La formazione dello scrittore, 19 / Romolo Bugaro

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di Romolo Bugaro

[Questo è il diciannovesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Romolo per la disponibilità. gm]

Sono stato fortunato, fortunatissimo. Sono nato in una famiglia senza particolari problemi economici e capace di offrire molte cose.
Mio padre, medico, era un uomo con mille interessi. Amava la musica, la storia, la letteratura. Avevamo la casa piena di libri. Edizioni e collane bellissime: la Medusa della Mondadori, gli Scrittori Stranieri della Utet.
Ricordo il suo primo consiglio. “Vedi se ti piace questo.” Era Vicolo Cannery di John Steinbeck. Ho cominciato a leggere, non mi piaceva granché. Forse rivendicavo una specie di autonomia di giudizio. Ben presto l’ho abbandonato.
Però sono rimasto sugli americani. Winseburg, Ohio di Sherwood Anderson è la prima lettura significativa di cui abbia memoria. A distanza di trenta o quarant’anni non ricordo praticamente nulla delle storie, dei personaggi. Ricordo invece gli ambienti, il paesaggio. Campagne invernali con pochi alberi, pochi suoni. Colline dove la distanza era pura luce.
Dopo Anderson, come alcune migliaia di lettori desiderosi di scrivere in proprio, sono passato a Hemingway. A partire da Il sole sorge ancora in un’edizione oggi introvabile (ovviamente di mio padre): Jandi Sapi di Roma. Anno di pubblicazione: 1944. Traduzione: Rosetta Dandolo. Prezzo di vendita – testualmente, dal dorso del libro: “in Roma L. 150 (esente da aumento) fuori Roma: L. 160 (esente da aumento)”.
La guerra stava ancora infuriando nel Nord Italia, fascisti e nazisti avevano appena fondato la Repubblica Sociale, e nella capitale già si stampavano gli autori proibiti dal regime.

The sun (come lo abbreviava Hemingway nelle lettere) è uno dei libri che ho amato di più nella vita. Ho letto e riletto quell’edizione dalla copertina viola un numero infinito di volte. La vividezza delle scene di Parigi e poi in Spagna, fra amici e bevute. L’allegria mescolata alla disperazione durante le notti che non finivano mai. E il finale, soprattutto il finale. Far partire una donna con un uomo. Presentargliene un altro perché se ne andasse con lui. E adesso, andare a riprenderla. E scrivere sul telegramma Affettuosamente. La lettura di quelle poche righe verso la fine del libro, è stata una vertigine fisica. Dunque Jake Barnes aveva un piano! Aveva fatto tutto apposta! Il romanzo non era solo una somma di scene magnifiche, ma anche un meccanismo perfetto!
Una vertigine fisica. A volte i libri la provocano. Si arriva a una certa pagina, una certa frase, e la storia ti investe fisicamente. E’ come cadere da un’altezza. Leggere il finale del Sun mi ha fatto barcollare, una specie di capogiro. Ci ho messo dieci o quindici anni per liberarmi dal desiderio di riprodurre quell’effetto.
Dopo Hemingway ho letto molti altri americani. Da Faulkner a Dos Passos, da Miller a Roth. E poi Ginsberg, Burroughs, Bellow. La malinconia perfetta degli Ultimi fuochi di Fitzgerald (e soprattutto dei brani autobiografici ne L’età del Jazz, altra edizione oggi quasi introvabile della Garzanti, stavolta comprata da me in una bancarella). Il parlato magnifico di Carver. E l’altro capogiro, Salinger: Holden che spiega alla sorella cosa gli piace fare, cosa vorrebbe fare, prendendo spunto dalla filastrocca.
(Un inciso in tema Salinger: mentre sto scrivendo queste righe, mi capita di leggere un articolo di Alessandro Piperno su La Lettura del Corriere della Sera. Non posso assolutamente non citarne un passo, che getta una luce molto interessante sugli entusiasti di Holden come il sottoscritto. Piperno: “Avevo quindici anni quando lessi per la prima volta Il Giovane Holden. Fu per me una lettura parecchio irritante. (…) Avevo divorato quel libro, eppure non c’era pensiero, atto, presa di posizione di Holden che non mi contrariasse. Ero stupefatto dall’idea che milioni di adolescenti avessero potuto identificarsi con un ragazzo simile. Evidentemente la gente si sente davvero fica, dicevo a me stesso. Solo un fico può identificarsi con un personaggio così. Per me essere adolescente significava portare gli occhiali come una croce e sentirsi inferiore agli altri. Holden non porta gli occhiali e ritiene che gli altri siano tutti fasulli. Solo lui è puro. Allora è così che si sente la gente: tutti gli altri fanno schifo, tutti gli altri fingono, solo io sono puro, solo io dico la verità.”)
Agli italiani sono arrivato attraverso gli americani. Le notti di Pavese che cammina tra le vigne in collina. La guerra di Vittorini. Poi le pagine impastate di dialetto di Pasolini. La follia che cresce, cresce, raccontata con precisione millimetrica da Volponi. E Testori, grandissimo. L’incipit del Ponte della Ghisolfa. Cito a memoria: Se non è un vigliacco deve venire! L’aveva pensato talmente forte che gli era sembrato quasi di averlo detto.
Che meraviglia!
Passando da quello che ho letto a quello che non ho letto (e che pure conta, nella formazione dello scrittore) ecco alcuni libri importanti e/o capolavori abbandonati da ragazzo.
Cent’anni di solitudine. Dopo un paio di settimane di lettura, la fatica di star dietro ai personaggi aveva superato il piacere di andare avanti.
L’uomo senza qualità. Affrontato con impegno. Magnifica scrittura, magnifico progetto, ma dopo due o trecento pagine era arrivata la sensazione che – come dire – non fosse così necessario finirlo, perché il romanzo s’era già rivelato, mostrato.
Viaggio al termine della notte. Lo stile era talmente unico, magnifico, che – anche qui – non sembrava così necessario arrivare in fondo. Lo stile era tutto. Leggevo e rileggevo sempre le stesse venti o trenta pagine.
Sulla strada. Non ricordo bene il motivo dell’abbandono. Credo una mancanza di sintonia con la scrittura dell’autore.
La ricerca del tempo perduto. Dopo la lettura dei primi tre volumi, era arrivata una specie di sazietà, o senso di spaesamento, rispetto alla potenza dell’opera, alla vastità dell’intenzione di Proust. E così m’ero fermato molto prima del Tempo ritrovato.

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6 Risposte to “La formazione dello scrittore, 19 / Romolo Bugaro”

  1. acabarra59 Says:

    “ 16 luglio 1994 – « Il giovane uccisore di animali », « il giovanotto timido e insanguinato »: è Proust che parla del garzone di macellaio protetto da Françoise (Tempo ritrovato). Fa tenerezza. La letteratura è anche queste piccole cose, un’immagine insolita, un giro di frase, poco più che un gioco di parole. La letteratura fa tenerezza? (Nel suo prendere tempo) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 46

  2. ilcorsarobianco Says:

    L’ha ribloggato su Il Corsaro Biancoe ha commentato:
    Adoro e ripropongo la serie di autoritratti intellettuali, della formazione degli scrittori proposta da Giulio Mozzi su Vibrisse. Oggi Romolo Bugaro.

    “Passando da quello che ho letto a quello che non ho letto (e che pure conta, nella formazione dello scrittore) ecco alcuni libri importanti e/o capolavori abbandonati da ragazzo.”

  3. enricomacioci Says:

    Anch’io Viaggio al termine della notte l’ho cominciato tre o quattro volte senza mai finirlo. La prima volta credevo fosse colpa mia, poi ho iniziato a pensare che la colpa fosse di Cèline🙂

  4. Sofia Rocca Binni Says:

    Grazie, Romolo Bugaro, per aver menzionato un tema importante: anche i libri che non si riesce a leggere fino in fondo formano la persona, prima ancora che lo scrittore. Perché tre capolavori, diversi tra loro, quali Cent’anni di solitudine, L’uomo senza qualità e Viaggio al termine della notte provocano una saturazione nel lettore, al punto da costringerlo ad abbandonarli? Perché questi capolavori non sono condizionati dalla cogenza della trama, sono svincolati dal processo di lettura orizzontale inizio- fine, mentre possono essere compulsati come un’enciclopedia, come la Bibbia. Si leggono verticalmente, in profondità e anche questa è letteratura. Anzi. Quelli citati sono i libri più belli che abbia mai letto, ai quali aggiungerei Guerra e pace dell’adorato vecchio bastardo. In quel romanzo la trama è quasi inessenziale: è un grande affresco, del quale ciascuno si trae il particolare che gli interessa e vi ci si catapulta con la macchina del tempo magistralmente apparecchiata. Si può smettere in qualsiasi momento e quello che si è letto sarà sempre più di quanto si potrà mai leggere e resterà nel profondo della coscienza. Anche se non si vedrà la parola fine.

  5. Paolo Says:

    La formazione dello scrittore risiede (esclusivamente) nella lettura di opere altrui, nella lettura dei grandi? Ovvio che non sia così. Tuttavia, mi è piaciuto il focus di questo articolo, che parte da un presupposto, da un caposaldo, da una vocazione già riconosciuta e chiamata per nome. La lettura, quel gioco di specchi e di visioni, il processo (e la necessità, direi anche) di identificazione o dissocazione (da personaggi, narratori, interpretazioni, espressioni, stili…) che, per chi ha in sé vivo, attivo il demone (della scrittura), assume una valenza particolare; che da curiosità e ricerca diviene quasi un bisogno.
    Grazie.

  6. teresaz Says:

    mi riconosco in tutte le letture e non letture di Bugaro

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