La formazione dello scrittore, 13 / Giulio Mozzi

by

di giuliomozzi

[Questo è il tredicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio l’anonimo intervistatore per la pazienza. gm]

[La prima parte dell’intervista risale al 2010. Vedi le note].

giuliomozzi_453D. Allora, Mozzi, è pronto?

R. Sì, sono pronto.

D. Cominciamo?

R. Cominciamo.

D. Lei, Mozzi, in che modo è entrato nel campo letterario?

R. Be’, sostanzialmente per caso.

D. Guardi, non ci credo nemmeno se mi paga.

R. Eppure è così.

D. Può essere più preciso? Mi può raccontare?

R. Certo. Si può cominciare dall’oratorio. Da ragazzo, diciamo tra i dieci e i diciotto anni, ho molto frequentato l’oratorio. Naturalmente si era formato tutto un giro di amicizie. Tra gli altri, questo oratorio era frequentato da Stefano Dal Bianco.

D. Il poeta?

R. Sì, quello che oggi è pubblicato nello Specchio di Mondadori, ossia la collana di poesia più ufficiale che ci sia in Italia.

D. E lei divenne amico di Dal Bianco?

R. Sì. Ma non, sia chiaro, per ragioni letterarie. Semplicemente con Stefano e con un paio di altri miei coetanei mi trovavo meglio. Si può dire, probabilmente, che avevamo in comune una serie di tratti socioculturali: buone famiglie, disponibilità delle famiglie a investire nello studio, livello culturale di partenza abbastanza alto, eccetera. Eravamo dei perfetti bravi ragazzi borghesi, credo. Forse la famiglia di uno era un po’ più ricca, quella dell’altro un po’ più colta, dico a caso, ma tutto sommato stavamo nella stessa fascia sociale.

D. La sua famiglia è ricca o colta?

R. Benestante, e molto colta. I miei genitori sono biologi. Ho zii e nonni medici, ingegneri, chimici, insegnanti, dirigenti di banca o d’azienda. Da parte di madre, credo che ci siano almeno quattro generazioni di laureati e – sottolineo – di laureate. Da parte di mio padre forse le generazioni sono solo un paio. Non credo che fossero molti, all’epoca, i miei coetanei con un retroterra simile.

D. Cosa intende per «benestante»?

R. Mio padre, dopo diversi anni di precariato universitario, diventò professore associato. Mia madre insegnò per tutta la vita alle scuole medie. Un paio di appartamenti di proprietà.

D. E lei fu educato alla lettura?

R. Guardi, la scena primaria è questa: i due genitori nelle due poltrone, con tra le mani il «Corriere della sera» o «Il Gazzettino» o «Epoca» o «Grazia». Noi tre stesi a pancia in giù sul tappeto: mio fratello maggiore con il «Corrierino dei piccoli», mia sorella con «Michelino», e io – il più piccolo, finché non arrivò il quarto – con «Mio Mao». «Mio Mao» si colorava e ritagliava, in «Michelino» c’era anche da leggere, il «Corrierino» era il «Corrierino». E io, mentre coloravo e ritagliavo, non desideravo altro che passare di grado: da «Mo Mao» a «Michelino», da «Michelino» al «Corrierino», eccetera. Sono stato educato a leggere, soprattutto sono stato educato a studiare.

D. Però poi non si è neanche laureato.

R. No.

D. Perché?

R. Per vanità. E proprio a causa di tanta ricchezza. Che cosa me ne viene a frequentare l’università, mi dicevo, se già sono capace di studiare da solo? Frequentai per qualche mese, diedi qualche esame – in attesa della chiamata per la leva – e decisi che l’università non faceva per me. Decisione presuntuosa, anche perché quei pochi mesi di lezioni mi diedero indicazioni importanti. Cominciai a leggere Alberto Savinio e Francis Ponge, ad esempio, solo perché me ne parlarono a lezione: e sono autori rimasti importanti per me.

D. I suoi genitori approvarono la sua scelta?

R. No; e non avevano torto. La conseguenza più positiva di quella scelta è che oggi, a quarantasette anni [1], ho ventisette anni di contributi: perché, ovviamente, cominciai a lavorare subito dopo la maturità e il servizio civile.

D. Perché non avevano torto?

R. Perché oggi sarei meno ignorante. E forse avrei qualche relazione accademica.

D. Lei non ha relazioni accademiche?

R. Pochissime. Confesso che il mondo degli accademici rimane, per me, assai misterioso.

D. Ed è ignorante?

R. Quanto basta. [2]

D. Torniamo a Stefano Dal Bianco.

R. Sì. Ci frequentammo per un po’. Poi, come succede, ci perdemmo di vista: pur abitando a pochi passi l’uno dall’altro. Successero delle cose nella vita di ciascuno di noi – non mi domandi cosa successe nella vita di Stefano, tanto intervisterà anche lui, no?

D. (ride) Penso di sì.

R. Appunto. Ci ritrovammo parecchi anni più tardi, se non sbaglio nel 1986. Stefano era tra gli organizzatori di una manifestazione che si chiamava, mi pare, Poetronike. Una cosa su poesia ed elettronica. Io andai a vedere alcune conferenze, alcune esibizioni: un po’ per curiosità autonoma, un po’ perché c’era di mezzo Stefano.

D. Come mai le interessava una simile manifestazione?

R. Ma, sa, come tutti, io leggevo, scrivevo delle poesie, pensavo che la poesia fosse importante…

D. Come tutti?

R. Be’, sì, come tutti noi del nostro ambiente… [2]

D. Mi può raccontare come accadde che cominciò a pensare che la poesia sia importante?

R. Guardi, non saprei. I genitori mi hanno addestrato come lettore. A scuola ho incontrato buoni insegnanti.

D. Mi saprebbe raccontare un fatto specifico, un evento che si possa considerare iniziale di questo suo atteggiamento?

R. Sì. Non so se si tratta di un «primo evento», ma forse lo è. Una sera, credo d’estate, eravamo a casa, dovevano esserci anche dei parenti ospiti. I grandi stavano a chiacchierare in salotto. Io avevo quattordici anni. Mi misi alla finestra. Guardai il prato alberato – pini marittimi, un paio di abeti – che c’è dietro la nostra casa di allora. A un certo punto presi carta e penna e mi misi a scrivere. Scrissi una specie di poemetto in versi liberi. Non ricordo che cosa ci fosse scritto dentro: sicuramente c’era un ragazzo, si parlava dei pinoli…

D. Fece leggere questo suo testo a qualcuno?

R. Ai genitori, appunto. Che ne furono molto colpiti, soprattutto perché doveva essere un pezzo molto malinconico. D’altra parte, a quattordici anni, che cosa può fare un ragazzino borghese se non esercitarsi nella malinconia?

D. A questo testo ne seguirono altri?

R. Presi l’abitudine di scrivere dei quaderni.

D. Li ha conservati?

R. No.

D. E cosa scriveva?

R. Di tutto. Non racconti. Pensieri, credo. Ma non so più che pensieri. Spesso cercavo di imitare lo stile dei libri che leggevo. Quando lessi Du côté de chez Swann, cominciai a fare delle frasi lunghissime…

D. A che età lo lesse?

R. A diciassette anni. In francese. Ma mi fermai lì. Non andai oltre nella Recherche.

D. Quindi non l’ha mai letta tutta?

R. L’ho letta al principio del 2006, tutta di fila, nella traduzione di Giovanni Raboni.

D. Quindi questi quaderni le servivano, diciamo così, per esercizio?

R. Guardi: io non saprei dire a che cosa mi servivano questi quaderni. So che ci scrivevo tanto. Non saprei dirle che cosa c’era dentro. Poi a diciotto anni mi misi a scrivere un saggio storico sulla disfatta di Caporetto.

D. Eh?

R. Giuro. A casa di mia nonna materna c’erano molti libri sulla Grande Guerra. Io, un po’ alla volta, li lessi tutti. E mi venne una curiosità ossessiva per questo evento: la disfatta di Caporetto. Un evento per molti versi inspiegabile, e comunque mitico. Tant’è che «una Caporetto» si dice per dire una disfatta, per antonomasia. Nel frattempo avevo preso un diploma di dattilografia.

D. Come mai?

R. Ma, ci era capitata in casa una venditrice di corsi porta a porta, e i genitori considerarono che non era una cattiva cosa. Così io e mio fratello maggiore lo frequentammo. Facevamo una lezione ogni quindici giorni e un’oretta di esercizio al giorno, a casa. Era un buon metodo. Così, avendo la macchina da scrivere, non mi restava che scrivere. Scrissi un saggio di un centinaio di pagine o poco più.

D. L’ha conservato?

R. No. Vede, io non conservo niente. A un certo punto, diedi via tutti i libri sulla Grande Guerra che avevo accumulato comperandoli nelle librerie dell’usato, o facendomeli regalare. Di colpo, via tutto. Un tot ne buttai via.

D. Ma non scriveva, all’epoca, anche dei racconti o delle poesie?

R. Credo di aver scritto un racconto, uno, e per gioco. Era una scemenza. A scrivere delle poesie cominciai, credo attorno al 1982. E, tanto per prevenire la sua domanda, quasi tutte le ho buttate via.

D. Quasi tutte.

R. Sì. Ecco, si può dire che dal 1984 circa ho cominciato a conservare qualcosa.

D. Chi leggeva queste sue poesie?

R. Nessuno. Con una sola eccezione. Scrissi un poemetto in qualche modo ispirato alle Pasque di Apollinaire, Cendrars e Zanzotto – un poemetto che doveva essere davvero orribile, credo – e lo feci leggere alla mia insegnante d’italiano delle superiori. Questo forse, appunto, nel 1984. Lei non sapeva che dirmi. Io mi vantai di averlo spedito a Calvino e di avere ricevuto un biglietto di apprezzamento.

D. Davvero?

R. No, non era vero.

D. E allora, perché lo disse?

R. Non ne ho idea. Per pura vanità. Non mi faccia dire che lo dissi perché già mi sentivo dentro un destino da scrittore. Non esiste. Mi fossi sentito dentro un destino da scrittore, quel poemetto ce l’avrei ancora da qualche parte. E invece no.

D. C’è stato un momento nel quale lei si è reso conto di avere dentro un destino da scrittore?

R. No. Mai.

D. Quindi tornò a incontrare Stefano Dal Bianco.

R. Sì. E Stefano mi raccontò che con alcuni amici suoi – Mario Benedetti, Fernando Marchiori – stavano per avviare una rivista di poesia, che doveva chiamarsi «Scarto minimo». Quello che gli mancava, era un giornalista che ne assumesse la direzione responsabile. Sa, ogni cosa che si pubblica periodicamente su carta, in Italia, deve avere un giornalista che la firma. Io dissi: «Be’, se vuoi, io la tessera dell’Ordine ce l’ho». E così finii col fare il direttore responsabile, ovviamente di paglia, di questa rivista. Quando Stefano Mario e Fernando si incontravano, discutevano, preparavano la rivista, eccetera, cercavo di esserci anch’io. Ma non mettevo bocca. Ascoltavo.

D. Ma questi suoi amici avevano già delle entrature nel campo letterario?

R. Sì. E non mi chieda come se le erano procurate. Credo che sia stata importante, per tutti, l’università. Ma credo che sia stata ancora più importante la determinazione. Loro – così mi sembrava – un destino dentro se lo sentivano. Quindi agivano di conseguenza.

D. Torniamo indietro. Com’è che lei nel frattempo era diventato giornalista?

R. Pubblicista, per la precisione. Tutto merito del corso di dattilografia. Terminato il servizio civile – in un collegio-orfanatrofio – mi misi in cerca di un lavoro. Guardavo gli annunci nel giornale. Facevo colloqui. Avendo un diploma di maturità classica, e non avendo la patente (ancora oggi non ce l’ho), non è che ci fossero tutte queste opportunità. Finché non mi telefonò mio zio Domenico. Domenico lavorava allora alla Federazione regionale dell’artigianato veneto. Mi disse che cercavano una persona per lavoro di segreteria. Si trattava di lavorare a Venezia. A me andava benissimo. Feci un colloquio. Un mese dopo mi chiamarono. Per mia fortuna, si trattava di fare la segreteria dell’ufficio stampa. All’inizio era gestito da una cooperativa di giornalisti. Io dovevo rispondere al telefono, mettere in bella copia i comunicati stampa (loro scrivevano a macchina e correggevano a mano, o addirittura scrivevano a mano), imbustarli, leccare i francobolli, spedire eccetera. Dopo qualche mese chiamai il capo della Frav e gli dissi: «Senta, qui ci sarebbero delle cose da fare, c’è la Fiera tale e l’iniziativa talaltra, ma i giornalisti qui non li vedo da due settimane». Ci fu un po’ di maretta. Il capo della Frav mi disse: «Be’, vedi un po’ cosa riesci a fare tu nel frattempo». Io provai a scrivere dei comunicati, imitando quello che avevo visto fare ai giornalisti. Gli indirizzi li avevo. Per pura fortuna, andò tutto molto bene. Poi il capo della Frav trovò un responsabile dell’ufficio stampa molto, molto bravo: Guido Lorenzon. Guido mi insegnò molte cose, mi fece scrivere molto (producevamo anche delle riviste, facevamo un’agenzia stampa quotidiana ecc.). Dopo qualche anno se ne andò. Per un anno l’ufficio fu retto da Germana Parolini, poi arrivò Maurizio Pescarolo: anche lui molto bravo, anche lui molto disponibile a insegnare. Durante questi anni divenni una specie di tecnico della scrittura, e imparai un po’ di comunicazione. Presi anche la tessera di pubblicista, appunto.

D. C’era una relazione, secondo lei, tra la sua scrittura di lavoro e la scrittura di questi quaderni, racconti, poesie?

R. Un solo racconto, le ricordo. E smisi di scrivere quaderni ai tempi di Caporetto. No, non c’erano relazioni. Se non il fatto che, da un certo momento in poi, per me scrivere non è stato un problema. Anche questa autointervista, la sto scrivendo tutta di fila: in quaranta minuti ho fatto sette pagine.

D. Attraverso la redazione di «Scarto minimo» lei cominciò a metter piede nel campo letterario?

R. Direi di no. Io stavo a guardare. In «Scarto minimo» non furono mai pubblicati miei testi: non era proprio il caso, erano proprio brutti. Furono pubblicati, invece, alcuni testi di Laura Pugno, che è una persona importantissima.

D. Mi dica di Laura Pugno.

R. È una specie di romanzo. Nel 1988, il 30 aprile, [3] ero a Roma per un convegno della Confartigianato, alla quale la Frav aderiva. Il convegno occupò la mattina. Io mi ero organizzato per stare a Roma un giorno o due, credo. Nel pomeriggio andai a spasso. In una libreria che oggi non c’è più, in Piazza dei Cinquecento, frugai nello scaffale di poesia. Trovai un libretto: Trasfigurazioni, di Laura Pugno. Lo comperai. Lo lessi camminando. Mi sembrò molto bello, o più esattamente: mi sembrò che ci fosse molta forza, in quel libretto. Vidi che era stato pubblicato nel 1987. Che l’autrice era nata nel 1970. Mi domandai: «Ma che testa ha, questa qui, che a quindici-sedici anni scrive di ’ste cose?». Vidi che abitava a Roma. Andai alla società dei telefoni, la Sip. Allora si chiamava così. C’era un ufficio con tutti gli elenchi del telefono, le cabine telefoniche. Consultai l’elenco. A Roma c’erano otto Pugno. Telefonai. Alle cinque del pomeriggio ero a casa di Laura. Lei non c’era, la madre – con la quale avevo parlato al telefono – mi offrì un caffè. Laura arrivò. Era il giorno del suo diciottesimo compleanno, era stata a farsi la permanente, la sera aveva in casa la festicciola. Ci parlammo con cautela – cautela soprattutto da parte sua: ti càpita in casa un tizio che ha dieci anni più di te, eccetera, ci stai attenta. Poi cominciammo a scriverci. Poi continuammo a scriverci.

D. E che cosa vi scrivevate?

R. Della vita di tutti i giorni. Credo. Forse di letture. Non lo so. Non era quello il punto.

D. Qual era il punto?

R. Per me, e per Laura non so, il punto era: scrivevo per una persona.

D. Non l’aveva mai fatto?

R. Sì. Ma mai con tanta continuità e tanta intensità. Ed era una cosa completamente diversa dallo scrivere articoli e comunicati stampa, scritti invece per destinatari ignoti. Ho imparato insomma, e lo dico con una parola che allora non avrei adoperata, una nuova postura.

D. Che parola avrebbe adoperata, allora?

R. Nessuna. Non mi rendevo conto di che cosa mi stava succedendo.

D. E quando se ne è reso conto?

R. Quando, qualche anno dopo, nel febbraio del 1991, scrissi a Laura – che in quel momento stava a Londra con un Erasmus – una lettera particolarmente lunga. Lei mi rispose: «Ma lo sai che hai scritto un racconto?».

D. Dunque tutto è cominciato lì?

R. No, tutto è cominciato – come ho cercato di spiegare – dalla nascita. Non nel senso che io sia nato predestinato – non concepisco peniseri di questo tipo – ma nel senso che la mia vita, ancora prima che io nascessi, si è sviluppata all’interno di certe condizioni, che davano luogo a certe possibilità. Non ci fossero state quelle condizioni, non ci fossero state quelle possibilità, chissà che cosa mi sarebbe successo.

D. Senta, Mozzi.

R. Mi dica.

D. Lei ha cominciato dicendo: «Per caso». E ho l’impressione che stia insistendo a voler far passare quell’idea lì.

R. No. Niente avviene «per caso». Ma molte cose che avvengono hanno una tale quantità di cause e concause, hanno bisogno di così tante condizioni e occasioni per avvenire – che tutto sommato dire «per caso» è onesto, se «per caso» si intende: che non si è capaci di riconoscere e distinguere tutte le cause, ciascuna con il proprio peso, tutte le concause, ciascuna con il proprio peso, tutte le condizioni, ciascuna con il proprio peso, tutte le occasioni, ciascuna con il proprio peso…

D. Lei ha colto le occasioni, questo mi sta dicendo.

R. Sì: quelle che, data la storia mia, della mia famiglia, eccetera, come ho già detto, potevano presentarsi. Ma sia ben chiaro: le ho colte senza avere dentro di me, o senza percepire dentro di me, né un destino né un progetto. È andata così: bene, sono contento.

D. La famiglia, Stefano Dal Bianco, la Confartigianato, Laura Pugno. Non c’è altro?

R. No, c’è tanto altro. Torno a prima, non so quanto prima, diciamo un anno due, della famosa lettera-racconto. Stefano mi aveva suggerito di leggere Marco Lodoli. Lessi Marco Lodoli. Lessi Diario di un millennio che fugge, lessi Grande raccordo. E da Grande raccordo fui folgorato.

D. Zapp!

R. I racconti di Grande raccordo mi sembrarono bellissimi e tremendi. Ma, soprattutto, raccontavano di personaggi che sembravano avere con me – soprattutto per il loro modo di stare nel mondo – un’aria di famiglia. E avevano una forma, quei racconti, una forma che io mi rappresentavo più o meno come una lenta caduta a spirale, che mi affascinava. Poi mi misi a leggere, cosa che non avevo fatta prima, altri autori più o meno di quella generazione – autori che avevano pochi anni più di me, che avevano l’età di mio fratello maggiore. Lessi Pier Vittorio Tondelli: e a colpirmi furono non tanto Altri libertini, quanto Pao pao e Camere separate. Leggendo Camere separate pensai – ricordo che distintamente lo pensai, cosa che non mi succede tanto spesso –: «Ma allora è possibile parlare di queste cose qui, ma allora è possibile fare letteratura con una lingua così vicina alla lingua della conversazione tra amici…».

D. Alla lingua delle sue lettere a Laura.

R. E delle lettere di Laura a me.

D. E quali erano le cose delle quali scoprì che era possibile parlare?

R. I sentimenti, per dirla all’ingrosso.

D. E per dirla più finemente?

R. I sentimenti. Poi lessi Vedi alla voce amore di David Grossman, e dalla prima delle quattro parti di quel romanzo imparai che cosa significa scrivere una storia abitando esclusivamente nel punto di vista – nel modo di percezione del mondo – di un personaggio, per di più di un personaggio il cui senso di realtà è diverso da quello dell’adulto standard (era un bambino di nove anni). E poi lessi, infine, le prime pagine dei Fratelli Tanner di Robert Walser, e vi scoprii un giovane apprendista, o commesso di libreria, nel quale mi identificai senza alcuna esitazione. Anche perché nel frattempo, dal 1989, avevo cominciato a lavorare in una libreria.

D. Per avvicinarsi al mondo del libro?

R. No. Mi licenziai dalla Frav, dove l’aria era diventata irrespirabile. C’era stato un grosso scandalo, non sto a raccontarlo ora. Io ero devastato, anche per fatti miei – che mi tengo. Trovai lavoro, come fattorino, alla Libreria internazionale Cortina. Una libreria universitaria: medicina, ingegneria, elettronica eccetera. Volevo un lavoro semplice e tranquillo. Ci stetti sette anni, fino al 1996, benissimo.

D. Io però comincio a perdermi.

R. Posso dire questo: la somma di una quantità di condizioni, tra le quali la mia sconfitta professionale (passare dall’essere addetto stampa in Frav a fare il fattorino non fu uno scherzo) e personale (della quale non sono disposto a parlare); la libertà mentale data dal nuovo lavoro; la corrispondenza con Laura; le molte letture, e soprattutto certe letture; l’influenza benefica benché non continuativa di Stefano; eccetera eccetera; fattostà che un giorno mi scappò di scrivere una lettera che era un racconto, e Laura se ne accorse.

D. Ma che racconto era?

R. È il primo racconto, «Lettera accompagnatoria», del mio primo libro, Questo è il giardino.

D. Ma dallo scrivere un racconto al fare un libro ce ne corre.

R. Sì. Era successo questo: Laura, lì a Londra, aveva subito un furto. Le avevano portato via la borsetta in un grande magazzino. Io mi immaginai di essere il ladro, e le scrissi una lettera di quindici pagine nella quale il ladro parlava e parlava, e spiegava perché aveva preso proprio la borsetta sua, e come l’aveva prima pedinata, e come aveva poi tagliato la corda, e che cosa aveva trovato dentro la borsetta – anche un paio di lettere mie… – e che impressione tutto questo gli aveva fatto. Alla fine veniva fuori quasi un innamoramento del ladro per la sua vittima.

D. E lei…

R. Oh, in quel momento ero probabilmente un pochino innamorato di Laura, almeno in immaginazione. Ma lei non lo era di me, almeno nella realtà, e questo tagliava la testa al toro. La lettera-racconto sublimò il tutto, e stop.

D. Ma il libro?

aimee1R. Era il febbraio del 1991. Tenga a mente la data. Nel corso dell’anno Laura cominciò a pensare che avremmo potuto farci una rivista. Una rivista per noi due. Farla circolare, e vedere che cosa succedeva. La facemmo. Si chiamò L’aimée, nome scelto da Laura. Ne confezionammo quaranta copie. Conteneva alcune poesie di Laura, in italiano e in inglese, e la mia lettera-racconto. Laura tirò fuori un repertorio di riviste letterarie comperato – anzi no: fotocopiato – non so se a Londra o negli Usa. Mandammo trentaquattro copie a trentaquattro riviste in Gran Bretagna, negli Usa, in Francia, in Germania, in Spagna: scelte, a naso, tra quelle delle quali la scheda diceva che avevano un qualche interesse per la narrativa o la poesia italiana. Quattro copie le spedimmo in Italia: una a Pier Vittorio Tondelli (spedii presso Transeuropa, sapevo del progetto Under 25), una a Marco Lodoli, una a Giuseppe Pontiggia, una a una persona che non nomino perché si comportò poi male.

D. E ce la dica…

R. No. Gli indirizzi di Lodoli e di Pontiggia li aveva – non mi chieda come – Stefano. Spedii il 16 dicembre 1991. Il giorno dopo lessi nei giornali che Tondelli era morto.

D. Che impressione le fece, la cosa?

R. Non mi ricordo. Pontiggia mi scrisse un biglietto: un complimento, breve. Ma quello arrivò qualche settimana dopo. Nel frattempo…

D. Aspetti, aspetti.

R. Mi dica.

D. Perché spedì a Tondelli e a Lodoli, ce l’ha spiegato o almeno fatto capire. Ma Pontiggia? Era stato importante per lei, Pontiggia?

R. No. Non avevo letto nulla di suo. Fu un suggerimento di Stefano, o un’idea di Laura, non so. Credo Stefano.

D. Lei mi sta dicendo, in sostanza, che di tutta la letteratura di quegli anni, lei a stento e solo per spinta altrui aveva letto solo Tondelli e Lodoli?

R. Sì. No.

D. Sì o no?

R. Sì e no. Un po’ per la vicinanza – ma non ininterrotta – di Stefano, un po’ per i fatti miei, leggevo molta poesia. Diciamo che, a tutt’oggi, nel mio studio, per ogni scaffale di prosa narrativa ce ne sono due di poesia. E – prevengo la domanda – sì, anche scribacchiavo delle poesie. Ma, al solito, non sapevo bene che cosa facevo.

D. Mi sa che lei, come si dice dalle sue parti, sta un po’ menando il torrone…

R. Certo. Mi tengo ben distante, in questa chiacchierata, dal cuore del discorso. Oggetti di scrittura che mi erano sostanzialmente incomprensibili – che mi sono tuttora sostanzialmente incomprensibili – esercitavano su di me – esercitano tuttora su di me – un fascino che mi è incomprensibile. Non so cosa dirle. Mi innamorai furiosamente – credo che fosse il 1984, quando ne trovai una copia alla Libreria Ginnasio di Padova, a metà prezzo – di Ciro di Pers. Parlo di innamoramento, e non d’altro, perché l’innamoramento non è un giudizio di valore – quando ci si innamora, ci si innamora di quella persona lì perché è quella persona lì, non perché abbia certe qualità o perché sia migliore di altre persone. E così ho passato non so quante ore e ore, nella mia vita dal 1984 in poi, a leggere e rileggere i sonetti e le canzoni libere – quasi dei recitativi – di questo poeta barocco: che è senza dubbio minore; che solo in un paio di componimenti, forse tre (il sonetto sui calcoli renali; quello sull’orologio a molla Mobile ordigno con dentate rote / lacera il tempo e lo divide in ore; la canzone libera Misera sorte umana / e che cosa è qua giù che non sia vana? ) riesce davvero ad arrivare alla bellezza; che umanamente mi commuove, e me lo sento fratello.

D. E così, abbiamo scoperto gli altarini.

R. No, perché dovrei parlare di Machiavelli.

D. Che c’entra Machiavelli?

R. L’ho letto tutto. Principe, Discorsi, Storie, Arte della guerra, le lettere private, gli scritti diplomatici, eccetera. Tutto tranne le opere formalmente «letterarie».

D. E questo prima di cominciare a scrivere?

R. A quattordici anni.

D. E perché?

R. E che ne so. Mi affascinava.

D. E che traccia ha lasciata, questa lettura?

R. E che ne so. Guardi come scrivo. Guardi come scrivo quando provo a scrivere un ragionamento. Pensi non tanto al sillogizzare stretto del Principe, quanto all’argomentare dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio (per leggere i quali, ovviamente, mi ero sparato prima Tito Livio – bellissimo – e poi Polibio – molto istruttivo. Se non c’era la Bur…).

D. Mozzi, mi permette un discorsetto?

R. Per carità. Faccia pure il discorsetto.

D. La mia impressione è che lei tenda ad autorappresentarsi come una tela bianca. Sulla quale, senza che lei precisamente e distintamente lo volesse, altri – altre persone, certi libri – hanno tracciato dei segni e pian piano composto delle figure. Una figura: la sua. Lei, come persona, sfugge continuamente. Ogni volta che potrebbe raccontare di una scelta, di una decisione consapevole, di un obiettivo deliberato e poi raggiunto o non raggiunto – lei si sottrae.

R. La pàgina en blanco es la posibilidad del proyecto. [4]

D. Cosa dice?

R. Saranno dieci anni fa. Andai a trovare un’amica a Barcellona. Feci un po’ di turismo. Capitammo in una chiesetta sconsacrata nella quale c’era un’installazione. Su uno schermo campeggiava quella frase.

D. Sì, ma il proyecto

R. Io preferisco la pàgina en blanco.

D. Così non arriverà mai a fare davvero una grande opera, però. Mi scusi, ma mi viene proprio da pensarlo.

R. Lo penso anch’io. D’altra parte, se ho un desiderio…

D. Finalmente!

R. …è quello di essere uno scrittore minore.

D. Ma perché? Perché non desiderare di più?

R. Intanto perché è meglio desiderare qualcosa di ottenibile, o meglio ancora: desiderare qualcosa che si ha, che si è già. Poi, perché gli scrittori grandi possono essere ammirati: da tanti, e magari un po’ per dovere. Invece, gli scrittori minori…

D. Possono diventare cult. Come Ciro di Pers per lei.

R. …gli scrittori minori possono essere amati. E io questo desidero.

D. Essere amato?

R. Sì. Perché, lei, no?

D. Lasciamo perdere. Eravamo rimasti alla rivistina spedita, al dicembre del 1991.

R. I redattori di alcune riviste inglesi, statunitensi, francesi, spagnole, tedesche ci risposero. Invitarono soprattutto Laura a mandare delle poesie. Magari in cambio ci mandavano le loro.

D. Ve l’aspettavate?

R. Ma, non so mica più che cosa ci aspettassimo. Sono passati vent’anni.

D. E a lei, che cosa accadde.

R. Accadde che il 15 gennaio 1992 Lodoli mi telefonò. Mi riempì di complimenti – non le dico il mio imbarazzo, soprattutto quando disse che il mio raccono «era letteratura» – e mi disse che Elisabetta Rasy stava lavorando a un numero della rivista Panta dedicato a storie di crimini. Nel mio racconto c’era un furto, quindi… Poteva proporlo per la pubblicazione. Dissi di sì. La rivista usciì quasi un anno dopo, se ben ricordo, ma Lodoli parlò di me, e fece leggere la lettera-racconto, a Paolo Repetti di Theoria (editore del suo primo libro) e a Elisabetta Sgarbi di Bompiani (editore dei successivi). Sgarbi mi convocò, mi spaventò facendomi passare una giornata dentro l’orribile edificio della Rcs in via Mecenate a Milano, e mi disse: «Se mi fai un romanzo te lo compro per tot» (cinque milioni di lire, mi ricordo). Repetti mi scrisse (vado a memoria): saremmo contenti di averti tra i nostri autori. E mi disse: se hai abbastanza pagine, racconti o altro che siano, e buone, entro novembre 1992, possiamo far uscire il libro il 30 aprile 1993.

D. Un gesto generoso.

R. E coraggioso. E poi, il 30 aprile 1993 sarebbe stato il quinto anniversario della mia conoscenza con Laura. Potevo rifiutare?

D. Perché, le venne anche in mente di rifiutare?

R. Se lo faccia raccontare da Repetti, quante bizze feci. Scrivevo i racconti, man mano li mandavo in casa editrice, tutto andava bene, per carità, ma io avevo un problema: non sapevo che cosa stavo facendo. Non avevo la minima idea di che cosa significasse fare un libro. Non riuscivo a immaginarmi che cosa poteva essere, nella mia vita, un libro scritto da me e pubblicato, sparpagliato per gli scaffali delle librerie, preso in mano (forse) da sconosciuti. La cosa mi metteva in agitazione.

D. Non era, non diventò il suo sogno, il suo desiderio, pubblicare?

R. No.

D. E qual era, allora, il suo desiderio.

R. Non lo so. Potrei dire che, in sostanza, ubbidii agli incitamenti di Laura.

D. Mah. Poi il libro uscì…

R. Il libro uscì, il 30 aprile del 1993, nel momento più favorevole possibile; tra il 1993 e il 1998, più o meno, ci fu un grande interesse per i cosiddetti «giovani scrittori»; io godetti di questo interesse, fui riconosciuto da subito come uno «scrittore»; eccetera eccetera. E adesso sono passati vent’anni, ventuno.

D. E cos’è cambiato, da allora?

R. Alt. Questa è un’intervista sulla formazione di uno scrittore. Non sul suo declino.

D. Ma…

R. Abbiamo finito.

barcellona 008

——–

[1] La prima parte di questa autointervista è stata scritta nel 2010.
[2] Questa battuta e la precedente sono state inserite nel 2014.
[3] Qui comincia la parte scritta nel 2014.
[4] Si tratta, ma l’intervistato all’epoca non lo sapeva, di una frase di Salvador Elizondo.

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49 Risposte to “La formazione dello scrittore, 13 / Giulio Mozzi”

  1. Cristian Says:

    con tutto il rispetto per tutti gli altri e senza voler leccare il padrone di casa la miglior autopresentazione che ho letto. Non c’è partita. Anche perché qui siamo al discorso della lettera a Laura Pugno che è in realtà un racconto, letteratura. Questa è letteratura e non solo – a proposito del post di Preziosi su Mari e del discorso che ne è scaturito sulla alternativa Mari Piccolo a cui nel mio commento sostanzialmente dichiaravo di non volermi arrendere – ma, ecco, qui, in questa misura – anche in questo volersi dichiarare minori prima di tutto con la propria scrittura – sta forse una via d’uscita …
    Non sto dicendo che Giulio Mozzi è (o era?) il più grande scrittore italiano (anche perché, e mi scuso col padrone di casa, di Mozzi ho solo letto anni fa Questo è il giardino e non ricordo un bel niente se non la pulizia della scrittura), sto dicendo solo che da questa autopresentazione che è pura letteratura scaturiscono delle dimensioni su cui tanti scrittori e lettori dovrebbero meditare.

  2. Elianto Says:

    Be’, grazie, Giulio. Per questo doppio sguardo, per la pagina bianca che comprendi di essere – e non lo siamo tutti? – per l’armonia delle coincidenze (che tali, in fondo, davvero non sono).

    Ah! Il 30 aprile è una data che porta con sé una selva – più o meno oscura – di riferimenti simbolici (potrei citare Goethe, ma sarei più onesta se limitassi la millantata cultura alle mie fonti effettive: i Procol Harum?!), durante la quale, ancora oggi, infinite streghe danzano per festeggiare la primavera. E, detto per inciso, è pure il mio compleanno (puoi gorgheggiare un sonoro Chìssene, ma perderai la fetta di torta).
    Ho l’impressione che rileggerò più volte, questa Formazione dello scrittore. Che mi servirà, ecco.
    E quindi grazie. Di nuovo.

  3. acabarra59 Says:

    “ 15 novembre 1994 – Diario, epistolario. Bisogna approfondire questa parentela. È vero che ognuno dei frammenti di un diario può sembrare una lettera (ma io non scrivo più lettere da vent’anni) (da quando ho cominciato il diario?). In comune con la lettera il diario ha l’evidenza del tempo, l’evidenza del luogo e l’evidenza del mittente. Non quella del destinatario che, come nell’opera di invenzione, resta indeterminato, ipotetico, solo possibile. (Un tempo scrivevo lettere, ma senza troppa convinzione. Alcune che avevo scritto e a cui tenevo molto furono tranquillamente distrutte, mi fu detto, e la notizia mi sembrò più terribile del pur terribile resto. Mi detti a scrivere cartoline. Mi venivano bene. Corrispondevano perfettamente al fatto che non stavo mai fermo, diciamo pure: viaggiavo. Ultimamente le scrivevo anche a me stesso; oppure a indirizzi impossibili. Per esempio: Dino Campana, Hotel Norge, Bergen, Norvegia. Mi tornavano indietro con meravigliosi timbri postali, per la gioia del filatelico che si nasconde dentro di me. E non erano semplici cartoline da tabaccaio: le facevo io stesso, in colori scintillanti. Ci fu anche un periodo in cui mi scrivevano lettere. Sarò franco: non sono mai riuscito a leggerle.) (E ora? A chi scrivo questo diario? Sarò franco: boh?) “. [*]
    [*] Tutto questo, per dire, caro Giulio, che io penso sempre più spesso che la letteratura, dopotutto, sia scrivere lettere. Tènere le distanze.

  4. enrico ernst Says:

    … l’emozione, la vicinanza, che ci danno i minori (che poi minori: come si sa questi giudizi di valore sono anche così straordinariamente arbitrari, e perfino “casuali”, tutti storici, tutti esposti al vento mutevole della storia e dei gusti)… quando lessi “Fantasmi e fughe” (preso in prestito alla biblioteca di Sesto, Villa Ghirlanda) io pensai quello che Giulio pensò di Lodoli, di Tondelli… la storia si ripete in nodi. “Vibrisse” venne dopo, ed è ancora qui, nella mia vita. Vorrei. Non so. Ringraziare, di cuore. (Lo stesso sentimento, o quasi, della “prima volta”, lo provai quando lessi: “Sono l’ultimo a scendere”, che mia figlia scarabocchiò con un pennarello blu, lo “firmò”. Allora, si può fare letteratura di “questo”? si può essere uno scrittore, un letterato, anche così?)

  5. RobySan Says:

    OK, Giulio. Sei lo scrittore italiano, vivente, più minore.

  6. enricomacioci Says:

    Giulio Mozzi ha una voce inconfondibile, qualunque cosa scriva. Ma questa voce è spesso sfuggente. Per me – parlo per me – il libro che più arde fra i suoi (se questa frase può avere un qualche senso) è Il male naturale; libro che molto amo e che è molto amato da molta gente.
    Complimenti Giulio per questo pezzo che davvero ricorda come ritmo, come prosodia e cadenza “inevitabili”, i tuoi racconti.

  7. Marco Says:

    Giulio, non è possibile che leggessi a quattordici anni Macchiavelli e in particolare Discorso intorno alla prima deca di Tito Livio perché a Padova frequentavi il Ginnasio presso il Liceo Classico Tito Livio?

  8. Pierluigi Lupo Says:

    Ci ho trovato in certi momenti quel modo di “indispettire” il lettore, tipico di Baricco, che ti spinge ad andare ancora più dentro alla storia.
    ”Questo è il giardino” meriterebbe di essere ripubblicato.

  9. ornella_spagnulo Says:

    Vero, credo che agli scrittori come alle altre categorie di artisti, penso soprattutto agli attori, oggi, importa soprattutto di essere amati. Sia agli scrittori minori che a quelli maggiori. In fondo perché voler diventare, nel proprio piccolo, “famosi”? Per raggiungere anche persone sconosciute, e farsi amare in virtù di quello che si è, si pensa, si scrive, si fa.

  10. amleta Says:

    Il caso. Il caso non si discute però anche la mano di colei che per prima ha visto in te qualcosa che poteva realizzarsi senza che tu lo sapessi ancora. Io credo che certe volte non siamo noi da soli a crearci la strada da percorrere ma che certe persone riescano a vedere un tracciato prima che noi stessi riusciamo a vedere una indicazione precisa. Il seguito però di questa storia mi intriga ancor di più perchè visto che questa Laura non c’è più adesso, cosa sta facendo questo scrittore?

  11. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 18 luglio 2003 – « 14 janvier 1946 – Un journal est une longue lettre que l’auteur s’écrit à lui-même, et le plus étonnant de l’histoire est qu’il se donne à lui- même de ses propres nouvelles. » (Julien Green, Journal 1946-1950) “. [*]
    [*] Quando su Repubblica leggo un articolo sull’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano penso che, se fossi una persona seria, dovrei smettere di scrivere il diario. Se fossi una persona seria. [Giovedì 18 settembre 2014]

  12. Il fu GiusCo Says:

    Censo, circostanze, eventi e talento. La differenza col percorso innamorato e disperatissimo della altrettanto talentuosa signora Cipri (metto signora perche’ non è un personaggio pubblico) e’ stridente.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, scrivi:

    …Questa è letteratura…

    Ma, come noto, la mia opinione è che dove c’è qualcosa di scritto, ci sia letteratura.

    Elianto: auguri, dunque.

    Acabarra: non ti sarebbero dispiaciute, immagino, le vibrissecartoline.

    Enrico, a domanda finale rispondo: uno “scrittore”, penso di sì; i letterati sono tutt’altra cosa.

    Roby: sei un seduttore.

    Enrico: sfuggente io? Ma se sono sempre qui che mi nascondo, davanti a tutti…

    Marco: ho frequentato anche la scuola “Mameli”, ma non per questo ho letto Mameli (a parte l’inno, come tutti).

    Pierluigi: mi hai indispettito.

    Ornella: il punto è che non si può pretendere di essere amati. Bisogna prendere l’iniziativa, amando.

    Amleta, scrivi:

    …visto che questa Laura non c’è più adesso, cosa sta facendo questo scrittore?

    Come sarebbe, che “Laura non c’è più”? Abbiamo appuntamento stasera…
    Per sapere che cosa sta facendo “questo scrittore” – almeno: che cosa sta facendo nell’ambito delle Patrie Lettere – basta dare un’occhiata a vibrisse.

    Giusco, sì: da buon cattolico, sono un materialista convinto.

    Grazie.

  14. Carlo Capone Says:

    Caro Giulio, scrivi: “Trovai un libretto: Trasfigurazioni, di Laura Pugno…vidi che era stato pubblicato nel 1987. Che l’autrice era nata nel 1979.”

    Le note di presentazione del libretto credo si sbagliassero sulla data di nascita di Laura Pugno se, come apprendo da wiki, è nata nel 1970.

  15. Antonino Pintacuda (@toninopintacuda) Says:

    Da stampare e rileggere e rileggere ancora.

  16. enrico ernst Says:

    Be’ secondo me tu hai una conoscenza inusuale delle “lettere”, davvero inusuale, perché, tra l’altro, come consulente e lettore e talent scuot (si dice così?), riesci anche a leggere tantissimo che poi non sarà pubblicato (che noi non potremo leggere mai!).
    Altro discorso quando inizi a citare autori italiani tra otto e novecento, non minori di più, il che mi ha sempre fatto una grande impressione.
    Dunque caro Giulio: a) sei uno scrittore (per ora di short stories) perché ho letto dei libri bellissimi tuoi; b) sei anche un saggista, pamphlettista (per esempio ho letto “Corpo vivo corpo morto”, e ho visto la copertina dei “10 motivi”, anzi un po’ l’ho letto); c) un poeta (o se preferisci uno che scrive poesia, perché hai pubblicato poesia, per esempio da Aragno); d) e per finire stando al Sabatini Colletti mi pare che tu sia anche un letterato (“Chi coltiva le lettere, insegna letteratura o scrive opere letterarie”); d) sei un insegnante di… non dirò scrittura creativa… dirò: retorica letteraria (boh, va bene?). Ma insomma te le devo dire io tutte queste cose? (Forse ecco nella “formazione” manca questo elemento: quando capisci che puoi “insegnare” ad altri, che puoi metterti al servizio di altri scrittori, mi sembra un tratto caratterizzante del tuo percorso…)

  17. Giulio Mozzi Says:

    Carlo: nel frattempo ho corretto. Grazie comunque per la segnalazione dell’errore.

    Enrico: il mio amico (e complice in alcune cose) Stefano Brugnolo è, per esempio, un letterato. Ha delle letterature (è per vocazione un comparatista) una conoscenza sistematica. E non è uno “scrittore” (benché abbia scritto diversi libri, articoli ecc.).
    Il Michele Mari di cui poco fa si discorreva, è un letterato e uno scrittore.
    Io, di volta in volta, vado in cerca di quello che mi serve. E’ tutt’altra cosa.
    Non contesto il Sabatini-Coletti (con un’elle sola). Ma, come noto, ogni lingua ci guadagna dalle distinzioni. Perciò propongo di distinguere “scrittore” e “letterato”.

  18. Il fu GiusCo Says:

    Aggiungerei una nota geografica alla formazione della postura, ma forse dire scrittore veneto e’ troppo vicino a dire scrittore minore, non del tutto esaustivo nel tuo caso per i motivi citati da enrico ernst. Buon divertimento a PNlegge!

  19. ornella_spagnulo Says:

    Hai ragione, bisogna dare e non pretendere di ricevere. Colpita e affondata.

  20. Pierluigi Lupo Says:

    Giulio, non so spiegarlo bene o forse ho usato la parola sbagliata, però per farti capire meglio cosa intendevo per “indispettire” il lettore, ecco per esempio questo pezzo:

    D. E che cosa vi scrivevate?
    R. Della vita di tutti i giorni. Credo. Forse di letture. Non lo so. Non era quello il punto.
    D. Qual era il punto?
    R. Per me, e per Laura non so, il punto era: scrivevo per una persona.

    Uno che legge pensa immediatamente, sì, vabbè, non sapeva che cosa scriveva? E poi non scriveva per Laura, ma per “una persona”… (un essere astratto?)
    Questo modo di “indispettire o provocare” mi piace e appartiene a una delle tante tecniche narrative per catturare l’attenzione del lettore.

  21. acabarra59 Says:

    “ Martedì 6 luglio 1999 – « Cartoline che scrivo / baci, abbracci / la valigia, i giornali. // Cielo grigio / cielo rosa e turchino / piedi stanchi / fritto misto di mare // cielo grigio / pantaloni di lana / la pianura / affogata dall’afa. // Cartoline che scrivo / un treno, un altro / la valigia, i giornali. » (Tito Balestra, Vacanza, in «Tempo presente», 7, 1962, gennaio) “.

  22. dm Says:

    Arrivo ora, ma per dire da vero naif questo: è la formazione più formativa narrata dentro questa rubrica. E una formazione che, almeno un po’, può informare il prossimo, nel senso di “formare” non riesco a guardarla attraverso le categorie del bello e del brutto perché l’utile prende il sopravvento, e intendo semplice speculazione del lettore schiacciato sul testo perché si ritrova (per me questo è “bello”, il testo là non so com’è).

  23. anna maria bonfiglio Says:

    Da uno scrittore quale il Mozzi non mi aspettavo meno di questo, anche perché lo seguo silenziosamente dal primo numero del bollettino Vibrisse, dove trovai per la prima volta il nome di Laura Pugno che mi prefigurai come una sua collaboratrice nonché la scrittrice da lui, il Mozzi, preferita. Giulio, ti auguro tanto successo da “minore” e sono d’accordo con te nel considerare i “minori” la vera ricchezza della letteratura.

  24. dm Says:

    (E sì, anche a me la musica di questo testo richiama a mente, per la tensione di certi avvitamenti, Il male naturale.)

  25. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 4 luglio 2002 – Caro professor L., forse si viaggia solo per scrivere lettere. Anzi nemmeno: per scrivere cartoline. Le cartoline: una fotografia con qualche parola dietro. Come una didascalia, forse anche meno. Le didascalie: qualche parola sotto a un’immagine. Come i ragazzi che vanno in qualche stadio lontano e mostrano i cartelli con sopra scritto: « Ciao, mamma » – ci si chiede: sono andati a vedere le gare o a salutare? Come il nonno quando andò in Albania, nel ‘916. C’è quella cartolina giallina – lo so che si dice virata a seppia – e dietro, in un tranquillo corsivo inizio-secolo, soltanto tre parole: « Saluti da Valona ». D’altra parte è sempre così, nelle cartoline: poche parole e l’immagine di un luogo, che la dice già lunga. Ma lunga quanto? Una cartolina è una cosa strana. Dice: « Guarda dove sono »… Ma, esattamente, quello che lo dice dov’è? « Guarda dove sono » dove? Su quei monti neri, in quel mare giallo, sotto quel cielo color trasù (vomito)? Mah. Forse aveva ragione la mamma, a arrabbiarsi. Nel ‘916. A forza di sentirglielo dire l’ho capito: si sentiva abbandonata, presa in giro, ingannata – sarà che era appena nata. Forse bisogna dirlo: ceci n’est pas Valona. Non è Palermo, non è Parigi, non è Pittsburgh: una cartolina non è mai quello che dice di essere. Per non parlare dei saluti. Che soprattutto vogliono dire: io non sto lì dove sei tu. Ma ci sarebbe anche da dubitare che io sia qui dove dico di essere. Qui… già: qui dove? Si saluta per farsi vivi, ma anche per farsi morti. Per finta. Per non farsi vedere, per sparire, per nascondersi, per giocare (a nascondersi). « Saluti da Valona ». Cucù. Marameo. Il nonno faceva la Grande Guerra, questo è vero, ma anche quelli che fanno la pace, fanno la stessa cosa. Dico i turisti. Che girano, come in francese si capisce meglio che in italiano. Come la coda del porco, con rispetto parlando. E quello intorno a cui la coda gira, con rispetto parlando, rimane lì. A leggere cartoline. Che i turisti gli scrivono. Per scrivere. Per girare. A leggere: il giramento degli altri. Saluti, da qui, ammesso che sia qui. (Ci sono… ci sono…)
    P. s. Poi si torna. E non ci sono più cartoline da scrivere. Allora si scrive un diario. Tanto per scrivere, tanto per salutare. “.

  26. manu Says:

    è bello, bellissimo scrivere e ricevere lettere. ma è raro trovare chi lo fa (o almeno mi è capitata l’occasione/possibilità solo una volta, con un signore ultraottantenne che conoscevo solo di vista). proprio bello.

  27. enrico ernst Says:

    Va bene, Giulio. Mi hai convinto e mi arrendo. Capito. Non sei un letterato.

  28. enrico ernst Says:

    Posso chiederti di nuovo, Giulio, se non sono importuno: quando e come nella tua vita capisci che puoi aiutare gli altri a diventare scrittori? Che puoi diventare un “formatore”? Una persona che offre “servizio” al prossimo nel campo delle lettere?

  29. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 17 febbraio 2006 – « “ Che stai facendo? “ “ Leggo le lettere di Proust “ “ Letterato… “ » (Courtesy Claudio Bisio e 892424) “.

  30. antonella sbuelz@gmail.com Says:

    L’unico cruccio, alla fine di una lettura come questa, è l’immagine di quel tot di libri sulla Grande Guerra gettato via ( almeno per chi, in casa, Caporetto l’ha sentita raccontare da nonni sfollati davvero, e in condizioni allucinanti). Per il resto, io mi sono goduta ogni singola riga. Può darsi che i superlativi suonino assertivi , ma a me questa formazione dello scrittore sembra francamente bellissima. Profonda, intelligente, sincera. A tratti ironica, a tratti sontuosa. ( D’altra parte, a quattordici anni, che cosa può fare un ragazzino borghese se non esercitarsi nella malinconia? ) C’è molta forza in questo testo, anche se non saprei dire con esattezza perché. Forse perché ci sono molte domande, molte (oneste) esplorazioni di cause e concause, molte ipotesi, molti scarti di ipotesi ( scarti minimi?). C’è la semplicità più difficile, quella priva di semplificazioni. C’è anche molta vita, e a me questo sembra importante. E infine c’è molta gratitudine, e anche questo a me sembra importante. Belle, quelle figure appena evocate eppure così incisive, quei genitori in poltrona coi quotidiani in mano, quella nonna con la casa zeppa di libri sulla grande guerra, quei fratelli maggiori da scalzare via via nella gerarchia di legittimo accesso ai giornalini. Belle le presenze fisiche, accanto a quelle letterarie.
    Questo testo mi ha ricordato una frase messa in bocca da Giulio Mozzi al personaggio che dice “io” in Fantasmi e fughe: “Dico bugie per conto terzi, rispondevo a chi mi domandava che facessi.” Un sottotono (understatement?) che sembra aver trovato l’esatto equilibrio tra narratore e lettore, tra il dire e l’ascoltare.
    Grazie. Anche per aver ricordato Scarto Minimo. Anche per aver ricordato Ciro di Pers.

  31. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 31 maggio 2000 – Dice che a Porta Portese hanno trovato delle cartoline spedite da Ungaretti nel ‘916. « Posta celebre, eh… » Posta celere? « Celebre… ho detto celebre ». “.

  32. Francesco Genovese Says:

    La formazione dello scrittore: Mozzi è così perché è Mozzi.
    Quanti fattorini di libreria ex impiegati di non so cosa diventano Mozzi?
    Uno solo .Mozzi appunto

  33. Giulio Mozzi Says:

    GiusCo: “veneto” no, per questo e questo motivo.

    Pierluigi, scrivi:

    …sì, vabbè, non sapeva che cosa scriveva?

    Ma tu, Pierluigi, ti ricordi che cosa scrivevi nelle tue lettere di venrtisei anni fa?

    Daniele, dm, scrivi:

    …non riesco a guardarla attraverso le categorie del bello e del brutto perché l’utile prende il sopravvento.

    E vabbè. Non è forse sempre così? (Per me è sempre così. Il mio godimento, in barba a Kant, è sempre interessato).

    Anna Maria, scrivi:

    Da uno scrittore quale il Mozzi non mi aspettavo meno di questo,…

    Ovvero: gli esami non finiscono mai.

    Enrico, domandi:

    quando e come nella tua vita capisci che puoi aiutare gli altri a diventare scrittori?

    Ci provai e ci riuscii; dunque capii che, eccetera. Credo che la prima esperienza fu: una giornata passata insieme a Diego De Silva, a discutere il dattiloscritto di La donna di scorta. (Che peraltro era già perfetto o quasi).

    Poco dopo la pubblicazione di Questo è il giardino, Roberto De Gaspari mi invitò a tenere dei corsi di “scrittura creativa” presso il circolo Arci “Lanterna magica” di Padova. Cominciai nell’autunno del 1993. La cosa sembrò riuscire bene, eccetera.

    Antonella: mia nonna paterna nel ’17 sfollò da San Daniele nel Friuli. Mio nonno materno fu sulla Bainsizza. Vedi anche qui (dove, sia chiaro, esattamente come – ahimè – in questa “sincera” e “onesta” storia di formazione, tutto è trasfigurato nell’invenzione).

    Francesco, scrivi:

    …Mozzi è così perché è Mozzi…

    Ma non sarebbe diventato quel che è senza una quantità di circostanze. Quando tu mi definisci “un fattorino di libreria ex impiegato di non so cosa”, fai una selezione tra le circostanze. Se mi definissi, che so, “figlio di docente universitario” (cosa altrettanto vera), la faccenda suonerebbe già diversa. Non ti pare?

  34. catenomarco Says:

    Ho apprezzato molto questa autointervista. Mi affascina molto la gestazione e la nascita di un libro dal punto di vista dell’autore. E sentirlo raccontare mi ricorda sempre una vera e propria gravidanza. Al di là della qualità dello scritto, spesso trascuriamo quella sensazione dell’autore che vedrà la sua opera lontana da lui in mano di altri. Persone sconosciute che la sfoglieranno e che la useranno, interpretando a loro modo la storia che prima era solo ed esclusivamente dello scrittore.
    Altro spunto interessante il caso e la “razionalità” delle condizioni iniziali. Una vita fa nel lavoro di tesi studiai il comportamento di particolari “oggetti” in soluzione acquosa. Al di là dei tecnicismi inutili quello che avviene è che questi oggetti si attraggono o si respingono per il solo fatto di averli messi in una particolare condizione iniziale. Non avverrebbe nulla se non avessi scelto quella particolare condizione ed è in quella mia scelta si origina della forza che guiderà il mio moto. Credo che lo stesso valga per le nostre vite. L’ambiente in cui viviamo, fa nascere delle forze che spesso ci guidano in direzioni comprensibili solo osservando la traiettoria completa del nostro percorso. Cosa sarebbe avvenuto se lei avesse frequentato l’università? Avrebbe conosciuto Laura, pubblicato quel libro, divenuto un autore minore? Aperto Vibrisse? Scritto questo post?
    Ultima osservazione sul concetto di autore minore. Forse questo amore è legato al fatto che quello di successo ci sovrasta con le sue storie imponendole alla nostra attenzione. Il minore (uso la sua terminologia) lo scegliamo facendo in modo che ci racconti la nostra storia. Quella che avremmo voluto scrivere e che non siamo in grado di fare. Sarà per questo che quando il minore, quello che abbiamo incontrato in una bancarella in una giornata di sole, ottiene il grande successo ci sentiamo traditi. Abbandonati dal nostro vecchio amore e anche un po’ delusi e annoiati.

  35. acabarra59 Says:

    “ 16 luglio 1994 – Insisto a scrivere che questo è un libro di letteratura. Ma non è esattamente così. Questo è l’unico libro che potevo scrivere parlando di tutto, sfidando tutto a procurarsi un ordine, o almeno, una faccia. Tutto? Diciamo parecchio. Perché io non sono, tout court, un letterato. Sono uno che ha fatto l’università (di lettere, corso di laurea in filosofia) a Firenze, negli interlocutori anni Sessanta. Di cui ricordo soltanto che mi sembrava di perdere tempo, di non imparare niente, se non qualche frasetta ad effetto, come il succitato « tout court », o quell’altra, gettonatissima: « für ewig ». Mi riusciva difficile capire che cosa c’entrasse Sorel (Georges) con Francavilla Fontana, o Schiele con il concessionario Opel di Udine, per non dire di Le Corbusier e Cascina, Musil e Lamporecchio. Nel mondo dei sussiegosi fuorisede io mi sentivo fuori posto. « Au dessus de la melée », diceva il rasotera con un vocione paradossale. Vienna sempre Vienna, ma senza valzer, Vienna del Blaue Reiter, della Sezession, della Brücke, Vienna sul serio, Vienna in tedesco. Già: il tedesco. Bisognava impararlo, leggere in tedesco, pensare in tedesco. Io, che sapevo l’inglese, non mi ci raccapezzavo. Dove eravamo? Quando eravamo? Non digerivo mai bene. Ma soprattutto non capivo perché quell’atmosfera di indugio, di cospirazione, di attesa. Io, che avevo una Cinquecento, pensavo invece che il [faudrait] ténter de vivre. Magari viaggiare. Magari lavorare. Non l’avessi mai fatto. In un momento sono finito au dessous de la melée, e ancora ci resto. Fu allora che cominciai a capire la cultura. La cultura non è capire le cose. È capire il capire, e poi capire il capire il capire, e poi capire il capire il capire il capire, e via di seguito, facendo sempre un passo-indietro, arretrando, arretrando, in una infinita marcia a ritroso che ti riporta sempre al punto di partenza. Dove si sta: audacemente immobili. Quando l’ho capito ho deciso di scriverlo. Scrivendolo mi sento anch’io un po’ gambero. Ho cominciato un viaggio – autour de ma chambre – che non so ancora dove potrà ricondurmi. (Quello che non avrò mai è quella faccia) “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 1

  36. dm Says:

    Eh, Giulio, io ho subito una vera fascinazione per la barba di Kant.
    Apprendere dell’esistenza di una parola che ti cambia mi ha fatto ripensare il tutto. Ma questo è avvenuto oltre ogni limite anagrafico della decenza. (Cenno alla mia formazione di lettore, e di lettore di vibrisse :))

  37. RobySan Says:

    “Finisce così? Mi pareva aveste detto che era come Snow Bound di John Greenleaf Whittier”.
    Signora, ho di nuovo sbagliato. Miriamo così in alto e manchiamo sempre il segno“.
    “Sapete, mi piacete sempre meno quanto più vi conosco”.
    Signora, è sempre uno sbaglio conoscere uno scrittore“.

  38. acabarra59 Says:

    “ Domenica 25 luglio 2010 – Arbasino scrive sempre più spesso lettere a Repubblica. Non si capisce quello che dice, ma gliele pubblicano lo stesso perché è Arbasino etc. Quello che si capisce è che, alla fine, un letterato è uno che scrive lettere, che nessuno capisce etc. Quello che si capisce è che vuole scrivere. Anzi, vuole leggere: se stesso attraverso un altro etc. “.

  39. acabarra59 Says:

    P.s. Era La s-formazione dello scrittore / 2

  40. Il fu GiusCo Says:

    acabarra – guardare tutte queste cose dalla lente dell’utile, come da postura mozziana, e’ un utilissimo esercizio di respiro anche se, come tutti gli esercizi, una volta capito come funziona e cosa va a toccare si passa ad altro perche’ un esercizio questo e’, una simulazione del reale, sformazione appunto. ciao.

  41. acabarra59 Says:

    ” 9 marzo 1994 – Il diario di un inutile idiota. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 3

  42. Il fu GiusCo Says:

    innamorate, utilitaristi, idioti e cinici

  43. Carlo Capone Says:

    Giulio, come riferito altre volte, l’ho visto all’opera al Teatro Verdi di Milano nel ’98, dove si teneva un corso di retorica di scrittura o eccetera cui partecipavo.
    Di lui e di quanto aveva scritto non conoscevo il resto di niente. L’organizzazione ce lo presentò con sincera enfasi, magnificandone le doti letterarie e citando il suo ultimo libro di racconti. Che penso fosse il Male Naturale (di cui oggi consiglio vivamente la lettura, specialmente di ‘Amore’, un racconto secondo me magistrale, da cui apprendere quali siano le attribuzioni del vero scrittore).
    Prima impressione, del tutto personale. Era accigliato, parlava lento, concedendosi brevi pause, e con voce arrochita. Non sorrideva mai.

    By the way, ne ricavai l’immagine di un uomo intristito, per via, suppongo adesso, di un’accentuata chiusura in se stesso. Non so, doveva trattarsi di un tormento dal quale oggi mi sembra non più afflitto.
    Ma ciò che mi colpì più di tutto fu l’onestà intellettuale. Dichiarò infatti che “io scrivo solo racconti perchè i romanzi non mi riescono o non li so fare”. E aggiunse che l’ispirazione gli veniva all’improvviso, dovunque si manifestasse, citando ad esempio un soggiorno con amici in una casa della campagna toscana. Dopo una o due notti, una mattina gli venne in mente la storia di una donna che si getta in un canale a seguito alla morte della figlia. Allora si chiuse per quattro giorni in una stanza di quella casa e buttò giù l’intero racconto.
    Cos’altro aggiungere al ricordo di quel primo incontro con Giulio Mozzi? ah, sì, era molto sensibile al fascino femminile.

  44. acabarra59 Says:

    “ 21 giugno 1994 – Finirò col vergognarmi di scrivere questo diario. Anzi, mi vergogno già. È come guardare le donne. Non lo fa più nessuno. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 5.

  45. manu Says:

    perchè laura pugno ancora non si è vista in “la formazione della scrittrice?”

  46. Giulio Mozzi Says:

    manu, sei incontentabile.

  47. manu Says:

    sempre!
    (attendo il mio frigorifero)

  48. Breve storia di “Favole del morire” | Favole del morire Says:

    […] scritto in beata incoscienza (ma comunque sapendo che un editore lo attendeva, come ho raccontato qui), non fu così per La felicità terrena o per Il male naturale: non avevo un piano, né per […]

  49. Differenze tra ciò che è importante nella scrittura e ciò che è importante nella lettura di un’opera letteraria (appunto) | vibrisse, bollettino Says:

    […] rendermi conto che stavo scrivendo un racconto; ma questa è un’altra storia, per la quale vedi qui), ci infilai dentro delle frasi – una dozzina, credo – prese di peso dai saggi di […]

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