La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani

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di Sandro Campani

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Sandro per la disponibilità. gm]

sandro_campaniSono cresciuto in un paesino sull’appennino emiliano, in Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio. Mia madre era di lì, mio padre del reggiano. D’estate il paese raddoppiava la sua popolazione, con i villeggianti (che su chiamavamo i berligianti, cioè i calpestanti), ma d’inverno eri sempre da solo: nella mia classe delle elementari, la più numerosa, eravamo in sei (in quinta per esempio erano in due, e facevano lezione insieme a noi). Le strade per scendere a Sassuolo, a Modena o a Reggio, allora erano scomode e lunghissime, e andare giù era un avvenimento raro. Per cui, crescevi isolato, sempre nei boschi e nei campi, spostandoti in bici per chilometri in salita, e gli amici che avevi erano dati, non c’era tanto da scegliere. Io avevo Davide, con cui facevo tutto: giocare a pallone, andare in bicicletta e andare a funghi. Quando avevo cinque anni è nato il mio primo fratello, e siamo venuti su insieme.
A differenza di come poi sarebbe diventato lui, e poi anche l’altro mio fratello, il terzogenito, io ero un bambino un po’ imbranato nei lavori. Vangavo se c’era da vangare, ammucchiavo il fieno o aiutavo a potare, seguivo mio padre a far legna, mescolavo il cemento e gli passavo i sassi se c’era da murare, gli passavo il metro e le viti se faceva qualche mobile, ma sempre con una mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose, direi, che mi faceva sentire sbagliato. Ero privo di quella sicurezza nei gesti e nel contatto con gli oggetti che avrebbe dovuto far di me un uomo normale. A Natale (mio nonno era mezzadro giù a Scandiano, allora, poi sarebbe risalito a Carpineti) si parlava sempre di trattori, e io continuavo a non capirne niente, refrattario, proprio, e provavo un fastidio bruciante per la mia inadeguatezza. Guardare le bestie, tutte quante, mi piaceva tantissimo, ma anche lì da esteta, non con gli occhi di uno che avrebbe saputo come trattarle.
Hai il desiderio di muoverti dentro il mondo vero in cui si vive e si maneggiano gli oggetti con costrutto, e invece ti sembra di poterlo soltanto guardare, e parlarne, perché lo osservi irrimediabilmente dal di fuori: questa dissociazione è una cosa da cui temo non scapperò mai finché campo.

In casa, era mia nonna materna che leggeva; poi mia zia, che insegnava alle medie, e mia mamma, che faceva la maestra d’asilo (anche lei, come mio padre, aveva questa bravura nelle mani: coi bimbi faceva giocattoli di legno, pupazzi di cartapesta, decoupages; disegnava e cuciva vestiti, faceva lampade, canestri…)
Ho cominciato a leggere con Topolino, Pinocchio, le fiabe dei Grimm, Salgari. I libri che mi son trovato in casa, sono quelli che avevano letto mia nonna e mia madre: da Salgari passai a Steinbeck perché in solaio trovai La santa rossa, il suo romanzo giovanile di pirati; era l’Oscar Mondadori, rovinato, con la copertina di Ferenc Pinter, così come Quel fantastico giovedì (il seguito di Vicolo Cannery), e anche La bella estate di Pavese. La perla, invece, era senza copertina; la rifeci io, col cartoncino bianco, scrivendo il titolo in bella grafia, a pennarello. Molto più tardi, quando ho avuto idea di cosa siano un editore e una collana, mi sono accorto che erano gli stessi di cui la nonna aveva Uomini e topi, e cioè I delfini Bompiani. Pian della tortilla, invece, era Garzanti. Finito tutto ciò che di Steinbeck c’era in casa, ho continuato con Pavese e Faulkner. Di Faulkner c’erano Requiem per una monaca e un altro, con il racconto L’orso, che non ho più con me; l’ho ricomprato diversi anni dopo. Quando arrivai alle medie, a Montefiorino, cominciai ad andare in biblioteca: lì, oltre a I pascoli del cielo, di Steinbeck trovai Al Dio sconosciuto. Quel libro (copertina sempre di Ferenc Pinter, con una quercia, gigantesca, e davanti a questa un uomo sparuto eppure duro, fatto di poche pennellate, con un gran cappello) è il libro della mia vita. Il libro che ha formato il mio modo di vedere le storie, che ho letto e riletto chissà quante volte.
È ovvio che chissà cosa capivo, allora, di questi tre miti che avevo (tuttora leggo da ingordo e trattengo ben poco, più che altro un’atmosfera e un modo), ma di sicuro, la cosa che mi avvinceva, che mi faceva sentire “miei, e di nessun altro” quei libri, era il fatto che parlavano dei posti dove vivevo anch’io. C’erano i boschi e i campi, il secco e la pioggia, i contadini, i cacciatori, le bestie, e un albero era il padre ed era Dio.

Mia mamma a un certo punto della sua vita aveva smesso di leggere narrativa per dedicarsi allo studio della Bibbia. Non ricordo di preciso quando, forse avevo sei anni, forse sette, lei diventò Testimone di Geova. Da allora, fino alla maggiore età, la lettura della Bibbia è stata una pratica pressoché quotidiana per me. Mi piaceva il Vecchio Testamento più del Nuovo: la Genesi, i libri dei Giudici e di Samuele, e i profeti, Daniele più di tutti.
C’erano tre adunanze, o studi biblici, la settimana. In quella del giovedì sera ogni proclamatore, giovane o adulto che fosse, saliva a turno sul podio, per leggere e commentare il passo che gli era stato assegnato qualche settimana prima, circa una ventina di versetti; utilizzando per le proprie ricerche le pubblicazioni della Watch Tower, bisognava scrivere un breve discorso da pronunciare in pubblico, concentrandosi di volta in volta su due o tre punti fra i trentasei che la tabellina conteneva: enfasi, pause, ripetizioni, scorrevolezza, gesti, illustrazioni adatte all’uditorio, efficacia nell’introduzione, nella conclusione, calcolo del tempo, eccetera. Quando si erano superati i trentasei punti, si ricominciava dal primo.
Ho vissuto l’adolescenza in due mondi: quello di mio padre e della gente fuori, dove i miei coetanei cominciavano a fumare, a bere, a baciarsi, a ballare, e la via stretta della Verità. Ancora più isolato, perché gli amici o la futura sposa andavano scelti tra i fratelli, e c’eravamo in due gatti, sparsi per la montagna. Avere amici fuori, nel Mondo, era sconsigliato, fonte di reprimende. Alle medie, mi accorsi d’aver perso Davide.

Lo ritrovai in corriera, il primo anno delle superiori, e cominciai a fermarmi a casa sua, tornando su da scuola. C’era un vialetto sempre in ombra, l’odore di lauro, un giardino di meli. Davide aveva quasi sedicianni, io ne avrei fatti quindici ad agosto, ma sembrava che tra noi ci fosse una generazione. Restavamo nella sua mansarda a bere del caffè, lui a fumare, e la cenere rotolava ovunque, sui libri e sui vinili sbruciacchiati che Davide cominciò a prestarmi. Io stavo imparando a suonare la chitarra, a lui di suonare non fregava proprio niente, e neanche di scrivere, perché tutto era già stato fatto. Giocavamo a carte. Ridevamo di tutto, e ci serviva; ma anche ridere di poco ci bastava; sarebbe stato sempre così, ogni volta che ci saremmo persi e ritrovati. Ma anche se Davide stava in silenzio – metteva su un disco, e fumava come se non ci fossi – capivo che non era poi lontano, perso in chissà quali novità che mi escludessero. Come se nelle compagnie astruse, nelle serate a me sconosciute, in tutto quel tempo sfavillante, non avesse poi trovato chissà che di meritevole, qualcosa che per lui, a sedicianni, non fosse già rimasticato. Nello stesso tempo, era come se mi prendesse per mano da un altro mondo, lui dentro e io fuori. Mi sentivo un iniziato. Di quasi tutti i gruppi che ho amato per davvero, il primo disco me lo prestò Davide quell’estate dei miei quindicianni. Il mio primo libro di Dostoevskij me lo fece leggere lui. (Da allora attaccai i russi, e la mia geografia letteraria si ricompose in questo modo: Stati Uniti e Russia, con le Langhe in mezzo).
All’istituto d’Arte, intanto, avevo conosciuto Mana e Lele. Con loro e la Giorgia (frequentati a fatica, sempre un po’ di nascosto, come chiunque non fosse nella Verità), cominciai a scrivere poesie su un quaderno comune che ci passavamo in aula: avevamo visto L’attimo fuggente. Io scopiazzavo Sylvia Plath, di cui mi ero innamorato. Me l’aveva fatta leggere Carlo Ceccarelli, il professore di storia dell’arte. Anche Flannery O’Connor la conobbi grazie a lui. Lele mi fece conoscere i manga, e soprattutto David Lynch. Ecco un altro mondo: Twin Peaks è tutto quello che mi serve, spesso, il mio paese trasfigurato, sdoppiato. Lo riguardo regolarmente. Credo che senza Twin Peaks non avrei scritto nulla, o comunque non avrei scritto così.
Con Lele, appena finita la scuola e uscito dai Testimoni di Geova, avrei poi fondato il mio primo gruppo, prendendo il nome proprio da Twin Peaks.

A diciott’anni scrivevo soltanto poesie. Le mie prove narrative dei tempi delle superiori, ma anche dopo, fino ai venti o ventunanni, erano orribili; prima un guazzabuglio di elementi romantici, decadenti e allegorici, pescati e fraintesi da Kafka, da Poe, da Dylan Dog, robe senza capo né coda in cui i protagonisti, che non avevano mai nomi italiani o se ce li avevavano eran strani, erano pittori maledetti dalla doppia personalità, vecchiardi pazzi e un po’ alchimisti dalla doppia personalità, ragazze incantate dalla doppia personalità; poi vennero i tentativi di mescolare queste robe tenebrose a robe più realistiche, nella presunzione più totale, mescolando stili e voci, scimmiottando Faulkner senza alcun controllo: decine di personaggi che non mi preoccupavo di gestire coerentemente, cose splatter gravate da un simbolismo pacchiano per cui, per dire, una coppia, lei incinta, litigava in macchina dopo aver investito un coniglio, e una pagina dopo lei partoriva un coniglio sotto il cruscotto; ogni tanto, senza volere, capitava qualche paragrafo in cui cominciava a formarsi un po’ di quello che sarebbe stato il mio occhio, ma non ero capace di accorgermene.
Tra i ventuno e i venticinque anni ho quasi smesso di scrivere, mi sembra. Suonavo molto, invece. In quegli anni è accaduta la fortuna che un pezzo di storia del rock passasse proprio dalle nostre parti: c’erano i Csi, sulla montagna di Reggio, e a Bologna i Massimo Volume. Io li seguivo ovunque. Decine e decine di concerti. Ferretti era un sacerdote che mi rapiva i sensi e mi metteva soggezione; grazie alle sue citazioni, lessi finalmente Fenoglio. Emidio Clementi, Mimì, era un esempio terreno, più prossimo, qualcuno con cui si poteva chiacchierare. L’amico più grande che conosce la vita. Lui mi fece leggere Carver.

Nel 1999, a Modena, Mimì ha tenuto un corso di scrittura, durato tutto l’inverno e parte della primavera. È stato con quel corso, a venticinque anni, che ho cominciato a scrivere con la consapevolezza di ciò che tentavo di fare e ho preso un po’ di confidenza con alcuni degli strumenti che mi occorrevano per farlo.
Ho preso allora a radunare i miei racconti attorno a un paesaggio reinventato coerentemente, a cui aggiungo pezzi mano a mano, con personaggi che passano da un racconto all’altro, che da protagonisti si fanno comprimari o viceversa, che vivono dentro a un romanzo e riappaiono in scene di un altro (la mia Yoknapatawpha emiliana, piccolina piccolina). Mi sono accorto che ciò da cui parto è sempre un’immagine, un luogo, qualche volta un personaggio, mai un tema. Avere personaggi e luoghi ricorrenti mi aiuta non perdermi, a dare alla mia immaginazione uno sviluppo sensato. L’immagine, all’inizio, è un grumo che mi ha colpito, e comincia a germinare ben prima che io riesca a individuare il motivo per cui l’ha fatto. Per scrivere, occorre abbandonarsi alle conseguenze di quel colpo.
Un giorno, nel 2003, Mimì mi ha detto: “C’è un mio amico che apre una casa editrice e cerca un racconto per un’antologia. Scrivi qualcosa.” Ho scritto il racconto, il racconto è piaciuto, l’antologia è uscita, e l’editore mi ha chiesto se avevo un romanzo su cui lavorare. L’editore era Andrea Bergamini, di Playground, il romanzo l’avevo, e l’editing su quel primo libro è stato una scuola durissima; per la prima volta mi sono trovato a lavorare minuziosamente sul ritmo interno alla pagina, sull’esattezza di ogni aggettivo, sotto gli occhi di qualcuno che lo faceva professionalmente, che mi dedicava il suo tempo per trarne un risultato decente e non mi perdonava nulla. Non avevo ancora le spalle larghe abbastanza, e a un certo punto ci siamo dovuti accontentare di quel che avevo fatto. Avrei dovuto lavorarci ancor di più. Andrea Bergamini mi ha insegnato a sopportare e anzi amare la fatica, le riletture estenuanti. A non innamorarsi del superfluo e dell’effimero. A non scrivere mai per esporsi, per stupire: saper riconoscere subito se “ci stai facendo” ed evitarlo. Essere severo con te stesso, perché hai una responsabilità nei confronti di ciò che scrivi.
Giulio Mozzi l’ho conosciuto nel 2010. Imparare da lui è un piacere difficile da descrivere. Al di là della superficie lessicale, del bagaglio ragguardevole di “trucchi del mestiere”, è appassionante con lui scandagliare un abbozzo di storia e pescare i simboli che contiene, molto spesso involontariamente (e spesso i simboli involontari si rivelano i più fertili). Riconoscere i simboli fruttiferi, neutralizzare quelli sterili, trasformare i problemi in possibili inneschi per nuove soluzioni. Giulio Mozzi sa, con una sola osservazione semplice, rivoltare e illuminare la struttura di ciò che vai facendo, mettendoti sulla strada per capirne la natura. Le ultime due storie lunghe su cui ho lavorato devono la loro forma a queste sue osservazioni semplici.

Qualche anno fa ero in macchina con mia madre, poco tempo dopo che Davide era morto. Mia madre guidava, io avevo la febbre. Siamo passati nel bosco appena sopra casa di Davide, e ci ha attraversato la strada una lince. Due secondi ed era già sparita. Subito dopo, mi è sembrato che in macchina ci fosse una terza persona, con noi, seduta dietro. È rimasta lì finché non siamo arrivati a casa. Da un po’ di anni sto scrivendo intorno a quello.
Io scrivo con grande fatica, e con grande piacere. Il fatto di avere pochissimo tempo, e doverlo strappare a forza, per scrivere, aumenta fatica e piacere. Non so se scriverò sempre; quando saprò di non aver più niente da dire, non scriverò più. Per ora, scrivere mi è prezioso, perché è l’unico modo che ho, mi sembra, per pensare con un minimo di concentrazione, per non lasciarmi angosciare dal disordine e dal caso; perché scrivendo mi sembra di trovare e di salvare ciò che altrimenti sarebbe morto, e di poter mantenere un contatto con qualcosa che è più grande e sensato di me. Altrimenti, per il resto del tempo, mi sento come un sasso, inerte e condannato, inconsapevole di tutto.

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15 Risposte to “La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani”

  1. Morena Silingardi Says:

    Ho la grande fortuna di conoscere personalmente anche Sandro Campani. Proprio ieri pomeriggio ero ad ascoltarlo, alla presentazione dell’ultimo libro di Ugo Cornia. Abbiamo chiacchierato un po’, sia con lui che con Cecilia Lolli, la sua preziosa ragazza. Gli ho detto: “Sandro, sei bravissimo a condurre le presentazioni di libri, perché non aggiungi mai una parola in più di quel che senti”.
    Anche parlando di sé con la bravura di cui tanto è capace ha fatto lo stesso, non una parola di più di quel che serve, ma qui qualcosa manca. Sandro ha non ha parlato direttamente di chi o cosa, magari proprio le letture della sua formazione, ha fatto di lui una persona tanto onesta e ricca di umanità, qualità innegabili per via del suo sguardo limpido e del suo modo di essere e fare.
    Forse però, oltre che dagli occhi, chi sia veramente Sandro Campani lo si capisce anche da queste verità agite:
    ” […] mi ha insegnato a sopportare e anzi amare la fatica, le riletture estenuanti. A non innamorarsi del superfluo e dell’effimero. A non scrivere mai per esporsi, per stupire: saper riconoscere subito se “ci stai facendo” ed evitarlo. Essere severo con te stesso, perché hai una responsabilità nei confronti di ciò che scrivi.

    Grazie a lui e a Giulio sempre, perché “La formazione di… ” io la venderei in farmacia, senza ricetta.

    P.S. ; Ciao Manu, se mi leggi. Mi ha fatto tanto piacere un tuo “bentornata Morena”.

  2. manu Says:

    ceeeeerto che ti leggo🙂

  3. manu Says:

    non conosco la scrittura di sandro campani. magari rimedierò. questa ‘formazione’ mi ha trasmesso cuore. è una bella storia. fa venir voglia di fare attenzione, di mettere ordine.
    ho inteso molto bene quella ‘mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose’ che fa sentire inadeguati. quando la leggo in qualcuno che la racconta bene è un sollievo. per lo meno ne esce una buona narrazione. grazie e un saluto.

  4. davide Says:

    ..giulio questa rubrica su vibrisse sarebbe anche interessante,ma non è che coi toni rugiadosi si esagera un pò?

    ridurre la letteratura a respiri malinconici, guardi estatici sul passato, e pose e periodi vagamente zen, alla lunga annoia(credo)

    nb:notazione da discreto esperto di zoologia e natura selvatica (io,credo):sull arco alpino e in calabria in passato qualche lince (il piu raro die carnovori europei)fu segnalata: sull’appennino tosco emiliano, mai, che io sappia

  5. Giulio Mozzi Says:

    Davide, a me pare di non trovare traccia – negli articoli finora pubblicati, di “respiri malinconici, sguardi estatici sul passato, pose e periodi vagamente zen”.

    Sulla lince non so. Qui c’è la foto di una lince (2013) sull’Appennino forlivese, ma non vuol dire niente. Magari Sandro ha assistito al passaggio di un gattone. Ma l’importante è il mito, in questo caso, non il fatto (credo).

  6. davide Says:

    dal link : “”La foto,[..], è la prima prova certa della presenza di questo predatore in Appennino da secoli.”

    Da secoli. (fine ot)

  7. acabarra59 Says:

    “ 16 giugno 1985 – Tutto mi stupisce ma lo scrivere mai. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 57

  8. Carlo Capone Says:

    Scrive il bravo Sandro Campana: “Qualche anno fa ero in macchina con mia madre, poco tempo dopo che Davide era morto. Mia madre guidava, io avevo la febbre. Siamo passati nel bosco appena sopra casa di Davide, e ci ha attraversato la strada una lince. Due secondi ed era già sparita. Subito dopo, mi è sembrato che in macchina ci fosse una terza persona, con noi, seduta dietro. È rimasta lì finché non siamo arrivati a casa. Da un po’ di anni sto scrivendo intorno a quello.’
    Dunque la lince l’ha vista, sia pure da febbricitante, l’ha vista poco dopo essere passato vicino a casa di Davide (per lui un idolo, un totem, ma anche un ostacolo da superare). Non a caso subito dopo avverte la presenza di una terza persona seduta dietro. Un’ombra rassicurante.
    Ce n’è abbastanza affinchè si ricostruisca l’atmosfera di un sogno (la febbre, l’apparizione della lince, la percezione di una presenza immateriale). Il sogno del felino, credo di ricordare, secondo Jung simboleggia la condensazione nel Sè degli opposti. Nel nostro caso, la lince rappresenta il pericolo, l’orrore per gli istinti più oscuri, ma è anche immagine di potenza, del potere rassicurante della forza.

    Campana ha perciò fuso i due opposti, nella speranza, meglio: nell’intendimento, di farli coesistere e in tal modo guarire.
    Tant’è vero, scrive in chiusa, “che da un po’ di anni sto scrivendo intorno a quello”. Sì, ma quello chi, se non l’Es di matrice freudiana?

  9. davide Says:

    curiosa ed interessante suggestione, carlo

  10. sandrocampani Says:

    Molto curiosa davvero la suggestione Carlo, grazie.
    Hai centrato il punto: mi interessano molto gli animali totem, e spesso mi capita di scriverci su.
    Per il resto, perbacco, può darsi anche sia stato un gattone (anche se due anni dopo anche mio padre sostiene di averla vista, e lo stesso articolo messo da Giulio più sopra parla di avvistamenti nell’Appennino toscoemiliano non confermati da prove fotografiche).

  11. sandrocampani Says:

    (e comunque sì, l’importante è il mito, non il fatto).

  12. davide Says:

    sandro campani salve,

    giuro non mi dilungo con l’ot ma posso sapere-visto che sono un naturalista dilettante,diciamo- in che zona dell appennino eravate quando avete visto il gattone?grazie son sinceramente incuriosito ,poi certo si,dal punto di vista inspirational/letterario l’importante è il mito,non il fatto

  13. sandrocampani Says:

    Salve Davide. Per stare sul suo ot, dunque: io ero tra Vitriola e Montefiorino, in Val Dragone (Appennino ai confini fra Modenese e Reggiano). Mi è sembrato strano, e ho dubitato tanto, ma riconosco abbastanza gli animali, e se era un gattone, un gattone così grosso in giro mi preoccupa😉.
    Comunque, tenga il beneficio del dubbio in merito al mio avvistamento, visto che è stato veramente fugace. Mio padre invece l’ha vista meglio due anni dopo. Era a funghi (mio padre, non la lince), appena di là dal confine, in Garfagnana (salendo la Val Dragone per la via Radici si arriva appunto al Passo delle Radici e si scende di là). Mio padre era nel bosco, lontano da strade: i due abitati più vicini a dove si trovava sono San Pellegrino in Alpe e Capraia (LU).
    Per di più mio padre non scrive, è maggiormente attendibile🙂
    Un saluto.

  14. davide Says:

    perfetto,grazie

    esiste qua e la ancor oggi il noto felino chiamato Gatto Selvatico nei boschi,ma non riaggiunge molto di piu che la taglia di un grosso gatto soriano castrato,chiaramente-ergo qualche zoologo troverebbe quindi la vostra seganalazione molto interessante-notare che fino ai primi anni 90 la lince in italia era data come rimasta per esistente solo in remotissime aree dell Aspromonte calabrese!chissà se quelle del nord son arrivate dalla slovenia o son il gruppo meridionale che ha risalito l’appennino

    cmq per me l’animale selvatico italiano per eccellenza..rimane il lupo appenninico,lince al secondo posto,orso bruno buon ultimo 3° ,bronzo

    theodore roosvelt il presidente Usa repubblicano, quello dei primi del ‘900,quello che guidò le truppe a cavallo in battaglia,a puerto rico o a cuba,non ricordo (cmq non il piu bonario successivo fd roosvelt,per la cronaca), amava il Grizzly e diceva come quello fosse “..il vero animale selvatico americano per antonomasia ,molto più di quell aquila dalla testa bianca che si vede negli stemmi della nostra repubblica ”😀

    paese che vai..:D

  15. Hai fatto bene / Sandro Campani | vibrisse, bollettino Says:

    […] di Sandro Campani […]

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