di giuliomozzi
Eh già. Questa è una rubrica che ancora manca, qui in vibrisse. Anche perché la definizione di “insegnante di scrittura creativa” è quanto mai vaga (e in parte dovrei reinvitare persone già invitate per altre rubriche). Mah! Come procedere?
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This entry was posted on 14 novembre 2014 at 05:51 and is filed under Il campo letterario-editoriale, Industria culturale, La formazione dell'insegnante di scrittura creativa. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed.
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14 novembre 2014 alle 06:48
“ Domenica 28 gennaio 1996 – Ho comprato Scrivere / Corso di scrittura creativa della Fabbri editori. In questa domenica di donne bionde e telefonini, di firme e di trong>pasticcini</s. Sì, pasticcini. “. [*]
[*] La s-formazione dello scrittore / 87
14 novembre 2014 alle 06:49
“ Domenica 28 gennaio 1996 – Ho comprato Scrivere / Corso di scrittura creativa della Fabbri editori. In questa domenica di donne bionde e telefonini, di firme e di pasticcini. Sì, pasticcini. “. [*]
[*] La s-formazione dello scrittore / 87 [**]
[**] Il solito pasticcio. Pardon.
14 novembre 2014 alle 07:07
Iniziare da te, ad esempio. Magari anche dalla definizione di “scrittura creativa”. Mi sono sempre chiesta se dentro si annidi un pleonasmo. Si, so che c’è una scrittura non creativa (lista della spesa, preventivo del meccanico, telegramma di condoglianze). Ma già sulle condoglianze, si può scegliere uno stile e, a dir la verità, anche nella mia lista della spesa mi impegno in fantasia. C’è una scrittura non creativa? Al di là di questi tarli mattutini, la rubrica la attendo con impazienza.
14 novembre 2014 alle 07:43
Io mi candido già!
14 novembre 2014 alle 08:59
So che non c’entra del tutto, ma queste foto degli asini a me piacciono un sacco,
Sono d’accordo con Deborah fino all’ultima sua parola, seppure io sia in ritardo di ben due letture di Formazioni. Stanotte rimedierò, giuro.
14 novembre 2014 alle 09:05
“Vieni avanti, creativo!”
Sì. Eccotene un esempio, o DeboraH:
L’esclìpo (sonetto fosco)
L’esclìpo, inzìce, zompa rifrantato
sul rembo del silàto monoclino.
Rescéto, dice caso a caso amato;
effabile, in luente parracino.
Alzando ranche di rufante sezza
l’esclìpo sinzia capintosamente,
furio e dolente per la grigia frezza
zinca le spalle, scila contradente.
Ma se l’incanzi con la bella tita,
l’ollazzi intruto del novello goro
e, ciunco, l’arrovizzi a nova vita.
E t’ama come amasse soli e coro,
ti cranta seme e frutto alla safìta
e sei di lui sabbatico zimoro.
14 novembre 2014 alle 09:20
Deborah mi ha preceduto.
Mi riferisco alla definizione “scrittura creativa”.
Anzi, Deborah ha posto il quesito meglio di quanto io avrei saputo porlo.
14 novembre 2014 alle 09:50
Ecco Giulio, non sapevo se scriverti una mail: io lo sarei da undici anni, quindi mi candiderei a raccontare qualcosa… e a deborah: la risposta è che, in fondo in fondo, una scrittura che non sia creativa, non esiste no. Prendi una lista della spesa, però: può essere più o meno creativa? Penso di sì. In effetti, lasciando in pace il termine scrittura, così, senza fare riferimenti “altri”, c’è una dimensione propria del creativo, dell’artistico: forse, a un determinato livello, è la dimensione della “cura”, di una determinata “cura”.
E poi, bene, quando parliamo di scrittura creativa, il che ci connette con tante esperienze interessanti soprattutto di area anglosassone (da cui assumiamo il termine “creative writing”), ci riferiamo alla scrittura letteraria (poesie, romanzi, sceneggiature, drammaturgie, novelle, short story) e non ad altre (saggismo, giornalismo) – più o meno creative pure quelle. Per parlare di scrittura letteraria, ci spingiamo ad “abbracciare” alcune scritture “private” come il diario, la lettera. Scusate sono cose che si sanno e si sono ripetute magari tante volte…
per me dunque “scrittura creativa” non disegna un insieme che mette di qua le scritture creative e di là quelle non creative (spero si sia capito) ma piuttosto di qua le scritture letterarie propriamente dette e di là le disparate altre (dopo di che ci sono delle zone di “cerniera” e di indeterminazione tra i due campi: si pensi alle biografie, autobiografie – saggismo o “letteratura”?- o a una opera, per certi versi giornalistica, come “Gomorra”). Questa “divisione” serve, pragmaticamente, a individuare un campo di approfondimento. Dalla mia esperienza “serve”. Ripeto una cosa già detta: espressione un poco insoddisfacente, “scrittura creativa” mi pare difficilmente rimpiazzabile, se non riducendo il campo o dando messaggi non adeguati e ambigui…
14 novembre 2014 alle 10:29
RobySan, sei un creativo, sappilo.
Enrico, io però non sono una teorica della indifferenziazione. Il punto è cosa fa la differenza. Forse la riflessione sulla scrittura? La meta-scrittura?
14 novembre 2014 alle 10:36
“ Giovedì 7 dicembre 2000 – « Treviso – “ È ora di finirla con tutti questi diari scarabocchiati, caotici, istoriati, graffitati, pieni di cuoricini, messaggi d’amore, immagini di calciatori e di attrici, appuntamenti privati. Gonfi di ritagli che non hanno nulla a che vedere con l’attività didattica. Il diario è uno strumento di lavoro. Serve agli insegnanti per comunicare con la famiglia e viceversa. È il luogo in cui annotare i compiti e va tenuto ordinato come tutti gli altri quaderni. Punto e basta. “. È durissima con la creatività giovanile la preside della scuola media statale di Resana, provincia di Treviso, Paola Amaglio, 58 anni, 35 di insegnamento, che con una circolare di fuoco, indirizzata a tutte le famiglie, ha comunicato ufficialmente la messa al bando delle agende troppo personalizzate. » (Dai giornali) “. [*]
[*] La s-formazione dello scrittore / 88
14 novembre 2014 alle 11:09
Io ho avuto l’ardire di “insegnare” (mi si perdoni l’audacia del termine) scrittura creativa l’anno in cui nella mia scuola era stato varato il corso di Discipline dello Spettacolo, ma non posso raccontare nulla di personale perché seguivo pari pari i bellissimi testi di Mozzi e Brugnolo: Ricettario di scrittura creativa, ed, Theoria, 1998. Ci siamo molto divertiti, tutti, docenti e discenti.
14 novembre 2014 alle 11:13
@Deborah. Ragiono con te. Ecco: le scritture che tu citi: lista della spesa, preventivo del meccanico, telegramma di condoglianze (aggiungici: un bugiardino di medicina, un libretto di istruzione), hanno almeno questa caratteristica: sono e devono essere “solo” utili, cioè devono assolvere a una funzione “utilitaristica-comunicativa-transattiva”. La lista della spesa in più è strettamente privata. I riferimenti all’estetica (bellezza di scrittura) o all’invenzione (di, per esempio, un “mondo altro”, di personaggi ecc.) o anche all’originalità (usiamo questa categoria) non hanno pressoché rilievo. Mettiamo che un elemento di questi tre li contraddistingua: un originale – e magnificamente scritto – telegramma di condoglianze può essere – ecco, a mio giudizio – creativo, ovverosia sostanziato di scrittura creativa, può indicare, addirittura, una personalità di scrittore. Quindi, a questo livello sarei anche più radicale di te, nel “confondere” le acque.
Più sostanziosa è la questione delle differenze (dello spartiacque) tra diverse scritture creative e pubbliche e se vuoi anche in senso lato narrative come giornalismo, saggismo, letteratura storiografica, filosofica ecc. e la letteratura tout court, che sostanzia un insegnamento di scrittura creativa. Qui si taglia la testa al topo con aspetti pragmatici: se invito degli allievi a porsi nel solco della tradizione della scrittura letteraria, stimolandoli a scrivere un romanzo, una poesia, una novella, faccio una cosa; decido di “condurli” su quel tratto di via e non su altri (per esempio, non li porto a scrivere articoli di giornale o un libro di filosofia). Non si può fare “tutto”. Forse anche qui gli elementi di: invenzione/immaginazione/fantasia; di estetica della scrittura; di originalità (ovverosia adesione a una visione soggettiva e “unica”, che io chiamo “la propria inimitabile voce”) hanno un rilievo importante e dirimente, sostanziano la membrana degli “insiemi”.
Quello che chiamo “cura” della scrittura è fatto di molti aspetti, e la meta-scrittura ne è – mi pare – uno, ma non l’unico. In effetti prima della meta-scrittura, c’è la scrittura. E ancora prima la “decisione” di una (tipologia di) scrittura. Questa decisione ha, alle spalle, delle tradizioni di scrittura storicamente consolidate. Non è – mi pare – nel vuoto. Il pessimamente/genialmente/meravigliosamente creativo RobySan quando scrive quel commento qui sopra, ha alle spalle la tradizione della poesia (i versi, le “fonie” ecc.) e tra l’altro non solo: ha alle spalle le “gnosi dele fanfole” di Fosco Maraini… poi ci può ragionare, sulla sua fanfola…
14 novembre 2014 alle 11:25
PS contraddizioni; ho avuto degli allievi che erano più creativi quando scrivevano una mail, che non quando componevano una poesia… e questo diventava un tema pedagogico importante, a volte fondamentale… lo dico in breve: il tema della “alienazione (quindi non creatività) della scrittura (creativa)”.
14 novembre 2014 alle 11:31
“ Sabato 19 giugno 2004 – Stamani penso che questi anni che stanno finendo – gli anni Novanta – sono stati gli anni dei giornali. Il giornalismo, dal punto di vista della scrittura, è un realismo, cioè una scrittura della realtà. Ma la realtà, come sa bene chi è un po’ del mestiere, è soltanto un’ipotesi, cioè una visione, un’intuizione, non di rado poetica. La realtà è quasi sempre un surrealtà, cioè un’elaborazione fantastica, mitica, leggendaria. Cioè una finzione. Negli anni Novanta il giornalismo è stato la leggenda, il « romanzo », la rielaborazione romanzesca della storia degli anni Sessanta-Settanta. Come negli anni Sessanta-Settanta è stato anche una storia di inganni, di seduzioni, di illusioni e disillusioni. Una « commedia », di cui soltanto alcuni conoscevano bene il copione. Nella commedia del giornalismo il sipario si è alzato subito sulla scena di una scomparsa: la scomparsa della letteratura. Il giornalismo – l’« informazione » – è stato immediatamente l’assoluto day-after della letteratura. Da quel momento in poi della letteratura non si è saputo, sostanzialmente, più niente. La letteratura è diventata – definitivamente? – irreale. (Il giornalismo degli anni Novanta ha inverato tutte le più fosche, nonché perfettamente confuse, previsioni sull’« industria culturale », cioè sul rapporto fra cultura e industria, sul destino della cultura – cioè della creatività, dell’immaginazione, del linguaggio umani, cioè, in sostanza, dell’uomo – in un tempo dominato dalle leggi della produzione industriale) “. [*] [**]
[*] A parte l’eccellentissimo RobySan – e qualcun altro.
[**] La s-formazione dello scrittore / 89
14 novembre 2014 alle 11:52
… il diario pubblico di acabarra59 è – pare – scrittura creativa (è scritto bene, a volte divinamente bene, è – appunto – pubblico)… avrà mai una sua “riunione in opera”, o rimarrà una scia di vibrisse?…
14 novembre 2014 alle 12:30
Giusto un anno fa pubblicavo qui in vibrisse un articoletto intitolato: Un’associazione professionale per la didattica della scrittura?
14 novembre 2014 alle 13:10
(Io propongo di cambiare la definizione “insegnante di scrittura creativa” con “insegnante di scrittura creativo”. Di spostare cioè questa creatività dalla materia al docente. Nella definizione. Che poi non si ragiona mai abbastanza su quanto le ri-definizioni contribuiscono a modificare il mondo. E buona giornata).
14 novembre 2014 alle 13:16
(P.s. O, se preferibile, “insegnante di scrittura adattivo”.)
14 novembre 2014 alle 14:01
“ Martedì 9 gennaio 2007 – « È molto nervoso… No, le nostre strade sono talmente diverse… lui è un creativo… è uno scrittore… amanuense… ». Ho pensato che anche agli scrittori di successo può sempre capitare qualcosa, magari una sorella… “. [*] [**] [***]
[*] La s-formazione dello scrittore / 90
[**] enrico ernst, mi confondi. Come se non fossi già confuso abbastanza…
[***] Grazie, Daniele.
14 novembre 2014 alle 15:16
queste formazioni potrebbero approfondire aspetti quali i metodi di lavoro partendo dal foglio bianco fino ad arrivare al prodotto finito; non necessariamente in un unico post. luoghi dove trovare materiale e come utilizzarlo. idee interessanti che non riescono a trovare una loro forma espressiva. sperimentazioni e non della frase: come ti dico quello che voglio prendendo come soggetto ciò che di solito occupa il posto di complemento… un diverso senso della frase dove le sottigliezze regalano un piacere di lettura che va oltre il racconto…
14 novembre 2014 alle 15:25
Scherzate? Io scherzavo. Sono un elettrotecnico (Giulio vorrebbe che gli cambiassi le lampadine, ma abito lontano da lui). Alle spalle ho una fotografia di Buster Keaton che cammina sulla massicciata ferroviaria (oltre alle leggi di Kirchoff e le trasformate di Laplace (intese come “cose che ho alle spalle” e non come “cose sulle quali Buster Keaton cammina”)). Ad ogni modo ringrazio, e mi confondo, per questo apprezzamento a tutto tondo, che terrò ben a mente fino a quando, moribondo, mi chiederò “di bel che ho fatto, a questo mondo?”.
14 novembre 2014 alle 15:43
(acabarra, prego, ma forse non si dice “prego” in questi casi. Al più “la *orta a me”. …Aorta? Porta? Mah.)
14 novembre 2014 alle 16:07
Lucia, credo che tra raccontare la propria formazione e scrivere un trattato vi sia una certa differenza.
g.
14 novembre 2014 alle 23:12
Eh Giulio mi hai tolto la parola di bocca… lucia: per quello che desideri, penso: dovresti frequentare il più vicino laboratorio di scrittura creativa…
15 novembre 2014 alle 05:39
Grazie, Enrico, per la risposta così articolata. La “cura” della scrittura è un concetto che mi piace molto. Così come quello di una tradizione in cui la creatività mette radici e acquista senso.
15 novembre 2014 alle 11:12
Per me un insegnante di scrittura creativa deve:
– saper ascoltare l’anima (di chiunque, a maggior ragione degli allievi)
– essere capace di mettersi in discussione.
– conoscere i segreti della tecnica di scrittura.
– saper cogliere il talento, da subito (è più semplice di quanto si pensi).
– aver scritto tantissimo, spingendosi ai limiti della ragione, se possibile senza aver mai pubblicato.
15 novembre 2014 alle 12:08
carissimo Carlo, io penso che su un punto non siamo d’accordo, perché è emerso altre volte. Mi riferisco al punto quattro: saper riconoscere il talento. E mi spiego: a me pare di saper cogliere il talento dei mie allievi, ma in effetti come insegnante, a cosa mi serve?
Esagero: a volte come docente di scrittura creativa mi chiedo: con il talento che hai, figlio mio o figlia mia, che ci fai qui? Poi è una domanda sciocca: perché il talentuoso ha bisogno anche lui di stimoli, del mio dargli fiducia magari, e di qualche invito a studiare, a trovare punti di riferimenti, anche teorici, ha bisogno – può essere – del mio esercizio di lettura, persino di “regole” ecc.
Ma che l’insegnante di scrittura creativa debba promuovere il talento e deprimere il (cosiddetto) non-talento, non lo credo né ora né lo crederò mai.
A volte, davvero, ci sbagliamo: il più geniale e talentuoso è anche il più dispersivo e dissipante, qualcuno più “medio” risulta invece più coerente, si allena con giudizio e costanza e può anche arrivare più lontano…
Siamo al servizio della libertà e della scoperta (di sé e delle proprie possibilità espressive), al servizio della umiltà e della voglia di imparare, ben più che del talento, credo io… siamo, come docenti, davvero per tutti e tutte, potenzialmente… non siamo giudici, non siamo critici letterari, non siamo editor, non dobbiamo porre imprimatur o scegliere belle opere per la pubblicazione… e se lo facciamo come docenti, rischiamo di dare un pessimo servizio…
15 novembre 2014 alle 13:40
“ Venerdì 7 maggio 1999 – « Talent-scount », dice il collega. Lo conosco: cerca sempre di risparmiare qualcosa. Inoltre non gli sembrava bello coinvolgere gli scout (è quello tutto ufficio e chiesa) “. [*]
[*] La s-formazione dello scrittore / 92
15 novembre 2014 alle 14:25
Di certo tu esperienza come insegnante di scrittura ne hai parecchia, però non so se ne hai come allievo di corsi di scrittura. Che ne diresti, per iniziare, col domandare a chi i corsi li ha frequentati e/o li frequenta, di riflettere e valutare ciò cui sono stati sottoposti? Di solito l’allievo vede dell’insegnante (o del formatore) aspetti di cui l’insegnante (un po’ meno il formatore) non ha consapevolezza.
15 novembre 2014 alle 14:52
… francesca di gangi, quel “ciò cui sono stati sottoposti” mi fa tremare, presuppone una certa qual passività… risponderà Giulio: ma se non sbaglio tra le pieghe di Vibrisse già si era chiesto, tempo fa, agli allievi di raccontare e discutere le loro esperienze; comunque hai ragione: è interessante (non solo per il docente) il punto di vista del discente. Posso chiederti se tu hai una storia da raccontare al riguardo?
15 novembre 2014 alle 15:01
Caro Enrico, quando dico che l’insegnate di scrittura creativa debba saper cogliere il talento non do affatto per inteso che abbia da trascurare il non-talento, ci mancherebbe. Anzi, è su quest’ultimo tipo di allievo (il più diffuso) che va, forse, fatto il lavoro più intrigante. Questo non deve distrarci da un aspetto cruciale, cioè che Il vero talento è merce rara, troppo preziosa per lasciarlo andare. Sarà disordinato, egotico, a volte indocile? pazienza, un motivo maggiore per lavorarci sopra. Disconoscerlo a beneficio dei meno dotati però no, con tutto il rispetto.
Per fare un esempio, se Lorenzo non avesse notato quel ragazzotto che sbozzava la testa di un fauno nel suo giardino, mandandolo così a bottega dal Ghirlandaio, avrebbe reso un brutto servizio all’umanità intera.
In conclusione, io da un insegnante di scrittura creativa pretendo innanzitutto “l’orecchio fino”, poi tutto il resto. Anche perchè del talento di uno sconosciuto ce ne si accorge subito, basta leggerne una paginetta.
Un caro saluto e auguri per il tuo difficile lavoro.
15 novembre 2014 alle 15:16
Carlo Capone:
Che è come riporre la propria fiducia in un architetto che ha passato la propria vita a fare progetti di case, nessuna delle quali gliel’hanno mai lasciata costruire.
15 novembre 2014 alle 20:06
Pensieri, ma tu credi che il talento e la preparazione ce l’abbiano solo quelli che hanno pubblicato? se è così tu dello stato delle cose non sai proprio nulla. Con tutto il rispetto.
15 novembre 2014 alle 23:19
A Carlo. Mi esercito ad affinare il mio “udito”, sì. A sentire soprattutto dove batte il talento (la luminosità) là dove pare (a un ascolto poco attento) non risuonare (dove c’è buio). Ho fiducia, e gioia: gioia della scoperta, del piccolo passo nutriente… Trovo che “i talenti” (al plurale) non siano una merce rara, anzi! più diffusi di quello che crediamo! sono magari soffocati da pregiudizi, dalle strategie consce e inconsce di autosvalutazioni, dalla voglia di compiacere, dagli stereotipi di “idee ricevute”… occorre portarsi “oltre”, e vedere… sull’ultimo punto, criticato da Pensieri, mi interessa che tu possa (se lo vuoi) approfondire il tuo pensiero: perché un insegnante di scrittura è “migliore” se non ha pubblicato. Ti ringrazio, il tuo intervento è stato generoso.
16 novembre 2014 alle 04:42
“ 28 maggio 1994 – « 30 giugno – Ora la mattina resto a lungo nel letto. Mi alzo piuttosto presto per la forza di un’antica abitudine, raggiungo la cucina, mi preparo il caffè. Sul tavolo la gatta mi sta a guardare socchiudendo gli occhi non so se per sonno per fame o per quella beatitudine strana in cui ogni tanto si chiudono i gatti, emblema del loro mistero. Stiamo nella penombra del piccolo ambiente io e lei, in assoluto silenzio; da fuori vengono solo scarsi rumori, un’automobile che si mette in moto, un cancello che sbatte, qualche voce, nitida, nella grande quiete che precede il frastuono del giorno. A ogni rumore lei ha un piccolo scatto, le orecchie si tendono, la sua immobilità si fa assoluta. Anche il mio udito si è fatto più fine. Ascolto il brontolio della macchina per il caffè, con attenzione, come fosse una musica, fino al finale concitato; dopodiché il prezioso liquido è pronto per le mie labbra. Il calore mi sveglia e, insieme, mi rilassa. Con lo stomaco caldo della bevanda miracolosa anch’io vengo invaso da una beatitudine stupenda, provvidenziale dopo la notte che quasi sempre è stata inquieta. Mi dirigo verso il letto, dove giaccio dormendo e non dormendo, mescolando il sonno al dormiveglia. Vengono ai miei occhi chiusi immagini le più diverse, volti corpi brandelli di frasi, dette o ascoltate. Rimango a lungo in questa trance amorosa, mentre fuori dalla finestra sento crescere l’animazione. Sto nella mia tana, indifferente come un gatto, silenzioso, remoto, come un fantasma. ». (Dal Diario di un disoccupato) “. [*]
[*] La s-formazione dello scrittore / 93
16 novembre 2014 alle 07:23
Dov’è andato Giulio? In questa discussione sembriamo ospiti in soggiorno, che chiacchierano mentre il padrone di casa sta in un altra stanza a sbrigare un impegno. Io mi accomodo. È bello ascoltarvi.
16 novembre 2014 alle 08:45
Carlo, il tuo insegnante ideale deve “conoscere i segreti della tecnica di scrittura”.
Ti dirò: non c’è nessun segreto. Sta tutto scritto nei manuali, da Cicerone in qua.
(Deborah: ieri in treno dalle 7.18 alle 9.25, in aula dalle 10.30 alle 19.30, poi a tirare il fiato).
16 novembre 2014 alle 09:55
“ Giovedì 1 marzo 2001 – « Aumenta il volume al massimo », dice la pubblicità dell’Oréal che ho sotto gli occhi mentre faccio colazione. Vi si vede una signora o signorina a bocca spalancata, come se stesse cacciando un colossale urlo, ma non si sente niente: perché è una foto, e il « volume » è nel senso dei capelli, della signorina, dell’Oréal, del fotografo. Se cercavi un urlo, un suono, una voce, qualcosa da ascoltare, qualcosa da offrire all’udito, ancora una volta hai sbagliato indirizzo. Là dove anche stamani sei arrivato c’è solo il più voluminoso silenzio. “. [*] [**]
[*] Ebbene sì: oggi mi piacerebbe parlare di “ udito “. Quando il gatto non c’è…
[**] La s-formazione dello scrittore / 94
16 novembre 2014 alle 10:41
Enrico, mi chiedi perchè l’insegnante non debba aver mai pubblicato.
Beh, intanto è difficile che uno scrittore riveli i segreti della sua bottega, lo dico senza malizia. Perciò lasciamolo al suo impegno e dedichiamogli al più una serata.
Poi considero la pubblicazione come uno step cruciale ma distante dall’aspetto creativo ( e ci mancherebbe non fosse così).
Dunque l’insegnante ideale, pur conoscendo bene i percorsi che regolano l’iter di pubblicazione, dovrebbe essersene stato fuori. Poi, è chiaro, ci sono importanti eccezioni. Un Giulio Mozzi – che insieme a Voltolini, Franchini e Romano considero tra i maggiori esponenti della nostra letteratura di fine Novecento – ti fa un regalo inestimabile spiegandoti tutto dei contratti editoriali.
Ma insomma, più di ogni cosa io dico che questo insegnante deve pensare a farsi un cuore così, ecco, scoprendo talenti, coltivandoli, educando i meno provvisti di X factor (mannaggia a me e ai nuovi ingressi in lingua) alla lettura e a una migliore comprensione dei propri limiti.
In conclusione, nell’ambito di un corso di scrittura deve esserci eccome una sessione dedicata all’approccio editoriale, ma l’importante è che non sia tenuta da questo benedetto docente.
@ Giulio
Intanto mi conforta che nel programma dei tuoi Corsi ci sia spazio per lezioni, ad esempio, dedicate alla punteggiatura. Tanto per sottolineare l’impegno assoluto e direi la maniacalità che deve caratterizzare la figura di chi insegna. Apparirà strano, ma non sempre accade. In tanti anni di corsi di scrittura ricordo poche o punto lezioni dedicate a tale aspetto. Per me poco male, quando scrivevo per giorni e mesi ruminavo su quella virgola al certo rigo di pagina enne da togliere o lasciare. Perchè una virgola può cambiare tutto, lo si sappia.
I manuali di scrittura e/o retorica preferisco destinarli a chi ha già avuto un consistente approccio con le durezze (e con il demone orgiastico) della scrittura, nonché abbia frequentato per un sufficiente numero di anni un’apposita scuola.
Perchè tu lo sai bene, il diavolo si nasconde nei dettagli. E non sempre il principiante riesce a coglierne la portata nelle pagine, che so, di quel gioiello che è il Ricettario di Mozzi e Brugnolo (eccone un altro che romanzi o racconti non ne ha mai pubblicati, sempre che non mi sbagli).
17 novembre 2014 alle 06:13
Carlo: se dài un valore alla mia esperienza, ascolta: i manuali sono importanti. (E non lo dico solo perché ho da venderne uno…).
Proposta di traduzione: ” X factor” = “quel certo non so che”.
17 novembre 2014 alle 09:57
non penso, sai Carlo, che in tutti i corsi di scrittura (che chiamo laboratori, piuttosto) debba esserci un “approccio editoriale”, forse solo in alcuni molto legati allo sbocco editoriale del lavoro dei discenti.
Per un approccio editoriale – penso – bisogna scrivere agli editori, ai talent-scout, viaggiare in rete, viaggiare in libreria, visitare Vibrisse, battere la capoccetta…
Dirò una cosa un po’ forte: un laboratorio (soprattutto – come direbbe Giulio – dopolavoristico) sospende la realtà “di fuori”, e mette in mora le ambizioni, per creare un’aria (un’area) di libera sperimentazione, senza paure, senza obiettivi professionali, senza il desiderio di sfondare, di riuscire…
sì, i manuali possono essere importanti. Un poco di più, forse, gli esercizi: l’antica regola della necessità del “fare” per imparare, e non solo del sapere (dell’assorbir concetti e regole tecniche) rimane – secondo la mia esperienza – aurea.
Ossia – consiglio – se si trova un concetto interessante e utile in un manuale, usarlo, subito, renderlo pragmatico: scriverci un testo per testarlo (perdonate il bisticcio). I famosi “segreti” degli autori mi pare siano non nei manuali, non negli armadi (nemmeno mentali) dei suddetti ma in un giornaliero allenamento, in giornaliere “prove”, e scoperte solitarie, in sudore e “sfide” tra sé e sé… non so se Giulio concorda…
17 novembre 2014 alle 11:11
Fuori tema (più o meno):
una lezione di scrittura, qui.
17 novembre 2014 alle 12:18
Grazie Robysan… un Griffi superlativo… anch’io ho fatto lezione ai bambini e devo forse aver detto anch’io “la letteratura soffia nei capelli della vostra ragazza”… il problema è che c’erano anche bambine… pervertito, maschilista!