Le cose rimaste (Le cose che ci sono in casa, 132)

by

di Stefano Serri

[Le regole del gioco sono qui].

I. IL TUO DIVANO

Non sono poeta di pampa o di abisso
il mio suono ama case e cortili:
il tuo divano è stato il mio scrittoio.
La domenica era un poema orizzontale
il tuo divano l’opposto del recinto:
piazza intima, eden senza esilio
dove il tempo perde i dubbi e le lancette.

II. LA TUA LAMPADA

Tu non chiedermi luce
la mia mano ti crede la notte
e ho fede finché l’interruttore
rifà la stanza opaca e non ti vedo:
soltanto se c’è buio ti raggiungo.

III. LA TUA CHITARRA

Appesa al muro dopo l’abbandono
la tua chitarra si raffredda: corda
dopo corda, prima le più piccole
poi trema anche la grave nel midollo.
Si scordano delle tue dita. Vive
una cosa anche quando non la canti?
Appesa e impolverata. Casa muta.
Ci prova il vento, ci prova un passante:
provano a scuotere le corde. Niente.
Manca la musica: lei sa condurci
nel finire un po’ oltre l’adesso.
Ricordo il volo breve del tuo plettro:
materia ricondotta a qualche accordo
e un corpo strofinato dall’amore.
Ritorna a strimpellare quelle note.
Non rompere il vibrare del futuro.

IV. LA TUA GRUCCIA

Hai lasciato una gruccia vuota –
con un colpo di lampada la sera
riveste la tua assenza e brucia:
questa mia carne bianca non è cera.

V.IL TUO PIATTO

C’è molta ombra calda dentro i piatti
che aspettano il tuo ritorno a tavola
e metto intorno pane e tovaglioli
come a disporre il caos in un sorriso.
Nel piatto e nei bicchieri fatti in serie
gli stessi fiori gialli sempre aperti
fioriscono incuranti delle tombe.

Piccole cose ogni sera sono cime
dove chi è rimasto netto e solo
sente lontano il concime dell’affetto:
un litigio una pace e avere perso
ogni voglia di dialogo nel fondo
tra i segni degli aloni o di forchetta.

I resti delle nostre poche sere
trascorreranno dentro la clessidra:
toccherà a noi decidere che farne
se ributtarli in mucchi opachi a terra
o in mani coraggiose trattenerli.

VI. LA TUA CAMICIA

Completavi l’estate tra i polsi.
Tremi ancora in quella stoffa leggera
e resti appeso alla gruccia del giorno.
Indivisibile è il petto: ti penso
slacciato, ma il mio cuore è riunito.
La tua camicia è felice sul letto.
Poi io mi spezzo da solo nel buio
non mi respiri più addosso né dentro
nessun fiato scende a dare forma
alla cornice vuota. Dormi. Fuori
la tua camicia stesa vibra il sole.

VII. IL TUO SPECCHIO

Abbiamo sprecato troppe gocce: sempre
le chiedevi a sigillo di ogni nostro incontro
e poi nel bagno a lavarci dopo l’amore
quando il calore è ridotto a un impiastro

davi al tuo specchio tutti quegli sguardi
esplorando una nuova ruga nello sforzo
di concederti – io inseguivo a occhi infranti
quella tua faccia stanca e non potevo
sperare una risposta fino a dentro.

VIII. IL TUO BICCHIERE

Sorseggiavamo il nostro mare fino a tardi.
Il limite delle nostre lingue: l’orizzonte.
La mia bocca era un’onda, la tua – spiaggia:
quanto sale ci ha unito, quanta schiuma.

IX. IL TUO OROLOGIO

Cerco te nelle doglie notturne
quando ripido è il sogno e stremato
troppo madido il corpo si scusa
perché è ruga che sosta imprecisa.
Penso a te nello scarto che spinge
una lancetta a fermarsi in sosta
e traguardando la cifra giusta
suonare nella sveglia che mostra
quanto è vicina al sangue la grazia.
Salmo del tempo diviso in casa:
resta la vita: non cederla: mai.

X. IL TUO VASO

Mi piacerebbe invadere il tuo vaso
come terra che si dedica al seme
o come radice tenace e breve
farmi sommergere dalla tua frana.

XI. LA TUA MAGLIETTA

Questa marina bianca di cotone
che aveva fine al limite del petto –
tu sorridevi ed eri decollato
mi davi in bocca il rischio del tuo fiato.
Tra questa stoffa e il ricordo che brilla
intercetto una morbida frattura
nel telaio oscuro della pupilla.
Mi troverai ferito nelle ciglia
potrò guardarti ed essere già alato:
tu fatti indietro creatura fatti cielo:
sterminato è il tuo profilo: si sfoglia
il tuo vestito. Solo in memoria
intendo il polso della meraviglia.

XII. POST IT (IL TUO NOME)

Ti avevo messo, traccia quasi getto,
appunto su un foglio, numero nome
appuntamento – poi sei debordato:
sasso che s’ingoia tutta la terra
anche dove il fango cede al prato: quasi tutto
quello che era già creato e non sapevo.
In un post-it ti rivedo a un tratto:
labbra nel caffè sorriso e fumo.
Non riscriverei più questo nome
se non fosse che mai suona uguale:
ogni lettera inedito rumore
e cosa, quasi. Le lettere ora sono
rune che mescolo, interrogo ed estraggo
il pentasillabo che hai dal battesimo.
Lo canto come un salmo senza coro.
A volte dubito e scambio i simboli,
cerco, ragiono, prevedo; ma sempre
torno a compitare il tuo alfabeto.
Il tuo nome su un foglietto: pianeta
che cade dalla nuvola al balcone
buttato da un dio omonimo sul mondo.

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Una Risposta to “Le cose rimaste (Le cose che ci sono in casa, 132)”

  1. Mery Carol Says:

    Bravo, Serri! (Y)

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