Brugnolo, Mozzi: “L’officina della parola”. Dal 15 ottobre in libreria

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copertina_ODPDalla Prefazione: “Questo libro deve molto ai nostri maestri, ai nostri allievi, agli amici che si sono interessati al nostro lavoro. Tra i tanti che gli hanno insegnato tanto, a Giulio Mozzi piace ricordare Guido Lorenzon, Maurizio Pescarolo, Laura Pugno e Umberto Casadei; a Stefano Brugnolo Nicoletta Lolli e Chiara Bonollo.
Un particolare ringraziamento va ad Annalisa Bruni, per aver collaborato al lavoro di ideazione e revisione […].
Un grazie anche Giulia Tancredi, che ha fatto il possibile perché il lavoro di due autori tendenzialmente caotici riuscisse finalmente ad aboutir à un livre.
L’officina della parola deve molto anche alla pazienza: alla pazienza dell’editore, che lo ha aspettato a lungo; alla pazienza di Paola Borgonovo, a cui si deve un importante lavoro di verifica delle fonti, di editing e di organizzazione della materia”.

Leggi l’indice del libro

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18 Risposte to “Brugnolo, Mozzi: “L’officina della parola”. Dal 15 ottobre in libreria”

  1. maria rosa Says:

    Si potrà ordinare on-line direttamente alla casa editrice?

  2. marcella Says:

    appena prenotato su amazon🙂

  3. Giulio Mozzi Says:

    Maria Rosa: sì. La pagina è questa.

  4. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 31 ottobre 1996 – Dopotutto di che mi lamento? Volevo non scrivere e non ho scritto. Anzi: ho non scritto, perché ho scritto un diario che tutto può essere ma non è un romanzo. A me quelli che scrivono mi hanno sempre fatto pena, almeno quelli che ho conosciuto io, tanti anni fa, in provincia. Scrivono le loro poesiole, i loro raccontini, zitti zitti, quatti quatti, e poi magari li pubblicano, magari a spese proprie, o con i soldi di una zia vedova. Prima mi facevano pena ma poi mi hanno fatto rabbia perché, mentre io non scrivevo, loro, con le poesiole, con i raccontini, con la zia vedova, hanno trovato anche qualche posto, qualche premio, qualche cattedra, e ora passano per scrittori. Perché la gente è convinta che uno scrittore sia uno che scrive, non uno che non scrive, e di uno che non scrive non ne vuole sapere niente nessuno. “.

  5. GattoMur Says:

    Oh, finalmente. Non mi piace eccessivamente il titolo, ma il contenuto si fa perdonare.

  6. silvafilosi Says:

    Bellissimo, lo voglio anch’io!
    Silva, una prof.

  7. Fernando Nappo Says:

    Farò un salto in libreria a prenotarlo, mi interessa molto.

  8. acabarra59 Says:

    P.s. Era La s-formazione dello scrittore / 11

  9. dm Says:

    Perbacco, c’è dentro davvero tanta roba

  10. enrico ernst Says:

    Un omaggio, qui ci sta bene, al parto di Mozzi-Brugnolo dl 2000: il Ricettario… uno strumento che rimane ancor oggi eccezionale, qualcosa che mi ha fatto scoprire un mucchio di cose, un compagno di strada, un oracolo… questa coppia di autori promette meraviglie…

  11. Cristina Venneri Says:

    Finalmente!😀

  12. massimocassani Says:

    Va avuto.

  13. manu Says:

    belli i ferri del mestiere di sironi

    ‘com’è fatta una poesia’ di nicola gardini l’ho letto e riletto (purtroppo non ho imparato granchè, ma è una lettura molto piacevole oltre che interessante)
    molto probabile l’acquisto dell’ ‘officina della parola’ di brugnolo mozzi, di cui mi attira soprattutto la parte V, ma anche ‘la traduzione’ di morini mi attira … tempo, ci vuole tempo

  14. Pietropaolo Morrone Says:

    Mi sono già goduto il ricettario di scrittura creativa, che è unico nel suo genere, per quanto ne so. Questo mi sembra il naturale complemento! Si trova già in libreria? Poteva andare bene anche il titolo “La cucina della parola”, con il ricettario ad libitum😀

  15. dm Says:

    (Aneddoto. Comperai il Ricettario degli stessi autori in una libreria di Milano, trequattr’anni fa credo. Il libraio reperì la sola copia dopo molto lavoro e la sola copia presente era squarciata in copertina. Lui era mortificato, io subodoravo l’affare. E così mi portai a casa contentissimo il Ricettario ad un prezzo squarciato, dopo avere dimostrato con le smorfie tutto lo sdegno per come certi librai trattano certi libri. Non so bene la morale quale sia, se ci sia.)

  16. maria rosa Says:

    Acabarra69: …e lo credo bene! Uno che non scrive è uno che non si vuole misurare. Ma anche: uno che ritiene di non scrivere è apprezzabile nella misura in cui non …annoia il prossimo!
    Ti chiedo di togliermi una curiosità: ma questo tuo pseudonimo ha a che fare con la lingua sarda in qualche modo? E’ molto intrigante.
    dm: non c’è alcuna morale, solo un aspetto importante (da imitare possibilmente): cogliere le occasioni al volo!
    “L’officina della parola”: dalla lettura dell’indice sembra un libro molto accattivante e completo. Come dire un’ottima cassetta per gli attrezzi con molti, molti scomparti. Lo ordino subito.

  17. Carlo Capone Says:

    Un libro preziosissimo, che cercherò di leggere malgrado i molteplici impegni. Sarà sul mio comodino, tra gli Eletti.
    Colgo l’occasione per segnalarvi l’articolo di Paolo Di Stefano (che giudico interessante,pur se collaterale ai contenuti di quest’opera di Mozzi e Brugnolo) a commento di un pamphlet di Giuseppe Antonielli, e apparso sul Corriere della Sera di ieri con il seguente titolo:

    L’ITALIANO PERFETTO NON ESISTE
    (Pirandello scriveva «qual’è»).

    “L’italiano è vivo, viva l’e-taliano! Con questa esclamazione di ottimismo si conclude il nuovo saggio-pamphlet dello storico della lingua Giuseppe Antonielli, “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce” (Mondadori, pagine 177, e 12): un libro fatto apposta per sfidare il perbenismo e il catastrofismo linguistico, per smontare cioè le tesi dei profeti di sventura, i tanti che intravedono nella scrittura digitale (sms, mail, post, chat, tweet eccetera) l’inizio della fine della nostra lingua, quelli che a intervalli regolari gridano al tramonto del congiuntivo, all’imbarbarimento lessicale e alla morte della punteggiatura. Ogni lingua, ricorda Antonelli, è un organismo in continua e incoercibile evoluzione: «Se si ama la propria lingua, non c’è peggior delitto di volerla seppellire viva. Di ibernarla in nome di una mai esistita èra glaciale della perfezione».

    Una lingua viva non è mai perfetta, anzi è naturalmente in una condizione di precarietà e di deriva. A voler giudicare il (basso) livello di consapevolezza, si rischia di censurare persino Dante, Boccaccio e Leopardi, che scrivevano rispettivamente: «perché non ti facci meraviglia», «ove che tu vadi», «io credo che tu abbi in capo una mala intenzione», coniugando i verbi apparentemente a capocchia. Oppure si finisce per correggere Pirandello e Landolfi, che non esitano a scrivere qual’è con l’apostrofo (severamente condannato in un tema scolastico).
    Siamo sicuri, insomma, di avere imboccato una deriva senza ritorno? Tutt’altro. I ritorni sono tantissimi, a cominciare dalle deprecate abbreviazioni che impazzano non solo negli sms e che recuperano abitudini utilizzate in passato per le stesse ragioni attuali, e cioè per risparmiare tempo e spazio, persino per evitare tariffe postali eccessive. «Un’età dell’oro in cui tutti parlavano (o scrivevano) bene non c’è mai stata» è il titolo di un paragrafo del libro di Antonelli. Un altro è il seguente: «Parole nuove (e straniere) fanno parte da sempre di un continuo e salutare ricambio epidermico». Nel 1961 un illustre saggista lanciava l’allarme contro lo sdoganamento di termini come «libresco», «(stanza di) soggiorno» e «fantascienza».

    In definitiva, nella lingua, il confine tra giusto e sbagliato è estremamente labile: il raddoppiamento della congiunzione, per esempio «ma però», può essere rafforzamento lecito, secondo uno dei maggiori linguisti, Luca Serianni. Venendo all’italiano scritto nella rete, cioè all’e-taliano, Antonelli vi intravede una potenzialità mai riscontrata prima nella storia della lingua. Se negli anni Sessanta la televisione ha ampliato enormemente la platea dell’italiano parlato, favorendo il passaggio dal dialetto all’«italiano dell’uso medio» come motore del cambiamento, oggi assistiamo a una seconda rivoluzione, del tutto inaspettata e anzi clamorosa. Il cambiamento viene non più solo dall’oralità ma da quella forma scritta cui finora era assegnato il ruolo di codificazione. Finalmente le innovazioni linguistiche passano dalla scrittura online: quella rapida, immediata, breve, informale che usiamo per gli scambi nei social network o al cellulare.

    Una sorta di diffusissimo italiano neopopolare digitato che si è andato imponendo proprio mentre la scrittura tradizionale sembrava limitarsi ai componimenti scolastici o alle liste per la spesa. All’epistola si è sostituita l’e-pistola, suggerisce Antonelli: e non sembra un male, anzi è «una grandissima occasione», perché colma quella fascia di comunicazione rimasta vuota per secoli, se si eccettua la corrispondenza privata: lo scritto informale, come stimolo alla crescita e alla diffusione della nostra lingua, capace di abbattere il secolare «ingessamento» della forma scritta. «Un lavoro sulla lingua, attraverso esercizi di sintesi, battute, giochi di parole, invenzioni creative che non necessariamente — dice Antonelli — sono sinonimo di sciatteria, ma sono il segno di una nuova vitalità, di una semplificazione e di un’efficacia comunicativa che prima non conoscevamo».”

  18. acabarra59 Says:

    “ 29 aprile 1995 – « Mercoledì sera – Ogni sera trascorro le prime ore d’oscurità vergando queste pagine che non so se qualcuno leggerà mai. Il globo di pasta di vetro della mia stanza alla Pensione Kudgiwa illumina lo scorrere della mia scrittura forse troppo nervosa perché un futuro lettore possa decifrarla. Forse questo diario tornerà alla luce molti e molti anni dopo la mia morte, quando la nostra lingua avrà subito chissà quali trasformazioni e alcuni dei vocaboli e giri di frase da me usati correntemente suoneranno desueti e di significato incerto. Comunque, chi troverà questo mio diario avrà un sicuro vantaggio su di me: d’una lingua scritta è sempre possibile desumere un vocabolario e una grammatica, isolare le frasi, trascriverle o parafrasarle in un’altra lingua, mentre io sto cercando di leggere nella successione delle cose che mi si presentano ogni giorno le intenzioni del mondo nei miei riguardi, e vado a tentoni, sapendo che non può esistere alcun vocabolario che traduca in parole il peso di oscure allusioni che incombe nelle cose. Vorrei che questo aleggiare di presentimenti e di dubbi arrivasse a chi mi leggerà non come un ostacolo alla comprensione di ciò che scrivo ma come la sua sostanza stessa; e se il procedere dei miei pensieri apparirà sfuggente a chi cercherà di seguirlo partendo da abitudini mentali radicalmente mutate, l’importante è che gli venga trasmesso lo sforzo che sto compiendo per leggere tra le righe delle cose il senso elusivo di ciò che m’aspetta. » (Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, 1979) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 14

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