La formazione della fumettista, 2 / Elisabetta Melaranci

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di Elisabetta Melaranci

[Questa è la seconda puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che uscirà in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Elisabetta per la disponibilità].

elisabetta_melaranciHo sempre avuto le idee chiare riguardo al mio futuro.
Da piccolissima guardai mio padre e gli dissi:
“Papà, da grande voglio fare la giornalaia”.
“Si dice giornalista”, mi corresse lui spinto da un’ondata di ottimismo.
“Nono”, replicai io, “proprio la giornalaia. I signori che vendono i giornali fanno un sacco di soldi!”.
Primo campanello d’allarme.
Avevo uno spiccato quanto fallimentare senso degli affari, tratto inconfondibile di ogni fumettista.
Solo qualche anno più tardi espressi la mia seconda vocazione:
“Ho cambiato idea, mi piacerebbe fare l’allevatrice di orche assassine”.
Ero una bambina poliedrica.
Mio padre, stimato pediatra, rovesciò gli occhi al cielo, emise un rumoroso rantolo di disapprovazione mista a rassegnazione, e ingoiò una pillola per la pressione, reazione che in effetti aveva a circa l’80% delle cose che dicevo.
Non volli fare l’artistico e optai per il classico.
Furono anni bui.
Ero brava eh, per carità, soprattutto a capire da chi potevo copiare greco, chi poteva passarmi latino e chi m’avrebbe salvato le penne a matematica.
Dopo la maturità mi ritrovai di fronte a un bivio.
In realtà davanti a me vedevo una strada dritta e asfaltata sovrastata da un grosso cartello verde come quello delle autostrade con su scritto “DISEGNO”, ma mio padre, che non lo riteneva un lavoro, montò su una ruspa e asfaltò alla bell’e meglio una seconda uscita su cui troneggiava la scritta “se ti va male almeno non vai pe’ stracci”.
Avrei potuto frequentare la scuola di fumetto a patto che, contemporaneamente, avessi fatto anche l’università.
C’era solo una facoltà che mi interessava, ed era medicina.

Mio padre era fuori di sé dalla gioia.
“E con quale specializzazione?”, mi chiese estasiato.
“Psichiatria”, risposi io.
La gioia tolse il disturbo scusandosi per aver sbagliato indirizzo e se ne andò in punta di piedi accostando la porta.
In effetti ero già abbastanza stramba di mio.
La fascinazione verso comportamenti sociali anomali e tendenze ossessivo- compulsive era il secondo campanello d’allarme.
Iniziai il primo dei tre anni della scuola di fumetto e mi iscrissi a un’università privata, con indirizzo Scienze della comunicazione, da cui scappai a gambe levate un anno dopo.
L’anno successivo abbandonai anche la scuola di fumetto perché non stavo imparando quanto avrei voluto sottoponendomi volontariamente a una casalinga gogna corredata da lancio di pomodori, coro di “Te l’avevo detto” e ola coreografica.
Nel frattempo avevo mosso i primi passi nel fumettomondo.
Partecipavo a quasi tutte le fiere e mi ero fatta nuovi amici che mi comprendevano assai meglio dei precedenti e con i quali condividevo passioni e manie.
A diciott’anni iniziai a lavorare e a guadagnare, contro ogni aspettativa. Si trattava di cose molto piccole, gioca e colora per bambini, soprattutto, e brevi storie a fumetti per L’Eura editoriale.
Il mio tratto era morbido e arrotondato, non adatto al realistico, ma avevo un buon occhio per i modelli e mi adattavo facilmente ai vari stili.
Metodica lo ero sempre stata, ossessiva pure.
Lo scampanellio in sottofondo era diventato un complesso di campanacci suonato da una mandria impazzita.
Passavo le giornate a disegnare, disertavo le uscite serali e le scampagnate dando sempre la priorità alle consegne.
Facevamo anche le nottate, io e gli altri amici fumettisti, ognuno lavorando su cose diverse.
Fu un periodo molto felice, per me.
Mio padre al contrario era sempre lì che si struggeva interrogandosi su dove avesse sbagliato, impotente dinanzi al materializzarsi del suo incubo peggiore.
Che poi, diciamolo, la colpa è stata parecchio sua.
Da lettore onnivoro qual era portava in casa di ogni: romanzi, libri d’arte, saggi ma anche tanti, tanti fumetti.
Tre anni dopo ci fu la svolta.
Un concorso.
In Disney.
Ci provo, sai mai…
Preparo il book e lo spedisco.
Aspetto.
Mi chiamano per le selezioni.
Passo.
Otto mesi di corso intensivo all’Accademia Disney di Milano, quindici allievi selezionati.
Parto per Milano.
Non una sola obiezione da parte di mio padre, anzi, mi trova casa e mi aiuta a fare trasloco e valigie.
Credo che solo allora avesse realizzato che avrei potuto farcela veramente.
La Disney era un nome importante, una garanzia.
Evidentemente non gli era ancora chiaro il concetto di “collaborazione a progetto”.
Restai a Milano per quattro lunghissimi anni.
Imparai e disegnai tantissimo, in pratica feci solo quello.
La vita sociale non mi mancava affatto dal momento che in quella città mi sentivo a mio agio quanto un tacchino nel giorno del ringraziamento.
Mi ci volle un bell’attacco di panico per capire che forse era giunto il momento di tornare a casa.
Caricai la macchina all’inverosimile per quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio, feci un bel respiro e chiusi lo sportello.
L’ultima cosa che vidi nello specchietto retrovisore, tra i fogli e gli scatoloni, furono i miei affezionatissimi condomini affacciati ai balconi.
L’ultima cosa che videro loro fu un dito medio emergere dal finestrino di una Ford Ka viola melanzana che si allontanava lentamente sulle note della colonna sonora di Rocky sparata a tutto volume.
L’importante è andarsene con classe e lasciare un bel ricordo di sé.
Sono passati quattordici o quindici anni da quel concorso e io continuo a lavorare per la Disney.
E mentre vado avanti con la mia vita, barcamenandomi tra il lavoro, la casa e la famiglia, tutti, ogni giorno, si premurano di ricordarmi che ho davvero un gran culo (attenzione, non capacità, ma culo) perché pochi hanno la fortuna di riuscire a campare facendo il lavoro che gli piace.
So che in parte hanno ragione, ma Dio, come vorrei che si sedessero accanto a me per una settimana.
La mia vita è scandita da un susseguirsi di scadenze senza appello, dal ticchettio dell’orologio e dal blink delle e-mail che arrivano a tarda notte e che esigono immediata risposta.
Le vacanze del resto del mondo non combaciano mai con le mie, che vivo in una perenne bassa stagione sociale, le feste comandate son comandate solo per gli altri, la settimana è fatta di sette giorni lavorativi, il mio giorno libero precede quello in cui farò gli straordinari e le mie malattie rosicchiano il mio conto in banca.
Al nono mese di gravidanza, quando ormai avevo raggiunto le ragguardevoli dimensioni di un’otaria, ero ancora seduta, o meglio, incastrata, al tavolo da disegno perché, ovviamente, non avevo diritto alla maternità.
Ma allora perché lo faccio?
Masochismo?
Una punta.
Perché non so fare altro?
In effetti…
La verità è che lo faccio perché non posso farne a meno, perché se passo un giorno senza prendere la matita in mano vengo sopraffatta da un senso di vuoto, di mancanza, di incompletezza, perché mi piace perdermi nel segno, nella ricerca delle sfumature, nella recitazione, perché il disegno è il mio prozac e il mio valium, l’unica cosa che riesci a darmi stabilità.
La matita è un’estensione del mio essere, una seconda lingua per esprimere quello che non riesco a dire, un secondo cervello con cui immaginare mondi, un terzo braccio per fare ciò che nella realtà mi sarebbe impossibile.
Oggi ho trentasette anni e una bimba di otto mesi.
Il mio compagno è un disegnatore (recidiva fino alla fine proprio).
Ogni sera, dopo averla messa a letto, ci guardiamo e ci scambiamo con gli occhi la stessa domanda:
“Ma se Nola da grande volesse fare la disegnatrice?”.
“Dio, non dirlo neanche per scherzo! Speriamo segua le orme del nonno…”.

Nasce a Roma il 14 agosto 1977. Fumettista, illustratrice, inchiostratrice. Esordisce disegnando coloring per bambini per la Magic Press. Nel 1999 approda al fumetto con la realizzazione di alcune storie per la serie Napoli Ground Zero (ex Eura Ed., oggi Aura). Nel 2000 frequenta l’Accademia Disney di Milano. Inizia la sua carriera in Disney trasponendo in fumetti destinati al mercato estero alcune serie animate televisive (Lloyd in space, Teamo Supremo e “Recess”). Nel corso di questi anni collabora con diverse testate Diney (Witch, Principesse, Fairies, Disney Channel Magazine, Disney Comics, Disney Adventures…). Realizza per Disney varie graphic novels (Monster INC., Chicken little, Bolt, Princess and the Frog, Rapunzel, Monsters University) e one shot (Finding Nemo, Home on the Range, Incredibles Monster INC, etc.). Collabora con Disney America per la realizzazione di libri illustrati tratti dai film classici.

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8 Risposte to “La formazione della fumettista, 2 / Elisabetta Melaranci”

  1. Ma.Ma. Says:

    Che ritmo, che energia, che entusiasmo, che consapevolezza: bel pezzo.

  2. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 31 marzo 1999 – « Sei giornalista? » No, giornalaio. « Perché? » Mi leggono tutti il giornale. « Nel senso di diario? » No, quello, grazie al cielo, ancora no. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 70

  3. Renato Di Raimondo Says:

    Sei Brava.

  4. Guido Sperandio Says:

    Brillante biografia, applausi.
    Parlo della forma, capacità di narrazione, ma anche dei contenuti umani. E anche sotto questo profilo, applausi ancora. Alla mela e agli aranci!🙂

  5. Fernando Nappo Says:

    Complimenti, sei davvero brava. E pure determinata, a quanto pare.

  6. Gianluca Di Marcantonio Says:

    “La gioia tolse il disturbo scusandosi per aver sbagliato indirizzo e se ne andò in punta di piedi accostando la porta.”

    Posso tatuarmela sul braccio?

  7. maria rosa Says:

    Brava, oltre che disegnare, sai anche raccontare.

  8. La formazione del fumettista, 33 / Mauro Uzzeo | vibrisse, bollettino Says:

    […] punto d’aggregazione per centinaia di tossicodipendenti come noi. Al mio stesso tavolo, Elisabetta Melaranci, disegnatrice bravissima, che frequenta la mia stessa scuola. E’ più grande di me di un paio […]

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