Il comodino (Le cose che ci sono in casa, 129)

by

di Anna Bonaccorsi

[Le regole del gioco sono qui].

Mi pre-esiste.

Ha saputo il tono dei miei vagiti
assaggiato i capricci
come le disconnessioni di tutti i sogni.

Li, così,
semplice statico preciso,
il comodino
che presta da che sono
    – da che vivo
il fianco a tutto il mio sonno e ad alcune veglie stese.

È del tipo monacale
ma non bislungo e gotico
non una suora ogivale stretta nel soggolo,
piuttosto un frate in un saio squadrato
morbido pulito
e spinto in una povera larghezza
che lo fa ben radicato,
ma con brevi torniture come dolcezze
sulle colonnine che reggono il cassetto,
segni di un saper curvare ben oltre lo stare tetragonale.

Il pomello del cassetto
(conosco il suono di ogni scorrimento)
negli anni ha deciso di ribellarsi
    – di staccarsi
ma poi si è fatto sempre riaccomodare
(è parte di un comodino, del resto).

Sotto invece ha uno sportelletto colla nicchia portavaso,
quello per non pisciare a letto nei tempi in cui era lui a esser nato,
credo il primo Novecento.

So bene il clack a molla che fa,
    – proprio clack, quando si lascia aprire
e allo stesso modo mi è noto il clock di quando viene richiuso
(chissà mai perché cambia vocale al riporto).

Rammenta la voce e il profumo di mia madre
o di qualche altro caro morto,
infatti
sotto
nel piccolo vano,
il comodino ospita da anni boccette di creme ed essenze,
le più scadute ma non sperdute,
se mai perdurare confuse.

In mezzo a questi odori sta il pallone bianconero
e molto sporco di quand’ero bambina:
un tagliuzzato planisfero avvolto in un panno per le scarpe,
perché anche lui stia comodino.

[Era quel pallone l’amico dei miei piedi,
mi alzava la visione quando andavo sul balcone
e ci salivo sopra, appesa alla ringhiera.
Chi mai capirebbe che un pallone sgonfio è una fonte di calore?
Così mio padre un giorno, da mondo che era, lo rese piano
per farci la dima di un elmo da romano,
destinato alla recita di Pasqua della scuola di mia madre,
ed entrambi mai capirono perché tanto piansi a vederlo lì stoccafisso.
Così, l’ho piazzato nel comodino, piatto fra tanti odori rotondi vaneggianti].

È stato in qualche caso alla mia sinistra il comodino,
altre alla destra come ora,
ora figlio ora forse spirito o padre.
Certo è che mai non c’è stato.

Sta fermo lui
santificato da piccole aureole lasciate da tazze e bicchieri
e un caro sapore di legno ravvivato
da cui partono talora
    – specie di notte
schiocchi e voci di semprevivi
come gridolini di animaletti o di persone cui piace trapassare
    – ri-respirare
per fessure di un bel noce di chiaro imperituro.

Tutto mentre-futuro è il mio comodino
e regge la mia lampada
poi il cellulare
la sveglia decaduta
sempre una matita con la punta perbenino
i fazzolettini di carta
un’immaginetta doppia di una Madonna mite e resistente.

E, in mezzo a questa breve prosaica pastorale,
trova sempre riposo il libro che è in lettura
(gli altri in dirittura sono posteggiati sul tavolo di vetro alla sinistra).

Una volta che la luce è spenta e arriva il sonno
io lo saluto, sì, do la buona notte al Comodino
cui non ho mai dato un nome come si fa alle volte colle robe,
perché è lui a chiamare cose.

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Una Risposta to “Il comodino (Le cose che ci sono in casa, 129)”

  1. enrico ernst Says:

    Anna, secondo me hai davvero un bel talento, ma – devo dire – che per me la poesia (che trovo – drasticamente ridotta – di rara misura, e davvero bella, notevolissima) finisce a “tetragonale”. Ti scrivo perché mi pare che la misura “lunga” ti sfugga, di continuo, dalle mani, e mi pare un vero peccato… sperando di fare cosa utile…

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