Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 2

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di giuliomozzi

La settimana scorsa abbiamo discusso (direi utilmente) sull’analisi di testi; avevo proposto un campione tra i più classici dei classici, ovvero la scena della “madre di Cecilia”, nei Promessi sposi. Ma se invece si leggesse in classe, che so, un racconto di Ernest Hemingway?

Era molto tardi e quasi tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio che sedeva nell’ombra che le foglie dell’albero proiettavano schermando la luce delle lampade elettriche.
Durante il giorno la strada era polverosa, ma di notte la rugiada faceva depositare la polvere ed al vecchio piaceva stare seduto lì fino a tardi, perché era sordo e di notte, quando tutto era tranquillo, riusciva a sentire che era diverso.
I due camerieri nel caffè sapevano che il vecchio era un po’ ubriaco e, anche se era un buon cliente, sapevano che se si fosse ubriacato troppo se ne sarebbe andato senza pagare, così lo tenevano d’occhio.
“La settimana scorsa ha tentato il suicidio.” disse uno dei camerieri.
“Perché?”
“Era disperato.”
“Per quale ragione?”
“Nessuna.”
“Come lo sai che non aveva una ragione?”
“Ha un sacco di soldi.”
(continua)

Si tratta – in tanti l’avranno riconosciuto, immagino – dell’inizio di Un posto pulito, illuminato bene. Il racconto completo, in traduzione italiana e in originale, si può leggere qui nella traduzione di Marco Roberto Capelli.

Allora, alle signore e ai signori insegnanti domando: vi è mai capitato di leggere questo racconto in aula, con i ragazzi? Oppure: provate a immaginare di leggere questo racconto in aula, con i ragazzi. Che cosa ci si può fare? Che tipo di analisi avete proposta o proporreste? Come hanno reagito, o come immaginate che reagirebbero, i ragazzi? Che tipo di lavoro – esercitazioni, imitazioni, riscritture, messe in scena ecc. – ci si può fare sopra? Le solite cose che si dicono dei racconti di Hemingway (la gestione del tempo, il non-detto, i dialoghi secchi e concreti però sempre elusivi ecc.) saltano fuori con i ragazzi?

Esistono diverse trasposizioni visive del racconto. Questa dura poco più di sei minuti:

Questa dura più del doppio:

Questa è sui sette minuti; è abbastanza diversa, se non altro perché rinuncia a ricostruire – neanche per accenni – un’ambientazione “storica”:

E altre ce ne sono. La cosa che mi colpisce di più, in queste tre soluzioni (ma ce ne sono altre, basta cercare qualche minuto) è la diversità nella gestione del tempo e nella gestione delle focalizzazioni (o inquadrature). Confrontare il racconto con queste realizzazioni può essere utile? E se sì, a cosa?

Eccetera. A voi, signore e signori insegnanti. Grazie.

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87 Risposte to “Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 2”

  1. deborahdonato Says:

    Grazie Giulio per questa proposta di lettura. Adesso che sono definitivamente insegnante di lettere, questi tuoi spunti sono ancora più preziosi. Io mi soffermerei su i dialoghi, è vero, e poi su quel “nada” ripetuto ossessivamente, che sembra interrompere il minimalismo del resto del racconto. La visione dei tre filmati è molto adatta ai ragazzi ed io la affiancherei a letture a voce alta in classe, per motivare differenti scelte di tempo.

  2. acabarra59 Says:

    “ 26 maggio 1994 – Quando stavo al giornale, facevo quella cosa che, in gergo, si chiama la « cucina ». Cioè, per esempio, facevo i titoli: i giornalisti scrivevano e scrivevano, pigiando sulle macchine da scrivere come tanti oleografici Hemingway, bevendo e bevendo, come tanti leggendari Hemingway, e poi arrivavo io e – zàcchete – facevo il titolo – che si vedeva anche di più. Poi arrivavano i professori che in luogo delle novanta righe richieste ne avevano portate duecento, e allora io – zàcchete – tagliavo – e spesso gli faceva anche bene. Ero cattivo? Non so. So che allora sentivo di dovermi difendere dai giornalisti, dal loro repertorio di frasi fatte, da quell’uso meccanico, industriale delle parole, dal fatto che, dopotutto, erano più giovani di me. Forse sbagliavo e avevano ragione loro. Infatti la hanno avuta. “

  3. Cristian Says:

    se posso approfittare di questo spazio: per gli insegnanti sarebbe da leggere su la Repubblica http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=2YEQ8G&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1
    (magari lo hanno già fatto)

  4. Maria Luisa Mozzi Says:

    Penso che proporrei questo racconto solo in una quinta liceo.
    Farei dire e disegnare ai ragazzi quello che immaginano sui personaggi, sui luoghi e sulle luci, sui rumori, sugli odori. Ragionerei sul nichilismo non metafisico (o sì?), non esistenziale, non eroico che contiene.

  5. Cristian Says:

    riletto dopo parecchi anni. Domande che si sono formate nella mente del sottoscitto: dove sta il nucleo della storia? certamente lì dove ci sono quei nada. Allora nichilismo? Nichilismo? Beckett? ma cosa c’è di Beckett qui? niente, l’opposto, non ci sono certamente personaggi corrosi ridotti a clown. E perché se il nucleo è il nada il racconto non si intitola Nada e invece si intitola Un posto pulito illuminato bene? e la scena iniziale (la luce l’ombra dell’albero il vecchio solo ubriaco sì ma “dignitoso”, “pulito” che “non rovescia neanche una goccia” ) potrebbe essere un quadro di E Hopper con tutta la classicità, l’integrità la razionalità di questo pittore. E questa cosa del posto pulito ecc ritorna più volte insistentemente e proprio nelle parole e pensieri del cameriere del nada. Ecco: cosa vuol dire questo? Guardare il nada da fuori, razionalmente, senza farsi travolgere? Cadere in piedi? Essere americani, non europei … Su domande così non si potrebbe costruire un itinerario didattico?

  6. gian marco griffi Says:

    E se quel “nada” non fosse altro rispetto a quello che leggiamo, cioè una parodia (seppur densa di significato ‘esistenzialista’ – ma l’esistenzialismo di Hemingway è altro rispetto all’esistenzialismo comunemente detto) della religione, esemplificata in una delle preghiere più celebri della cristianità?
    Siamo distanti da Beckett e dalla Terra desolata, anzi forse siamo agli antipodi, come mi pare sottolinei anche Cristian.
    I filmini non mi fanno impazzire, a dire il vero.

  7. acabarra59 Says:

    “ Sabato 3 dicembre 2005 – Poi c’è Alain Elkann che intervista Fernanda Pivano che racconta di quando Pavese gli fece conoscere l’Antologia di Spoon River. « Com’era? », gli chiede Elkann quando parlano di Hemingway. « Molto alcolizzato », risponde la vecchietta. Che, me ne accorgo quando l’inquadratura si allarga, ha ai piedi un paio di civettuole scarpette rosse. Quando poi parlano dei cantautori, a cominciare da De André, lui gli chiede: « Era un poeta? » « Caspita! », risponde lei – « Ho detto caspita perché c’è la televisione », si compiace di aggiungere. Comunque era molto alcolizzato anche lui, dico io. Che posso dire quello che voglio perché tanto non c’è nessuno. E comunque non bevo quasi niente (ho già bevuto anche troppo). “.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Per me la domanda è: di che cosa parla, questo racconto?

    Mi rispondo: parla di un posto dove si può stare. Di un posto abbatanza decente – pulito, illuminato bene – dove si può stare senza essere aggrediti. Contrapposto a un altro posto – la casa – dove invece l’aggressore è lì, presente, e può portarti ad appenderti al soffitto. Nella casa si può stare solo a dormire, cioè a simulare di essere morti. Ubriacarsi serve a dormire.

    La famosa “preghiera al nada, che so essere molto ammirata, a me dispiace. Mi dispiace perché mi pare funzioni come una didascalia.

    Il racconto è dunque allegorico. Il Paradiso è chiuso; c’è un Purgatorio (pulito, illuminato bene) e un Inferno (la casa, il proprio letto). Meglio il Purgatorio che l’Inferno.

    Per un bel tratto – fino al nada esplicativo, secondo me – il racconto è un bell’esempio di testo basato sull’ “oggetto correlato” (quella cosa che, curiosamente, viene chiamata in italiano “correlativo oggettivo“; al massimo, credo, si potrebbe dire un “correlativo oggettuale”). Non si parla del Paradiso del Purgatorio dell’Inferno, ma si mettono lì delle cose – un luogo – che rimanda a essi senza che vi sia nessuna allusione esplicita.

    La domanda seconda è, dunque: se non c’è nessuna allusione esplicita, perché mai noi cogliamo al volo l’allegoria?

    Risposta: perché siamo abituati a cogliere le allegorie; perché siamo abituati a cercare un senso e sappiamo che il senso talvolta si trova immaginando che vi sia un’allegoria.

    Allora: come si forma, questa abitudine, nei ragazzi?

  9. andrea barbieri Says:

    Giulio, secondo me non si “forma l’abitudine”, semplicemente individui giovani, schiacciati nel ruolo di coloro che devono imparare, sono chiamati, in questa drammatizzazione, a giocare dei giochi. L’insegnante di letteratura impone il “gioco dell’allegoria” cioè ridurre delle narrazioni ad altre narrazioni, secondo un sapere basato sulla riproduzione culturale.
    Finito l’orario scolastico i giovani potranno tornare a ragionare normalmente, fuori dallo stile di pensiero allegorico o chissà cos’altro, potendo misurarsi finalmente con narrazioni non mediocri – penso all’alto livello ormai raggiunto dalla narrazione videoludica o di certe serie tv.

  10. deborahdonato Says:

    No, Andrea Barbieri, non sono d’accordo. Io penso che il “pensero allegorico” – chiamiamolo così – faccia parte del nostro modo di ragionare, o quanto meno sia una possibilità che poi l’insegnamento sviluppa (al pari della capacità logica, estetica, ecc…).
    Penso che nei ragazzi il pensiero allegorico si formi quando noi leggiamo loro le favole. In modo anche elementare, inizia a svilupparsi in oro il pensiero “la volpe che non arriva all’uva significa x”. Poi, nelle scuole medie, fin dal primo anno, si inizia a far ragionare sulla scrittura dei miti, delle favole, dell’epica, della poesia, enucleando anche alcuni simboli ricorrenti.
    A volte, invece, penso che nei ragazzi vi sia un eccesso di pensiero allegorico, spesso mi chiedono per cosa sta una cosa, che in realtà non ha altro significato che il referente.
    Se mai, e questo mi pare oggetto di riflessione, il pensiero comune tende ad uccidere questa facoltà che già da bambini inizia a funzionare bene.
    Personalmente, ma qui andiamo in un credo filosofico, penso reputo valido l’idea di Cassirer delle forme di un pensiero simbolico, quale attitudine innata, una sorta di apriorismo, che consente all’uomo di essere un soggetto interpretante.

  11. Cristian Says:

    Mozzi: “La famosa “preghiera al nada, che so essere molto ammirata, a me dispiace. Mi dispiace perché mi pare funzioni come una didascalia” Sì senz’ altro, e qui infatti H è stilisticamente meno efficace, si lascia andare, il posto pulito illuminato bene è meno pulito e illuminato bene, perché, in realtà il ppib è lo stile hamingueyano; e è la scrittura stessa, per mezzo della quale H evita di precipitare nell’ inferno.
    Ma è anche la condizione umana, secondo H, stare in equilibrio tra un paradiso che non c’è e l’inferno, con dignità, sopportando l’insonnia virtù dei forti che sono tali non perché vincono ma perché sanno che hanno già perduto ( e anche questo sapere è cosa pulita e illuminata bene)

  12. RobySan Says:

    Chi è abituato a cogliere allegorie? Un ragazzino al quale la sera, prima della nanna, mai sia stata raccontata una favola (cioè la maggior parte dei ragazzini, oggi), coglie le allegorie?

    La preghiera del nada è una deliberata blasfemia; per questo Hem si è “lasciato andare”: se nulla ha senso, allora eleggo il nulla a sovrano dell’universo. Se lo prego è per parlarne ironizzando aspramente (questo fa Hem). Dato che, nel nulla, la luce non c’è.

    La luce del “Posto pulito, illuminato bene” non è la luce abbagliante del XXXIII del Paradiso, né la immagino in Purgatorio. Mi pare piuttosto quella del IV dell’Inferno.



    Non era lunga ancor la nostra via
    di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
    ch’emisperio di tenebre vincìa.


  13. teresaz Says:

    insegno alle superiori (un tecnico) e ho insegnato alle medie. La mia esperienza è che nonostante alle medie si trattino tutti gli argomenti che ha elencato debora solo pochissimi alunni sono in grado di sviluppare una capacità di pensiero figurato. Sono d’accordo con luisa Mozzi che questo racconto potrebbe essere proposto a una quinta. In questi discorsi interessantissimi mi pare si tralasci un aspetto fondamentale, il tempo: le ore di italiano sono quattro, gli argomenti sono tanti. La grammatica si deve fare, la narrativa pure in seconda sono obbligatori i Promessi Sposi, la poesia va fatta… Poi ci si deve esercitare nella scrittura: testo narrativo, testo espositivo, argomentazione… si va di pari passo con quello che si studia ma le esercitazioni richiedono molto tempo e in classe si riesce a fare al massimo 5/6 compiti scritti l’anno (è già un numero alto, sovrastimato). Non parliamo del tempo che ci vuole per le interrogazioni considerando classi di 25 alunni in media (numero sottostimato) interrogazioni che io ritengo importantissime perché i ragazzi hanno ancora più difficoltà nell’esprimersi oralmente che nello scrivere. Insomma, se va bene si può approfondire uno solo degli argomenti che ogni anno si devono trattare.

  14. andrea barbieri Says:

    Deborah, trovare somiglianze tra le cose fa parte del talento cognitivo di umani e animali.
    Ma “la narrazione x significa la narrazione y” è tutt’altro.
    E’ un dispositivo che norma i significati, cioè incatena, blocca, quel talento cognitivo per imporre certi simboli funzionali a un ordine. Del resto le allegorie sono codificate, non si tratta di scoprire il mondo ma di imparare un codice di rappresentazione approvato da chi ha potere.
    Ed è anche il presupposto per screditare il narrante utilizzato, per esempio, dalla psicodinamica o dalla religione.

    Sembreranno idee rivoluzionarie. Ma basterebbe leggere “La riproduzione” di Bourdieu, libro del 1970.
    http://fr.wikipedia.org/wiki/La_Reproduction
    http://www.ibs.it/code/9788880492993/bourdieu-pierre/riproduzione.html

    Quindi, per favore, tenetevi i vostri orrendi simboli!

  15. gian marco griffi Says:

    Quindi il mio bar è il Purgatorio (Mozzi) o l’Inferno (Roby)?
    Il Paradiso no di certo, e su questo siamo tutti d’accordo.
    Ma quando vengono degli studenti a farsi un Esta The o una birra e si fermano a leggere il racconto appeso al muro, qualcosa toccherà pur dirgli.

  16. andrea barbieri Says:

    Poi Deborah, asserzioni come:

    “Io penso che il ‘pensiero allegorico’ – chiamiamolo così – faccia parte del nostro modo di ragionare”

    non significano nulla, devi pensare in base a ciò che concretamente fai quando produci o chiedi di produrre ciò che chiami pensiero allegorico. Non si può ragionare ancora come nell’ottocento, con queste supposte grandi intuizioni, ci si deve confrontare con ciò che si “fa”, con il piano pragmatico.

  17. dm Says:

    Gian Marco, informare i clienti che si trovano in un bar-purgatorio potrebbe risultare disincentivante per il consumo di bevande.

  18. dm Says:

    Andrea Barbieri, dici una cosa secondo me strana:

    Finito l’orario scolastico i giovani potranno tornare a ragionare normalmente, fuori dallo stile di pensiero allegorico o chissà cos’altro, potendo misurarsi finalmente con narrazioni non mediocri – penso all’alto livello ormai raggiunto dalla narrazione videoludica o di certe serie tv.

    .

    Di sicuro “certe serie tv” sono narrativamente decenti se non persino interessanti, di sicuro alcuni videogiochi sono ben fatti, ma sei sicuro che i giovani-che-hanno-finito-l’orario-scolastico guardino quelle “certe serie tv” e giochino a quei (pochi) videogiochi di alto livello? Perché a me, ad esempio, sulla base delle poche immersioni sociali fatte tra quei giovani, risulta che vadano per la maggiore la spazzatura televisiva e i videogiochi calcistici o sparatutto.
    Ma l’affermazione è tua e tocca a te sostenerla.

  19. acabarra59 Says:

    ” 19 gennaio 1994 – Mi guardo intorno ma non vedo letteratura. Vedo cinema, vedo giornalisti, vedo comici. La letteratura, che fino a trent’anni fa credevo ci fosse, anzi che fosse il mondo, proprio non c’è. Invidio chi riesce a scrivere, concepire, raccontare storie. Per me l’unica storia possibile è quella di una rovina. Scrivo (questo diario) dal fondo di una rovina. “.

  20. Giulio Mozzi Says:

    Benvenuto nel club, Andrea Barbieri. Se penso che fino a poco fa ti irritavi perché usavo concetti sociologici…

    Ebbene sì: una domanda interessante è se il modo di interpretazione allegorica delle narrazioni sia un habitus che si apprende nella scholè (o parte di un habitus) o se faccia parte della, diciamo così, natura umana. Poiché la natura umana non esiste (se così non fosse, non esisterebbe la sociologia: quindi la natura umana non esiste, esistono le relazioni sociali), allora il modo di interpretazione ecc. si impara nella scholè.

    Lo scarto rispetto a Bourdieu, ovvero il passaggio ideologico, è ritenere che sia male essere istruiti agli habitus e che sia bene liberarsene. Che è il ritorno del rimosso, ossia del desiderio (chiamato però diversamente, tipo: “libera autodeterminazione dell’individuo”) di una natura umana (concepita come inerente a ciascun umano anziché come “fondo” di tutti gli esseri umani: ma siamo sempre lì, nella metafisica).

    Sto esagerando, Andrea: ma per spiegarmi. D’altra parte sostenere che l’intera tradizione letteraria nazionale e internazionale sia “narrazione mediocre” a fronte delle serie Tv e dei videogiochi di oggi e ieri – mi pare una deliberata esagerazione.

    Ah: il primo umano (e ciò che dico ora è una narrazione, com’è ovvio, da interpretarsi allegoricamente) che cominciò a gridare “Uuuuh! Uuuuh!” per avvisare della presenza d’un lupo, fece una sineddoche (la parte per il tutto, il verso tipico per l’animale). O forse una metonimia. So che ne gesticolarono a lungo, attorno al fuoco, per stabilire la distinzione.

  21. Giulio Mozzi Says:

    RobySan, scrivi:

    Un ragazzino al quale la sera, prima della nanna, mai sia stata raccontata una favola (cioè la maggior parte dei ragazzini, oggi),…

    Suppongo che tu ti appoggi a una qualche ricerca sulla lettura domestica. Puoi fornire un link?

  22. deborahdonato Says:

    Andrea Barbieri, credo che a ognuno di noi appartenga una metafisica (la posizione “la natura umana non esiste” è anch’essa metafisica, cioè poggia su assiomi non dimostrabili. Ad ogn modo l’opposizione cultura/natura è un aut aut che oggi possiamo definitivamente considerare superato). La mia sarà forse ottocentesca, anche se ho citato Cassirer (quindi apriorismo “culturale”) e non Fichte, e avrei potuto citare Jung e i suoi archetipi, ma non è questo il punto, ovvio. Stiamo ragionando su cosa può fare la scuola ed io ho solamente detto che, partendo da una dote che credo appartenga al nostro pensiero – inteso come modo di essere nel mondo, non come capacità fisiologica/cognitiva -, la scuola deve lavorare per sviluppare tale dote ( quindi il pragmatismo, come lo chiami tu).
    Quanto dice RobySan è vero: quando incontriamo ragazzini che in età prescolare non sono stati abituati alla narrazione, il lavoro è più complicato.
    Ciò che mi piace molto, in prima media ad es., è lavorare nella riscrittura dei miti; i ragazzi così diventano non solo interpreti delle allegorie, ma creatori.

  23. Giulio Mozzi Says:

    Occorre […] mettere in rapporto le diverse specie di “worldmaking” con le condizioni economiche e sociali che le rendono possibili; in altre parole occorre superare la “filosofia delle forme simboliche”, nel senso di Cassirer, per una antropologia differenziale delle forme simboliche o, in altre parole, prolungare l’analisi durkheimiana della genesi sociale delle “forme di pensiero” attraverso un’analisi delle variazioni delle disposizioni cognitive nei confronti del mondo secondo le condizioni sociali e le situazioni storiche.

    Pierre Bourdieu, Meditazioni pascaliane, tr. Alessandro Serra, Feltrinelli 1998, p. 25.

    (E: sì, il gergo di Bourdieu è terribile. Ma basta abituarsi).

    Deborah: secondo me dire che “l’opposizione cultura/natura è un aut aut che oggi possiamo definitivamente considerare superato” è un tantino arrischiato. Tanto per fare un esempio macro, i razzismi esistono, le discriminazioni generiche e sessuali esistono, eccetera. Il fatto (dubbio, peraltro, secondo me) che una élite dotata di sufficiente distacco dalle necessità di sopravvivenza abbia convenuto che certe questioni sono “superate”, potrebbe anche essere irrilevante per chiunque non appartenga a quella élite e/o al campo nel quale essa si colloca.

  24. andrea barbieri Says:

    Giulio, se ricordo bene discutevamo su un testo di Bourdieu, Le regole dell’arte, e in particolare mi dispiaceva (ti rubo questa parola) vederlo usato per i ready-made di Duchamp perché quella lettura rendeva impossibile vederli e goderne.
    Però, se vuoi dire che non avevo interesse per il lavoro dei sociologi, che evidentemente li sottovalutavo, hai perfettamente ragione.
    Cinque anni fa pensavo anche che i videogiochi non avessero dignità artistica, oggi mi rendo conto che è un pensiero demenziale.

    Il mio giudizio sull’intera tradizione letteraria nazionale è deliberatamente enfatico, certo. Trovo deliberato anche non occuparsi mai di narrazioni videoludiche o serie tv o film o romanzi considerati forse per bimbiminchia.

    @ DM
    I videogiochi calcistici non li conosco. La serie Bioshock è classificata come sparatutto ed è un capolavoro. The last of us è un capolavoro di genere avventura dinamica/stealth, come Dishonored. Non credo sia da dimostrare il successo di questi titoli.

    Per fare un esempio, la scena di The last of us in cui, quasi al termine del viaggio terribile dell’uomo e della bambina, in cui lei corre tra le stanze bucate del palazzo sventrato e lo chiama e ricomincia a correre – cosa che ci fa pensare all’ennesimo pericolo – e finalmente si ferma per guardare all’esterno, sul campus universitario riconquistato dalla natura, da un buco che sembra quello lasciato dall’aereo che sfondò la scuola di Casalecchio di Reno nel ’90, e invita l’uomo a fare altrettanto, mentre sotto passa placidamente un branco di giraffe, e una di queste si avvicina e lascia toccare dai due umani, ma il viaggio è stato lunghissimo, ore di gioco e tempo narrativo, ha portato i protagonisti e il giocatore con loro al termine della speranza, allora si è lì senza speranza davanti a una natura incredibilmente buona.

    Poi il cammino riprende verso altri orrori. Non mi toglierò mai dalla mente quella testa di giraffa. E’ una narrazione complessa, fatta di concept design (di tutto: l’animale, i volti degli umani, i loro vestiti, i resti della quotidianità nell’ambiente intorno, i computer, i disegni e le fotografie affisse alle piccole bacheche degli impiegati, la polvere, le cose rotte) e di sceneggiatura, costruita col lavoro di centinaia di artisti, un risultato altissimo, e non dico che per alcuni possa non essere altrettanto alta la tale scena dei Promessi sposi, ma a me i Promessi Sposi non interessano, perché siamo per fortuna tutti diversi, e non capisco perché debba essere stato addestrato a un canone di opere d’arte che trovo meno potenti, meno belle di quella giraffa, e averci messo tanto poi per togliermi i pregiudizi che ho imparato studiando. Questo sistema di canonizzazione culturale è solo mancanza di rispetto per il talento degli individui.

  25. acabarra59 Says:

    ” 4 settembre 2014 – « O rossa o rossa », dice la cassiera del supermercato Conad consegnandomi la caffettiera Bialetti che abbiamo meritato con la raccolta punti. “. [*] [**]
    [*] Teoria dei colori, 75113.
    [**] Chi ha detto che un romanzo debba essere lungo?

  26. dm Says:

    Andrea Barbieri, non sei tenuto a “dimostrare il successo di questi titoli”. Ma, poiché hai dato per inteso che i ragazzi dopo la scuola si alimentino di bella televisione e di ottimi videogiochi, mi aspettavo che tu avessi informazioni quantitative e affidabili sulle fruizioni televisive e videoludiche dei ragazzi di 15-19 anni. Mi par di capire che non le hai. (Io ho il timore che le cose non stiano affatto così.)

    …Sulla qualità di certi videogiochi possiamo certo essere d’accordo. (Last of us non lo conosco, ma mi sembra un buon esempio.)

  27. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, scrivi:

    Trovo deliberato anche non occuparsi mai di narrazioni videoludiche o serie tv o film o romanzi considerati forse per bimbiminchia.

    In effetti, il mio fornaio non vende né carne né tessuti. Personalmente, non ne inferisco che il mio fornaio disprezzi carne e tessuti.

    Fuor di metafora (per comprende la quale, ovviamente, ci vuole un habitus, ecc.): io mi occupo di ciò che conosco. Frequento molto poco il cinema, la tv e i videogiochi: non si può interessarsi a tutto. Negli ultimi due anni ho frequentato assai poco la narrativa-contemporanea-di-cui-si-parla, mentre ho frequentato molto la poesia scritta da donne nel Cinque e Seicento. Eccetera.

    Quanto agli insegnanti di Italiano: credo si possa facilmente sostenere che un certo numero di decreti, circolari e documenti varii impone loro di occuparsi – in aula – primariamente di lingua e letteratura italiana. Nella presente discussione, questo è da considerarsi un dato di fatto.

    E aggiungo: secondo me sarebbe molto utile aiutare i ragazzi a capire meglio che cosa sono – e quindi anche ad apprezzare – le narrazioni più o meno multimediali nelle quali sono immersi, di buona o cattiva qualità che siano. Ma non credo si possa chiedere questo agli insegnanti di Italiano).

    Tu scrivi anche:

    … non capisco perché debba essere stato addestrato a un canone di opere d’arte che trovo meno potenti, meno belle…

    Be’: io credo di sapere perché, quella volta, non fui addestrato a comprendere e godere di forme d’arte che, quella volta, non esistevano.
    Credo che ancora oggi sia semplicemente troppo presto per i videogiochi. Mentre trovo scandaloso che le arti visive e il cinema siano sostanzialmente fuori dalle scuole non specificamente indirizzate: visto che esistono le cattedre universitarie, gli istituti di ricerca, i musei eccetera.

    Negli ultimi anni, finalmente, nelle scuole medie superiori si è finalmente arrivati a una diffusa educazione alla lettura del giornale. E’ paradossale.

    Ma di nuovo qui si va a parlare di trasformazioni della scuola. Io sto proponendo delle riflessioni su ciò che è praticabile oggi, nella situazione attuale.

    Ancora, Andrea, scrivi:

    …e averci messo tanto poi per togliermi i pregiudizi che ho imparato studiando.

    Eh. Ma pensa un po’: il mio interesse per I promessi sposi ha ragioni completamente diverse da quelle per le quali, secondo la mia insegnante di ginnasio, I promessi sposi avrebbero dovuto interessarmi.

    Ovvero: scrollarsi di dosso le idee ricevute non comporta necessariamente una svalutazione della materia (benché, ovviamente, possa comportare una svalutazione della materia).

  28. mauro b. Says:

    @ Barbieri

    ma quel famoso sito sugli studi di genere?

    su lipperatura mi firmavo shane drinion

  29. mauro b. Says:

    scusa Giulio, ma potresti dire quali sono le ragioni di questi interessi per I promessi sposi? O almeno le ragioni per cui secondo la tua insegnante ti avrebbero dovuto interessare.

    ps

    sto leggendo la dissoluzione familiare e mi piace un sacco, ma proprio tanto.

  30. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 13 luglio 2005 – « Si tratta, inoltre, di un romanzo scritto, e scritto bene, di un romanzo letterario: nessuno mette in dubbio che questo ritorno al bello scrivere, alla frase ampia e folta, abbia contribuito, non meno della resurrezione di personaggi provvisti di una forte identità psicologica, a fare del Gattopardo, agli occhi degli avversari del neorealismo, il modello e il campione di una letteratura che i romanzieri italiani del dopoguerra credevano di avere ormai sepolto. Il duca di Palma ha letto Proust, non ha letto Hemingway. » (Dominique Fernandez, La libertà illusoria del principe Tomasi, in «Il Paese», [1959?]) “.

  31. RobySan Says:

    RobySan, scrivi:

    Un ragazzino al quale la sera, prima della nanna, mai sia stata raccontata una favola (cioè la maggior parte dei ragazzini, oggi),…

    Suppongo che tu ti appoggi a una qualche ricerca sulla lettura domestica. Puoi fornire un link?

    No, non posso (almeno per ora, benché sappia che esiste una ricerca sul tema commissionata dalla Pearson britannica). E’ una mia opinione basata sull’ascolto di altre persone in seguito a osservazioni e dialoghi in e con scuola materna – elementare – media nonché ospedale infantile, psicoterapeuti dell’infanzia e insegnanti di sostegno. Potete tranquillamente metterla da parte.

  32. LiveALive Says:

    Non avevo mai letto quel racconto di Hemingway. L’ho letto ora e m’è piaciuto parecchio. Due pensieri:
    – nella prima metà più del cinquanta per cento delle battute di dialogo sono domande, domande pure piuttosto banali. In mano a un altro autore avrebbe annoiato e basta, con Hemingway invece crea un effetto particolare. Addirittura, proprio per il tono neutrale delle domande, dopo un po’ ho iniziato a leggerle come fossi io a porle.
    – sempre interessante, in Hemingway, l’uso delle istanze di enunciazione. “Disse il cameriere giovane”, “il cameriere che aveva fretta”, “il cameriere che aveva moglie”… Questo modo di usarle fa sembrare i due camerieri uno il contrario dell’altro, eppure sono entrambi “il cameriere”, e infatti non si riesce neppure a sentirli troppo distanti. Adoro poi quel “disse il cameriere più vecchio” ripetuto tre volte di fila: Hemingway usa poche “Tag”, e così quella ripetizione finisce per sentirsi proprio tanto, come se a ogni ripetizione invecchiasse ulteriormente.

    ***

    Riflettevo sulle mie letture scolastiche, e su Hemingway. Mi sono reso conto di non averlo mai letto a scuola. Alle superiori non ho mai letto qualcosa di scritto dopo il 1938 (la cosa più recente del libro di testo era la poesia di D’Annunzio sui suoi cani, scritta poco prima della morte). Questo racconto di Hemingway è del 1933, ma non c’era. Anzi, non c’era proprio Hemingway. Lui e gli altri autori stranieri come Faulkner, assieme a italiani più recenti come Calvino e Pasolini, erano relegati al “fascicoletto extra”, quello che non si apre mai.
    Le medie le ho fatte in una scuola paritaria, e lì l’ultimo anno la professoressa ci aveva dettato una serie di schede con la vita degli autori e dei commenti sulle loro opere. Con quelle schede siamo arrivati fino a Umberto Eco. Il problema è che comunque quegli autori non li abbiamo letti. È nozionismo: devo sapere di che parla Per Chi Suona la Campana, ma non sono tenuto a leggerne neppure una riga.
    Così, gli autori più recenti letti a livello scolastico sono quelli dell’antologia delle elementari, per assurdo: lì avevamo letto Buzzati.

    ***

    Mi interessa questa parte del primo messaggio di Giulio Mozzi:

    “La domanda seconda è, dunque: se non c’è nessuna allusione esplicita, perché mai noi cogliamo al volo l’allegoria?

    Risposta: perché siamo abituati a cogliere le allegorie; perché siamo abituati a cercare un senso e sappiamo che il senso talvolta si trova immaginando che vi sia un’allegoria.

    Allora: come si forma, questa abitudine, nei ragazzi?”

    Parli di una abitudine a cercare un senso e a cogliere le allegorie. Questa abitudine, nei lettori più giovani, io l’ho trovata molto raramente. Più spesso invece capita che il giovane lettore – quale sono pure io – consideri l’interpretazione di certe allegorie come il vaneggiamento del critico di turno. Molto spesso si preferisce rimanere alla “superficie”: la bambina si chiama Cecilia perché sì, è inutile cercare interpretazioni di cui non possiamo essere sicuri.
    Io non sottovaluto l’importanza dell’allegoria, ma non posso fare a meno di domandarmi della differenza che c’è tra un’interpretazione corretta e prevista dall’autore, e una semplice fantasia dell'”interpretatore”, qualcosa di non previsto dell’autore. Gianfranco de Turris, in una introduzione a “Il Conte di Montecristo – Favola Alchemica e Massonica Vendetta” parla di “simbolismi più o meno consciamente usati”, il che è un po’ come dire che non importa se l’interpretazione che si dà rispecchi la volontà dell’autore o meno, perché possono essere allegorie e simboli inseriti inconsciamente. Ma la cosa non mi convince…
    La mia domanda, insomma, è: come si distingue l’interpretazione corretta di un’allegoria volontaria dal leggere un “significato ulteriore” dove l’autore in realtà non voleva dire nulla in più del senso letterale?
    (Se c’è qualche testo utile in merito, segnalamelo pure ché lo leggo)

  33. teresaz Says:

    liveAlive quanti anni hai?

    Io ho 46 anni e nella mia antologia delle superiori c’erano dei racconti di Salinger (e molti altri di altri autori americani). “Il vecchio e il mare” era presente nella biblioteca scolastica delle medie.

  34. LiveALive Says:

    Da noi Salinger neppure nominato. In realtà era già tanto se si nominavano Goethe e Cervantes (nominarli eh, mica leggerli, quella era fantascienza).

    Io sono giovine, ho 21 anni. È chiaro che mi sono riferito alla mia esperienza personale: non posso certo dire “si fa così ovunque” né “si è sempre fatto così”. Anzi, spero che il mio sia un caso isolato.

  35. teresaz Says:

    Penso, se non ricordo male, che nella suddetta antologia ci fosse anche La ragazza Carla di Pagliarani. Evidentemente avevamo un testo all’avanguardia. Comunque non ho detto che a scuola ce li facevano leggere ma c’erano nei libri e chi aveva un minimo di curiosità potava leggerli per conto suo. Era una gran cosa perché io vivevo in un paesino e non c’erano grandi possibilità di incappare in questi libri e autori per caso. Infatti, letto Salinger nel testo scolastico, andai a cercare Il giovane Holden nell’unica libreria del posto ma il libraio mi disse che non ce l’aveva perché, non so bene per quali problemi di distribuzione, non avevano libri Einaudi. Infatti ho dovuto aspettare di andare all’università per leggerlo.

  36. Giulio Mozzi Says:

    Mauro b.: per la mia insegnante del ginnasio (che era, all’epoca, ai suoi ultimi anni d’insegnamento)
    – Manzoni era Manzoni, e in buona misura questo bastava;
    – il romanzo è formativo, morale.

    Per me
    – il romanzo è bello,
    – c’è un gioco molto interessante tra il narratore (colui che, per convenzione e per metalessi, chiamiamo abitualmente “Alessandro Manzoni”, ma che è solo una proiezione del lettore), e l’anonimo che si finge stia sotto al testo,
    – la punteggiatura è molto, molto istruttiva;
    – l’aggettivazione è molto, molto istruttiva,
    – rispetto alla romanzeria del suo tempo, il romanzo è un oggetto molto particolare, “di rottura”, assai innovativo,
    – il romanzo ha avuto un’influenza enorme sulla lingua letteraria e sulla narrativa successive.

  37. Giulio Mozzi Says:

    LiveAlive, scrivi:

    La mia domanda, insomma, è: come si distingue l’interpretazione corretta di un’allegoria volontaria dal leggere un “significato ulteriore” dove l’autore in realtà non voleva dire nulla in più del senso letterale?

    Nel caso del racconto in questione, è proprio la “preghiera del nada”, secondo me, ad autorizzare la ricerca di un significato secondo (in questo caso, secondo me, di un’allegoria; ma non sempre si tratta di allegoria); ciò che io ho chiamato Inferno Purgatorio Paradiso può essere peraltro chiamato in altri modi (i nomi che io ho adoperato sono delle metafore…).

    In generale:
    – ci sono momenti della cultura europea (non mi spingo oltre) nei quali la pratica dell’allegoria era diffusa e teorizzata e insegnata nelle scuole. Questo autorizza a leggere in un certo modo le opere di quel tempo (es. Dante che teorizza le “stratificazioni” della “Commedia”, autorizzando a leggerla con spirito esegetico, ossia mutuando i metodi di lettura e interpretazione da quelli già dai tempi (più o meno) di Origene applicati alla Bibbia.
    – spesso vi sono delle “spie”, talvolta evidentissime (es. i racconti di Borges),
    – spesso vi sono materiali extratestuali (lettere, diari, interviste ecc.) che autorizzano esplicitamente certe letture.

    Però, ripeto, non tutta l’interpretazione è ricerca di allegoria. (Sono di corsa).

  38. Maria Luisa Mozzi Says:

    LiveALive Says.
    “Io sono giovine, ho 21 anni”.
    Complimenti.
    Forse le scuole che hai fequentato non erano interessate alla letturatura del secondo Novecento, ma ti hanno dato (o sei autodidatta anche in questo?) buona sicurezza di analisi e di scrittura.

  39. acabarra59 Says:

    ” Lunedì 22 gennaio 1996 – Vent’anni fa mi sono ricordato la letteratura. Mi sono ricordato che la letteratura è le parole che salgono non si sa da dove e, venute a galla, sbocciano come meravigliosi fiori, pieni di un perfetto mistero; come ricordi di un passato che potrebbe anche non essere mai stato presente, perché quello che conta è che presente comunque non è; come il fischio agli orecchi che si dice è qualcuno che ti pensa, ma forse sei tu che stai per pensare a qualcuno a cui non pensavi e che vuole essere pensato. Che chiama, nella rete infinita dei pensieri del mondo. “..

  40. LiveALive Says:

    @Maria Luisa Mozzi.
    Per quel che riguarda scrittura e analisi di testi, sono autodidatta. Almeno credo di potermi definire tale, visto che a scuola non abbiamo mai fatto vere e proprie analisi testuali, anzi, non ci hanno neppure mai dato letture da fare: ci si limitava alle caratteristiche del movimento, alla vita dell’autore, e poco altro.

  41. Maria Luisa Mozzi Says:

    Mi appassionano gli interventi di acabarra59, che sono il basso continuo dei ragionamenti che via via si sviluppano.

    Ci si sta misurando qui con temi vasti: dall'”opera aperta” alla allegoria come istituzione letteraria insegnata, dal funzionamento delle mappe mentali che guidano la conoscenza al peso dell’eredità culturale sulla nostra capacità di decodificare le opere letterarie, dalla costruzione delle immagini alla capacità di elaborazione di simboli.
    Più modestamente, mi piacerebbe sapere dai colleghi: guidate i ragazzi alla scoperta del “senso secondo” di un testo?
    Riuscite a farlo?
    (Per me, alle medie, in classi composte da ragazzi che vengono da ogni angolo del mondo, capire il senso primo di un testo è già un problema. Capire il senso secondo lo è ancora di più, ma spesso è un lavoro affascinante, perchè rende evidenti le diversità dell’immaginario e della traslazione dei significati nelle varie culture).

  42. Giulio Mozzi Says:

    LiveAlive, aggiungo qualcosa. Scrivi:

    ..Molto spesso si preferisce rimanere alla “superficie”: la bambina si chiama Cecilia perché sì, è inutile cercare interpretazioni di cui non possiamo essere sicuri…

    E ti riferisci a quel che si diceva qui.

    Un nome può essere o non essere significativo. Vista l’intensità retorica (e quindi affettiva) di quella pagina, cercare un rincaro di senso anche nel nome non mi sembra illegittimo.
    Certo, poi: non possiamo (credo) essere sicuri che Manzoni pensasse alla storia di santa Cecilia. Ma non ha molta importanza. Il testo è là, come dice Umberto Eco, e produce i suoi signfiicati.
    Non ha senso dire: “Scegliendo il nome di Cecilia, Manzoni voleva dire…”, eccetera.
    Ma ha senso dire: “Se il nome di Cecilia vi fa venire in mente qualcosa, proviamo a vedere se quel qualcosa è pertinente”.
    Nel caso specifico, lo è. C’è un’eco in più.

  43. acabarra59 Says:

    “ Martedì 2 dicembre 2012 – Ieri, sul retro dell’autobus che mi precedeva, mentre aspettavo che la penosa fila si rimettesse in moto, ho avuto il tempo di leggere per intero la pubblicità di uno spettacolo che si fa in non so quale teatro. Quello che mi ha colpito è che, fra i nomi dei partecipanti ho letto per ben tre volte il nome « Andrea ». Era un Andrea il protagonista, un Andrea non ricordo se lo scenografo o il costumista, un Andrea anche il direttore del teatro. Mi è sembrato buffo, ma anche beneaugurante. Il fatto che il mio nome sia divenuto un nome comune, come Mario, Antonio o Giuseppe, da una parte mi solleva almeno in parte dall’onere di portarlo, dall’altra, essendo comunque « Andrea » un nome un po’ strano, un po’ diverso dagli altri, mi fa ben sperare, dico nel futuro della « stranezza », di quel genere di stranezza che mi riguarda, che è, soprattutto, la mia. Io forse sbaglio ma credo molto nei nomi. Per esempio non credo che siano dei « puri, purissimi accidenti », cioè mi piace pensare che non lo siano. Perché, in ogni caso, ci ricongiungono a chi ce li ha dati, sono una specie di eco di qualcosa che non c’è più, i nostri genitori, la famiglia in cui siamo nati, il tempo in cui siamo venuti al mondo: un nome è sempre un po’ un compleanno, una festa che si rinnova ogni volta che lo sentiamo pronunciare, che ci sentiamo chiamare, anche se, come succede, non stanno chiamando noi. Perché i nomi sono parole, ma non sono parole come le altre, sono parole un po’ speciali, che ci ricordano come le parole possano essere molto importanti, ovverosia che sceglierle, pronunciarle, dirle è sempre un atto che richiede una certa perspicacia, nel senso di capacità di intuire il loro senso, la loro « valenza », e anche un certo coraggio, perché ogni volta si tratta di fare una scelta, di imboccare una via, di tagliarsi i ponti alle spalle, di accettare di avere un destino. In questi giorni sui giornali leggo di un « manifesto del nuovo realismo ». Io che, nonostante abbia conseguito il diploma di laurea in filosofia, non sono mai riuscito a essere un filosofo, avrei invece voglia di scrivere un « manifesto del nuovo nominalismo ». Nel senso che credo che di realtà, almeno in un certo senso, ce ne sia fin troppa, e che i nomi, cioè le parole, se la passino invece piuttosto male. Mah. Boh. Io comunque sono contento di chiamarmi Andrea. Sono contento che mi abbiano chiamato così. Sono contento quando mi chiamano. Sarà perché sono un po’ scemo, cioè mi accontento di poco etc. “.

  44. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1979] – Nella pubblicazione di diari lo scrittore fuori dall’esercizio delle sue funzioni. Un vantaggio: accostarsi alla scrittura dal basso, nel suo farsi umano individuale. Uno svantaggio: ridurla a vita, a umanità generica senza pagare il prezzo del rapporto pieno con la sua verità più che umana individuale, con la sua autorità. “. [*]
    [*] Per M.L.M.

  45. deborahdonato Says:

    Giulio, riguardo l’opposizione natura/cultura, io mi appoggiavo alle idee espresse dal sociologo Edgar Morin su quella che lui chiama “l’inter-retro-azione” dei due termini, quindi è superato considerarle due entità pensabili separatamente, come dimostrano alcuni studi dei due neurofisiologi Maturana e Varela, che insistono sull’autopoiesi del cervello, ossia sul fatto che esso si trasformi in base alle attività fatte. QUindi al di là di qualsiasi determinismo: a natura condiziona la cultura.

  46. Cristian Says:

    Maria L Mozzi:
    come è questa cosa della lettura prima e seconda? Se io leggo: che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, silenziosa luna? Come posso distinguere una lettura prima e una seconda. Certamente c’è un momento tecnico, conoscere lessico morfologia e sintassi della lingua italiana, altrimenti non leggo, ma poi è chiara immediatamente la lettura seconda un senso altro che va oltre il significato di fare di luna di cielo se non altro come sorpresa meraviglia del lettore di fronte a uno che parla alla luna e gli dice cosa fa lì ( il che non è poco, anzi …). Insomma la lettura seconda sta nel leggere stesso, nella ricezione stessa di ciò che mi dice un altro, senza bisogno che io mi chieda il senso o che qualcuno mi si metta a spiegarmelo. La cosa mi entra dentro e io inevitabilmente gli do un senso. Chi mi dice che di fronte ai versi di cui sopra un ragazzino di prima media non senta dentro qualcosa anche se non sa dire cosa, anche se io non gli spiego niente. Anzi, la sua verginità è una grossa opportunità in più per, diciamo, “capire”. Come dire, non servono riflessione, il corpo capta. Per questo l’importante è leggere, l’ insegnante penso che questo deve trasmettere, non tanto commenti, ma amore (cioè importanza) del leggere

  47. LiveALive Says:

    @ Giulio Mozzi
    Ho capito. Giusto per chiarezza: non intendevo dire che secondo me cercare il significato del nome era inutile (Manzoni usa spesso nomi significativi); semplicemente, immaginavo che quella sarebbe stata la reazione nella classe che frequentavo.
    Ecco, so che molti alunni considerano l’interpretazione del testo come un vuoto esercizio intellettuale, che non aggiunge niente all’esperienza di lettura. Non è così: se uno coglie quel possibile rimando nel nome di Cecilia anche l’effetto del testo cambia, magari poco ma cambia.
    A tal proposito, ho letto diversi studi neuroestetici sulla metafora, e si sottolinea spesso che non è solo un orpello, ma un modo di analizzare il mondo (basta la temperatura di un bicchiere di tè a creare un pregiudizio). Se si considera l’allegoria come metafora continuata, allora sarebbe interessante discutere in altro luogo sui suoi effetti (dico in altro luogo sia perché l’analisi testuale non si limita all’interpretazione, sia perché l’interpretazione non si limita all’interpretazione di allegorie e metafore).

  48. Giulio Mozzi Says:

    Deborah: purtroppo il mio vicino di casa – il quale è convinto che i “negri” siano “per natura” più simili alle “bestie” che a “noi” – non ha letto né Bateson né Maturana né Varela né Morin: eccetera.

    Ripeto: il fatto che una questione sia stata ritenuta “risolta” al trentesimo piano, non comporta che sia effettivamente “risolta” a piano terra.

    Le persone che fanno un sacco di calcoli assurdi per decidere che numeri giocare al lotto, non sanno che la faccenda è stata – praticamente da sempre – “risolta”. Io posso anche essere convinto che giocare al lotto sia da idioti (e, personalmente, ne sono convinto), e che giocare ossessivamente al lotto sia patologico (e, personalmente, ne sono convinto); può esserci un’ampio consenso sulle due affermazioni da parte di tutta la comunità scientifica: ciò non toglie che una grande quantità di persone giochi più o meno regolarmente al lotto, e parecchi (non so quanti) giochino ossessivamente al lotto.

    Quanto tu scrivi:

    Io penso che il “pensero allegorico” – chiamiamolo così – faccia parte del nostro modo di ragionare, o quanto meno sia una possibilità che poi l’insegnamento sviluppa (al pari della capacità logica, estetica, ecc…),

    fai un’affermazione alla quale manca almeno un pezzo: una descrizione di quel “noi” a cui si riferisce quel “nostro”. E io sospetto che quel “noi” non corrisponda all’intera popolazione – limitiamoci, ve’ – italiana. E si può – come ipotesi scientifica, quantomeno – immaginare che l’inculcamento di quel “modo di ragionare” sia uno dei lavori che la scuola fa: ma lo fa a quale scopo? Forse perché il “pensiero allegorico” è un bene in sé?

    Lungi da me sostenere che il “pensiero allegorico” sia un male in sé. Lungi da me dubitare che la questione dell’opportunità di giocare al lotto sia ancora aperta. Ecc.

    (Invece ho il sospetto che l’autopoiesi di Maturana e Varela sia, al momento, più un’utile – e suggestiva – immaginazione che una ipotesi scientifica – figurarsi una teoria).

  49. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa, LiveAlive.

    Allora. Se parto da

    Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
    silenziosa luna?,

    posso trovare un “senso primo”, del tipo di quello descritto così da un manuale a caso: “Il poeta rappresenta un pastore nell’atto di interrogare la luna. La rappresentazione è drammatica – leggiamo infatti le parole del personaggio, senza nessuna presenza narrante dell’autore”.
    Posso poi farmi delle domande: domandare alla luna “che ci fai tu, là in cielo?” è o non è da idioti? Quali sono le condizioni necessarie perché interrogare la luna non sia da idioti?
    L’aggettivo “silenziosa” è futile (in quanto la luna, notoriamente, non aprla) o è significativo? Nel caso sia significativo, quali sono le condizioni necessarie perché sia tale?
    Che tipo di immaginario viene evocato da questo incipit?

    Ed ecco che il “senso secondo” viene, forse, pian piano fuori.

  50. acabarra59 Says:

    “ 12 novembre 1994 – « 21 mars 1888 – Lilia de Montille, qui a six ans, écrit un roman. On y voit des phrases comme celle-ci: “ Oui, répondit-elle silencieusement. ” » (Romain Rolland, Le cloître de la rue d’Ulm. Journal de l’École Normale) “.

  51. deborahdonato Says:

    Si, Giulio, su questo hai perfettamente d’accordo. Il problema, mi sa, è che il tuo vicino di casa fa anche politica.

  52. deborahdonato Says:

    “hai perfettamente ragione” o “sono perfettamente d’accordo”, fai tu…

  53. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 5 settembre 2014 – È morta Jacqueline Risset, e, anche se non la conoscevo, un po’ mi dispiace – « 14 giugno 1988 – Jacqueline Risset è una cinquantenne carina miracolosamente conservata come una trentenne ferma ai suoi felici Sessanta. Insegna scrive poesie traduce Dante. (Con il suo taglio di ottimo coiffeur un caschetto di un biondo fra B. B. e Mylene Demongeot un biondo Francia con il suo tailleur firmato non so da chi con il suo Dante cortese anzi courtois con il suo amore anzi amour di lontano anzi de loin. Una professoressa chic) ». Sì, era una professoressa. “.

  54. mauro b. Says:

    “Mentre sta nascosta e sonnecchia, le giungono di continuo rumori e odori, e il suo cervello filtra senza sosta questi input, i quali se non sono significativi vengono immediatamente dimenticati. Al tempo stesso la volpe è tesa a registrare rumori o odori insoliti, che in questo caso le fanno alzare il capo e drizzare le orecchie; ed è allora necesssario che questo animale provi a decodificarli, cioè ad analizzare il significato. Qui la volpe corre un rischio grave, perché se interpreta, erroneamente, un segnale di pericolo scambiandolo per un segnale neutrale ne va della sua vita…Nella nostra specie ritroviamo una problematica analoga. Nel caso della specie umana la tensione a interpretare i segnali è più rivolta al sociale, e si arricchisce della necessità di decodificare codici molto più complessi, come quelli linguistici. Per vari motivi, anche relativi alla psicodinamica degli affetti, noi siamo sempre in attesa di messaggi da parte di altri. Anche qui il nostro bisogno primario consiste anzitutto nell’identificare i messaggi che ci sono ostili. Ne deriva però una tendenza: vedere significati dove non ce ne sono. Si può aggiungere che noi non accettiamo volentieri che ai nostri sensi giungano segnali che non hanno un significato. Preferiamo una spiegazione qualsiasi, in risposta a fenomeni poco chiari, piuttosto che nessuna spiegazione: e peraltro è evidente che questo fatto tende a renderci creduloni” Riporto da Contro il sentito dire di Giovanni Jervis

    Non so se c’entri molto.

  55. mauro b. Says:

    Giulio, grazie per la risposta. Ci sono altri romanzi che ti hanno fatto lo stesso effetto di rottura? Sia belli che brutti.

  56. andrea barbieri Says:

    @ Giulio, non auspico che gli insegnati di materie umanistiche si occupino di narrazioni videoludiche, di serie tv, di cinema, di fumetti e romanzi contemporanei. Ci pensi, per esempio, invitare in classe Tullio Avoledo a parlare di una distopica metropolitana milanese dentro il mondo di Metro 2033: sarebbe grottesco e impossibile! Ci sono leggi che impongono canoni e codificazioni da rispettare. E se sono demenziali non è colpa di nessuno, è chiaro.
    Quindi lasciamo le cose come stanno. Della cultura sviluppata intorno ai giovani e che loro stessi sviluppano, è meglio si occupi chi la conosce e la ama, cioè i giovani stessi. Noi restiamo pure ancorati alla drammatizzazione dell’adulto insegnante che trasmette il sapere. La vecchia idea del trasmettitore.

    @ DM, probabilmente per me è ovvio chi e cosa si gioca perché metto il naso nei negozi Gamestop. Comunque, se vuoi i numeri:
    in Italia (dati del 2006):
    – 24 milioni di giocatori
    – il 29% hanno un’età da 3 a 17 anni.
    – 50% titoli di azione-avventura, 30% sport (31% calcio).

    I titoli che si giocano li trovi nelle classifiche, sono giochi tripla A del calibro di Assassin’s Creed, Far Cry, GTA, Battlefield, Skyrim eccetera. Lavori con budget da grande produzione cinematografica (GTA5 credo sia sugli ottanta milioni di euro) che servono per costruire mondi interi dentro cui si svolge la storia.

    Qui i dati (seconda pagina):
    http://www.114.it/se-upload/8-scheda-14.pdf
    p.s. sulle elucubrazioni psichiatriche contenute nel documento ci sarebbe tanto da dire, purtroppo la psichiatria è quel che è.

  57. andrea barbieri Says:

    E poi ci pensate, far leggere chessò Beatriz Preciado in una classe!
    Oddio no dai, lasciamo gli insegnati cincischiare di Kant e Cartesio, dentro i loro universi filosofici in cui il soggetto è gonfio di indifferenza per le differenze.
    La cultura viva ha altri canali, la scuola non ci azzecca nulla. La scuola serve per conformare, perché noi abbiamo l’idea che il conformismo sia pur sempre un principio d’ordine utile alla società.

  58. Maria Luisa Mozzi Says:

    Cristian.
    Ha risposto Giulio.
    Aggiungo solo questo: molti ragazzi leggono e capiscono e sentono globalmente il testo e ne sanno parlare, sanno dirti che cosa quel testo ha detto loro.
    Il mio compito, che passa attraverso l’attenzione al lessico, alla sitassi, alla retorica del testo è quello di rendere consapevole al ragazzo la sua lettura. Alla fine del lavoro che gli propongo, il mio alunno dovrebbe riconoscere nel testo gli indizi che lo hanno indotto a sentirlo e interpretarlo proprio in quel modo lì.

  59. Cristian Says:

    Un testo voglio dire non ha un senso, un testo è, semmai è un senso. Non è che dobbiamo strumentalizzarlo mettendolo al sevizio del suo senso. Il problema è: so essere aperto di fronte a un testo, so provare meraviglia, stupore, quindi curiosità, interesse, quindi anche giusto distacco, quando incontro un testo, in una parola so amarlo? per quello che è (e non per quello che gli voglio o devo far dire). Se sono insegnante di questo mi devo occupare, che i miei studenti sappiano amare i testi, sappiano quindi portarseli dentro. Posso anche avere l’impressione che quello lì della luna sia un idiota, il problema è che mi stupisca della sua idiozia ami la sia idiozia me la porti dentro; poi quella idiozia darà i suoi frutti. Ecco per esempio il senso dell’ imparare a memoria le poesie. Portarsele dentro, anche se non si è capito tanto, tutto, farne esperienza vissuta; poi sono loro che rilasciano senso.

  60. dm Says:

    Andrea Barbieri, il tuo discorso è:
    – ci sono dei videogiochi belli;
    – i ragazzi usano i videogiochi,
    – i ragazzi usano videogiochi belli.

    Mi pare che ci sia tanta immondizia tra i banchi dei videogiochi. Che so, Grand Theft Auto, sarà mica uno dei videogiochi “ben fatti” e con “dignità artistica” (azione-avventura)? L’ennesimo videogioco FIFA sarà mica uno dei videogiochi “ben fatti” e con “dignità artistica” (calcio, quasi un terzo tra bambini e ragazzi). Per non dire degli sparatutto alienanti e tirati da un filo di trama, in cui il bello è far scoppiare la testa del nemico. O dei giochi di corsa di automobili. O.
    Cioè credimi, Andrea, io ti credo se mi dici che usi videogiochi fantastici, divertenti etc. Ma il falso sillogismo di cui sopra
    è inutilizzabile in una conversazione entro una certa soglia di tolleranza.

    Senza contare che hai menzionato l’alto livello di “certe serie tv”.
    ‘Spetta. Svolgo io il discorso in vece tua.

    – C’è qualche esempio di bella televisione,
    – i ragazzi guardano la televisione,
    – i ragazzi guardano la bella televisione.

    : (-)

  61. Stefano Trucco Says:

    Sarà la mia forma mentis andreottiana ma ogni volta che sento o leggo tirate come quelle di Andrea Barbieri non riesco a non pensare a competizioni di status e lotte di potere, a idee portate avanti all’unico scopo di accumulare capitale culturale da impiegare nella conquista di posti. Del resto oggi parlare a favore dei videogiochi è un po’ come proclamare coraggiosamente il proprio diritto di stare dalla parte del più forte…
    Comunque in un certo senso sono d’accordo: nel mondo di domani non ci sarà spazio per anticonformismi e differenze, quindi meglio aiutare i giovani ad essere esattamente come tutti gli altri quindi a quelli cui non piacciono i videogames devono farseli piacere, con le buone o con le cattive. Per il loro bene, perché rimanere isolati dal gruppo è una brutta cosa.

  62. Maria Luisa Mozzi Says:

    Cristian.
    Non si nasce sapendo già leggere e non si impara a leggere per magia.
    Si procede imparando le tecniche di decodifica e appassionandosi, stupendosi, innamorandosi del testo con procedimento a spirale.

  63. acabarra59 Says:

    “ 10 luglio 1995 – « “ Perché scrivo un diario? “: ciò che in un libro compiuto non si vede – l’incertezza sul senso dello scrivere, l’euforia o l’umor nero, la solitudine, la perplessità – in un diario risalta vistosamente. Ciò che si vede in un diario è uno scrittore – uno “ scrivente “ – al lavoro, giorno per giorno, minuto per minuto, nella monotonia felice e disperata del medesimo gesto. » (Cosimo Scatacchio, Il diario: una scrittura in diretta, in «Abamelek», n.s. 14, n. 5/6, 1995) “.

  64. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, stai criticando opinioni che nessuno ha.

  65. RobySan Says:

    Andrea, stai criticando opinioni che nessuno ha.

    “E adesso,” domandò Ettore, “che fa di bello?”
    “Pugilato.”
    “Da solo?”
    “Da solo,” confermò l’altro. E aggiunse subito: “Intendiamoci, io immagino l’avversario e perciò è come se lo avessi di fronte. Ma col mio sistema evito i suoi colpi che, detto inter nos, non m’interessano”.
    Si gettò a terra. Si divincolò per qualche istante, poi sollevò la pancia tenendo la nuca e i calcagni sul suolo. “Ponte,” mormorò affaticato dalla scomoda posizione. Si mise bocconi e, dopo sforzi che nulla giustificava, puntò un ginocchio sul suolo, e disse ansando: “Lotta greco-romana. Ho messo l’avversario con le spalle a terra”.

    [Achille Campanile – Un incontro di pugilato]

  66. andrea barbieri Says:

    @ DM
    Chiaramente non conosci ciò di cui parli, del resto la spia mi si era accesa quando hai scritto che non conoscevi The last of us e quando hai usato la parola ‘sparatutto’ come sinonimo di bassa qualità.
    Detto questo io non ho mai sostenuto che TUTTO sia arte videoludica, ho sostenuto che esistono dei capolavori videoludici, tra cui sta anche GTA, e che questi capolavori raggiungono milioni di persone.

    Quindi tu: 1. costruisci il fantoccio di paglia, cioè fabbrichi una mia presunta opinione assolutamente ingenua se non demenziale; 2. la ridicolizzi chiamandola “falso sillogismo”.

    Ci tengo a precisare che non ho alcun merito nel dire quel che dico, nella Scuola Holden da anni si studiano queste narrazioni (fumetto, videogioco eccetera), Voltolini ha pubblicato già parecchi anni fa nella collana che dirigeva proprio un testo sui videogiochi.
    Se poi pensi che GTA sia roba per bimbiminchia, non so che farci. Gipi per esempio pensa il contrario.
    http://xl.repubblica.it/articoli/a-casa-di-gipi-con-zerocalcare/6564/

    @ Giulio, secondo me dovresti trattare con più cura quello che scrivo. Nel liquidatorio “stai criticando opinioni che nessuno ha” manca la carità interpretativa. Prova a trovare un accordo sulle parole, non liquidare.

    @ Trucco, mettiamo da parte il giudizio personale “scopo di accumulare capitale culturale da impiegare nella conquista di posti” che applicato a me è davvero fuori luogo.
    Scrivi:
    “Del resto oggi parlare a favore dei videogiochi è un po’ come proclamare coraggiosamente il proprio diritto di stare dalla parte del più forte…”

    Questa asserzione contiene la cornice degli scrittori e i creatori di videogiochi in eterno conflitto; poi contiene ancora un giudizio personale: io proclamerei di voler stare dalla parte dei secondi.
    Sono due sciocchezze. Sorvolando ancora sul giudizio personale, posso farti l’esempio di Metro 2033, che nasce come romanzo, è rifiutato da vari editori, finalmente esce con un successo enorme (del resto è una storia molto bella), ne creano un buon videogioco, diventa una sorta di mondo letterario e videoludico, questo mondo produce altri romanzi, per esempio due titoli di Avoledo. Quindi non conflitto, ma comunicazione attenzione collaborazione.

    Questo non significa ovviamente che tutti devono scrivere sceneggiature per videogiochi o serie tv o film, c’è anche la poesia composta da femmine nel cinquecento e seicento, eccetera. Del mondo è bella proprio la varietà. Ma non fatene – mi rivolgo anche a Mozzi – uno splendido isolamento.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Splendido_isolamento

    Infine, per tutt*, ricapitolo le idee che ho sostenuto qui esplicitamente o implicitamente:

    1. L’assenza di attenzione – se non in Mozzi – per l’aspetto di ‘violenza simbolica’ nell’insegnamento umanistico (il termine è di Bourdieu); conseguente è la mancanza di critica sulla canonizzazione della cultura.

    2. Il modello trasmissivo dell’insegnamento: l’adulto/l’insegnate portatore di un sapere da trasmettere al giovane che è sprovvisto di sapere e di strumenti cognitivi. Purtroppo è l’idea stessa di insegnamento a racchiuderlo come un dispositivo.

    3. Il problema di non considerare i giovani portatori di una loro cultura, o di collocarla su un piano differente e più basso rispetto a quella degli adulti.

    4. La drammatizzazione adulto-giovane (e quella parallela insegnate-studente).

    5. L’idea che se si vuole individuare ciò che è possibile fare oggi, non si può prescindere da una critica radicale della scuola, quindi è necessario alla base un discorso sulla trasformazione della scuola. Rompere alcuni tabù discorsivi che molti hanno serve eccome.

  67. acabarra59 Says:

    ” Sabato 6 settembre 2014 – Poco fa, dagli zingari – ma è solo un modo di dire, perché solo alcuni sono zingari, gli altri sono marocchini, tunisini, kossovari, ucraini, russi, senegalesi, viterbesi etc. -, per una « fortunata coincidenza », ho trovato I canti di Giacomo Leopardi / Commentati da Alfredo Straccali / Terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni / In Firenze, G. C. Sansoni, Editore – MCMXIII. Ero così contento di averlo trovato che l’ho pagato 1 euro invece dei 50 centesimi che il venditore ne chiedeva… E ora? Ora, poiché non sono uno studente, cioè un giovane che non vede l’ora di non studiare per uscire di casa e andare a fare qualcosa di più divertente, oppure non vede l’ora di non studiare per fare qualcosa di più divertente anche senza uscire di casa, tipo un videogioco etc.; poiché non sono nemmeno un collezionista, o bibliofilo, o bibliofago che dir si voglia, anche se devo riconoscere che un pochino lo sono anche, e comunque non ho intenzione di avviare un commercio di libri vecchi, anche se devo riconoscere che, uno di questi giorni, i miei vecchi libri dovrò venderli tutti; poiché sono uno che non ha ancora capito che cosa è, e anche che cosa è un libro, e perché, nonostante tutto, è sempre stato « dalle parti » dei libri, e anzi, ha addirittura finito per viverci in mezzo, anche quando i libri non gli piacevano veramente più; credo proprio che l’unica cosa che potrei fare con questo libro sarebbe leggerlo, sarebbe leggerli, questi Canti, con le note e tutto, con tutto che sono canti un po’ fuori moda, ammesso che di moda siano mai stati. Certo, ci vorrebbe tempo, e io tutto questo tempo non ce l’ho. Perché tutto questo tempo non c’è, e forse non c’è mai stato, nemmeno ai tempi del povero Giacomo. Diciamo così che è una scelta, oppure una necessità. Cioè un destino. Etc. etc. “

  68. RobySan Says:

    Dieci, diconsi dieci Euro per la sua copia dei Canti, acabarra! Mi pare un’offerta ragionevole. Via, mi voglio sprecare, aggiungo un videogame dell’ultima generazione (lo sottrarrò ai miei figlioli).

  69. acabarra59 Says:

    “ 5 dicembre 1986 – « Il libro è privo di valore (anche se costa venticinque franchi) e la bibliofilia non è altro che un gioco, come la filatelia. » (Raymond Queneau, Che cos’è l’arte, 1938, in Segni, cifre, lettere, 1981 [1963]) “.

  70. dm Says:

    Andrea Barbieri, stranamente mi dici:

    Chiaramente non conosci ciò di cui parli, del resto la spia mi si era accesa quando hai scritto che non conoscevi The last of us e quando hai usato la parola ‘sparatutto’ come sinonimo di bassa qualità.

    .

    Ma io (il testo è là) non ho adoperato il termine “sparatutto” come etc. Ho precisato dopo, infatti: “sparatutto alienanti e tirati da un filo di trama, in cui il bello è far scoppiare la testa del nemico.” Non, dunque, gli “sparatutto” in genere, ma gli “sparatutto etc”.

    Quanto al fabbricare una tua opinione assolutamente ingenua e via dicendo, “fantoccio di paglia”, a me pare di avere svestito il tuo argomento e averlo trovato un “fantoccio di paglia”.
    Ovvero, tuo commento di partenza:

    Finito l’orario scolastico i giovani potranno tornare a ragionare normalmente, fuori dallo stile di pensiero allegorico o chissà cos’altro, potendo misurarsi finalmente con narrazioni non mediocri – penso all’alto livello ormai raggiunto dalla narrazione videoludica o di certe serie tv.

    .

    È evidente che, contrapponendo ciò che è dentro l’orario scolastico alle fruizioni di televisione e videogiochi fuori dall’orario scolastico, tu ci figuri tutto su un piano alternativo. Di qua narrazioni mediocri, di là “certe serie tv” e videogame di alto livello. Perché il tuo discorso sia sensato, o per lo meno sembri, tra queste due possibilità ci deve essere un rapporto di quantità non trascurabile: se a tutti i reclusi in orario scolastico vengono somministrate narrazioni mediocri, almeno la maggioranza di questi, fuori da scuola, deve rientrare tra i fruitori di “certe serie tv” e videogame di alto livello. O il discorso è impertinente e inefficace.
    Perciò ti ho invitato, e ti invito nuovamente, a dimostrare che la gran parte dei ragazzi siano fruitori di “certe serie tv” e videogame di alto livello.
    Non ti ho attribuito l’opinione, come erroneamente scrivi, che “TUTTO sia arte videoludica”.
    Ho sostenuto esattamente il contrario.
    E poiché non tutto è arte videoludica, (sulla misura abbiamo idee discordanti), io ti invito a dimostrare che una gran parte di questi ragazzi si alimenti di arte videoludica, e, non dimentichiamo, che è una buona ciliegina, buona televisione.
    .

    GTA.
    Mi viene inflitto regolarmente da un caro amico, appassionato di automobili e videogiochi d’automobili. L’argomento suo è che “ci hanno speso tanti soldi”. A me pare un coacervo di stereotipi cinematografici e schemi narrativi semplificanti e brutture di genere, a te forse pare cultura viva.
    Forse siamo sensibilità incompatibili….

  71. andrea barbieri Says:

    DM avevi scritto:

    “Perché a me, ad esempio, sulla base delle poche immersioni sociali fatte tra quei giovani, risulta che vadano per la maggiore la spazzatura televisiva e i videogiochi calcistici o sparatutto.
    Ma l’affermazione è tua e tocca a te sostenerla.”

    il testo è qui:
    https://vibrisse.wordpress.com/2014/09/02/cosa-o-come-insegnare-a-scuola-analizzare-un-testo-2/#comment-39504

    quindi avevi utilizzato “sparatutto” tout court come sinonimo di mediocrità.

    POI, ti sei corretto MA SOLO quando IO ti ho fatto notare che ci sono serie bellissime come Bioshock classificate come sparatutto.

    Evidentemente sei molto ignorante su queste cose ma ti incaponisci a dare il tuo giudizio incompetente.

  72. dm Says:

    Andrea Barbieri: certo, nel commento delle 00:19 di ieri ho usato “sparatutto” con un’accezione di spregio. Poi, nel commento delle 15:35 di ieri ho fatto la precisazione dovuta. È bizzarro che tu, oggi alle 11:40, ti riferisca a un passaggio della discussione che è già stato precisato e corretto. Oltretutto con la pretesa di smascherare nonsoché. Non mi sono presentato come un videogiocatore compulsivo. Come per molte cose, ho una “competenza” che mi sono fatto grazie a amici e conoscenti, spesso mio malgrado. So, quindi, che ci sono in circolazione videogiochi tremendi, di oggi e di ieri. Insomma, Andrea Barbieri, come è evidente, stai avviando una mutatio controversiae. Ovvero, il focus della discussione non può essere il grado della mia competenza, visto che la mia obiezione è pressoché formale.
    Stai difendendo strenuamente una esagerazione, forse effetto dell’entusiasmo. Càpita.
    Ripeto (cioè copio e incollo con pazienza):

    Non ti ho attribuito l’opinione, come erroneamente scrivi, che “TUTTO sia arte videoludica”.
    Ho sostenuto esattamente il contrario.
    E poiché non tutto è arte videoludica, (sulla misura abbiamo idee discordanti), io ti invito a dimostrare che una gran parte di questi ragazzi si alimenti di arte videoludica, e, non dimentichiamo, che è una buona ciliegina, buona televisione.

    Sono ancora in attesa. Da due giorni.
    Quanto alla misura dei consumi, fa testo il quinto capoverso dell’ultimo mio commento.
    Ti ricordo che è atteso anche il sostegno all’argomento televisivo (la ciliegina).

  73. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, scrivi:

    Ci pensi, per esempio, invitare in classe Tullio Avoledo a parlare di una distopica metropolitana milanese dentro il mondo di Metro 2033: sarebbe grottesco e impossibile!

    La cosa impossibile (l’invito) è avvenuta. Non si è realizzata per l’indisponibilità dell’invitato.

  74. acabarra59 Says:

    “ 2 aprile 1995 – C’è poi anche la storia di Momino, il cane della nonna Ida. Scappava spesso di casa, e poi tornava, dopo giorni e giorni. Una volta lo prese l’accalappiacani. Quando lo ritrovarono al canile munici-pale, dietro una rete, in procinto di essere liquidato, fu tanta la gioia della povera bestia nel rivedere la padrona che addentò la polpetta avvelenata che fino ad allora non aveva voluto mangiare. “.

  75. andrea barbieri Says:

    Giulio il mio commento era ironico, ovvero te li parafraso:
    – creare momenti di incrocio tra cultura dei giovani* e cultura degli adulti è una possibilità più che concreta, per esempio invitare uno scrittore che scrive due titoli del mondo di Metro 2033 è ovviamente possibilissimo.
    – il fatto che i programmi scolastici siano imposti da norme ovviamente non scusa gli insegnati dall’ignorare una cultura umanistica diversa dalla loro, dall’approfondirla, dal confronto, insomma da mettersi nel ruolo di studenti verso quelli che sono per legge i loro studenti.

    *L’espressione è grossolana, prendiamola come prima approssimazione, perché ciò che si attribuisce tipicamente/convenzionalmente/pregiudizialmente a individui giovani non è necessariamente loro (quindi non solo fumetti, videogiochi eccetera). Io per esempio in quinta liceo leggevo i testi filosofici di Sartre e da lì passai a Essere e tempo, o romanzi come I canti di Maldoror e un sacco di altri autori fino ad arrivare a Breton, e naturalmente conoscevo l’arte dal modernismo alla transavanguardia, tutte cose che non erano nemmeno toccate di striscio dal programma scolastico, parallelamente schifavo l’insegnamento di filosofia e italiano (a ripensarci che pazienza ho avuto!). Sartre lo avevo scoperto in casa, c’era una copia scassatissimo in francese di L’esistenzialismo è un umanismo, da lì piombai su L’essere e il nulla. Maldoror lo scoprii attraverso un gruppo musicale, i Cristian Death, ma anche lì trovai una copia a casa in francese con una bellissima copertina https://c2.staticflickr.com/6/5059/5485109489_bb22ebdf36_z.jpg
    (faccio notare che a scuola studiavo inglese, ma mi arrangiavo col francese imparato da piccolo). Però ci ho messo dieci anni esatti a trovare per la cultura umanistica qualcosa che facesse davvero per me: l’incontro con la letteratura contemporanea (avevo bisogno di gente che scrivesse oggi, di oggi, in italiano), quindi con i tuoi libri e quelli dei tuoi colleghi. Mi si aprì la porta con Matteo Galiazzo grazie a internet e al forum della Scuola Holden. Altroché i poveri insegnati di italiano coi loro tradizionalismi sepolcrali, Galiazzo mi fece una lista di libri da leggere e diligentemente lessi tutto perché per me era oro, e vi ho mollato solo recentemente per un motivo: praticamente non scrivete più! (e collane bellissime come Indicativo presente non ha avuto seguito). Nel frattempo avevo scoperto, andando a un incontro con Igort e David B che il fumetto non ha nulla da invidiare alla letteratura, cosa che a nessuno dei miei devastati insegnati umanistici era venuto in mente di prospettare. Quella era la quadratura del cerchio perché a me interessava la narrazione tanto quanto l’immagine. L’ultimo pezzo che ho messo a posto, recentemente, è stata la filosofia che ho incastrato con la sociologia, e la scienza (biologia): Spinoza, Wittgenstein, Putnam, Butler, Foucault, Goffman, Bourdieu, un sacco di libri di retorica e pragmatica linguistica, Fausto Sterling, Milton Diamond, eccetera.
    Oggi con internet e i social e l’esplosione di narrazioni raffinatissime su medium televisivi, videoludici, e con la possibilità finalmente libera di pubblicare, di scambiarsi idee sui forum e social, di accedere alle informazioni – da wikipedia ai paper universitari – una cultura alternativa al tradizionalismo sciatto della scuola (perché quella è soltanto trasmissione della tradizione più becera) è più che mai possibile!

    E con questo Giulio mi congedo, perché le poche discussioni cui ho partecipato da due anni su Vibrisse mi hanno lasciato troppo spesso malessere, sia per gli interlocutori (a volte anche tu), sia per il senso di perdita di tempo, di dare cose buone a persone che non le meritano. Ed è curioso perché invece io ho sempre mostrato gratitudine quando mi arrivavano buone dritte (eccetto la cantonata sui videogiochi con la Lipperini di cui ancora mi vergogno).

  76. dm Says:

    “7 maggio 2005 – Succede a volte di ricevere biglie colorate, ben confezionate, un articolo che reca in etichetta ‘Perle porcine’. Conviene ringraziare.”

  77. Giulio Mozzi Says:

    172925647

  78. dm Says:

    Vedi anche:

    http://www.flashgames.it/pearls.for.pigs.html

    Di alta qualità anche la veste grafica:

  79. mauro b. Says:

    A me ha sempre fatto piacere leggerti, Andrea

  80. dm Says:

    Anche a me, a dire il vero. (E spesso ho imparato cose nuove).

  81. acabarra59 Says:

    “ Sabato 18 agosto 2012 – La letteratura: perle ai porci (P.A.P.) “ – cfr.: « 4 marzo 1989 – Titolo: P.A.P. (Perle Ai Porci). ». “.

  82. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 12 luglio 2010 – La letteratura? Non mi fare ridere, ché c’ho le labbra screpolate… “

  83. mauro b. Says:

    porci sleali!

  84. demetrio Says:

    è da un po’ che rimugino su questi commenti e in particolare su un intervento di Giulio rispetto al meccanismo per il quale di colpo leggendo un testo, leggendo questo testo, ci mettiamo a cercare l’allegoria. (ok non so se sono queste le parole esatte ma il succo è questo).
    la prima cosa da fare secondo me è definire l’allegoria. C’è la definizione classica, che si basa sulla lettera di Dante e che la teniamo buona almeno fino a Mimesi di Auerbach.
    c’è poi la definizione di allegoria che utilizza Benjamin nel dramma barocco tedesco, che fa diventare – la semplifico moltissimo e perdonatemi – una sorta di sinonimo di “simbolo”. (ovvero simobolo e allegoria sono praticamente medesimi).
    c’è infine è una definizione che a me pare interessante perché è molto pratica, utile e taglia la testa al toro da sofismi e riflessioni troppo sottili, che è contenuta ne La poesia della Divina Commedia di Singleton, che dice che un testo ha due significati: un significato letterale e un significato “altro” che potremmo comunemente definire allegorico.
    Quindi noi quando leggiamo un testo abbiamo sempre davanti a noi una doppia possibilità: da una parte ciò che il testo dice e dall’altra ciò che il testo suggerisce.
    questo, però, non risponde alla domanda “perché ci mettiamo a cercare l’allegoria”.
    la mia è una ipotesi, ma secondo me lo facciamo come se fosse un nostro habitus.
    Cerco di spiegarmi meglio. più o meno la maggioranza dei noi tra (i 7 e i 14 anni) ha un esperienza di questo tipo, ovvero vede una persona che prende un pezzo di pane e un bicchiere di vino, e e che infine ne spezza un boccone dalla pagnotta e ne beve un sorso dal bicchiere. Questo è il gesto che letteralmente vediamo davanti a noi, ma sappiamo che quella è anche una esperienza allegoria perché quel pane e vino “sono” il corpo e il sangue di dio.
    Perché questa è una esperienza allegorica? Perché il gesto elude il “come”.
    Nell’eucarestia, almeno quella cattolica, il pane e il vino sono sempre “pane e vino”, ma sono anche “sangue e corpo”. Il sacerdote non mangia il pane e il vino come se fossero il “corpo e il sangue”, ma perché “sono” il corpo e il sangue. Penso che questo nostro continuo vedere o assistere a questo che forse quel nostro atteggiamento è in qualche modo filtrato nel nostro modo di leggere un testo.

    d.

  85. Giulio Mozzi Says:

    Demetrio, secondo me è più pratico dire: la critica letteraria nasce dall’esegesi; e l’esegesi fa per secoli un uso sfrenato dell’allegorizzazione (nel senso di: attribuzione di un significato allegorico a un testo, a prescindere dall’intenzione -peraltro spesso ignota- dell’autore). Questo passa nella predicazione, ecc., dura per qualche secolo, ecc., e ormai ci abbiamo tutti l’abitudine.

  86. manu Says:

    andrea barbieri non te ne andare
    sei tra i pochi che smuovono le acque, in modo non banale. c’era uno che lo faceva ma non c’è più. per me è sempre un piacere leggere chi dissente (per quanto possa interessare)

  87. demetrio Says:

    Giulio sì, l’esegesi. Ma l’esempio dell’eucarestia ha di buono che spiega bene la differenza tra il simbolo e l’allegoria, che quando si deve spiegare a scuola è sempre un casotto.
    Io mangio “il pane e il vino” come se fossero “corpo e sangue” (è simbolo) – ovvero smettono di essere pane e vino perché significano altro.
    Io mangio “il pane e il vino” che sono anche “corpo e sangue” (è allegoria) – ovvero non smettono di essere pane e vino, ma sono anche altro.
    Il buono dell’allegoria è che rispetta il senso letterale del testo, nel simbolo invece la “lettera” ha senso solo in funzione di ciò che sottende.

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