Una precisazione

by

di giuliomozzi

Nel numero di Pagina 99 in edicola da oggi c’è un articolo sulle scuole di scrittura firmato da Marco Cubeddu – col quale ebbi una cordiale chiacchierata al telefono. Nella parte che riguarda la Bottega di narrazione c’è un passaggio che mi pare renda necessaria una precisazione. Lo riporto:

A Milano, presso Laurana editore, insieme a Gabriele Dadati, [Giulio Mozzi] gestisce la Bottega di narrazione che accoglie circa 20 corsisti all’anno (costo 2.400 euro, due borse di studio da 500) che abbiano un testo o un’idea nel cassetto da sviluppare. Fra i diversi allievi di Mozzi, Giorgio Falco, vincitore del Campiello 2014.

E’ vero che conobbi Giorgio Falco (ancora nel secolo scorso, credo) perché si iscrisse a un mio corso. Ma non si trattava (come il lettore, leggendo le due frasi in sequenza, potrebbe pensare) della Bottega di narrazione (che non esisteva ancora) bensì di un corso breve, di quelli che io definisco – la cosa nell’articolo di Cubeddu c’è – “dopolavoristici”, presso il circolo Arci Lanterna magica di Padova. E’ anche vero che il suo primo libro Giorgio lo pubblicò in una collana della quale avevo la responsabilità (Pausa caffè, Sironi 2004), e che il successivo L’ubicazione del bene (Einaudi 2009) fu preso in considerazione da Einaudi Stile Libero su mia segnalazione. Ma tutto ciò non fa di Giorgio un mio “allievo”. Se fosse così, me ne vanterei moltissimo; ma non è così: Giorgio si è formato per conto proprio, e nella sua storia di formazione molte persone – non necessariamente scrittori – hanno contato assai più di me. Io ho avuto l’onore di incontrarlo tanti anni fa, la capacità (questa sì la rivendico) di accorgermi che in lui c’era una potenza, e la fortuna di poter fare qualcosa per lui. Del romanzo La gemella H (Einaudi 2014), in particolare, non ho saputo mai nulla finché non me lo sono trovato davanti in libreria.

Detto questo, sarei felice se un giorno un qualche giornalista riuscisse a fare una inchiesta sulle cosiddette scuole di scrittura andandole materialmente a vedere, frequentando le aule, parlando con allieve e allievi, eccetera. E’ costoso, lo so.

17 Risposte to “Una precisazione”

  1. acabarra59 Says:

    “ Domenica 25 gennaio 1997 – Quando facevo il giornalista, una volta che mi recai presso una grande cooperativa emiliana per un servizio, ricevetti in regalo, come tutti gli altri « colleghi » lì convenuti, una bellissima penna Montblanc (i giornalisti ricevono molti regali). La cosa naturalmente mi fece piacere ma, ancora di più, mi accorsi che mi stupiva. Non solo per la esagerata munificenza – era una penna molto costosa – spiegabile tuttavia con il fatto che quella era una di quelle cooperative che sono grosse come grosse aziende e che comunque erano già tempi in cui la parsimonia non andava più di moda neanche « a sinistra », ma soprattutto perché una penna come quella, solo un poco più piccola, io l’avevo ricevuta in regalo già trent’anni prima, quando ero un bambino, un bambino come gli altri, che però era figlio unico e, a quanto dicevano, sapeva « scrivere bene ». Forse per questo la nera lucida Montblanc, con la sua gonfia rotondità, con la filettatura di prezioso – pretenzioso? – oro, con quel look che già trent’anni prima era maliziosamente anacronistico, non diversamente da ogni penna – ne ricordavo tante, negli anni Cinquanta: quella dello zio Carlo, credo d’oro massiccio, con il pennino estraibile, quella – un’Aurora? una Parker? – di quel compagno ricco delle elementari che la portava in classe a farla vedere ma lo bocciavano lo stesso perché lui proprio non sapeva scrivere – aveva sempre per me un inequivocabile sapore d’infanzia. Un’infanzia inaspettata, che credevo di avere lasciato da tanto tempo, che si rivelava invece stranamente attuale, se non per me, per chi mi stava facendo un regalo. « Timeo Danaos … ». No, è inutile temere i Greci e i loro « presenti »: quello che conta è capire che cosa ci stanno donando, in che senso ci stanno facendo un regalo, che pensano di fare, che ci hanno in testa questi stranieri, in che presente vivono questi visitatori.
    Quella penna – cooperativa – non l’ho mai usata e anche l’altra – puerile – credo di averla sostanzialmente lasciata perdere – da ultimo l’ho regalata a mio figlio. Ho sempre scritto con tutto meno che con una stilografica, mostrando semmai una certa predilezione per i pennarelli a punta fine, quelli che danno alla scrittura un non so ché di ideogramma cinese, di scrittura-pittura, almeno da quando esistono i pennarelli. Ma, anche quando non esistevano, cioè nei già evocati anni Cinquanta, quello che eventualmente mi entusiasmava davvero era scrivere a macchina, con una di quelle monumentali macchine nere che trovavo nell’ufficio del nonno o in quello della zia, pieno di velluti rossi, nel senso di sorella della nonna. Ma questa è un’altra storia, come direbbe Jack Lemmon. Come quell’altra di quel mio compagno di liceo che usava l’inchiostro verde e poi ho saputo che anche Togliatti faceva così, ma, a ripensarci, mi pare che tutto ciò, cioè il colore dell’inchiostro, riguardi poco la scrittura, forse di più la teoria dei colori o magari il cinema. In ogni caso: inchiostri, stilografiche, pennarelli, o macchine da scrivere, o, da qualche anno, personal computer, io ho sempre scritto, ma senza dargli troppo peso. Forse ho sempre sbagliato. Forse io non credo abbastanza nel potere della scrittura, che la scrittura abbia un potere, che scrivere sia una questione di potere. Forse perché per me è così legata all’infanzia, la scrittura, l’esercizio della scrittura, mi è sempre sembrata piuttosto una bella impotenza. Uno splendido non-potere. Non potere uccidere. Non potere soffrire. Non potere morire. Non potere niente altro che scrivere. Possibilmente bene. Potere piacere. Piacere di piacere. Dico la mia scrittura, la scrittura per me. Perché quella degli altri non so. Forse qualcosa può, e anche su di me, in passato, ha potuto, anche se non credo che sia stata mai veramente la scrittura, ma forse qualche colore, forse qualcosa come un film.
    Tutto quello che la scrittura può fare secondo me è andare da sinistra a destra, con un movimento regolare che prevede un’andata e un ritorno. È, ogni volta, un breve viaggio, un movimento che è anche un po’ falso perché non va mai da nessun’altra parte se non fino al bordo del foglio, che torna almeno altrettanto di quanto va e, in un certo senso, va solo per tornare. E, in quanto a tornare, la scrittura può tornare solo in questo senso, nel suo senso, perché in un altro non può. Perché, la scrittura lo sa, per tornare non basta prendere un treno, neanche ad alta velocità, non basta voler tornare, indossare una stilografica, e neanche sette, scrivere con l’inchiostro verde, e neanche scrivere a macchina o con un programma di scrittura, come se la scrittura si potesse programmare e non fosse invece una specie di regalo, o una grazia, magari puerile, perché non esiste veramente ritorno e l’unica cosa è non muoversi mai, o almeno tentarlo, anche se non si può. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 33

  2. Veronica Says:

    Ma perché dice che ha vinto il Campiello?

  3. ladonnacamel Says:

    Giorgio Fontana ha vinto il Campiello, che brutta cosa non controllare i nomi. Uno non può sapere tutto, d’accordo, ma oggi con Google non ci sono scuse, una sciatteria come questa svaluta tutto il contenuto.

  4. manu Says:

    acabarra. mi sei simpatico. (so che lo sai)

    ma a parte questo, ci sono scritture, come la tua, che mi consegnano il piacere della sosta su ‘cose’ che già conosco, che frequento, che a volte mi sono addirittura familiari. e di questo mi stupisco sempre, e così, ti ringrazio.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Giorgio Fontana ha vinto il SuperCampiello. Gli altri quattro, solo il Campiello.

  6. Veronica Says:

    Grazie Giulio, per la precisazione. Mi sembrava strano un errore del genere.

  7. davide Says:

    scusate,capita solo a me di NON trovare l’articolo sopra online?

  8. maria rosa Says:

    Acabarra69: un bellissimo pezzo, il tuo, sulla scrittura! Mi è piaciuto molto.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Davide: la rivista è in edicola.

  10. davide Says:

    visto,si

  11. enrico ernst Says:

    ah se viene il giornalista a una mia lezione io gliela faccio pure gratis (come a tutti: lezione prova!). Mi associo all’invocazione di Giulio: un reporter in classe! Questo sarebbe serio e gustoso! Perché in fondo quello che può fare la scrittura è andare da sinistra a destra, da sinistra a destra, da sini…

  12. RobySan Says:

    Basta! Propongo di riutilizzare la bustrofedica. La scrittura
    eub led atanimmac alled enoizatimi’l ehc è non ortla acidefortsub
    che trascina l’aratro per il campo. Secondo me il Carducci avrebbe
    otats ebberaS. acidefortsub aruttircs al noc evoB lI erevircs otuvod
    molto più potente.

  13. dm Says:

    K.O.

  14. davide Says:

    roby: troppo calembour

  15. RobySan Says:

    Non posso farci niente. E’ un impulso irresistibile. Per esempio: alla mattina, a colazione, calembourro il pane tostato.

  16. davide Says:

    come diceva la pubblicità del buondì motta primi anni ’80

    “a colazione/a scuola/a merenda/me lo merito /merito io /buondì motta,buondì mio”

  17. dm Says:

    Occhio al calemburrone, quando sferza la calemburiana uno ci si calemburrasca dentro, e perde subito la calemburbanza.
    Scusate la calemburla…

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