Alfabetico 1 / Dialogo

by

di giuliomozzi

“Affare fatto”, dico.
“Ah”, dice il tassista.
“Allora, se può”, dico, “la spenga”.
“Be’”, dico, “sempre meglio dei Pink Floyd”.
“Che c’è?”, dice il tassista.
“Complimenti”, dice il tassista. “Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio”.
“E allora perché lo mette su?”, dico.
“E dunque?”, dico.
“Fa cagare”, dice il tassista. “Ma abbiamo la sponsorizzazione”.
“Fa un freddo cane”, dice la ragazza.
“Fermo”, dico.
“Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”, dico.
“Guardi che Stravinskij andava benissimo”, dico.
“Guardi”, dice la ragazza, “io devo andare proprio”, e mi dice dove.
“Ha sempre una musica che fa cagare”, dice la ragazza.
“I Genesis?”, dico.
“I Genesis”, dice il tassista. “Si rende conto?”.
“In questo caso”, dico, “le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Infatti”, dice la ragazza. “Facciamo a metà?”.
“Io su Venezia 12 non ci salgo”, dice la ragazza.
“L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora”, dice il tassista.
“La prego”, dice il tassista. “Non vorrei perdere il controllo di me stesso”.
“La ragazza?”, dico.
“Lei appartiene a una ristretta minoranza”, dice il tassista. “Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti”.
“Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?”, dice il tassista.
“Ma a lei piace questa radio?”, dico.
“Ma è Venezia 12″, dice la ragazza.
“Ma io non devo far piacere a lei”, dice il tassista. “Devo soddisfare le esigenze del cliente medio”.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”, dice il tassista. “Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui”.
“Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?”, dico.
“Ma…”, dico.
“Ma…”, dico.
“Magari la prossima canzone va meglio”, dice il tassista.
“Mah”, dico. “A me pare che qui siamo lei ed io”.
“Me ne frego della sponsorizzazione”, dice il tassista. “Che musica si sente in questo taxi lo decido io”.
“Meno male”, dice il tassista.
“Mi faccia capire”, dico. “Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo”.
“Mi scusi”, dice la ragazza, “ma i taxi arrivano?”.
“Naturale”, dico. “E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“No”, dico. “Non siamo amici”.
“Non le piace questa radio?”, dice il tassista.
“Non ne dubito”, dico. “Tuttavia, a me il liscio fa cagare”.
“Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti”, dico. “Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me”.
“Non so neanche che radio è. Non mi interessa questa musica”, dico.
“Perché?”, dico.
“Perché?”, dico.
“Può scendere”, dice il tassista. “Fine corsa. A carico mio. Le chiamo un collega, se vuole”.
“Può scendere”, dice.
“Sa”, dice il tassista, “pensavo che lei fosse amico di quella là”.
“Se vuole un trattamento personalizzato”, dice il tassista, “deve pagarlo a parte”.
“Senta”, dico, “io devo andare”, e le dico dove devo andare. “Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due”.
“Sì, è Venezia 12″, dico.
“Si figuri”, dice il tassista. “pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane”, dice il tassista. “E più sono strane, più pagano”.
“Sì”, dice il tassista.
“Sì”, dice il tassista. “Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare”.
“Siamo di strada”, dico.
“Sto aspettando da una decina di minuti”, dico.
“Vabbè, senta”, dico, “io vado”.
“Vada, vada”, dice la ragazza. “Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo”.

18 Risposte to “Alfabetico 1 / Dialogo”

  1. manu Says:

    altro che variazioni goldberg

  2. acabarra59 Says:

    ” Mercoledì 13 febbraio 2002 – Il fatto è che scrivere un diario è molto divertente. Davvero. Per me, che non ho mai imparato a suonare uno strumento – il povero pianoforte di casa, declassato a mobile, retaggio ripudiato della post-signorina di casa, sempre muto, quando non lo animasse il babbo, capace di melodie sorprendenti, con le sue piccole mani, e il suo formidabile orecchio, anch’io mi sono seduto ogni tanto davanti a quel legno nero lucente, sollevando il bel panno rosso, tentando i pedali dorati, guidando le goffe dita sulla tastiera naturalmente optical, nera e bianca, anzi gialla, di avorio vecchio, ho provato sì, ma non sono mai stato capace di più di qualche suono isolato, una scala, un accordo, niente di meglio di quanto sappia fare anche un gatto. Sarà per questo che scrivo il diario, per suonare qualcosa anche io, fare un po’ di musica, dimostrare di avere orecchio anch’io. Quello che suono sono variazioni, su un tema che è sempre lo stesso. Mi affascina scoprire che sono tante, queste ripetizioni di una stessa frase, ma anche sapere che non sono infinite. Come se, per il fatto di essere in un numero calcolabile, attestassero l’esistenza di un insieme, la gloria di un’unità. E chiunque scrive un diario, in qualsiasi modo lo scriva, anche se non lo sa, canta le lodi di questo Tutto, di questa assolutamente plurale assolutamente unica irriducibile Diarità. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 27

  3. dm Says:

    Per lunghezza delle stringhe (senza duplicati) / Dialogo

    “Ma…”, dico.
    “Fermo”, dico.
    “Perché?”, dico.
    “I Genesis?”, dico.
    “E dunque?”, dico.
    “Affare fatto”, dico.
    “Sì”, dice il tassista.
    “La ragazza?”, dico.
    “Ah”, dice il tassista.
    “Può scendere”, dice.
    “Siamo di strada”, dico.
    “Sì, è Venezia 12″, dico.
    “Che c’è?”, dice il tassista.
    “Meno male”, dice il tassista.
    “No”, dico. “Non siamo amici”.
    “Vabbè, senta”, dico, “io vado”.
    “Allora, se può”, dico, “la spenga”.
    “Ma è Venezia 12″, dice la ragazza.
    “E allora perché lo mette su?”, dico.
    “Ma a lei piace questa radio?”, dico.
    “Fa un freddo cane”, dice la ragazza.
    “Be’”, dico, “sempre meglio dei Pink Floyd”.
    “Non le piace questa radio?”, dice il tassista.
    “Infatti”, dice la ragazza. “Facciamo a metà?”.
    “I Genesis”, dice il tassista. “Si rende conto?”.
    “Sto aspettando da una decina di minuti”, dico.
    “Mi scusi”, dice la ragazza, “ma i taxi arrivano?”.
    “Mah”, dico. “A me pare che qui siamo lei ed io”.
    “Io su Venezia 12 non ci salgo”, dice la ragazza.
    “Guardi che Stravinskij andava benissimo”, dico.
    “Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti”.
    “Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui”.
    “Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”, dico.
    “Ha sempre una musica che fa cagare”, dice la ragazza.
    “Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”, dice il tassista.
    “Magari la prossima canzone va meglio”, dice il tassista.
    “Non ne dubito”, dico. “Tuttavia, a me il liscio fa cagare”.
    “Lei appartiene a una ristretta minoranza”, dice il tassista.
    “L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora”, dice il tassista.
    “Sa”, dice il tassista, “pensavo che lei fosse amico di quella là”.
    “Fa cagare”, dice il tassista. “Ma abbiamo la sponsorizzazione”.
    “Naturale”, dico. “E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
    “Guardi”, dice la ragazza, “io devo andare proprio”, e mi dice dove.
    “Si figuri”, dice il tassista. “pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
    “Non so neanche che radio è. Non mi interessa questa musica”, dico.
    “Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?”, dice il tassista.
    “In questo caso”, dico, “le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
    “La prego”, dice il tassista. “Non vorrei perdere il controllo di me stesso”.
    “Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?”, dico.
    “Se vuole un trattamento personalizzato”, dice il tassista, “deve pagarlo a parte”.
    “Vada, vada”, dice la ragazza. “Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo”.
    “Può scendere”, dice il tassista. “Fine corsa. A carico mio. Le chiamo un collega, se vuole”.
    “Sì”, dice il tassista. “Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare”.
    “Ma io non devo far piacere a lei”, dice il tassista. “Devo soddisfare le esigenze del cliente medio”.
    “Me ne frego della sponsorizzazione”, dice il tassista. “Che musica si sente in questo taxi lo decido io”.
    “Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane”, dice il tassista. “E più sono strane, più pagano”.
    “Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti”, dico. “Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me”.
    “Complimenti”, dice il tassista. “Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio”.
    “Senta”, dico, “io devo andare”, e le dico dove devo andare. “Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due”.
    “Mi faccia capire”, dico. “Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo”.

  4. maria rosa Says:

    Che bravi che siete! Cos’è ? Una variazione sul tema: “Esercizi di stile” di Queneau?

  5. RobySan Says:

    Queneau chi?

  6. dm Says:

    An-Queneau… (Da pronunciarsi “ankenò!”)

    : )

  7. Giulio Mozzi Says:

    Più sì queneau.

  8. RobySan Says:

    Per Queneau? Variamo sul tema, anzi Queneau!

  9. dm Says:

    Forse che sì forse Queneau…

  10. acabarra59 Says:

    ” “ Venerdì 25 luglio 1997 – « 15 Octobre 1920 – Bon Dieu! Quelle monotonie! J’en suis arrivé à compter mes timbres-poste! (3596.) » (Raymond Queneau, Le Journal d’un jeune homme paüvre, 1920-1927) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 28

  11. dm Says:

    “Sabato 26 luglio 1997 – «Un uomo di genio difficilmente sarà socievole. Perché quali dialoghi potrebbero essere tanto ricchi di spirito e interessanti quanto i propri monologhi? Se poi, stanco del monologo, egli passa al dialogo, rischia che la monotonia del dialogo lo riporti tuttavia al monologo e la seconda persona finisca per svolgere solo un ruolo muto. (Arthur Schopenhauer, Diario di viaggio)».

  12. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 24 ottobre 2002 – « Un uomo che parla da solo ad alta voce non è ” normale “. Se lo fosse, o starebbe zitto o parlerebbe con qualcuno. Nel silenzio, forse, parlerebbe con se stesso, avrebbe forse un monologo interiore. Ma se parla ad alta voce vuol dire che, in un modo o in un altro, è un po’ matto. » (Jean Bloch-Michel, L’indicativo presente, 1965 [1963]) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 29

  13. dm Says:

    “ Venerdì 25 ottobre 2002 – «’A parole sono tutti coraggiosi. Ma poi finiscono con il parlar da soli. Non c’è mica niente di male però non cominciare a risponderti da solo, figliolo’». (Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma, 1958).

  14. acabarra59 Says:

    ” Venerdì 21 agosto 2009 – Apro gli occhi. C’è uno accanto a me che legge un libro: Jack Kerouac, Sulla strada. Veramente sarebbe sugli scogli, penso io. Penso cose così. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 30

  15. dm Says:

    ” Giovedì 2 ottobre 2014 – Dall’esterno sembra sempre che uno pensi. Più sono tenui gli indizi del lavoro mentale, più l’illusione del pensiero è immediata. …Io, a esempio, non penso. Non ho mai imparato a pensare. Quando sto inattivo sulla sedia, al balcone, nei campi dietro casa e do, alla perfezione, l’impressione di uno che pensa, è all’incontrario. Sono effettualmente inattivo. …No non penso. Ma do l’illusione, perché si sa, la reputazione le convenienze etc etc. Che però non penso è una cosa di cui non mi vergogno. Perché dovrei…? In fondo pensare è un verbo segreto. Non un’azione. Del pensiero contano solo: gli effetti. E se gli effetti sono buoni, credibili, rassicuranti… Ecco. Il nodo inconfessabile è che per pensare devo: scrivere, o peggio parlare. È inconfessabile perché ne sto scrivendo.”

  16. manu Says:

    ” mercoledì 24 settembre 2014 – <> [questo non è un diario, manu] ” .

    @giulio mozzi
    pensi sarebbe pubblicabile la scrittura di acabarra59?

  17. acabarra59 Says:

    ” Senza data [1982] – Pensare che prima in Oriente stavano come pascià. ” [*] [**]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 31
    [**] Per Manu: sì, dopo morto. Baci.

  18. manu Says:

    devo aver scritto il mio commento qui sopra con l’inchiostro ‘simpatico’ (ne manca un bel pezzo, ma non è poi così rilevante) talmente simpatico che faccio la domanda a mozzi e mi risponde acabarra. a – che

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