La formazione dello scrittore, 20 / Gherardo Bortolotti

by

di Gherardo Bortolotti

[Questo è il ventesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Gherardo per la disponibilità. gm]

bortolottiParlare della mia formazione, come scrittore, vuol dire essere certo di un presupposto mai ovvio, cioè quello di essere davvero uno scrittore.
Non voglio giocare su un facile paradosso. Ho pubblicato testi in circuiti “ufficiali”; qualcuno li ha letti (in limitati ma effettivi casi, ha acquistato il supporto che li conteneva); certe persone con il ruolo più o meno consolidato di scrittore, e di critico, hanno scritto cose su ciò che scrivo e sulla mia scrittura; sono stato nominato e invitato in contesti “da scrittore” in qualità di scrittore (non ultima questa rubrica). Carte alla mano, per così dire, posso affermare di essere uno scrittore. Molto marginale, un autore da circuiti ristretti, quasi da appello nominale, ma tale e quale. Conforme.

Tuttavia, rimane il fatto che sono un cittadino medio di quarant’anni, un padre di famiglia, un impiegato, che dirigo una cooperativa di sessanta dipendenti, che mi occupo di biblioteche di pubblica lettura e che, nel corso della settimana tipica, dedico alla scrittura (leggendo altri scrittori, seguendo le eventuali notizie dal “mondo della scrittura”, partecipando a progetti legati alla scrittura, scrivendo) una frazione residuale del mio tempo e della mia attenzione. Per dirla tutta, nel corso delle settimane tipiche non dedico alcuna risorsa alla scrittura: sono eccezionali, in senso proprio, quelle in cui lo faccio.

Ma il tema, come dice il titolo, non è la contraddizione fin troppo metafisica tra scrittura e vita, né l’evoluzione in corso nell’industria culturale, che smonta i modi e i tempi dell’apprendistato e dell’affermazione di uno scrittore – e che costringe figure come la mia a porsi il problema, comunque, se si è o no “scrittori”. Il tema è la formazione dello scrittore. In altri termini, com’è che dalla condizione polimorfa del non-scrittore ho avuto accesso a quella, certamente più orientata, dello scrittore.

Eppure, stando allo specifico del mio caso e non solo, mi piace pensare che sia nello iato di cui sopra che vada individuato il motore della vicenda, e che la mia formazione da scrittore sia, fattualmente, la storia di un mitomane, che nel corso degli anni Novanta rilascia interviste mentali su argomenti letterari generici davanti allo specchio, mentre si prepara a periodi più o meno fantasmatici di soste presso istituti universitari, per completare una formazione inadeguata al mercato del lavoro. In parte perché è così, perché davvero ci vuole tantissima fantasia a pensarsi scrittore mentre ci si misura con la condizione di salariato di livello medio-basso nell’odierna industria dei servizi, con un impiego a tempo pieno e una famiglia a cui pensare. In parte perché sono convinto che, anche al di là del mio caso, sia prima di tutto una narrazione quella che istituisce lo scrittore, una narrazione più o meno strampalata o realistica ma sempre ostinatamente arbitraria, rivolta a se stessi e tanto più riuscita quanto più in grado di garantire, per fascino e suggestione, una minima distanza dal dato quotidiano, e quella curiosa forma di libertà volontaristica che è la scrittura letteraria. Diciamo la biografia romanzata, inattendibile e in tempo reale, dello scrittore in quanto tale.

Ma procediamo con ordine. Il passo iniziale, per diventare scrittore, fu ovviamente imparare a scrivere. In questo senso, allora, va ricordata almeno la scena di un tema scritto alle elementari, frutto di una specie di reazione impressionistica, tra i banchi e i grembiulini azzurri e rosa, al cupo temporale in corso quella mattina, oltre le finestre dell’aula. Un tema che la maestra mi fece poi leggere di fronte a tutti e che mi insegnò, per la prima volta, la capacità di convincerci che possono avere le nostre stesse parole; che mi insegnò, appunto, l’incanto di credere a ciò che si dice, l’entusiasmo di immaginare di fare qualcosa di sottilmente vero, e prodigioso, generando delle stringhe di linguaggio naturale.

Il secondo passo, quello decisivo, fu però soprattutto partecipare a delle storie, agirle a appartenervi: le storie dei giochi con gli amici, a soldatini, con le costruzioni, per la strada nelle sere d’estate; le storie di Topolino e dei cartoni animati, e poi dei libri, dei fumetti, dei film, dei telefilm, delle canzoni, dei videgiochi e di quant’altro mi capitasse tra le mani; le storie future e portentose delle mie speculazioni e delle mie distrazioni, in cui un me dell’avvenire avrebbe detto questo e avrebbe fatto quello, mentre guardavo fuori dalla finestra prima di cena o aspettavo l’autobus per tornare a casa dal liceo.

Il terzo passo, infine, quello definitivo, è stato evidentemente scrivere. Affrontare il foglio bianco, lo spazio vuoto dopo l’ultima parola scritta, come gesto che conferma la storia che mi racconto, che mi do a intendere. Accettare, ogni volta, che non c’è davvero nessun motivo per farlo. Comprendere che dipende da me, che la grammatica in uso è da definirsi caso per caso, che il canone di ascendenza, le auctoritates, i paradigmi formali sono un risultato a posteriori e, per altro, un epifenomeno. Che il pubblico sono io e che non sono necessariamente un pubblico fedele.

Dopodiché ci sono i tanti avvenimenti singoli e le loro sequenze. Le letture estensive di fantascienza che mi riempivano i pomeriggi e le sere. L’incontro con Michele Zaffarano, come a dire la scoperta che la dichiarazione è sottoscritta da altri, che la scrittura è un’ipotesi condivisa, condivisibile, forse verificabile. Poi la scoperta di Calvino, di Perec, la frequentazione dei classici novecenteschi, di Proust, di Musil, di Joyce. La comprensione di quegli autori, dei loro testi come opera libera, storica ed umana. E infine le ispirazioni dell’arte contemporanea, delle neoavanguardie e così via.

Tutto però si riduce a quei tre momenti che ho detto, a quei tre punti, collegati l’uno all’altro in una specie di costellazione originaria, nell’intuizione mitica, ingenua, non esplicitabile se non nella pratica effettiva delle sue conseguenze, di voler essere uno scrittore. Di essere uno scrittore. Nell’idea di cercare nel linguaggio, e nell’uso che gli altri ne fanno, una mia dimora specifica, un qualche tipo di margine inesauribile, una risorsa perenne, un’inestinguibile capacità di acquisto.

Tag: , , , , ,

5 Risposte to “La formazione dello scrittore, 20 / Gherardo Bortolotti”

  1. viola Says:

    Buongiorno Vibrisse , ho letto di recente una poesia di Vittorio Tatti , il titolo é Scrittore.

    Burattino delle parole
    o
    romantico sognatore?
    Scrittore non è colui che
    cerca lacrime o sorrisi
    simulando emozioni.
    Scrittore è colui che
    piange e fa piangere
    sorride e fa sorridere.
    Una mente che manipola
    non sarà mai
    un cuore che si esprime.
    Alla larga da me
    il lettore che cerca menzogne
    perché da me avrà solo
    una genuina verità.

    © Vittorio Tatti
    Fonte : http://vittoriot75ge.wordpress.com/2014/10/21/scrittore/

    Un sorriso🙂 Viola

  2. ilcorsarobianco Says:

    L’ha ribloggato su Il Corsaro Biancoe ha commentato:
    Costellazione originaria e primitiva di Gherardo Borlotti.

  3. cavalloerre Says:

    L’ha ribloggato su cavalloerre.

  4. Paolo Says:

    Grazie. Così “vicino” (se è lecito dire), così poco enfatico, così concreto, smitizzato. Eppure noi lettori di queste “testimonianze” siamo sempre inclini a commuoverci, a farci prendere per mano e trasportare, a identificarci, a rivivere, a sognare… Noi “scrittori-lettori” amiamo immergerci e ritrovarci negli altrui percorsi e processi creativi. Il dettaglio, la citazione, parole lette in un libro, marcate a fuoco sulla pelle, poi dimenticate, infine ritrovate, riscoperte. Per voce altrui. Per vie altrui. Il contagio, la contaminazione. La bellezza. L’entusiasmo per la bellezza. L’innamoramento, direi anche. Dal dettaglio di un insetto su uno stelo d’erba in un campo di grano (una pagina di Tolstoj, se non erro), alle epiche disillusioni di uno scrittore che aspira al riconoscimento, alla conferma, ad essere letto; dalla personale, intima memoria familiare, al quotidiano affaccio sul mondo del reale, trascritti entrambi con la forza di chi il reale lo percorrere avanti e indietro, lo attraversa, lo capovolge, lo svuota, lo spolpa, lo arricchisce, lo interpreta, lo sovverte… E infine trascrive. A noi “lettori-scrittori” piacciono l’uno e l’altro. La sobria testimonianza dello scrittore-operaio, uomo, prima di tutto, conficcato nella vita di tutti i giorni, eppure “faber”, demiurgo di ciò che vede, vive e trascrive. Così come il viaggio sulle ali del racconto e del mito che, bene o male, pervade ogni storia narrata. Anche quella iniziata con l’idea di spogliarla di qualsiasi “leggenda” o invenzione, anche quella pensata, scritta e vissuta (l’ordine delle tre parole è puramente casuale) a una scrivania, davanti a un foglio bianco.

  5. Mariasole Ariot Says:

    “Accettare, ogni volta, che non c’è davvero nessun motivo per farlo”. ( E poi la bellezza del coincidere di ciascuno dei tre momenti di cui racconti con un incontro – con altri esseri umani, letture e scritture prima, con lo spazio vuoto poi – e ancora di nuovo : altri esseri, altre scritture, altri incontri, altre aperture. Oppure buche.)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...