La formazione dello scrittore, 22 / Franco Foschi

by

di Franco Foschi

[Questo è il ventiduesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Franco per la disponibilità. gm]

franco_foschiSono stato un adolescente assai basic. Per me esistevano solo la pallacanestro, la pallacanestro e la pallacanestro. Dopo i 17 anni, la pallacanestro, la pallacanestro e la femmina. Poi, ovviamente, succede qualcosa affinché tu possa entrare nel mondo dei libri. Nel mio caso è stato un innamoramento. Per il compagno di liceo più cool, di un’affascinante bruttezza ma che mieteva vittime a tutto spiano nel mondo femminile, dotato di ironia debordante che utilizzava con acume più o meno sempre, di intelligenza sottile e brillante (era lui che prendeva sempre 10 nei temi di italiano, che di regola venivano letti a voce alta in classe e ci lasciavano tutti a bocca aperta), insomma, un culto laico nel quale era sin troppo facile cadere.
Chissà cosa vide lui, in me. Io che mi ritenevo molto normale, anzi di intelligenza modesta, di timidezza irrimediabile, di curiosità scadente. Sta di fatto che un giorno mi prese da parte, ‘basta con tutte quelle scemenze’ mi disse col suo sorrisetto faceto, riferendosi al mio adorato basket. Mi mise in mano Stevenson, Vonnegut, Nabokov, Gombrowicz, Frisch, Kraus, Cortàzar. Mi costrinse a leggere e leggere e, sorpresa, mi piaceva. Eppure il tutto finiva con un: “Embé? E io che ci faccio con ‘sta roba?”.
Poi l’altro evento che fu per me un vero shock. Al tema di maturità presi 10 anch’io, anzi solo io! Ma com’è possibile, pensavo, c’è stato un errore… Lui arrivò e mi disse bene, ora è il momento: dobbiamo scrivere un romanzo. In sostanza ero una specie di negro: lui mi dava un compitino da svolgere, poi leggeva, mi indicava le correzioni da fare, e via così. Nacque dunque Oh, americans!, il romanzo più divertente e più vuoto tra tutti i romanzi mai (fortunatamente) pubblicati. Lui sparava alto, ce ne andammo più volte a Milano, nelle case editrici, dove lui parlava parlava e io tacevo tacevo. Una famosa editor ci accolse cortese, disse che aveva pianto dal ridere al fuoco serrato di battute, ma che il romanzo non stava in piedi. E che se comunque avessimo prodotto altra roba, formalmente un po’ più corretta, lei era ben felice di leggerla e discuterne con noi. Niente male per due ventenni, di cui uno sfrenatamente ambizioso e narciso e uno timido e riservato!

Come finisce la storia? Lui si è laureato in Giurisprudenza, ha fatto una carriera da politico locale, campa con lo stipendio dell’amministrazione pubblica, e non ha mai pubblicato (scritto?) una riga. Per me invece.
Il problema è che io avevo, a questo punto, due passioni. Il virus della creazione artistica me l’aveva instillato, e vabbé. Ma il fatto è che la seconda passione era piuttosto onnicomprensiva: quella per i bambini, e per la loro salute. Così studiai medicina (in barba alla mia scarsa autostima, e al felice stupore di mio padre), e nel tempo necessario sono diventato un accettabile pediatra.
Ma la scrittura, la scrittura… Non se ne è mai andata. E i libri: sempre il mio adorabile padre: “Ma perché perdi tutto quel tempo a scrivere e leggere romanzi, quando devi studiare?” Il mio unico modo di (amabilmente) tacitarlo erano i risultati, sempre in linea con il piano di studi: voilà!
Così sono arrivati almeno tre romanzi gettati nel cestino e decine di racconti con lo stesso destino. Finché, un giorno… Ma qui non c’è nulla di speciale da raccontare. Poi sono venuti 17 libri tra narrativa e saggistica, tutti di grandioso insuccesso, e una rubrica tv di interviste a scrittori, e le riviste letterarie, e le sceneggiature per la radio, e la cura di giornate letterarie nella mia città, eccetera eccetera. Il tutto sintetizzabile in una parola tanto eclettica quanto indispensabile: amore. Amore per i libri, per le storie, per quel che c’è in punta di penna: tanto che questo amore, al di là della narrativa, ha prodotto anche un saggio che è una delle cose che amo di più, il Libro Azzurro, che è precisamente una seria e divertita meditazione su questa materia, un prontuario per chi legge, chi scrive e chi compra libri.
Poi c’è l’adesso, che dal punto di vista umano è con ogni probabilità molto più fondante di tutto quel che è successo finora. Dopo avere passato 50-anni-50 di vita pensando che la mia professione rappresentasse la perfetta sublimazione del mio amore per i bambini, be’, a 50 anni dunque sono diventato padre e, visto che mi piaceva, addirittura per due volte. Professione, paternità, vita impegnativa… E’ scomparsa la scrittura? E quando mai. C’è una cosa magnifica, tra le altre, nel diventare genitori da vecchio: ed è che di colpo non ti importa quasi più niente di te stesso. Si esce del tutto dal narcisismo, e finalmente ci si libera dal culto del proprio ego, sfrenato, che è poi quello che ti ha fatto impegnare così a fondo per cercare di emergere (un mio amico famoso scrittore mi ha sempre detto: “Pubblicare è relazioni”).
Ora la mia scrittura si è affinata, è più rilassata, quieta, non più nevrotica, fluency è una parola che mi è sempre piaciuta e che per la prima volta ho sentito applicata a uno dei miei scrittori preferiti, Saul Bellow. Ora ci sono, ed è sempre e comunque una soddisfazione. Poi, con buone probabilità, nessuno dei 5 libri che ci sono in giro per l’Italia vedrà la luce, viste le difficoltà dell’editoria, e io non ho più tempo né voglia per le relazioni necessarie (altra meraviglia: in questa condizione, sono rimasti solo gli amici-amici), ma la cosa ha un’importanza modesta – se verrà qualcosa bene, se non verrà, sono troppo contento di quello che ho già: oggi una rarità.
Vorrei dedicare questo scritto a un amico-amico recentemente scomparso, Guido Leotta. Che è stato la personificazione perfetta di quel che ho scritto del mio adesso. Quasi non conta che sia stato un editore raffinato, che abbia fatto esordire una lunga serie di futuri professionisti di livello. Non conta quasi che abbiamo scritto tre romanzi assieme, che ho diretto la sua rivista per anni (una delle più longeve in Italia). Che sia stato un musicista raffinato. Conta che ogni cosa che faceva era per amore. Libri e cd li ha sempre stampati perché gli piacevano, perché erano belli, perché meritavano da 1 a 1.000 lettori. Con enormi difficoltà la rivista l’ha sempre stampata perché quei 300 che rappresentavano lo zoccolo duro dell’acquisto meritavano la bellezza della stessa. Un uomo per certi versi fuori dal tempo (non possedeva né orologio né telefono cellulare), ma dolce, ironico, affabile, determinato, cortese ma fermo, sanguigno e riflessivo assieme, sempre amabile, colto – un vero uomo di cultura e un amante del bello, e della parola scritta grande amico: peccato che la vita se ne sia privata così presto, e così in fretta.

Tag: , , , , , , , ,

2 Risposte to “La formazione dello scrittore, 22 / Franco Foschi”

  1. Michele Says:

    Grazie per questa testimonianza. Vi ho trovato molte cose che capisco, sia biografiche (anche io amante della scrittura e dei bambini, e padre in tarda età) che non.

  2. acabarra59 Says:

    “ 7 giugno 1994 – Sono inutilmente alto. Per fare che cosa? Per avvitare le lampadine? Per vedere il Palio di Siena? Non sono abbastanza alto per giocare nella NBA. A essere alto si ottengono soltanto i pantaloni troppo corti. Più passa il tempo e meno sono alto. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 62

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...