Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 1

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Illustrazione di Francesco Gonin.

Illustrazione di Francesco Gonin.

di giuliomozzi

Care e cari insegnanti di scuola. Dopo aver parlato di Promessi sposi, di poeti comico-realistici del Duecento, di letteratura occidentale, di forme poetiche e di grammatica (in quest’ultimo caso, con qualche digressione – nella discussione, da qui in poi – sulla valutazione dei docenti, le famigerate prove Invalsi, e l’ancor più famigerata “meritocrazia”), proviamo ora a entrare in corpore vili. Tutti conosciamo questo passo dei Promessi sposi (ebbene sì, ancora loro):

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.
– O Signore! – esclamò Renzo: – esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!

Alle signore e ai signori insegnanti di Italiano, e specificamente del primo biennio delle superiori, domando: lo leggete, questo famoso brano, in aula? E come lo leggete? Lo leggete ad alta voce? Lo fate leggere ai ragazzi? Fate ascoltare E dopo averlo letto, che cosa ci fate? Che cosa fate fare ai ragazzi? Come reagiscono i ragazzi a questo brano? Vi è successo di confrontare questo brano con i punti rispettivi delle varie trasposizioni cinematografiche e televisive dei Promessi sposi? Che tipo di analisi svolgete?
In particolare: vi è capitato di ragionare con i ragazzi sulla descrizione della madre? Vi è mai successo di confrontarla con altre descrizioni, a es. questa – sempre nei Promessi sposi – di Gertrude alla sua prima apparizione?

[Lucia] guardò da quella parte, e vide una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.

Se il brano vi commuove (e/o commuove i ragazzi), provate a capire perché commuove? Quali sono le parole, le espressioni, i giri di frase, i segni di punteggiatura, gli spazi bianchi tra le parole, che generano la commozione? Se il brano vi pare bello (a voi e/o ai ragazzi), provate a capire peché vi pare bello? Quli sono le parole, le espressioni, i giri di frase, i segni di punteggiatura che generano la bellezza?
Discutete con i ragazzi il contenuto ideologico di questo brano? Vi succede di connetterlo con altri passi ideologicamente rilevanti dei Promessi sposi, a es. la conclusione?

Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, [Renzo e Lucia] conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

E, al di là di queste domande, che valgono per semplici stimoli alla chiacchierata (ovvero: non pretendono di indicare che cosa sia o non sia opportuno fare a scuola con questo brano): che cosa ci fate, a scuola, con questo brano?

Grazie.

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25 Risposte to “Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 1”

  1. Sergio Pasquandrea Says:

    E’ già tanto se si riesce a farlo capire ai ragazzi. Intendo, capire il significato letterale del brano.
    Purtroppo non è una boutade: per quanto possa sembrare incredibile anche a uno della mia generazione (ho 39 anni), l’italiano manzoniano sta diventando quasi indecifrabile per un quindicenne del 2014.

  2. Sergio Pasquandrea Says:

    C’è anche un esercizio più basilare dell’analisi (e ad essa preliminare), che è la lettura espressiva.
    Se si fa leggere un brano del genere all’impronta, nella maggior parte dei casi ciò che se ne ricava è un balbettio quasi incomprensibile.
    Io in genere li faccio preparare a casa, poi alcuni leggono davanti alla classe, io li registro e faccio riascoltare la registrazione. Discutiamo che cosa c’è che non va, poi si prova a rileggere finché il risultato non è soddisfacente.
    Può sembrare banale, ma secondo me riuscire a leggere bene un testo è un primo passo per capirlo.

  3. acabarra59 Says:

    “ Martedì 17 maggio 2011 – Poi vado al supermercato Leclerc-Conad di via Casal del Marmo. E punto sul settore dei libri, anzi dei libri per ragazzi, perché vorrei trovare un certo libro che mi ha chiesto la mia nipotina etc. Non lo trovo ma intanto faccio una scoperta: che è praticamente impossibile distinguere i libri per ragazzi dagli altri. Perché anche gli altri, i libri non per ragazzi, sono, come quelli per ragazzi, coloratissimi, quasi carnevaleschi, esageratamente allegri. Ne deduco – volendo dedurne qualcosa – che, per chi li pubblica, tutti i libri sono « per ragazzi » etc. Io comunque non me la prendo e ne compro uno, per me: Alessandro Manzoni, I promessi sposi, con le illustrazioni originali di Francesco Gonin, Oscar Mondadori, euro 10. 20. Perché ho voglia di leggerlo, ho voglia di leggere, come un ragazzo etc. “.

  4. Daniela Grandinetti Says:

    dalle mie parti si dice “mi inviti a pasta e carne”! Questo è il brano del botto nel percorso sui Promessi Sposi, l’ultimo. Semplicemente LO LEGGO e mi godo (io, ogni tanto) quegli istanti di silenzio attonito, di sguardi muti, di commozione vagante. Quel che ne viene dopo dipende, ma dopo aver camminato tra i banchi durante la lettura e visto i cellulari giacere al punto in cui erano, non è più importante (sempre in professionale!)… al massimo un richiamo che colpisce i ragazzi: il bianco candido e il vestito rosso della bambina nel film di Spielberg Schinderl List (non mio ma di a. Sofri)
    Commuovere commuovere commuovere e discutere la differenza con gli horror che amano tanto. E parlare così di letteratura.

  5. acabarra59 Says:

    “ Sabato 20 febbraio 1999 – Fortunata (?) coincidenza è trovare oggi sul giornale un articolo di Adriano Sofri di cui trascrivo alcuni passi: « Nel rigore del bianco e nero, c’è una sola eccezione ripetuta due volte: la bambina deportata che, fuori dal mucchio, attira lo sguardo di Schindler (e il nostro) col suo cappottino rosso fiammante; e, alla fine, la stessa bambina buttata di traverso sulla carretta degli ammazzati, scontornata nella catasta macabra dalla macchia rossa del suo cappottino. Colorando così antirealisticamente ed espressionisticamente (di rosso!) quella figuretta infantile, Spielberg la elegge a rappresentante, presso Schindler e presso tutti noi, dei milioni di grigia cenere. Espediente, appunto, semplice fino all’ovvietà, al rischio dell’effetto facile: e, al contrario forte e sconvolgente. […] L’intento di individuazione ha spinto Manzoni a dare un nome alla bambina – Cecilia – e a colorarla di quel bianco. Quando andai a rileggere la celebre pagina scolastica, spinto dalla somiglianza con la bambinetta rossa di Spielberg, mi accorsi che Manzoni aveva affidato al colore, il bianco tre volte ripetuto a risaltare nel paesaggio sterminato di morte, una intenzione peculiare e propriamente pittorica: come mostra il fatto che, ancora nella prima edizione del romanzo, al posto di “ un vestito bianchissimo “, si leggeva il più smorzato e generico “ una veste bianca, mondissima “; e, al posto di “ un panno bianco “, “ un pannolino candido “, corretto dunque in modo da ottenere l’effetto della ripetizione di “ bianco “. » (Adriano Sofri, Spielberg, Manzoni e i colori della pietà, in «La Repubblica», oggi). Tutto benissimo, solo che mi pare che Sofri non rifletta abbastanza sui colori. Per esempio: che il cappottino sia rosso come… – i come si sprecano – gli sembra privo di conseguenze? D’accordo, è un espediente tecnico, ma la tecnica – cinematografica, pittorica – ha una storia e soprattutto un fondamento, fisiologico, psicologico, sarei capace di dire antropologico. Che cosa ne sa Sofri di questo fondamento? Ne sa qualcosa Spielberg, che è un regista, ne so qualcosa forse io, che sono uno spettatore metodico. Ma, in generale, il saperne veramente qualcosa rimane piuttosto impossibile. Si può solo stare alla superficie, cioè ai fatti, ai comportamenti, a ciò a cui il rosso si accompagna. E dunque, in generale, è proprio sicuro Sofri che il rosso sia un « colore della pietà »? Io non lo sono per niente. (Io so solo che il rosso non è il bianco, proprio per niente. Più o meno come dire Spielberg non è come dire Manzoni, più o meno come « sembrare » non è la stessa cosa che scrivere) (Noto infine soltanto che di « propriamente pittorico », in un testo letterario non può esserci niente, così come, tanto per intendersi, di « propriamente letterario » in un film non ci sarà mai nemmeno un fotogramma. « E il titolo? » Quello è paratesto « Nel senso di Genette? » No, di paraculo) “.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Ah, dimenticavo. Basta consultare l’enciclopedia alla voce “santa Cecilia” per capire perché la bambina si chiama così:

    Il giudice [romano] Almachio aveva proibito, tra le altre cose, di seppellire i cadaveri dei Cristiani, ma i due fratelli convertiti alla fede [il marito e il cognato di Cecilia] si dedicavano alla sepoltura di tutti i poveri corpi che incontravano lungo la loro strada. Vennero così arrestati, ecc.

    Ho tre Promessi sposi commentati, a casa, e nessuno dei tre commenti fa cenno della cosa.

  7. Cristian Says:

    eppure tutto è troppo levigato, troppo composto in una forma chiusa, troppo guidato al suo fine, troppo un bel quadro, troppi equilibri …
    Troppo Manzoni su di loro …

  8. marisasalabelle Says:

    So di dare un dispiacere a Giulio, fan sfegatato dei Promessi Sposi, ma condivido quanto ha affermato Sergio Pasquandrea: per i ragazzi d’oggi, parlo principalmente degli alunni dell’Istituto tecnico, che conosco bene, la lingua del Manzoni è praticamente indecifrabile. Certo, il lessico è in gran parte desueto, ma soprattutto si tratta della lunghezza esorbitante dei periodi, della loro ridondanza e tortuosità. Tutta la letteratura italiana, per i ragazzi, è come fosse scritta in lingua straniera (tant’è vero che quando devono fare la parafrasi di un brano molti dicono “traduco, prof?”), ma gli autori forse più ostici in assoluto, almeno secondo la mia esperienza, sono Foscolo e Manzoni.
    Per quanto riguarda questo brano, che la mia professoressa delle medie ci fece imparare a memoria insieme alla descrizione di Lucia in abito da sposa e all’Addio ai monti, non mi piace. Troppo lirico, troppo costruito. Trovo che vi siano modi più sobri, più diretti e coinvolgenti, particolarmente per un adolescente di oggi, di rappresentare il dolore e la morte.
    Di solito, nel triennio, sorvolo su Manzoni, che i ragazzi già conoscono per essersene sorbite massicce dosi in terza media e al biennio; lo scorso anno scolastico ci ho lavorato un po’ ma ho saltato a piè pari La morte di Cecilia. Anatema su di me!

  9. acabarra59 Says:

    ” 14 gennaio 1987 – Considerare l’italiano letterario scolastico – da Dante a Pirandello – come una lingua morta. (Considerare morta la letteratura?) “.

  10. Giulio Mozzi Says:

    Marisa, l’argomento ad hominem non funzione: non sono un “fan sfegatato” dei Promessi sposi.

    Mi pare incontestabile che siano considerati una delle opere fondamentali della letteratura italiana, nonché un momento importantissimo della storia della lingua italiana; e mi risulta che vi sia l’obbligo di leggerli a scuola. Che poi quella pagina lì sia palesemente una “bella pagina” scritta per esser tale, direi che ci sono pochi dubbi: però forse proprio per questo – perché l’effettistica è usata spudoratamente – un’analisi tecnica può essere, paradossalmente, ancora più istruttiva.

    Se i ragazzi d’oggi stentano con la lingua del Manzoni, mi pare che la logica conclusione sia: che bisogna addestrarli a leggerla.

    La capacità di comprendere e produrre testi sintatticamente ricchi è ancora, mi pare, una cosa che va insegnata. O sbaglio? O (lo dico esagerando) dobbiamo dire ai ragazzi: “Poverini, siete analfabeti, vi lasciamo nel vostro analfabetismo?”.

    Il lessico del passo in questione, tra parentesi, non mi pare “in gran parte desueto”. Ci sono i co’, il sur, l’ammortito,

    * * *

    Infine, riflettiamo su questa tua frase:

    Tutta la letteratura italiana, per i ragazzi, è come fosse scritta in lingua straniera…

    Ma è effettivamente così! Dio santo, fino all’altro ieri la lingua letteraria italiana era per quasi tutti – uso un’espressione efficace di Franco Brevini – una “lingua sintetica”. Per Pertrarca il latino era una roba più familiare del toscano (e forse anche il francese, gli era più familiare); tolti un po’ di toscani antichi, per tutti gli altri nostri scrittori (Manzoni compreso, che parlava correntemente il francese e il milanese ma non la lingua nella quale scrisse i Promessi sposi) la lingua di scrittura era una lingua che esisteva quasi solo per la scrittura. E’ un dato di fatto della storia politica, linguistica, letteraria italiana.

    Non possiamo fare finta che non sia così.

  11. Sergio Pasquandrea Says:

    I miei sono di un Liceo delle Scienze Sociali (ex-Magistrale), che sono un interessante campo d’osservazione, perché noi raccogliamo un’utenza per così dire “media”: nella maggior parte dei casi, ci arrivano i ragazzi che sono “non abbastanza bravi” per il Classico o lo Scientifico, ma “troppo bravi” per i tecnici e i professionali.
    (Metto “abbastanza/troppo bravi” tra virgolette, perché le definizioni riflettono un’idea classista della scuola, che personalmente detesto ma che purtroppo è ancora largamente corrente, soprattutto nelle famiglie).
    Per i miei ragazzi, in media, è molto difficile approcciare la lingua dei classici. Paradossalmente – ma non tanto – Dante è uno dei più comprensibili, ma Petrarca e Boccaccio sono quasi completamente opachi. L’italiano ottocentesco (Foscolo, Manzoni, in parte Leopardi) crea parecchi problemi, e comincia a diventare problematico persino un autore, tradizionalmente considerato “chiaro e limpido”, come Calvino.
    Buona parte del mio lavoro nel triennio consiste anche nel familiarizzarli con un codice espressivo che per loro è lontanissimo. E’ un lavoro duro, ma secondo me molto utile. Solo se ci si riesce, si può poi passare al tipo di analisi più sofisticata di cui parla Giulio Mozzi.

  12. LiveALive Says:

    Secondo la mia esperienza, come avevo già accennato in altro luogo, ho l’impressione che molti professori più che “analisi testuale” facciano una “interpretazione formale”. Per esempio, ricordo una spiegazione sull’incipit: la sintassi tortuosa delle frasi replica quella del terreno descritto (cosa che ho trovato pure in una nota dell’edizione a cura di Ferruccio Ulivi). Ora, da alunno, la mia domanda è: ottimo, ma ciò dovrebbe avere un qualche effetto su di me, o me lo dici solo perché ti pare di notare un qualche legame forma-contenuto fine a sé stesso?
    Intendo dire che nelle lezioni che ho “subito” non si è mai riflettuto sugli effetti di certe scelte, e non è una cosa che ritengo buona: è come se io dicessi “la paratassi di Hemingway rappresenta il bisogno di fare ordine nel caos della società postbellica, mentre l’ipotassi di Faulkner sottolinea l’accettazione della complessità della psicologia e del mondo” (cosa che mi sono inventato al momento), così, enunciando nozioni senza sottolineare le conseguenze: credo sinceramente che siano tante le lezioni fatte così.
    Altro esempio per far capire cosa intendo per interpretazione formale senza analisi testuale: ricordo di aver letto in una recensione che la brachilogia dell’Autore Giulio Mozzi nasconde invero una tensione religiosa, un po’ come la sintesi biblica dei Racconti Popolari di Tolstoj. Sarà vero? Sarà falso? Se lo dice l’autore ok, se è una interpretazione del critico è già cosa più dubbia (basti pensare ai disastri fatti con i milioni di interpretazioni di Moby Dick); ma comunque sottolineare questo legame senza badare ai suoi effetti concreti mi pare una cosa fine a se stessa.

    Credo che l’analisi testuale in classe sia cosa fondamentale perché può cambiare il modo in cui l’alunno legge i testi (proprio “i testi” in generale), e questa è una cosa che si porterà dietro per tutta la vita. Credo però sia importante fare le cose con un dato ordine, su più livelli.
    Anzitutto, bisogna preoccuparsi della comprensione letterale. È vero ciò che dice marisasalabelle: è come fosse una lingua straniera per i giovinotti d’oggi. Questo io l’ho sentito più che altro con Boccaccio: a scuola non ci avevo capito una singola parola; ho iniziato a capirlo quando l’ho letto per divertimento, e dopo un po’ di novelle ho iniziato a capire istintivamente le logiche di quella lingua. Questo può essere un modo per superare l’ostacolo linguistico: leggere quella lingua finché non si sviluppa un certo orecchio, e non ci si stupisce più per certe forme. Oppure, altre possibilità? Le note bastano? Si prende una edizione “aggiornata” come quella di Eco?
    Una volta capito il brano, si può passare a un’analisi grammaticale, sintattica e lessicale. Non è ancora interpretazione, è una analisi oggettiva, ci si limita a sottolineare certe scelte, certe ripetizioni di parole, certi ritmi.
    Un piano importantissimo, secondo me, è quello dell’analisi strutturale e narratologica. Questo, personalmente, non l’ho mai visto fare, né ho trovato edizioni con note particolarmente illuminanti in merito (consigli?). Mi riferisco, per esempio, all’analizzare le descrizioni di Manzoni, al far notare come si basi su termini astratti come “bellezza velata ed offuscata” senza sottolineare nello specifico i tratti fisici, e come cerchi di mantenere ordine fermando la narrazione per descrivere (il termine tecnico per questo non me lo ricordo). Si possono fare dei confronti anche con le tecniche di autori contemporanei o successivi. Per esempio, Flaubert inizia ad usare la descrizione fusa con la narrazione, e i suoi effetti si vedono in Proust. Le descrizioni di Manzoni invece come influenzano i successivi?
    Poi ci si può dedicare a una fondamentale analisi sugli effetti delle caratteristiche del brano. In realtà si può fare anche il contrario, cioè partire dall’effetto per poi andare a cercare le caratteristiche che lo creano, anzi credo sia pure meglio, ma l’importate è che tale effetto sia sottolineato. Se gli alunni spesso si annoiano con Manzoni, secondo me, è proprio perché sono pochi i professori che riescono ad analizzare con chiarezza l’origine dell’effetto. Per esempio, la descrizione della donna è piuttosto statica, astratta, anche lunga: dei giovani abituati a leggere a veloci bocconi potrebbero aver problemi a decifrarla, e di conseguenza potrebbero annoiarsi. Allora ci si chiede: come mai ci si annoia? Quali sono le altre possibilità descrittive? E allora si può andare a cercare altri brani anche successivi, come certe descrizioni di Proust (ancor più lunghe ma fuse con la narrazione) oppure di Tolstoj (fuori dalla narrazione, ma fulminee nell’elenco di caratteristiche concrete), e vedere quali sono le caratteristiche che portano un dato effetto. Importantissimo secondo me sarebbe anche il riscrivere certi passaggi per vedere come cambia l’effetto.
    Poi, fatto tutto questo, si può passare a forme di interpretazione come il cercare la giustificazione di certe scelte; per esempio si può riflettere su come il narratore onnisciente dell’incipit ricordi lo sguardo di Dio, sui legami di certe scene con la vita dell’autore, eccetera. Ammetto che certe cose, come il giustificare i “venticinque lettori” con il numero di non so quali angeli (cosa letta in una edizione scolastica), le ritengo eccessive, ma sono comunque cose che è bene far notare anche per capire meglio il tono dell’opera nel complesso, e magari far comprendere quei rimandi che la gente della nostra epoca non può più notare.

  13. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 2 febbraio 1998 – « Proust parla dapprima il linguaggio di La Bruyère, di Flaubert: è l’alienazione della scrittura, ed egli se ne libera a poco a poco scrivendo senza interruzione, soprattutto lettere. È (si direbbe) scrivendo “ tante lettere “ a “ tanta gente “ che egli si immette nel movimento di scrittura che sarà suo. » (Maurice Blanchot, Dove va la letteratura? in Il libro a venire, 1959) “.

  14. donatella Says:

    Quando insegnavo al biennio dell’ITIS, ci soffermavamo parecchio su questo brano. In genere, si partiva con la lettura espressiva, poi veniva analizzato e soprattutto spiegato ogni periodo, soffermandoci in particolare sull’aggettivazione. I ragazzi venivano invitati a cercare la motivazione di quella specifica scelta e in genere uscivano fuori risposte originali e acute. Mi sarebbe piaciuto lavorare anche sulla punteggiatura, ma riuscivo solo ad accennarla.Dopo questo lavoro, proponevo la “lettura” dell’ episodio da parte di Starnone e i ragazzi componevano in seguito le loro “letture”, come esercizio di scrittura creativa. Infine, si vedeva la trasposizione cinematografica di Camerini, questo permetteva di soffermarci sulle possibilità di comunicazione che offrono la letteratura e il cinema e sulle differenti forme artistiche. Concordo con Marisa sulla notevole difficoltà di comprensione del testo del Manzoni, ma il bello della nostra professione è raccogliere la sfida. Poi devo ammettere che non avevo mai riflettuto su alcune domande che pone Giulio, come il contenuto ideologico del brano: leggendo gli altri suoi interventi su “Come insegnare a scuola” ho trovato proposte didattiche originali, che molto difficilmente si possono trovare nei manuali.

  15. Amedeo Says:

    Provo a dirvi come ho “fatto” quest’anno il passo di Cecilia in una seconda di liceo delle scienze applicate.
    Ho incluso nella lettura anche i paragrafi precedenti dove i monatti sono descritti così: “Alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria, in tanto pubblico lutto”. I monatti, inoltre, rispondono alle richieste d’aiuto con “qualche vociaccia” o “con bestemmie”.
    Su questa base abbiamo poi visto, e rivisto un paio di volte, le corrispondenti scene nello sceneggiato di Sandro Bolchi (1967) e in quello di Salvatore Nocita (1989). Ci siamo accorti che il contesto carnevalesco ed espressionista, se così si può dire, che fa da sfondo alla scena patetica di Cecilia, e le dà il sale, non c’è. Come capita, ad esempio, alla “canzonaccia” che i bravi intonano quando lasciano a bocca aperta Don Abbondio nel secondo capitolo.
    Ecco, forse, per cogliere i Promessi Sposi per quel che sono bisogna far sentire le canzonacce, le vociacce e le bestemmie. Che ci sono.
    Reazioni?
    Nel questionario finale anonimo sui Promessi Sposi alla domanda “Indica i tre episodi che ti sono sembrati più interessanti?” la scena di Cecilia si colloca al secondo posto con 8 opzioni (prima è la notte degli imbrogli, letta da me integralmente in classe senza commenti, con 17).
    Una/o l’ha segnata come la più noiosa (fra le quali primeggia con 12 opzioni la storia della monaca di Monza).
    Una/o l’ha indicata come la cosa che gli/le è piaciuta di più dei Promessi sposi (8 hanno indicato il capitolo ottavo).
    Gli studenti che hanno compilato il questionario sono 23.

  16. dm Says:

    Butto qua una considerazione da ex alunno (non sono un insegnante).
    Come molti ho riletto I promessi sposi più tardi e ho trovato quest’opera davvero coinvolgente, oltre che leggibile e in alcuni punti persino facile.
    Mi sono domandato perché mai ne avessi ricevuta un’impressione così diversa a quei tempi.
    Mi sono risposto così. È possibile che a scuola mi sia stata suggerita una lettura del testo solo e unicamente letterale. Come, una lettura letterale? Sì, una lettura con l’obiettivo di decifrare correttamente le sfumature linguistiche così da comprendere tutto il significato. Una lettura letterale non esclude la possibilità di una lettura immaginifica – che è la lettura giusta per godere di un’opera di finzione. Ma al suggerimento della lettura letterale, non è seguita una stimolazione per una lettura immaginifica. Così che il testo manzoniano mi è stato presentato come un gran gioiello ben imperlato di lemmi e di retorica. Non, per l’appunto, un’opera della quale è possibile godere coll’immaginazione, non con la fantasia eh, coll’immaginazione ben ancorata al testo. Ho imparato da solo.

  17. Cristian Says:

    ma questa è una “bella pagina” o una pagina ideologicamente molto ben calibrata? Un punto interessante del post è lì alla fine (mi era anche sfuggito): “Discutete con i ragazzi il contenuto ideologico di questo brano?” Ecco: è possibile costruire una bella lezione secondo i moduli della critica stilistica (dico giusto?) partendo da una lettura accurata precisa del testo per arrivare alla visione del mondo di Manzoni.
    Partendo per es dagli equilibrismi di quei 4 ma iniziali ( quasi 5: “bellezza molle a un tempo e maestosa”)

  18. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 13 marzo 1997 – « Sabato 6 gennaio 1940 – Sopravvivere alla lingua nella quale ci siamo imbattuti grazie a quella che ci è stata concessa: questo è il curriculum di uno scrittore. » (Heimito von Doderer, Tangenten / Diario di uno scrittore 1940-1950) “.

  19. Carlo Capone Says:

    Descrivo la mia esperienza ginnasiale sui Promessi Sposi. Ogni giorno l’insegnante di italiano, latino, greco, storia e geografia, ne leggeva un capitolo, soffermandosi sull’analisi del testo. A casa ci era poi imposto di scriverne un particolareggiato riassunto, aiutandosi anche con un libricino, di acquisto obbligatorio, nel quale veniva commentato il profilo di tutti i personaggi dell’opera. Non di rado ci veniva chiesto un parere su questo o quale brano, e sul perchè ci fosse piaciuto o meno. Quello di Cecilia, a fine anno, risultò il più gettonato.
    Devo ammettere che quel metodo antiquato ci consegnò una conoscenza importante dell’intero romanzo. Però, come dire, lo si percepiva con distacco, e in non pochi di noi con patente ostilità.
    Tutt’altra musica al Liceo. Il nuovo insegnante, che ogni giorno leggeva e commentava verso per verso un canto dell’Inferno, trattava Dante come uno di noi. Se ad esempio si imbatteva in una terzina dalla rima forzata interrompeva la lettura e, rivolgendosi a noi con un sorriso bonario, diceva: “Eh, qui il povero Dante ha preso “la motoretta invece di farsela a piedi”. E così in diverse occasioni. Insomma quelle battute innocenti, che oggi apparirebbero ridicole,servivano ad accorciare le distanza tra noi e Dante. Cosa mai accaduta con I Promessi, sempre letti in classe con la solennità del sacerdote che legge il Vangelo.
    Circa la difficoltà che gli studenti di oggi incontrano comprensione dei trecenteschi fin addirittura a un Leopardi (la cui lingua è tra le più limpide che conosca), va ricordato che nelle scuole di UK i Canterbury Tales non vengono letti, perchè l’inglese di Chaucer e’ più incomprensibile del turcomanno. Per non parlare del Beowulf, il primo grande poema scritto in (anglo) sassone, al cui confronto le grottesche pene di Inferno di Bonvesin della Riva, o il lascito di Capua, o la scritta sul frontone interno del Duomo di Ferrara, risultano solari.

  20. Carlo Capone Says:

    EC. Nella comprensione dei trecenteschi.

  21. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 13 marzo 1996 – Chissà perché ho sempre l’impressione di non avere mai letto Le grazie. Oppure di non averle lette abbastanza. Erano nel programma di terza liceo, dunque le lessi senz’altro. A me poi Foscolo piaceva. Piaceva così tanto che avevo fatto anche un memorabile show sull’Orazione inaugurale, di fronte ai compagni di classe, chissà che avranno pensato, nei loro scettici banchi. Se ho l’impressione di una riprovevole mancanza, di una colpevole omissione, io credo dipenda dal fatto che l’appeal neoclassico del poeta, la canoviana lucida avvenenza delle sue Grazie, in quell’anno cruciale aveva già subito l’impatto critico della grazia diversa, animata, cinematografica, delle compagne di scuola. Quelle che scrivevano « X » per dire « Per », che alle feste si lasciavano stringere e baciare sul collo, che arrossivano e piangevano, che bisbigliavano e ridevano, che assomigliavano a Doris Day, che vestivano di rosso e di nero, quella volta che non ho più dimenticato. “.

  22. maria rosa Says:

    Quando frequentavo il ginnasio, era obbligatoria la lettura integrale dei Promessi Sposi. Così, forse per dovere, la mia insegnante di lettere, che non era una brava insegnante, anzi pessima ( e questo con buona pace di quelli che rimpiangono i bei tempi andati della scuola), dedicava due ore settimanali alla lettura di questo libro. Usava il metodo descritto da Carlo Capone, ma senza l’uso del libricino. Ci richiedeva semplicemente le nostre impressioni sui personaggi e sulle situazioni descritte senza alcuna analisi preventiva, nè alcuna spiegazione. In quel disastro didattico che fu il mio biennio del ginnasio, l’unica cosa produttiva per me fu proprio quella lettura e non per un consapevole e mirato metodo della docente ma solo per un fortuito caso che diede a me, e probabilmente a qualche altra studentessa, il modo per “gustare” la storia raccontata. Mi appassionò tanto quel romanzo, che andavo leggendo per conto mio molti capitoli, prima di affrontarne la lettura collettiva in classe. Poi, molto tempo dopo la conclusione dei miei studi, quando già avevo iniziato ad insegnare, l’ho riletto tutto integralmente con una nuova e più matura attenzione, ma riprovai, ricordo bene, le stesse emozioni che avevo provato da adolescente, quando, alla lettura del brano citato come esempio in questa discussione, mi commuovevo moltissimo.
    Capii allora che il veicolo migliore per avvicinare i giovani alla letteratura era, in prima battuta, la lettura di “piacere” che poteva avvenire a patto di tralasciare temporaneamente quella preventiva caterva di esercizi sul testo e note a pie’ di pagina, presenti in quasi tutti i testi scolastici . Ovviamente la lettura di piacere non basta alla comprensione profonda dei testi, ma è pur sempre un modo piacevole per iniziare. A questo pricincipio mi sono sempre ispirata nella parte introduttiva del mio lavoro sui testi e, devo dire che ha sempre funzionato. La mediazione del docente nella fase della prima lettura è fondamentale, perchè il docente costituisce il riferimento immediato per le prime domande e per le risposte veloci che non distolgono a lungo l’attenzione degli alunni dalla “storia”. Ciò che funziona molto bene anche didatticamente, secondo me, è la storia in quanto tale. Nè più e nè meno di quanto avviene sempre per la lettura di qualsiasi romanzo. Se la storia appassiona, lo studente è già catturato e su questo primo livello di comprensione è più facile intervenire per la comprensione delle tecniche narrative con tutti gli accorgimenti didattici del caso. Ma se la storia narrata non “funziona” allora difficilmente i ragazzi continueranno nello studio dei testi. Il problema è che il docente deve far “funzionare” anche storie che di primo acchito lo studente rifiuta. Questo è il momento in cui la competenza e l’affabulazione del docente gioca un ruolo fondamentale. E in questo momento l’approccio emotivo e sensoriale è, secondo me, il più efficace. La fase successiva, dopo l’analisi delle strutture narrative e delle scelte lessicali, è la creatività. L’approccio creativo, per esempio di riscrittura con cambiamento di punto di vista, di finale ecc., o anche di stile o di tipologia testuale, coinvolgendo in modo diretto lo studente, gli dà modo di esercitare un’inventio personale che deve essere necessariamente sostenuta da tecniche, anche semplici, di scrittura, le quali potranno essere apprese dallo studente nel momento stesso in cui egli riflette, ricerca e sceglie le parole giuste per organizzare il “suo” testo. Questo a mio avviso, può valere per qualsiasi testo, anche il più ostico e può funzionare in qualsiasi classe di istituto tecnico, liceo, professionale e anche alla scuola media. La mediazione del docente è fondamentale, poichè a lui/lei sarà affidato il compito della semplificazione iniziale. Pertanto più il docente è coinvolto emotivamente nei testi che sceglie per la lettura in classe, più possibilità ha di essere seguito dai suoi alunni. E se riesce ad organizzare nelle sue classi un’atmosfera di apprendimento cooperativo e creativo, i suoi alunni impareranno ad amare la letteratura.

  23. deborahdonato Says:

    La virgola e poi ” e non me sola”. La forza di una virgola.

  24. Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 2 | vibrisse, bollettino Says:

    […] settimana scorsa abbiamo discusso (direi utilmente) sull’analisi di testi; avevo proposto un campione tra i più classici dei classici, ovvero la scena della “madre di […]

  25. Josephine Condemi Says:

    Ciao a tutti. Intervengo nella discussione solo per portare la mia esperienza di ex-alunna che ha portato #Twsposi nel proprio liceo… http://www.twletteratura.org/da-vinci-reggio-calabria-twsposi-condemi/
    Qui trovate anche i video dell’evento finale, in cui insegnanti e ragazzi si raccontano… http://www.youtube.com/watch?v=ni4k_kmmwxE&list=PL0NiwNpD-fzm5jroFwsOk-NzTEMAIBg6x
    Spero che questo materiale possa contribuire al dibattito.
    Josephine

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