

[…] Dopodiché, resta il problema degli scatti stipendiali, e della carriera, che sono due cose diverse. Ben vengano scatti stipendiali legati al merito: solo che mi sembra assurdo (e pericolosissimo) che dell’anzianità non si tenga alcun conto, per ragioni troppo evidenti perché vadano spiegate; e solo che io non so quello che gli esperti del ministero sembrano sapere alla perfezione (mantenendo però il segreto su questo punto), e cioè come effettivamente si misura il merito di un insegnante. Leggendo il documento mi è parso che questo merito sia legato soprattutto ad attività extra-curricolari: incarichi amministrativi, «svolgimento di ore e attività aggiuntive ovvero progetti legati alle funzioni obiettivo o per competenze specifiche (BES, Valutazione, POF, Orientamento, Innovazione tecnologica)». Se è così (e mi pare proprio che sia così), andiamo molto male: perché mi pare chiaro che le attività extra-curricolari vadano pagate (lo sono già, poco); e perché il merito di un insegnante si giudica dal modo in cui insegna, non dal suo impegno nell’amministrazione o dalla fantasia e dallo zelo con cui s’inventa amene alternative alle lezioni d’italiano e matematica: altrimenti si finisce per premiare non i bravi docenti ma i traffichini, o quelli che scambiano la scuola per un dopolavoro (nel mio liceo c’era la «Professoressa Cineforum», e sapevamo bene già allora che cosa pensarne). […]

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10 Risposte to “La carriera degli insegnanti (e altro)”

  1. Pensieri Oziosi Says:

    Articolo molto interessante, questo di Giunta, che condivido in larga parte. Giusto alcune osservazioni:

    1. I miei ricordi del liceo sembrano confermare l’importanza, sottolineata da Giunta, delle competenze disciplinari relativamente alle competenze pedagogiche. Gli insegnanti scarsi che ho avuto lo erano perché davano l’impressione di non conoscere molto bene la materia che insegnavano e non che non fossero bravi ad insegnarla. Ho però l’impressione che con l’abbassarsi dell’età degli scolari pedagogia e didattica diventino più importanti, e che quindi abbiano un peso maggiore alle elementari che alle medie, ed alle medie più che alle superiori[*]. Ma Giunta, come molti mi pare, sembra soffermarsi nella sua analisi più sulle superiori che sul resto del sistema scolastico.

    2. Giunta teme che i laureati triennali non abbiano conoscenze della propria disciplina sufficienti per l’insegnamento (di nuovo, immagino per le superiori, ed i licei ancor più in particolare). Ora, io non posso per parlare per esperienza diretta dei laureati in lettere od in filosofia, visto che non ho mai avuto esperienze lavorative con loro. Gli unici laureati di un corso di studio che è passato da quadriennale al 3+2 coi quali ho lavorato sono quelli delle facoltà economiche: nella mia pur limitata esperienza non è che abbia così notato un declino nella preparazione dai laureati quadriennali a quelli triennali – mentre invece ho notato un certo miglioramento tra quelli quadriennali e quelli con laurea magistrale. La mia idea è che un biennio di specializzazione che affianchi ai corsi di didattica e pedagogia alcuni corsi di approfondimento disciplinari sia sufficiente a mitigare il rischio paventato da Giunta.

    3. Il problema di come misurare il “merito” è un problema molto sentito, forse in misura ancora maggiore, all’interno del settore privato, dove l’insorgere di incentivi perversi può causare seri danni alle aziende o, nel peggiore dei casi, crisi economiche globali.

    [*] Mi scuso per la terminologia antiquata, ma spero di venire capita lo stesso.

  2. Nadia Bertolani Says:

    Ottimo articolo di cui condivido tutto fino all’ultima parola. Purtroppo!

  3. Arianna Says:

    Ottima risposta. Segnalo anche spunti interessanti a questo link: http://www.carpi2000.it/2014/11/05/stefania-bigliardi-le-donne-guadagnano-il-16-in-meno-rispetto-agli-uomini-2/

  4. maria rosa Says:

    Nell’articolo proposto, letto nella sua interezza, noto che alcune osservazioni di Claudio Giunta sono condivisibilissime, ma anche che altre che non lo sono affatto. Non desidero dilungarmi in questo post più a lungo di quanto la sua natura (del post) richieda e conceda, quindi mi soffermo solo su un punto dolens sul quale sto lavorando con altri colleghi all’interno della mia associazione, nella speranza di potere pubblicizzare, attraverso un convegno, le considerazioni finali.
    La formazione del docente viene , come si evince nel documento “La buona scuola “, legata alla progressione di carriera. Nel documento appare in modo macroscopico la contraddizione profonda tra la “qualità e il merito” richiesto ai docenti e quanto poi si viene dicendo del meccanismo che dovrebbe regolare e istituzionalizzare la premialità e l’avanzamento di carriera. Infatti, se da una parte si insiste sulla preparazone sia nel merito (preparazione disciplinare) che nel metodo (capacità didattiche ) dei docenti, dall’altra invece si dice che sarà riconosciuto ai docenti l’impegno profuso nelle attività di supporto alle attività didattiche curricolari ( supplenze) e non curricolari ( funzioni strumentali, collaborazioni col team di presidenza, orientamento etc…). Ora quanto dice Claudio Giunta nel suo articolo che, cioè, la validità e il merito degli insegnanti si misura sull’attività didattica, vale a dire sulla capacità reale di “sapere insegnare”, è sacrosanto. Se c’è un merito da premiare è proprio quello del docente che sa insegnare, vale a dire che, stando con i suoi allievi, sappia formarli, sappia accompagnarli in quel faticoso cammino verso la maturità intellettuale, verso la capacità critica e l’autonomia di pensiero. Perchè questo, a mio avviso è l’unico merito che dovrebbe fare da discrimine tra il buon docente, il cattivo docente e il docente così cosi. Ora il fatto è che purtroppo, tra noi insegnanti ci sono quelli dotati di talento per questo mestiere, ai quali è sufficiente un itinerario formativo universitario, anche come quello che c’è adesso ( laurea breve 3 anni+ biennio specialistico con Tirocinio Formativo Attivo, vale a dire con osservazione diretta in aula) e poi sanno volare alto. Ma questi sono purtroppo una piccolissima parte. Come d’altronde è sempre successo, anche nella scuola di cinquanta anni fa. Viceversa il grosso dei docenti, anche quelli che scelgono per vocazione, e non per mancanza di altre opportunità, di fare questo mestiere, necessita di una formazione precisa, mirata, capillare e costante. Quindi non solo formazione iniziale, ma anche e soprattutto, in servizio. Per fare ciò lo stato dovrebbe investire milioni di euro, rendendo obbligatoria una formazione di qualità dopo un tot di anni, sollevando nel contempo, per tutta la durata della formazione stessa, i docenti dall’insegnamento e istituzionalizzando momenti di pausa ( tipo anno sabbatico) durante i quali veramente i docenti potrebbero concentrarsi nello studio approfondito e mirato delle tecniche didattiche e delle teorie psico-pedagogiche che sono soggette a variazione a causa della stessa naturale evoluzione della società e della popolazione scolastica. Questo sarebbe , a mio avviso, il metodo più efficace per rendere i docenti a loro volta degli efficaci formatori. Purtroppo tutto ciò è molto costoso e , come si dice nell’articolo in questione, nella scuola soldi non se ne investono mai. Allora, e concludo, qual è la soluzione che viene prospettata dal documento sulla “buona scuola”? Sottrarre ancora risorse alla scuola abolendo gli scatti di anzianità e “premiando ” solo il 66% dei docenti che saprà dimostrare di essere meritevole. Ma meritevole in cosa? Come verrà misurato questo merito? Da chi? Quando? Non sarà certo il merito di cui abbiamo parlato prima, perchè tale merito potrebbe potere essere misurato solo attraverso le risultanze dell’insegnamento efficace. E qui si innesta un altro grandissimo problema: come misurare la raggiunta formazione degli studenti che purtroppo si posiziona sempre ai margini di tutti i risultati delle indagini internazionali? Su questo argomento gli stessi docenti si sollevano periodicamente come un sol uomo a fustigare e stigmatizzare qualsiasi forma di valutazione degli apprendimenti che non sia quella operata da essi stessi nelle proprie classi. Allora evidentemente il merito non potrà che consistere in quelle altre forme di attività a latere sopra descritte. Le quali , fino ad ora regolarmente retribuite con emolumenti accessori rispetto alla attività didattica, verranno conteggiati direttamente, se andrà in porto la “buona scuola”, nello stipendio sotto forma di premialità, grazie alla sottrazione operata sugli stipendi del 33% di quei docenti che rimarranno nella situazione retributiva iniziale perchè magari , per scelta o per forza, rimangono a lavorare nelle proprie classi sia bene che, ovviamente, anche male, ma senza alcuna possibilità di verifica. E così, con una diminuzione di risorse globali, il governo potrà incrementare la carriera dei docenti!
    Ecco, stando così le cose, io francamente non vedo via d’uscita. Credo che le cose andranno come sempre sono andate nella scuola. Forse anche un pochino peggio.

  5. marisasalabelle Says:

    Diciamocelo: questa storia del 66 e del 34 per cento è una vera cagata…
    Non argomento perché tanti hanno già argomentato prima e meglio di me.
    Menomale che sono a fine carriera (sempre che non decidano di prolungare l’età ancora di una decina d’anni)
    Ho ricoperto per 10 anni la funzione strumentale per l’integrazione degli studenti stranieri. Non ero “più brava”, svolgevo semplicemente un servizio aggiuntivo, che veniva retribuito (poco). Poi ho lasciato a una collega più giovane. Sono diventata un’insegnante meno brava? Sono sempre la stessa…
    Ora, a quel che ho capito, s’intende che chi svolge attività come quella di cui sopra non sarà retribuito ma accumulerà punteggio per entrare nel 66% degli eletti e beccarsi i grassi 60 euro in più mentre gli altri staranno a secco.

  6. deborahdonato Says:

    Applauso all’articolo. La scuola delle “Professoresse Cineforum” è in espansione, purtroppo.
    Maria Rosa, ma siamo davvero convinti he la formazione di un insegnante debba passare attraverso quei terribili corsi di aggiornamento proposti dal Ministero? Non è un dovere kantiano continuare a formarsi anche da soli oppure in rete – seguire vibrisse, parlare con altri docenti, pubblicare articoli e leggerli, andare al cinema, leggere romanzi, partecipare a convegni, leggere qualcosa che è totalmente lontano dalla materia che insegni (fondamentale!), non è una formazione che ognuno di noi ha la maturità di fare? Invece l’incubo della certificazione, i crediti, che ormai sono diventati obbligatori in qualsiasi attività scolastica e Universitaria, dequalificano qualsiasi attività autonoma. Ma personalmente non mi interessa affatto dei corsi di 100 ore su come usare la LIM, l’ho imparato in mezz’ora con la spiegazione dei miei alunni, e quindi continuo ad essere una insegnante/studente, con compiti he faccio a casa autonomamente. Forse il Ministero non ama molto questa linea, ma io me ne andrò zitta, tra gli uomini che non si voltano.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Maria Rosa, scrivi:

    …lo stato dovrebbe investire milioni di euro, rendendo obbligatoria una formazione di qualità dopo un tot di anni, sollevando nel contempo, per tutta la durata della formazione stessa, i docenti dall’insegnamento e istituzionalizzando momenti di pausa (tipo anno sabbatico) durante i quali veramente i docenti potrebbero concentrarsi nello studio approfondito e mirato delle tecniche didattiche e delle teorie psico-pedagogiche che sono soggette a variazione a causa della stessa naturale evoluzione della società e della popolazione scolastica.

    Un dubbio. Perché mai la formazione dovrebbe essere alternativa al lavoro in aula? Non sarebbe opportuno, invece, combinare la formazione col lavoro in aula, in modo che ciò che si studia da una parte possa essere immediatamente verificato dall’altra?

  8. maria rosa Says:

    Deborah: certo, sarei completamente d’accordo con te se “tutti” gli insegnanti facessero così. Ma quanti sono che vanno a “seguire vibrisse, parlare con altri docenti, pubblicare articoli e leggerli, andare al cinema, leggere romanzi, partecipare a convegni, leggere qualcosa che è totalmente lontano dalla materia che insegni (fondamentale!)…, Purtroppo molti non lo fanno e non fanno neanche la formazione autogestita e, men che meno, si confrontano con gli altri colleghi ( dove potrebbero farlo? Nel corridoio? Quando? nei momenti della ricreazione? Nei consigli di classe dove di tutto si parla fuorchè della propria formazione e del confronto delle didattiche poste in essere da ciascuno?). Per fare le cose bene ci vogliono spazi e tempi istituzionali e non affidati alla buona volontà dei singoli.
    Giulio: l’idea della formazione dei docenti cui faccio riferimento è quella di uno studio ampio ed approfondito, gestita da persone competenti e qualificate ( ce ne sono in giro, credimi, e non i corsi di aggiornamento gestiti dal ministero e organizzati nei ritagli di tempo nelle scuole, al pomeriggio). I docenti sono oberati di lavoro sia in classe che a casa, a parte tutte le scartoffie che sono obbligati a compilare, ci sono anche le lezioni da preparare, i compiti da correggere…Dove lo trovano il tempo per fare un lavoro approfondito di studio, di ricerca didattica, di confronto? Ecco perchè io dico che sarebbero necessari dei tempi in cui i docenti dovrebbero potere essere sollevati dal loro lavoro in aula per dedicarsi allo studio. Certo che ciò che si studia deve poi riversarsi sul lavoro quotidiano nelle proprie classi, ma ci deve essere il tempo per la riflessione e per la metabolizzazione di ciò che i docenti imparano di nuovo e di diverso rispetto a ciò che hanno sempre fatto. E’ molto difficile che un docente possa e voglia abbandonare i propri metodi didattici ormai consolidati in favore di altre metodologie più efficaci. Potrà sembrare strano ma, ad es., è molto dura da far passare, specie alle superiori la didattica laboratoriale, molto più produttiva, dove applicare tutte quelle efficaci e divertenti esercitazioni che anche tu stesso proponi nel tuo libro. In certi casi, per fare ciò, è necessario calarsi in una mentalità diversa, abbandonando quella che si è praticata sempre. Questi non sono piccoli dettagli, sono aspetti fondamentali che per essere acquisiti richiedono soprattutto esercizio e confronto tra pari. Poi, non so, forse al nord è diverso, forse la mia esperienza di docente del sud, mi porta a dire queste cose, non saprei. Ma la mia esperienza è stata questa e ho sempre visto docenti lamentarsi della formazione autogestita dalle scuole, ho sempre sentito accampare scuse di mancanza di tempo per organizzare al pomeriggio degli incontri anche in autonomia, giusto per una programmazione vera ed efficace del lavoro in classe o per una riflessione su problemi e argomenti di didattica. Ognuno fa quello che può (e che vuole) in completa autonomia e se ha difficoltà non lo dirà mai a nessuno. Questa, secondo me, è la realtà attuale nella scuola,certo con le dovute eccezioni. Ma l’insegnante efficace non deve essere l’eccezione ma la regola.

  9. Nadia Bertolani Says:

    Continua così Deborah.

  10. deborahdonato Says:

    Grazie,Nadia. Siamo in tanti a sentire la voglia di formarci (non uso il verbo aggiornare, perchè non siamo software) per fortuna.

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