La formazione dello scrittore, 25 / Sergio Garufi

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di Sergio Garufi

[Questo è il venticinquesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

sergio_garufiTutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, cioè le storie di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza cui normalmente si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io. Basta metterli sotto a studiare e praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? Io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

Nella mia vita precedente facevo l’arredatore, quello era il mio posto nel mondo, la mia occupazione. Arredare le case degli altri, avere una competenza su tessuti, mobili e imbottiti. A me la gente si rivolgeva per quello. Poi arrivò la crisi, durissima, per tutti, e non ci misi molto a capire che non era una congiuntura temporanea, che non bastava stringere la cinghia: dovevo cambiare vita, mollare tutto e inventarmi qualcos’altro. Sapendo di non avere talenti particolari, e neppure capitali da investire, ho provato con la scrittura, la cosa più economica del mondo. In fondo serve solo una biro e dei fogli, se non hai neppure un pc. E poi a uno scrittore si perdona tutto. Puoi essere un poveraccio, uno che non si può permettere manco di vivere da solo in un monolocale in affitto, ma se scrivi libri e articoli sulle pagine culturali non sei un poveraccio come tutti gli altri, il 740 non misura più il tuo valore, il tuo peso nel mondo. Perché non si sa mai. Sai quanti scrittori in vita non se li cagava nessuno e sono stati scoperti dopo morti? L’importante è che qualche copia sopravviva nelle biblioteche pubbliche, e la fama postuma a quel punto è possibile. Il fatto che ci sia una probabilità su un milione di essere il Kafka (o il Walser, o il John Williams) del XXI secolo non conta, così come chiunque spera di vincere al superenalotto. Ci vuole un po’ di pazienza, e un Max Brod che ti resusciti. Il talento, quello è opinabile. Io ero certo di non possederlo, ma allo stesso tempo ero convinto che con un po’ di esercizio e un po’ di tempo a disposizione avrei sfornato anch’io qualcosa di degno, che non sarebbe passato sotto silenzio. E così mi son messo di buzzo buono e ci ho provato. È come la simpatia. Io non sono mai stato simpatico a nessuno, di primo acchito. Forse conoscendomi un po’, dopo un po’ di tempo, quando mi lascio andare e mi fido di chi ho di fronte, posso risultare simpatico. Ma all’inizio no, mai, a nessuno. Allora ho fatto come il protagonista del romanzo di Ishiguro, il maggiordomo di Quel che resta del giorno. Mi sono allenato, tanto non mi correva dietro nessuno. Non avevo scadenze da rispettare, solleciti o particolari aspettative, perché nessuno si aspettava da me niente in quel senso, e quindi potevo lavorare in tranquillità. Allora sono partito da due punti fermi, due punti di forza. Il primo è che so cogliere il bello, capire quando una cosa funziona, e a quel punto si tratta solo di replicarla, adattarla al nuovo contesto. E il secondo è che il materiale non mi mancava, avendo vissuto parecchie esperienze fuori dall’ordinario. Così mi sono iscritto a un corso di sceneggiatura della Rai, ho imparato le tecniche di base della narrazione per immagini, l’arco di trasformazione del personaggio, gli scarti, i punti di svolta, e poi mi son messo sotto. Il primo punto di forza era raccolto in diversi taccuini. Tutto ciò che avevo visto, sentito o letto di ammirevole l’avevo trascritto lì, e ora mi sarebbe tornato utile. Il secondo punto di forza l’avrei sfruttato raccontando ciò che conoscevo meglio, le storie di cui ero stato protagonista, gli alti e bassi che il destino mi aveva procurato con generosità.

Ci misi poco meno di un anno a finire il primo libro, e pur non avendo avuto il successo sperato quel romanzo non passò inosservato, tant’è che mi fruttò un contratto per il secondo. Ricordo che mi giunsero voci da parte di alcuni parenti e amici che dubitavano fortemente che fossi in grado di ripetermi. “Ci ha messo tutto se stesso nel primo, che scriverà ora?”. Io invece non avevo alcun dubbio in quel senso. Le idee non mi sono mai mancate. Semmai mi è mancata la fiducia, il credere che valessero qualcosa. Esemplare in questo senso è stato il mio secondo libro, l’antologia Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari, pubblicata da ISBN. Io era tutta la vita che in un libro guardavo per prima cosa i ringraziamenti. Ero arrivato perfino a formulare la teoria secondo la quale la lunghezza dei ringraziamenti fosse inversamente proporzionale al valore dell’opera, tant’è che nel mio primo romanzo li ridussi ai minimi termini per non smentirmi. Però non avevo mai pensato che fosse qualcosa di significativo, solo una mia fissa un po’ bizzarra. Finché un giorno, su facebook, dopo aver postato i ringraziamenti involontariamente comici del libro Zero zero zero di Roberto Saviano, sono stato contattato da Carolina Cutolo. Mi disse di essersi vergognata molto sentendomene parlare a un festival letterario, dato che lei aveva scritto dei ringraziamenti lunghissimi, e mi propose di farne insieme un ebook autoprodotto. Solo a quel punto, dopo che lei mi fece capire che poteva essere un libro interessante, un fenomeno da studiare, rilanciai proponendo di presentarlo a un editore per farne un libro cartaceo, e così fu. Mentre raccoglievamo i vari ringraziamenti e li suddividevamo in categorie, pensai che quella era un’idea che sarebbe potuta piacere a Umberto Eco, e gli scrissi una lettera che illustrava il nostro progetto chiedendo se era disposto a farci una prefazione. Ventiquattr’ore dopo, per email, Eco mi rispose così: “Entusiasta del suo progetto, le regalo una mia vecchia bustina di Minerva dell’87 per darmi atto della mia idea pioneristica”. Non era una prefazione nuova, fatta ad hoc per quel libro, ma era pur sempre un suo testo sul tema, e neppure molto conosciuto, dato che non figurava nell’omonima raccolta di Bompiani e non si trovava neppure in rete.

Pochi giorni dopo l’uscita dell’antologia sui ringraziamenti, uscì pure il mio secondo romanzo. Era il 4 settembre di quest’anno, ed io ero molto emozionato. Questa volta ci avevo messo quasi due anni a scriverlo, ma alla fine ce l’avevo fatta, la scommessa l’avevo vinta. Un nuovo romanzo, con un’altra storia, questa volta molto poco autobiografica. Come ogni autore, riponevo grandi speranze nel mio libro, ero certo che avrebbe venduto più del mio romanzo precedente, ma quando chiesi al mio editor la tiratura rimasi di stucco, fu una doccia gelida. L’avevano stampato con un numero di copie molto inferiore al precedente, quasi un terzo. E infatti il libro non c’era, non esisteva. In molte librerie non figurava neppure, e nelle più grosse se ne trovavano al massimo un paio di copie, quasi sempre impilate di dorso negli scaffali alfabetici a parete, quelli che si consultano solo se si ha già idea di cosa comprare. In queste condizioni era molto difficile, se non impossibile, venderne più del precedente. Mi spiaceva un casino, soprattutto perché questo romanzo aveva degli atout commerciali di cui il primo era privo. Un titolo più accattivante, una copertina più attraente (grazie al disegno di Lorenzo Mattotti), una fascetta di Tiziano Scarpa, che mi considera “una delle penne più felici oggi in Italia”, e infine una storia più lineare, meno frammentaria, con un linguaggio depurato dagli sfoggi muscolari del primo. Le ragioni addotte dall’editore erano quelle economiche. Dal 2011 ad oggi erano cambiate molte cose nell’editoria. In soli tre anni un quarto delle librerie aveva chiuso, si vendevano molti meno libri, ergo la tiratura del precedente era impensabile. Insomma, mentre ero avvolto in pessimi presagi e il libro era appena uscito ricevetti una notizia sorprendente. La notte del 7 settembre, solo tre giorni dopo l’uscita del romanzo, ero a casa con la mia compagna. Dato che non c’era nulla d’interessante in tivù accesi il pc e controllai il mio blogghettino: la vie en beige. Non aveva molto senso che lo controllassi, dato che negli due anni l’avevo trascurato parecchio per scrivere il libro e il numero dei suoi visitatori era crollato a cifre risibili, circa 20 persone al giorno, ma lo feci lo stesso e notai subito un’allerta di wordpress, una spia che mi segnalava un insolito picco di accessi. Guardai le statistiche e c’era una torre che svettava in mezzo al deserto. Un migliaio di persone nel giro di un’ora era passato dal mio blog. Controllai da dove arrivavano e risultava che provenivano tutti da twitter. Lo dissi subito alla mia compagna e sbirciando dal suo profilo su twitter, dato che io lì non c’ero, mi accorsi che il responsabile era nientepopodimeno che Jovanotti. Aveva scritto che gli era piaciuto molto, e ci aveva messo pure la foto della copertina. Un endorsement di Jovanotti, su twitter, dove vantava più di due milioni di followers, non ci potevo credere! Eccolo, il punto di svolta che attendevo, il mio treno! Ora tutto sarebbe stato diverso. Mi chiamarono subito molti amici per congratularsi. Uno di loro mi disse: “in confronto, con La Lettura del Corriere ci s’incarta il pesce”. Insomma, io e la mia compagna ci abbracciammo, eravamo al settimo cielo, tanto che faticai ad addormentarmi, cullato da mille sogni di gloria, ma nei giorni successivi purtroppo non cambiò nulla. L’editore non ristampò e non cambiò neppure la fascetta. Quell’endorsement produsse una piccola fiammata di vendite, come mi disse l’editor, ma non convinse Ponte alle Grazie a rimpolpare le poche copie distribuite. Neppure un mese dopo, quando apparve un video di Jovanotti della durata di 10 minuti sul mio libro, si smosse, e presto anche i miei entusiasmi si spensero.

Un sabato mattina, che scesi a portare il cane passando davanti all’edicola dove compravo sempre gli inserti letterari del weekend, decisi di non comprare più Tuttolibri de La Stampa. In fondo mi aveva ignorato fino a quel momento, perché spendere dei soldi per leggere recensioni di libri altrui? Rincasai, e mentre la mia compagna si stava facendo la doccia sentii il trillo del suo cellulare. Le era arrivato un sms. Mi chiese dal bagno di leggerlo e vidi che un suo amico torinese, assiduo lettore de La Stampa, le comunicava che oggi quel giornale aveva incensato il mio libro. Mi precipitai giù a comprarlo e lo lessi correndo verso casa. Angelo Guglielmi, l’arpagone degli elogi, diceva delle cose bellissime. “Una scrittura che ha introiettato una consapevolezza, un’attitudine critica che le conferisce una splendida purezza e agilità. L’autore spinge avanti la trama del racconto guardandola a distanza, mettendole a disposizione, come un dono, il suo sguardo. Uno sguardo reso sapiente dalla lettura degli straordinari autori cui Garufi esclusivamente si dedica – certo Cortazar, ma prima Flaubert, Kafka, Céline, Cioran e soprattutto Perec”. Ero commosso. Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato. Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere. Su questo punto la penso come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, quando chiede a George Peppard: “Ma sei uno scrittore vero?”, e lui risponde “in che senso?”, al che lei replica: “ci campi con quello che scrivi?”. Ecco, io non ci campo. Se non vivessi con la mia compagna, che ha una casa di proprietà tutta pagata, non potrei mai permettermi un affitto da solo, neppure mettendo insieme i guadagni delle traduzioni e delle collaborazioni giornalistiche. E a 50 anni non è un gran risultato. Anche lei, la mia compagna, ha perso la sua scommessa, quando ha creduto in me, nella possibilità che io diventassi uno scrittore. Se penso che una delle categorie del libro sui ringraziamenti s’intitolava “febbre da cavallo”, e prendeva in giro gli scrittori che ringraziavano chi aveva scommesso su di loro, capisco quanto il destino possa essere beffardo e vendicativo. Ma pure la mia famiglia ci aveva creduto, e ora è un po’ delusa. Viviamo tutti lontano. Mia madre e mio fratello minore in Spagna; mio fratello maggiore a San Paolo, in Brasile, dove fa l’export area manager per la Perfetti, la multinazionale dei chewing gum, e infine mia sorella a Milano, col suo bel negozietto in centro. Mi seguono tutti con affetto, seppur distanti, s’informano sull’andamento delle vendite e delle recensioni, speravano che almeno uno di loro diventasse famoso. A volte, quando ci riuniamo a Natale, gli leggo in volto la delusione, e io stesso mi sento un po’ Calimero, quello che non possiede nulla e guadagna meno di tutti. Poi per consolarmi penso che non è stato tutto vano, che qualcosa mi è rimasto, che la stima di Guglielmi, l’apprezzamento di Umberto Eco, di Jovanotti e di Tiziano Scarpa non me lo toglierà nessuno finché campo. E non è cosa da tutti i giorni. Certo non ci paghi l’affitto, ma riscalda il cuore.

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51 Risposte to “La formazione dello scrittore, 25 / Sergio Garufi”

  1. cristianoprakashdorigo Says:

    adoro Sergio Garufi. non so perché, ma è così. se proprio devo azzardare, credo dipenda da come scrive: me l’ha data a bere.

  2. sandro Says:

    conosci Prima I Lettori? quest’anno si apre anche agli scrittori che vogliono promuovere le proprie opere. però, c’è sempre un però, è gratis, certo, ma lo scrittore deve dimostrare di essere anche un lettore (prima i lettori, lo dice il titolo) e quindi deve mandare insieme alla pagina della propria opera che vuol far leggere anche una pagina tratta dall’opera di uno degli scrittori “maggiori” che lo hanno ispirato. ripeto: gratis, senza pubblicità, senza scopo di lucro, solo per il piacere di promuovere la lettura. (www.primailettori.wordpress.com – mail a primailettori@gmail.com) ciao e scusate l’invadenza sandro

  3. toniletterari Says:

    Una bella testimonianza, fatta di verità. Complimenti. Spero di vedere al più presto il suo secondo romanzo in libreria. Grazie

  4. ComodisSimo Says:

    Le cinquanta sfumature di grigio, Twilight…avrebbe preferito scrivere robaccia? Mille volte la stima di addetti ai lavori e lettori che ne capiscono qualcosa. Deludere gli affetti? Impossibile con questi risultati, che fanno rosicare tanti snobboni che stanno da decenni su un foglio bianco o riempito a cavolo. Qui i risultati ci sono, eccome. Certo il guadagno è importante e verrà, il cammino è da poco intrapreso. Spero fortemente che una tappa del percorso sia il prossimo Maggio al Salone del libro di Torino. Nella scorsa edizione il momento per me piu riuscito lo propose SUR presentando ‘Un certo Lucas’, Fabrizio Gifuni ne lesse magistralmente alcuni brani. E Gifuni andrà alla notte degli Oscar… È un segno. Cortázar porta bene.

  5. davide Says:

    salve,garufi

    guardi,da alcune sue ,come dire,considerazioni sociopolitiche credo lette i da me in precedenza(mi par di aver visto sui post in piu di un forum letterario-culturale,diciamo)lei non mi stava troppo simpatico,però ora mi sta già più simpatico:perché?

    per aver scritto,ad es,cose come quest:


    E il secondo è che il materiale non mi mancava, avendo vissuto parecchie esperienze fuori dall’ ordinario.”

    è vero,è proprio così-non si sarà per forza hemingway sempre facendo una vita alla hemingway(peraltro,oggi la fanno troppi,in giro,per il mondo,una vita alla hemingway,ma magari non si dilettano di narrativa) ma manco chiudendosi in ufficio(o sulle montagne) 8-9 h al gg si han troppi input per riflettere su altri mondi e sfondi

    le”esperienze fuori dall ordinario”invece,sono già un buon punto di partenza-peccati che pochi in italia a veder la narrativa che abbiano,l’abbiano capito

  6. davide Says:

    acch sorry,volevo scrivere “peccato che pochi in italia, a veder la narrativa che abbiamo,l’abbiano capito”

    saluti

  7. Michele Montani Says:

    Grazie della testimonianza che denota grande obiettività e – nonostante l’autore ne dia parere contrario – simpatia. Autore a cui faccio presente che gli rimane pur sempre “la speranza che qualche copia sopravviva nelle biblioteche pubbliche e che la fama postuma a quel punto sia possibile”.

  8. davide Says:

    dalla articolo sopra,(che ora ho letto quasi tutto ):

    “”Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato. Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere.””

    con tutta sincerità:spero che quanto sopra sia detto con un pò di ironia,perchè se fosse detto seriamente,beh..nulla di grave ma presuppone un sentire che personalmente è distante anni luce dal modo,credo,a cui accostarsi allo scrivere al pubblicare

    se posso:

    A-ma guglielmi,chi sarebbe?ha scritto recensioni interessanti,ma a me divertiva quando stroncava qualcuno/qualcosa non quando elogiava altro/i (e infatti sono memorabili alcune sue stroncature,ma i libri che comprai su consiglio indiretto delle sue recensioni positive,oh mon dieu..)

    B-jovanotti chi??mica è robert plant o david gilmour..penso sia uno dei personaggi piu sopravvalutati di tutti i tempi,il Cherubini(assieme a rodotà,magari)

    C- “…che non sono uno scrittore”” riferito alle vendite scarse,dice

    anche qui credo non sia così,lei è uno scrittore,lo è, edito perlomeno, dalle vendite numericamente non elevatissime, certo, e tant’è,ma sa com’è,c’è un certo gradi di prevedibilità sopratutto sul”cosa si scrive” (peccato il nostro culturame sia tutto li a dibattere sul”come lo si scrive”,che è un problema non sempre di serie B magari, ma di sti tempi assolutamente secondario,si..)

    D-se fossi cattivissimo direi (a chiunque)”provare a scrivere qualcosa che abbia uno SFONDO originale e una STORiA forte (ma non è detto debba esser un giallo/thriller/noir per forza,anche un libro di avventure -non esotismo alla wilbur smith,però-all estero va bene)e almeno un italiano medio come linguaggio ”

    infatti,per imperlare di metafore,c’è sempre tempo(anche nell ultimo giallo da ombrellone)

    perchè molti non lo fanno?perchè è molto meno semplice di quanto si pensi

    saluti

  9. Cristian Says:

    sì, ho letto la storia, ma la formazione?

  10. davide Says:

    ..già🙂

  11. sergiogarufi Says:

    mi sembrava di esser stato chiaro: è la formazione di un autodidatta, i taccuini, le esperienze di vita.

  12. Cristian Says:

    può esistere uno scrittore che non sia autodidatta? Può esistere uno scrittore senza taccuini (materiali o non)?

  13. Cristian Says:

    e senza esperienze di vita?

  14. acabarra59 Says:

    “ 13 marzo 1987 – Il signor di Rollebon chi era costui e Antoine Roquentin quanti anni avrebbe se fosse vivo ma è morto proprio qualche anno fa morto è l’Autodidatta: pure lui. Nausea? Nausea di che, scusi? Di chi? Acqua passata. Ne è. Sotto i ponti. Di Toko Ri? Di Pasqua? La capra crepa. L’auto didatta. Il signor di Roller Ball. Antoine? Rockentin. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 95

  15. davide Says:

    cit acabarra:

    “Sotto i ponti. Di Toko Ri?”

    mitico film”i ponti di toko-ri”,con william holden e grace kelly,ambientato nei cieli della guerra di corea, dal libro di james a.michener

  16. albertozk Says:

    Davide, che cosa intendi per “esperienze fuori dall’ordinario”?

  17. albertozk Says:

    @ Sergio_Garufi,
    potresti fare degli esempi delle tue esperienze “fuori dall’ordinario”?
    Grazie

  18. sergiogarufi Says:

    non voleva essere una vanteria, al contrario. alludevo a disgrazie o eventi luttuosi particolari. come morì mio padre, per es. ma non vorrei specificarli qui, m’imbarazza un po’. comunque sono tutti nel mio primo libro, e si possono desumere anche solo dalle recensioni che si trovano in rete.

  19. albertozk Says:

    Grazie Sergio.
    La mia non era una velata critica ad una tua ipotetica vanteria, ma una vera e propria curiosità.
    Buona fortuna, Sergio.

  20. sergiogarufi Says:

    grazie alberto.

  21. dm Says:

    A me è piaciuto questo racconto. Secondo me il racconto di qualcuno che impara è bello solo se anche chi legge impara. E io qualcosa ho imparato. Non so bene cosa però.

  22. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1981] – Compri la treccia dei bei peperoncini rossi, e non sai resistere a quel sedanone verde bandiera. Com’è rotondo e giallo il melone! E la pasta di segale è di un bruno pastoso e accattivante. Compri compri compri. E i vasetti e le confezioni speciali. E poi ti fa male la pancia. Impara. A educare la vista. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 97

  23. davide Says:

    “E io qualcosa ho imparato. Non so bene cosa però.”(cit.dm)

    mah!

    si sarà pure imparato qualcosa,ma quando si legge sopra, nel testo:

    “Ancora non conosco i dati di vendita degli ultimi due libri, ma è quasi certo che non supereranno le tremila copie, cioè quanto vendetti all’esordio. Questo significa che la scommessa l’ho persa, che non sono uno scrittore. Al pubblico non l’ho data a bere.””. ”

    un po critici si può essere, non è questione di ” Al pubblico non l’ho data a bere.” è che il pubblico poteva e può esser notoriamente interessato a tutt’altro,ma questo capita per mille mila attività umane…..

    suvvia Daniele meno buonismo culturale

  24. dm Says:

    Davide, mi pare che l’insegnamento – o lo spunto buono, se preferisci – stia proprio in quel che tu chiami “buonismo culturale”.

  25. acabarra59 Says:

    ” Sabato 1 giugno 1996 – Una volta Calvino disse che bisogna imparare a mordersi la lingua. Perché chi parla come gli viene, a vànvera, senza pensare a quello che dice e a chi lo dice, fa una brutta impressione. E anche chi parla troppo. Sì, parlare troppo è un brutto vizio, da cui bisognerebbe guarire. (Anche non parlare mai) ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 98

  26. davide Says:

    daniele di buonismo culturale in giro ce ne già tanto,troppo,davvero tanto,e non penso di dirlo solo io eh-vediti di che durezza sono certe critiche d’oltreoceano (mica solo usa anche gb e altri)nel loro comparto culturale:qui c’è sempre sta rugiadosità che è davvero tanta,troppa…

  27. sergiogarufi Says:

    davide, io non contesto che “il pubblico possa essere interessato ad altro”. chi, come me, fa proprio il criterio selettivo di audrey hepburn, oltre ad autoescludersi dal novero degli scrittori, affida al pubblico il compito di giudicare chi lo sia o non lo sia; senza per questo negare il potere di condizionamento dei media o la qualità di molti testi negletti. i blog e i social network sono pieni di sedicenti (nel senso che se lo dicono da soli) “scrittori”, e bazzicandolo parecchio posso assicurare che sono pochissimi quelli come me che rendono pubblici i propri risultati di vendita (soprattutto quando non sono esaltanti). ecco, se avessi una bacchetta magica obbligherei chiunque si autoproclami scrittore a farsi un selfie col rendiconto ufficiale delle vendite. sono certo che molti, per evitare la vergogna, preferirebbero dichiarare altre professioni, o si dichiarerebbero disoccupati.

  28. davide Says:

    salve garufi

    davvero complimenti per aver reso noti i dati di vendita,davvero lo fanno in pochi, si

    però vedo io quelli che si autoscrivono”scrittore/scrittrice” sul proprio nome fb o simili, manco li calcolo, ne calcolo il self publishing et similia

    quello che invece mi lascia sempre un po perplesso è l’atteggiamento di scrittori editi ,anche noti,cmq dell editoria mainstream,pubblicati che siano da editori piccoli medi o grandi

    c’è sempre sta fissa di esser sul pezzo,che siano discorsi sull f-35,sui migranti o sul pil o la bce-magari non sarà il suo caso,però troppi sembran aver scambiato il ruolo di opinionisti per quello di scrittore/trice:quando si va a legger le loro opere han pochissimo mordente,poche parti dure/portanti etc etc anche se magari son curate dal punto di vista stilistico

    la colpa è degli italiani che leggono poco?forse, ma la colpa però credo all origine sia quel milieu culturale, qua e la un po catto sinistrese e qua e la , e anche un po radical chic, che da sempre c’è nelle patrie lettere

    ne ho gia scritto diffusamente anche qua sopra quindi non spiego ulteriormente

    un ultima cosa:si da troppa importanza all ambiente culturale “solo internautico”,dico il resto del mondo manco sa così spesso che esista…

  29. Giulio Mozzi Says:

    Davide, quando parli di “scrittori, anche noti”, di quali scrittori parli? Fa’ qualche esempio (con nome e cognome).
    Così capiamo di che cosa si parla.

  30. davide Says:

    “anche noti”(o più) vuol dire che magari una recensione e qualche intervista l’hanno avuta

    (voglio dire:può anche uscire un libro da un piccolo editore non a pagamento che piu che comparire nelle novità,non ottiene,ma questo/i esulano dalla disamina)

    quanto alla prima categoria,non c’è che l’imbarazzo della scelta…

  31. Stefano Trucco Says:

    Davide, ti rendi conto che ti descrivendo? Anzi, che ti stai seppellendo da solo?

  32. RobySan Says:

    O Trucco; la vitalità di Davide è incoercibile. Anche da seppellito può digitare, digitare e digitare per millant’anni ancora! Oltretutto, la sua tastiera è sotto il dominio di forze oscure, ctonie e desiderose d’erompere invadendo l’ambito del mero reale: perché privarsi di questi messaggi ultramondani? Il non riuscire nell’impresa d’intenderli e interpretarli è certo limite nostro.

  33. davide Says:

    mister stefano trucco,guardi che una frase come “..ti rendi conto che ti descrivendo?” non gira molto eh😀

    no gente scusate non credo che Garufi abbia bisogno di “difenditori”(i difensori,quelli son altra cosa )

    inutile far i buonisti, sopra ci son scritte cose davvero criticabili,credetemi quando ho letto di jovanotti stavo per svenire-

    purtroppo credo che Garufi sia stato-qui- davvero un pò ingenuo,a scrivere cose come ““”Dopo il celebre cantante pop, il mio libro era piaciuto pure a un critico colto ed esigente come lui, cosa potevo pretendere di più? Il successo, solo quello mi mancava, e quello non è arrivato” qualche critica ce la si becca sempre & cmq..:)

    Vediamo se Garufi stesso dice qualcosa come “ma si, si forse mi son sbagliato”….

    (Stefano Trucco,lei come “opponente” è scarso davvero, i suo tentativi di redirezionare altrove l’attenzione fan sempre un buco nell acqua,e come vede sopra l’attenzione è tornata sul testo di Garufi ..:) )

    robysan meno calembour:una volta Mozzi stesso mi pare scrisse proprio “sai roby faccio sempre un po fatica a capire i tuoi scritti ” (lo disse a te,se ricordo bene mica a me, correggimi se sbaglio🙂 )

  34. RobySan Says:

    Davide: vedo che non sai cosa siano i calembour, ma: transeat.

    Circa quel che ha scritto Mozzi: hai mai sentito parlare di quella figura retorica detta “ironia”? La stessa domanda vale a proposito di ciò che Garufi scrive sugli apprezzamenti di Jovanotti. Comunque, Davide, continua a commentare ché stai inaugurando uno stile. E lo stile è l’uomo, dicono.

  35. davide Says:

    no,guarda tra calembour e transeat,la distinzione filologica te la lascio volentieri🙂 ammesso che a qualcuno freghi, al mondo(chissà….)

    quanto a mozzi ,guarda escludo molto fosse ironico😀 cmq vedo che ricordavo bene,essì :D….

    e infine, quanto allo stile è povera cosa se non veicola contenuti,sopratutto quando si fa troppo calembour…di contorno.

  36. davide Says:

    nb:per favore,davvero basta citare jovanotti..ma che è???il mondo occidentale sta franando davvero eh😦..ma almeno questo non è colpa del calembour..😦

  37. RobySan Says:

    no,guarda tra calembour e transeat,la distinzione filologica te la lascio volentieri…

    Fantastico!

  38. dm Says:

    Secondo me, per apprezzare un racconto di formazione non è necessario condividerne gli slanci e la “filosofia”. Ad esempio, io non farò mai mio il criterio di Garufi-Hepburn, perché detesto il “grande pubblico”, perché dal “grande pubblico” son sempre corso via, perché ho abolito il “grande pubblico” (faccio l’eremita, più o meno). E piuttosto che dare al “grande pubblico” lo scettro della definizione smetto io di scrivere a partire da questi commenti. Insomma, capito.
    Ciò non toglie che quella cosa, detta da Garufi, nel modo in cui l’ha detta Garufi, è utile.
    Questo intendevo dire nei miei commenti di avantieri.

  39. marcocandida Says:

    Voglio dire una cosa. Sergio Garufi in un post relativo alla “Formazione dello scrittore” ha lasciato un commento riferendosi al sottoscritto e chiedendo di partecipare alla serie. Cosa legittimissima e che non discuto. Ma la faccio notare per una ragione. Mozzi contattò me e suppongo altri, questa estate. Mandai un pezzo scritto e pubblicato sul mio blog nel 2010. Pezzo scritto in due ore, febbrilmente. Per carità, non era scritto male, e un po’ per l’occasione l’ho rivisto. Ma quel testo non fu scritto ad hoc e a puntino. Mai nella vita avrei pensato che avrebbe preso parte a questa serie un numero così alto di scrittori e scrittrici e che addirittura si creasse una serie per insegnanti e fumettisti. Mi sembra che vada fatto un distinguo tra chi ha scritto “di pancia” e chi ha scritto, pur legittimamente, per una serie già avviata.

    Viste anche le critiche di chi legge: molto serie.

  40. davide Says:

    ok,ricevuto, Marco

  41. sergiogarufi Says:

    ricordi male, marco. se mi riposti qui il mio commento vedrai che dicevo tutt’altro.

  42. sergiogarufi Says:

    “- sei un vero scrittore? – in che senso? – ci campi con quello che scrivi? (Colazione da Tiffany). Così, tanto per restringere il campo (e darsi la zappa sui piedi). Comunque a me sarebbe piaciuto partecipare, ma poi ho visto che c’era Candida e mi son sentito inadeguato.”

    questo era il mio commento, e se non si fosse capito era ironico.

  43. marcocandida Says:

    Sì, esatto. Eri ironico. Hai fatto dell’ironia su di me e Giulio Mozzi ti ha arruolato. Complimenti vivissimi. Questo sì che è sapersi imporre e andare avanti nella vita.

  44. sergiogarufi Says:

    bravo. con un po’ di ritardo ma ci sei arrivato anche tu. io avevo provato a trattenermi, giuro, ma la tua vanagloria è un bersaglio irresistibile, soprattutto quando credi di scrivere con la pancia e invece lo fai coi piedi.

  45. marcocandida Says:

    Torna da chi ti mantiene, maleducato.

  46. sergiogarufi Says:

    oltre a non saper scrivere non sai neppure leggere. vivere in una casa altrui non significa non guadagnare. il mio 740 del 2013 è stato di 15.000 euro netti, e quest’anno circa altrettanto. in una città come roma non è molto ma me lo faccio bastare. comunque grazie per l’interessamento.

  47. acabarra59 Says:

    “ 26 gennaio 1992 – « Figuratevi quante applicazioni può avere un termine che significa tenere, mantenere. Vediamone un paio. Con l’aiuto di Mae West, mitica diva del cinema degli anni passati. Che dichiarò pubblicamente, ai suoi tempi: “ Keep a diary and some day it ‘ll keep you “. Il primo “ keep “ viene dal verbo “ to keep “ nel senso di tenere; il secondo da “ to keep “ nel senso di mantenere. Dunque: “ Tieni un diario e un giorno lui (il diario) ti manterrà “. Come? Ricordando, ricattando, minacciando? Questo non ci viene spiegato. Dobbiamo immaginarcelo. Senza recare offesa, possibilmente, alla memoria della grande attrice, nata cent’anni fa, nel 1892, morta nel 1980. » (Dai giornali) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 102

  48. Tesaurus Says:

    il fatto che si vada in un brodo di giuggiole per un commento di jovanotti – dico: DI JOVANOTTI: di Lorenzo Jova Jovanotti Yo* – indica a mio avviso che forse l’autore veramente non è uno scrittore. Oppure segna il declino delle lettere patrie e non.

    * certo, so alla perfezione che esistono anche cantanti molto peggiori, specialmente umanamente.

  49. Giulio Mozzi Says:

    Tesaurus: la fredda valutazione delle opportunità offerte dal fatto che una celebrità con milioni di fan loda pubblicamente un tuo prodotto è nient’altro che la fredda valutazione delle opportunità offerte dal fatto che una celebrità con milioni di fan loda pubblicamente un tuo prodotto. Descrivere questo come “andare in brodo di giuggiole” è, prima ancora che tendenzioso, sbagliato.

  50. marcocandida Says:

    Giulio, Garufi non effettua una fredda valutazione. Usa la parola “cuore” alla fine del suo intervento. Jovanotti ha scritto uno dei migliori album di Adriano “Il re gli degli ignoranti”. Quindi non ho nulla contro Jovanotti o altri. Sono solo intervenuto per una questione di “forma”. Lo sottolineo, perché non voglio strumentalizzazioni di un atto (il mio) chiaro. Del resto, Garufi, con altri, mi attacca da anni. Di persona non lo conosco, non ho conti in sospeso.

  51. Pensieri Oziosi Says:

    Sto rileggendo alcune delle Formazioni del 2014, e questa di Sergio Garufi è una di quelle che mi è rimasta impressa maggiormente, insieme a quella di Gilda Policastro e Stefano Trucco, e, lo dico subito, tutte e tre in senso positivo.

    Leggendo le reazioni in calce a questa formazione ci sono comunque due che cose che mi hanno incuriosita.

    La prima è che alcuni sembrano voler rimproverare a Garufi il suo desiderio di voler avere successo, come se la speranza di vedere i propri libri letti dal maggior numero di persone o anche di poter campare facendo lo scrittore fossero cose disdicevoli, tabù da non menzionare in buona società.

    La seconda è che evidentemente ci devono essere dei rancori pregressi di Garufi e qualcun altro verso Marco Candida. Ecco io mi domando: ma a voi, che v’ha fatto Candida? Non vi ha più restituito le diecimila lire che gli avevate prestato?

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