Che cosa significa “identificarsi”?

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Questo lettore si identifica nel protagonista del libro

Questo lettore si identifica nel protagonista del libro

di giuliomozzi

Magari speravate in una risposta. Invece vi giro la domanda. Vi succede mai di “identificarvi” in ciò che leggete, in un personaggio, eccetera?
E, se vi succede: sapreste dire che cosa intendete dire, di preciso, col verbo “identificarsi”?

46 Risposte to “Che cosa significa “identificarsi”?”

  1. deborahdonato Says:

    Compimenti per la scelta della foto.Noto che la soglia di “identificazione” si alza con l’età. Da adolescente mi identificavo continuamente; probabilmente è legato al processo di formazione della propria persona. Da bambina mi sono identificata con Jo March e lì “identificarsi” vuol dire un “progetto di essere”. Quando si legge una poesia, invece, l’identificazione è il sentire “ma questo lo sento io, è proprio la stessa cosa che ho provato”.

  2. Cristina Venneri Says:

    Principalmente: riconoscersi. Che non è poco, considerato che presuppone un “conoscersi”.

  3. monica Says:

    A me succede di voler essere come un personaggio, o di desiderare averne una o due o tre caratteristiche (non solo belle e buone).

  4. Elena Marino Says:

    …a me basta che ci sia almeno una sottilissima venatura, una nota nel seguito della melodia, che mi appaia familiare. Giusto un gancio. Tutto il resto può essere qualcosa di diversissimo da me, anzi, tanto meglio. Può essere una frase, un modo di osservare qualcosa, un’emozione, una sensazione fisica, un problema, un modo di tacere o di camminare, un’idea, un’etica (ma questo già diventa tanto, non più solo una venatura…)

  5. stefaniazan8 Says:

    sentirmi io stessa quel personaggio, diventarlo e di conseguenza leggermi.

  6. nd Says:

    Bella domanda (lo ammetto, i conigli mi hanno catturata). Ma perché prendere in considerazione solo il punto di vista del lettore? E l’identificazione dello scrittore con i suoi personaggi? Complichiamo le cose.
    (Mi sa che ci scrivo la tesi di laurea)

  7. Sofia Rocca Binni Says:

    “Si identifichi!” intimerebbero in un ipotetico posto di blocco. Risponderei declinando le mie generalità. Sono Tizio, soggetto unico, irripetibile e non confondibile con nessun altro.
    Ecco che mi metto a leggere o scrivere e mi identifico con un altro, Caio. Declino le mie generalità, attribuendole a un altro, oppure declino le sue come fossero le mie. Ho un disturbo da personalità multipla, abbastanza normale negli adolescenti. Se sono più adulto, necessito di uno specialista.
    Nel caso specifico dello scrittore, sono più propensa a credere che non si tratti di identificazione, bensì di furto. Lo scrittore è un ladro di vite. Le scippa a proprio uso e consumo. Almeno io, nel mio infimo, mi sento tale.

  8. Cristian Says:

    vuol dire che lì c’è qualche cosa che tu hai dentro per cui dici “ecco!” anche se non sai proprio bene a cosa di “ecco!” e che cosa c’è in te che ti fa dire “ecco”

  9. Ma.Ma. Says:

    Quando leggo, io, spesso, mi identifico per difetto: vale? Attenzione: non “nei difetti”… ma “in quello che manca, in quello che non sono”.

  10. Hemingway Il Coniglio Says:

    Identificarsi – parola forse troppo forte ma a quanto pare spendibile in materia di libri e letture – significa aprirsi alla possibilità di non rimanere pienamente se stessi e coincide con la necessità di lasciarsi scalfire dall’altro che è figlia della necessità di rinnovarsi continuamente.
    Ci sono poi quelli sempre fedeli a se stessi che operano con sforzi sovrumani per una continua identificazione nella persona (o nel personaggio) che hanno deciso di interpretare.
    Ma continuo a pensare che “identificazione” sia troppo pesante, forse “proiezione”… “incarnazione provvisoria”… “meta-sostituzione”… non saprei, mah.

  11. Valentina Says:

    Io di solito non mi identifico: mi innamoro
    Il più delle volte della scrittura, o della storia, o dello stile; in qualche caso, anche dei personaggi.

  12. Gabriella De fina Says:

    per me significa immedesimarmi nel pensiero o nello stato d’animo o nella situazione di un dato personaggio.

  13. Vinicia Tesconi Says:

    Bagnare di lacrime le pagine del Visconte di Bragelonne mentre Aramis bagna di lacrime il corrimano di legno della nave che si allontana dalla grotta crollata sotto cui è rimasto Porthos.

  14. Giulio Mozzi Says:

    nd: no, per carità; la faccenda è già complicata abbastanza.

    Daniele Muriano (travestito da Hem The Rabbitt): “identificarsi”, “identificazione” sono le parole (per indicare questa cosa qui di cui stiamo parlando) che più comunemente si usano.

    Faccio notare che l’intervento di Elena Marino dice qualcosa di completamente diverso da quello che dicono tutti gli altri. Ci rifletterei su.

  15. acabarra59 Says:

    “ 18 giugno 1989 – Mi scruta / la scrutatrice / scrutando perplessa / la carta / d’identità / … « Sarà… » // poi sobbalza / scrutandomi / scrutare / la vaga / profondità / dello scollo / … « Mah!? » // Esattamente / identificato / ho espresso / il mio voto / (segreto) // (diritto o / dovere?) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 37

  16. Dante Says:

    Io credo che tutti (chi più chi meno) gli esseri aventi una corteccia cerebrale lo fanno in modo incondizionato: per un essere vivente di questo tipo guardarsi fuori è un modo per guardarsi dentro. Per me misurare il mondo esterno guardandolo o leggendolo, serve ad avere un riferimento spazio tempo ed ottenere un unità di misura, in grado di permetterti di misurarti e comprendere i fatti. Faccio un esempio: se io assaggio del cioccolato dico che è dolce: Ma riesco a dire che è dolce perchè in precedenza o assaporato e memorizzato (si chiama empatia) altri cibi dolci in grado di darmi un punto di vista, perciò se in precedenza non avessi mai assaggiato dolci, ma solo cibi salati, avrei difficoltà a ripetere l’esperienza… è una questione di sopravvivenza e quindi evolutiva possedere tale capacità

  17. RobySan Says:

    Che cosa significa “identificarsi”?

    Scoprire che Barney Panowsky, tutto sommato, ha ragione. Ma non ricordare a proposito di che.

  18. marcocandida Says:

    Credo che RobySan abbia detto tutto quel che c’è da dire. Ci si identifica, a torto o a ragione, con un personaggio che riteniamo assomigliarci.

  19. Fernando Nappo Says:

    Per quanto mi riguarda, difficilmente mi identifico col personaggio, se per identificarsi si intende leggere del personaggio come fossi io. Però, se il protagonista in qualche modo mi attira, provo interesse, seguo con attenzione le sue vicende, come fossero le vicende di un caro amico.

  20. LiveALive Says:

    Mi chiedo se ci siano legami tra l’identificazione e l’immersione in un testo; e se ci sono, quali e quanti. Naturalmente non posso rispondermi perché non so le esatte definizioni né di immersione né di identificazione.
    Ci provo. Credo io che l’identificazione sia il riconoscere problematiche o situazioni o pensieri personali nel personaggio. Forse potrei parlare di una superiore comprensione del personaggio: per esempio, se io perdo il lavoro, e nel libro il protagonista perde il lavoro, e riconosco nel personaggio almeno in parte le emozioni che ho provato io, allora posso capire molto in profondità i pensieri del personaggio e le sue emozioni, capire anche ciò che l’autore decide di non dire.

    Si dice che Il Conte di Montecristo sia un personaggio azzeccato perché tutti hanno avuto desiderio di vendetta, e quindi tutti possono prima identificarsi nel personaggio e poi raggiungere la catarsi a vendetta compiuta. Sarà. A me il Montecristo però non sembra il tipo di personaggio in cui ci si può riconoscere: di fatto è come Achille o Superman, se si esclude la marginale Mercedes non ha debolezze; e non si diceva invece che il personaggio, affinché il lettore possa riconoscervisi, deve avere problemi e punti deboli come lui? Almeno a me hanno sempre detto così.

    Allora mi sorgono due domande: 1- è davvero necessario identificarsi in un personaggio per una esperienza narrativa completa? 2- è davvero necessario che il personaggio sia simile a noi affinché ci si possa riconoscere?
    Per la seconda domanda, posso rispondermi che molto spesso ci si identifica, più che in quello che si è, in quello che si vuole essere, o al limite in quello che si crede di essere. Credo però necessario che un tratto comune ci sia, uno solo, anche sottile, come dice Elena.
    Per la prima domanda, invece, ne approfitto prima ricollegare l’identificazione con l’immersione.
    Io sono immerso nel testo quando non penso ad altro che a quello che sto leggendo. Molta narrativa contemporanea – almeno così mi dicono – cerca di raggiungere tale scopo cercando di far vivere in prima persona la narrazione al lettore. Ho alcuni libri di neuroestetica che parlano di questo come “romanzo embodied”, e si sente dire già da parecchi anni che, neurologicamente, il lettore vive quello che legge, nel senso che il cervello “mima” i movimenti e simula le percezioni sensoriali (mi chiedo se non ci sia un articolo, in Vibrisse, su tale argomento…). Penso anche a Palahniuk che consiglia di eliminare i verbi di pensiero e percezione: così non è più il personaggio che “vede la luna”, ma posso essere io che direttamente vedo “la luna”. E poi penso a tanti altri consigli comuni collegati come l’assenza del narratore, la narrazione eminentemente scenica in tempo reale, lo scrivere semplice, l’uso del punto di vista fisso e ben immerso, la morte degli avverbi, e via così.
    Detto questo, si può anche ipotizzare che un personaggio in cui ci si riconosce aumenti questa immersione e aumenti la risposta emotiva, in quanto ci permette di capire meglio le azioni del personaggio, e di capire meglio come ci sentiremmo noi in quelle circostanze.
    Questa però non è una risposta che riesce a convincermi perché, per quanto mi paia logica, non trovo conferma nella mia esperienza di lettura. Personalmente, anzi, non credo di aver mai ricercato l’immedesimazione in un personaggio, e non credo neppure di aver ricavato grande vantaggio quelle volte che un riconoscimento parziale c’è stato. Almeno così mi pare.

  21. Sofia Rocca Binni Says:

    Concordo con Hem, parola troppo forte. Basta mettersi d’accordo su come la vogliamo usare. Accertato questo, va bene anche l’identificazione per dettaglio, sfumatura, suggestione…. (che a me sembrerebbe contraddittoria). Chiederei di riflettere sull’etimo.

  22. dm Says:

    Sì, Giulio, so che si usa “identificazione” per riferirsi a quella cosa là. Dico che mi pare una parola così-così non in polemica col tuo post, ma coi postumi da lettore esotizzato.
    Mi pare un buon modo – questo qui di scomodare l’identità – per non riconoscere appieno la grandezza della nostra identità (nostra di noi uomini del 2014, in questa parte del mondo ecc.). Perché se io dico di essermi identificato in Raskolnikov (cosa peraltro complicata) sto anche dicendo che Raskolnikov è parecchio distante da me. Raskolnikov non mi appartiene. Difatti sarebbe difficile identificarsi in qualche cosa che fa già parte del proprio corredo umano. Dire “identificazione” è già un modo per prendere le distanze. Mi identifico in quella cosa là, che mi somiglia ma non è una parte di me leggente. Mi somiglia ma guarda che non sono io, eh. È una paradossale negazione di “identità”, da cui “identificazione” deriva.
    Oggi faccio questi pensieri qua. Se non si capisce, mangio lo stesso.

  23. Andrea D'Onofrio Says:

    Nel mio caso è un’immagine di forte contenuto emotivo. Un secondo prima il personaggio era confuso, indistinto, subito dopo c’è questa immagine, questa intuizione.
    Se persiste e si arricchisce di altri elementi mi porta all’immedesimazione.

  24. gian marco griffi Says:

    Io mi sono identificato – per la prima volta in vita mia – in Hemingway il coniglio.

  25. Antonio Says:

    A me capita di identificarmi con l’autore, implicito o meno, o meglio vorrei identificarmi, credo di identificarmi, di essere io che sto scrivendo quella storia, quel racconto, quel romanzo o quel passo, ma non con tutti gli autori succede questo, non con tutti i tipi di romanzi, solo con alcuni, quelli ad esempio in cui c’è una storia che ha per protagonista uno scrittore, il più delle volte fallito, frustrato, insoddisfatto, forse anche incapace, e la cosa strana è che non faccio tesoro delle esperienze di questi autori o personaggi, tutt’altro, e così provo ad imitarli, ad emularli, a scimmiottarne i loro stili, le biografie anche, ed alla fine anche a me sembra di essere come quel poeta che finge tanto intensamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente, ecco, io mi identifico spesso con uno dei tanti eteronimi dei tanti poeti e scrittori che mi accompagnano nel corso di queste letture pressoché innominabili.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Due diversi tipi di identificazione, I suppose.

    Ma: non vi succede mai di “identificarvi” (parola che, come più d’uno ha detto, va usata con cautela e grosso modo) in qualcosa tipo: un certo movimento sintattico, un certo andamento della storia, ecc.?

    (A proposito della neuroestetica letteraria e dei “romanzi embodied”, se qualcuno si fosse trovato un po’ spaesato, LiveAlive ha scritto una piccola scheda introduttiva qui).

  27. Cristina Venneri Says:

    Giulio, a me capita, invece, di “differenziarmi”: notare, piacevolmente, la diversa esposizione narrativa e sintattica di una percezione, di un resoconto, di una visione comune.

  28. Valentina Says:

    “un certo movimento sintattico, un certo andamento della storia” sono proprio ciò che mi consente l’immersione in taluni testi e non in altri. Riprendendo quello che LiveALive scrive nella scheda linkata qui sopra, direi che certi elementi testuali mi provocano una fortissima soddisfazione, cerebrale ed emotiva ad un tempo, comunque assolutamente fisica.
    Ma appunto, come scrivevo prima, io non la vivo come identificazione.

  29. Laura Angeloni Says:

    Per me identificarmi significa leggere parole che risuonano, e che poi si adagiano dentro di me. È sentire che un’emozione forte, impellente, ma confusa, grazie a quelle parole trova un’ordine e smette di agitarsi alla rinfusa, si deposita in un angolo, mi dà pace.

  30. Mery Carol Says:

    No, io non mi identifico. Guardo i personaggi criticamente finché non ritengo di conoscerli abbastanza. Alcuni li lascio con una stretta di mano, altri no. I luoghi mi coinvolgono emotivamente: senz’armi e bagagli, mi trasferisco.

  31. Mery Carol Says:

    …senz’armi e bagagli, mi ci trasferisco.

  32. Bruno Chiaranti Says:

    Identificarsi è una doppia vista quella che legge e segue il testo narrativo e quella con la quale ricreo e guardo l’azione o la descrizione o la scena da protagonista. E’ selettiva: ho la vista di Amleto, non di Ofelia. In poesia cambia tutto, non ci sono riferimenti, non mi identifico, scopro emozioni e naufrago, più o meno dolcemente.

  33. dm Says:

    Comunque, io credo di avere una sensibilità vicina a quella di Antonio (22:29 di ieri) e cioè riesco a sopportare di identificarmi solo col narratore, perché ho una memoria di stili molto più efficace di quella che accoglie trame eventi e caratterizzazioni. E poi perché lo stile è la sola cosa che posso trovare davvero fuori di me in una narrazione bella. Infine perché – e non lo dico solo io – lo stile è l’anima.

  34. Pierluigi Lupo Says:

    Mi succede solo davanti allo specchio…

  35. dm Says:

    Accidenti, Pierluigi, sei un uomo fortunato.

  36. acabarra59 Says:

    ” Giovedì 13 gennaio 2005 – Quello che ho sempre fatto: leggere identificandomi con la scrittura – leggere come legge uno scrittore. I professori, invece. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 39

  37. Sofia Rocca Binni Says:

    “Un certo movimento sintattico, un certo andamento della storia”: sì mi succede, ma più che identificarmi con qualcosa che non posso essere, diciamo che mi “sento a casa”, il che, per una straniera/estranea seriale, non è poco. Ma dove vuoi andare a parare?

  38. dm Says:

    ma più che identificarmi con qualcosa che non posso essere, diciamo che mi “sento a casa”

    Viene in mente, forse solo per assonanza, l’incipit della Lettera sull’umanismo di Heidegger. Dove si dice che il linguaggio è la casa dell’essere e l’uomo abita questa dimora. I poeti e i filosofi sono i custodi etc. Non trovo la citazione esatta in rapidità, ma questo è il senso.

  39. dm Says:

    Scusate, oggi sono in vacanza dalle mie solite occupazioni. Quindi provo a mettere a frutto il tempo ragionando per esempio su questa cosa.
    A me pare (anche in seguito a sondaggi amicali) che esistano due grandi tipologie di lettori quanto alla codifica:
    – i lettori preminentemente visivi;
    – i lettori preminentemente verbali.
    I primi pensano soprattutto per immagini, vanno subito al nocciolo immaginifico dei discorsi e faticano a interpretare discorsi “aridi” di visualizzazioni (Calvino, a esempio, nelle Lezioni americane ammette di essere un lettore e pensatore preminentemente visivo). I secondi si muovono più a loro agio tra coordinate verbali in una dimensione soprattutto logica e linguistica dei discorsi. È una definizione generica ma credo di immediata comprensione.
    Questo non vuol dire che gli uni siano ciechi e gli altri sordi, ma che gli uni trovino più facile una modalità rispetto agli altri.

    Poi, sul piano della “meccanica della lettura”, non so bene come definire il processo per cui le parole saltino alla mente dalla pagina scritta, invece, la distinzione mi sembra triplice (sempre in base a ipotesi e risposte avute da lettori in carne e ossa):
    – lettori a vista;
    – lettori uditivi;
    – lettori parlanti.

    I primi leggono in silenzio, ricevono le parole quasi come l’impressione di un colore: cioè non percepiscono una voce mentale leggente, e le parole entrano, per così dire, senza fare rumore. I lettori uditivi invece ascoltano la voce leggente come fosse esterna al corpo, la ascoltano e basta. Si differenziano dai lettori parlanti perché questi, i lettori parlanti appunto, mettono in moto mentalmente i loro organi fonatori – con tanto di corde vocali, laringe, bocca, lingua e via dicendo – come se in qualche modo articolassero le frasi, le parole, i fonemi. Ovviamente gli organi fonatori restano fermi e muti, ma viene attivato un riflesso mentale condizionato, diciamo, che dà l’effetto – e magari le emozioni – di una lettura effettiva del corpo della parola, come fosse a alta voce.
    Com’è ovvio non sono distinzioni stagne: sono approssimazioni schematiche. Il suono delle parole, a esempio, arriva in qualche modo a ciascun lettore. Eppure esistono lettori che sentono in modo più vivo e presente la “superficie del testo”, e lettori più cognitivi che del suono delle parole si disinteressano abbastanza. Certo, tutto dipende molto dalla pratica e dall’esperienza di lettura, però la base biologica, o se preferite psicofisica, ma in ogni caso invariabile, è determinante.
    Di qui dovrebbero diramarsi i discorsi sulla ricezione e, soprattutto, una concezione tollerante delle diversità tra opinioni in merito alla bellezza, al valore etc del testo letterario.
    Scritto molto di fretta, ma sono questioni su cui mi rompo il capo da parecchio.

  40. acabarra59 Says:

    “ Domenica 18 maggio 1997 – La casa è dove si sta bene. La mia casa è il diario, perché ci sto bene dentro. È una casa mia perché l’ho costruita io, anzi la costruisco, perché non ho ancora finito. « E le tasse? » Già pagate, grazie. (Comunque non me ne vado più) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 40

  41. Defoe Says:

    L’identificazione con lo scrittore può essere un fenomeno spiacevole. Quando decaddero i diritti d’autore di Pirandello fui per lavoro costretto a leggerne l’opera in pochi giorni. Verso metà del compito ero contento di aver familiarizzato con le strutture della sua narrazione, geniali e insieme vizze. Ma poi iniziarono strane percezioni che riguardavano la sua macchina per scrivere, la consistenza dei cuscini sui quali era seduto, e tutto il resto. Cominciai a subire l’oppressione di un’intimità non voluta; infine i personaggi e l’intera sua opera erano scomparsi, lasciando solo interrogativi sulla postura di Luigi Pirandello al tavolo da lavoro.
    Non so nulla di Pirandello, o credo di sapere tutto. Una cosa davvero incresciosa.

  42. LiveALive Says:

    Mi piace il commento di dm.
    In effetti, credo che ognuno provi tutte le esperienze descritte, anche se con diversa frequenza. Pure, è interessante l’analisi di alcuni casi estremi. Tempo fa avevo letto un saggio breve su un uomo che, non so per quale problema al cervello, non riusciva a generare immagini mentali. Il suo libro preferito era Anna Karenina, e la cosa interessante è che se gli si chiedeva di descrivere come aveva immaginato i personaggi non ci riusciva, ma se gli si chiedeva come Tolstoj li aveva descritti allora riusciva a citare a memoria le descrizioni.
    C’è anche un caso relativo alla sinestesia: avevo letto di un uomo che faceva molta fatica a leggere perché ogni parola si trasformava non solo in immagini, ma anche in sapori, suoni, odori…
    Esteticamente, è una cosa importante. A seconda di come si percepisce il testo, cambia anche ciò che si cerca, e ciò che si apprezza. Si vuole una narrazione eminentemente scenica o una più espositiva? Se sono un lettore visivo forse preferirò la prima, ma in altri casi potrei anche preferire una scrittura più espositiva (Stoner è magistrale nell’alternare scene ed esposizioni). Si vuole un narratore onnisciente che racconta o una terza limitata? Se sono un lettore uditivo magari mi fa piacere sentire una voce calda come quella di Andersen, in altri casi potrei preferire una scrittura diversa.

    ***

    “Ma: non vi succede mai di “identificarvi” (parola che, come più d’uno ha detto, va usata con cautela e grosso modo) in qualcosa tipo: un certo movimento sintattico, un certo andamento della storia, ecc.?”

    Avevo letto una intervista di un certo fumettista francese il cui nome non voglio ricordarmi: diceva che chiunque faccia un disegno, anche con scarse capacità tecniche, fa trasparire il suo carattere e le sue emozioni nel tratto. Credo che in scrittura sia lo stesso, e allora possiamo dire che non solo i personaggi hanno la loro personalità (nella quale potrei anche riconoscermi), ma che hanno personalità anche le frasi, e oserei dire le singole parole (e anche in queste potrei identificarmi). Io, allora, potrei dire di identificarmi più in una ipotassi che in una paratassi, più in un gergo aulico che in uno da strada; e non nel senso che “pure io avrei scritto così”, ma nel senso che quelle scelte trasmettono una personalità nella quale mi identifico.
    Ma mi domando: è possibile vedere le scelte tecniche in autonomia, indipendentemente cioè dalla mente che le ha generate, e riconoscervisi ugualmente?

  43. dm Says:

    Un buon articolo scientifico sulla perdita della visualizzazione mentale, in cui si parla anche di un caso molto simile a quello menzionato da LiveALive,
    qua.

  44. monica Says:

    non si apre più il link pennablu su neuroscienza letteraria.

  45. Sofia Rocca Binni Says:

    Ragazzi mi fate preoccupare. Devo avere più di un problema al cervello. Perché anch’io non ho un’immagine fisica del principe Andrej di Guerra e pace, ma so cosa ha provato guardando il cielo di Austerlitz. Tolstoi non c’è stato, ma io sì. E ho riconosciuto quel cielo, mi sono ricordata ogni singola parola e soprattutto ho compreso quello che intendeva, ho provato quella gioia. Come ha fatto il vecchio bastardo a trasformare una finzione in realtà? questo è il punto. Tuttora non so come sia fatto il principe Andrej e neanche mi importa, perché Tolstoi non lo dice e quindi non importava neanche a lui. Scrivere scenico, scrivere descrittivo, identificarsi, non identificarsi, neuroscienze: crediamo davvero di poter racchiudere in una formula un atto creativo? E se sì, perché ci serve questa certezza?

  46. Carlo Capone Says:

    Concordo sull’ambiguità del termine identificazione.
    By the way, non mi sono mai identificato in alcuno dei milioni di personaggi di cui ho letto azioni, parole, riflessioni o altro, e non perchè mi ritenga una persona unica o speciale. Semplicemente nessuno mi si attagliava. Ora che ci penso, per alcuni e pochi aspetti, Zeno Cosini. Ma il meccanismo scattò a posteriori.

    Per i personaggi cinematografici altro discorso. Che ne so, le immagini mi attizzano di più, suscitando una certa identificazione. Robert Redford in Il grande Gatsby, Robert De Niro nel Noodle di C’era una volta in America, Vittorio Gassman ne L’armata Brancaleone, Massimo Ranieri nel Salvo d’Acquisto. Per citare i primi che mi vengono in mente.
    In generale credo che la possibilità di identificarsi più volte attenga alle molte anime che sono in noi. Perchè ne abbiamo parecchie, questo è chiaro, no? tutte riunite in un personale parlamento. E perciò: quando leggo un dittatore le fa fuori una ad una, se guardo c’è democrazia.

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