Cosa o come insegnare a scuola / La grammatica

by

grammatica

di giuliomozzi

Ancora qualche domanda agli insegnanti di Italiano. Abbiamo parlato di Promessi sposi, di poeti comico-realistici del duecento, di letteratura occidentale, di forme poetiche; ora sono incuriosito da qualcosa di molto più terra-terra. La grammatica. Eh sì, la grammatica. La insegnate? Dico: alle medie, nel primo biennio delle superiori, anche più in là? La morfologia, la sintassi, quelle robe lì. E: se la insegnate, perché (= con quali scopi) la insegnate? Se insegnate certe cose e non certe altre, quali sono i criteri della vostra scelta? Come è cambiato il vostro insegnamento della grammatica, da quando gli scolari e studenti non di madrelingua italiana sono aumentati? Quali vantaggi avete tratto (hanno tratto le classi) da questo cambiamento? Quali svantaggi ne sono invece venuti? E: come insegnate la grammatica? E: quale grammatica insegnate? Insegnate una grammatica che somiglia a quella che avete imparata voi a tempo debito, o una diversa? Insegnate la grammatica valenziale? Fate esercizi in classe? Che esercizi?
E: come funziona il lavoro di correzione? Come intervenite sulla lingua parlata degli scolari e studenti? Avete dei criteri di tolleranza dell’errore? Avete fatto una scelta di non tolleranza? Il vostro insegnamento della grammatica è più orientato all’espressione orale o a quella scritta? Fate analisi grammaticali di testi? Di quali testi? Di quali tipologie di testi? Fate analisi grammaticali di testi non scritti? (es.: programmi televisivi). Cosa sapete di grammatica e sintassi della Limma? (Lingua italiana mutante dei messaggini tra adolescenti). Fate analisi grammaticale di messaggini? Avete mai provato a costituire dei corpora di messaggini? Sapete che dire “sms” per significare “messaggino” è come dire “Poste Italiane” per significare “lettera”?
Grazie.
Ah: se qualcuno sa dove sta di casa la signora Grammatica che ho messa qui sopra, lo dica. Grazie ancor.

60 Risposte to “Cosa o come insegnare a scuola / La grammatica”

  1. Selvatica Sessantasette Says:

    Una quantità di domande, retoriche, perché Lei sa benissimo ciò di cui chiede e sotto sotto è piuttosto scettico – e forse non a torto – della grammatica insegnata.
    Provo a rispondere in modo sintetico. Devo premettere che dal primo settembre insegnerò ad una scuola superiore, che però è un professionale e non un ginnasio, per cui le mie scelte saranno molto simili a quelle fatte alle medie, dove ho insegnato per tredici anni.

    La grammatica non è conosciuta dai ragazzi; da quel che ho visto io, arrivano dalle primarie molto scarsi e, in genere, molto annioiati. Il mio lavoro è quindi quello di ri-grammaticalizzare il loro scritto, portandoli a riflettere sul senso delle parti del discorso. Niente regole, molto ragionamento; il perché degli accenti; il perché degli apostrofi; la filosofia complessa dei tempi dell’indicativo. ragionare, ragionare, ragionare. Importantissima l’analisi grammaticale, con la quale si gioca e che dà le basi per tutto il resto.

    L’analisi logica, ed il ragionamento che c’è dietro, come l’espressione stessa suggerisce, parte tutta da lì.

    Scritto, certo; esercizi, certo, ma non troppi: bastano pochi, ben strutturati, spiegati in classe e poi proposti a casa; mai interrogazioni sugli esercizi fatti a casa (tanto vengono aiutati dai genitori, che non capiscono che, per loro, la scuola è finita – o forse non c’è mai stata). Piuttosto, riportare in classe le difficoltà incontrate a casa: si parte da lì per una spiegazione, due tre quattro, infinite, se c’è necessità.

    Parlato: in classe sempre un italiano corretto di livello medio, senza accenti né inflessioni. Scivolamenti dialettali soltanto per ravvivare l’interesse e l’attenzione (funzione fàtica del linguaggio).
    Si parla, l’insegnante dà il modello, per cui deve controllarsi. Corregge e richiede correzioni ed autocorrezioni.

    In letteratura, si vola: il modello lo dannno i Grandi e noi proviamo a salire sulle loro spalle.

  2. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 5 luglio 1996 – « Chiuse le tende delle propria finestra, e accesa la stufa e la lampada, il diarista rivive la sua giornata in modo da essere ripagato largamente di qualunque fastidio e dolore. Anche coloro che gli hanno fatto del male ora hanno l’aria di aver lavorato per lui a mostrargli da vicino un misero aspetto degli uomini. Certo, il diarista non scriverà per “ fare le sue vendette “: così guasterebbe tutto. Ma è molto raro che un istinto basso come lo spirito vendicativo possa penetrare nel clima di gusti elevati che avvolge sempre un uomo che lavori per sé e per la gloria del proprio fantasma. Il piacere di osservare, ritrarre, riferire sale ai più alti gradi. Non sono le parole “ storiche “, pronunciate dall’alto dei rostri, che rimangono nel mezzo del diario, ma le esclamazioni più represse, i sospiri, gli affettuosi e viscerali errori di grammatica. “ (Vitaliano Brancati, I piaceri della Torre d’Avorio, in I piaceri. Parole all’orecchio, 1944) “.

  3. dm Says:

    (Devo ammetterlo. Quando leggo un articolo della serie “Cosa o come insegnare a scuola”, provo un intenso desiderio di tornare sui banchi di scuola, con il corpo e la forma psichica di adulto, à la Gombrowicz per indenderci.)

  4. maria rosa Says:

    Per rispondere a tutti questi gli interrogativi o solo a parte di essi, caro Giulio, come si può fare? Come facciamo a dire nello spazio di un breve post quale grammatica insegniamo? Perciò mi limito a dire solo due o tre cose che ho sperimentato io e che ho pensato potessero andar bene per i ragazzi del biennio.
    Esiste una bella grammatica italiana, che ho usato con successo, di Maria Luisa Altieri Biagi ” La grammatica dal testo” che , anche a distanza di qualche decennio, secondo me funziona benissimo. Si tratta di un metodo che capovolge il percorso solitamente utilizzato da molti docenti (e da parecchi autori di grammatiche), di partire dalla norma per arrivare all’uso, introducendo viceversa la “centralità del testo” dalla cui analisi partire per evincere la norma. L’autrice propone un percorso a ritroso partendo da ciò che è più vicino ai ragazzi – vale a dire testi autentici di uso comune, testi continui e non continui, ma anche qualche brano letterario- per riflettere sulla comunicazione linguistica, sulle funzioni della lingua e sulle strutture. Solo dopo avere sviluppato molto dettagliatamente questa parte, affronta la morfosintassi, con tutta una serie di esempi tratti sempre da testi diversi per introdurre via via i concetti di verbo, nome, aggettivo, pronome ecc. e il loro funzionamento logico all’interno del contesto di un enunciato. In questo modo la nozione diventa significativa poiché lo studente ne può comprendere la funzione all’interno di un preciso contesto comunicativo. Per esemplificare faccio un solo esempio nel merito: la centralità del verbo nella nostra lingua. Da un testo comunicativo si isola un enunciato, si sottolinea il verbo, si riflette sulla sua funzione, si individua il predicato e si isola il gruppo del verbo e le relazioni che lo legano agli altri elementi ( il verbo può avere o non avere un soggetto, può avere un soggetto non esplicitato, ma può anche essere da solo e avere lo stesso un preciso significato comunicativo). E’ a questo punto che, ad esempio, chi , tra i docenti, ha studiato la grammatica valenziale, può introdurre il concetto di valenza e di saturazione del verbo attraverso uno o più elementi. Ma qui la smetto, perché altrimenti rischio di annoiare tutti. Mi sembra che però oggi non abbia molto senso insegnare la grammatica come fatto a sè stante. Piuttosto mi è sembrato molto più produttivo, nella mia esperienza di insegnante, aprire delle “finestre grammaticali” come riflessione e approfondimento sui testi presi via via in esame. Lo studente oggi non è più disposto a prestare la sua attenzione a lezioni teoriche di cui non comprende bene né significato né utilità. I ragazzi esigono un feed-back immediato e un ritorno di utilità pratica di ciò che si richiede loro di imparare. Il che non è affatto disdicevole dal momento che la lingua è lo strumento principale per comunicare con gli altri e che esige una precisione sia a livello parlato che scritto, pena l’incomunicabilità e l’emarginazione. Magari avessi avuto io da ragazzina questo atteggiamento di fronte ai miei insegnanti che, per tutta la durata dei miei studi, mi hanno chiesto sempre di firmare cambiali in bianco, chiedendomi cioè di imparare subito cose che avrei capito più avanti, quando fossi cresciuta un po’. Molte di quelle cose, ahimè, le ho dovute imparare a mie spese con un percorso lungo e faticoso quando, viceversa, sarebbe stato così semplice farmele comprendere subito e molto facilmente con pochi e mirati accorgimenti didattici.

  5. Tenar Says:

    Prof di lettere delle medie all’appello!
    La risposta, temo, sarà deprimente. Sì, insegniamo la grammatica, per un congruo numero di ore alla settimana. I programmi sono fermi più o meno al paleolitico: morfologia in prima, analisi logica in seconda, analisi del periodo in terza. Accenni di grammatica valenziale.
    Questo in teoria. In pratica dipende molto dalle classi e dal livello di base degli alunni. Spesso in prima media anche i madrelingua non riconoscono nella frase il verbo e, di conseguenza, hanno seri problemi di decodifica della lingua sia orale che scritta.
    Ultimamente, quindi, si insiste molto sulla comprensione del testo, orale e scritto. Una famosa prova invalsi, qualche anno fa, dimostrò che la maggior parte degli alunni di terza media non è in grado di capire un biglietto ferroviario. Quindi, tranne casi rari e fortunati, il mio obiettivo è permettere agli alunni di arrivare a capire un testo di base e di scrivere in italiano standard corretto qualche frase. Essere in grado di scrivere una mail di presentazione da allegare a un curriculum, ad esempio.
    Ogni tanto si trova un anno o una scuola particolare in cui si fa qualcosa di più. Nell’ultimo anno ho tenuto un bel laboratorio in cui abbiamo analizzato anche la grammatica della pubblicità e dei programmi televisivi, ma è stato un caso raro.
    Per la tolleranza all’errore giudico caso per caso, non posso usare lo stesso metro per l’immigrato da alfabetizzare, il ragazzo che in casa parla un’altra lingua e il figlio di colleghi insegnanti di lettere, è chiaro che hanno una famigliarità diversa con la lingua italiana e si devono diversificare approcci e obiettivi.

  6. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 19 luglio 1996 – Questo diario può anche essere chiamato « giornale », perché, come in un giornale, non c’è niente di inventato. Perché i giornali fraintendono, equivocano, distorcono, traveggolano, refusano, schiamazzano, cazzeggiano, subornano, sgrammaticano, omettono, appioppano, testatinano, tagliobassano, fogliettonano, sensazionalano, pastonano, internettano, scooppeggiano, trovaromano, cercacasano, esclusivano, illazionano, locandinano, previsionano, catenacciano, virgolettano, telefotano, sondaggiano, coccodrillano, velinano, necrologiano, neologizzano, aggiottano, inserzionano, grattaevincono, noncètrippapergattano, sempremegliochelavorarano, ma, soprattutto, copiano, copiano, copiano, e sporcano sempre le dita, ma, va detto, non inventano. Quasi mai. “.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Selvatica, scrivi:

    Una quantità di domande, retoriche, perché Lei sa benissimo ciò di cui chiede e sotto sotto è piuttosto scettico – e forse non a torto – della grammatica insegnata.

    Non sono “scettico” sull’insegnamento della grammatica. Sono molto favorevole all’insegnamento della grammatica. E realmente non ho un’idea precisa di come si insegni la grammatica oggi.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Maria Rosa, proprio quando il discorso cominciava a farsi veramente interessante tu hai scritto:

    Ma qui la smetto, perché altrimenti rischio di annoiare tutti.

    🙂

  9. maria rosa Says:

    E certo, Giulio: come posso inoltrarmi all’interno di questo scambio di post, per loro stessa natura veloci e sintetici, nella trattazione lunga e articolata che l’argomento richiede? Rimandiamo ad un prossimo incontro, magari in presenza, il discorso che è sicuramente molto interessante, ma che forse non appassiona proprio tutti i lettori di Vibrisse. (Io però sono interessata a leggere tutte le opinioni di quanti vorranno rispondere alle tue domande).

  10. Giulio Mozzi Says:

    Maria Rosa: ci sono dei colleghi che ti leggono, qui.

  11. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 27 luglio 2007 – « L’esprimersi in “ prima persona “ nelle pagine di un Quaderno può forse, a lungo andare, generare l’idea di presunzione, nei riguardi di chi scrive, da parte di chi legge. Ancora Baudelaire ci indica, invece, la modestia di questo modo grammaticale d’espressione e ci assicura intorno ai timori dello scrivente ed agli eventuali sospetti del lettore: « Ce je, accusé justement d’impertinance dans beaucoup de cas, implique cependant une grande modestie: il enferme l’écrivain dans les limites les plus strictes de la sincerité. En réduisant sa tâche, il la rend plus facile. Enfin, il n’est pas nécessaire d’être un probabiliste bien consommé pour acquérir la certitude que cette sincerité trouvera des amis parmi les lecteurs impartiaux: il y a evidenment quelques chances pour que le critique ingénu, en ne racontant que ses propres impressions, raconte aussi celles de quelques partisans inconnus. ». Serva dunque, una volta per sempre, la citazione baudelairiana a dissipare le accuse eventuali, sgravando, inoltre, la coscienza di chi adopera il je quale strumento di sincerità e quale specchio di vita interiore. [ottobre 1944] » (Gianandrea Gavazzeni, Quaderno del musicista (1940-1950), 1952) “. [*]
    [*] Tanto per fare vedere che mi sveglio presto anche io, Giulio. [**]
    [**] Farei meglio a continuare a dormire?

  12. Giovanni Says:

    Io insegno in un liceo delle Scienze Umane, riprendo la grammatica solo al biennio, per recuperare e/o consolidare alcune competenze delle scuole medie, seguo il modello di Selvatica Sessantasette, cioè molto ragionamento, poche regole ed eccezioni: per ogni soluzione proposta negli esercizi lo studente mi deve spiegare il perché della sua scelta. Niente esercizi a crocette: sì, no. E seguo anche il modello di maria rosa: partire dal testo per arrivare alle regole. Non ho mai usato la grammatica valenziale, francamente non la conosco, ma ho una collega e cara amica che la usa, che ha seguito diversi corsi di formazione ed è molto contenta. Al liceo mi pare si debba puntare su altre competenze, infatti mi piace stimolare la creatività, abituarli a collegare, analizzare, riflettere. Io, ad esempio, credo di aver imparato veramente la grammatica mentre scrivevo la tesi di laurea, prima avevo imparato a ragionare, collegare, argomentare, ecc. Uno dei maestri della lingua italiana, Luca Serianni, ritiene che a scuola si faccia troppa e inutile tassonomia, mentre sarebbe meglio potenziare il lessico e soprattutto collegare le discipline. “Si insiste troppo sulla teoria grammaticale, specie nella scuola media e nel biennio. Talvolta si sfiora l’ossessione su nozioni di analisi logica del tutto inutili: è davvero fondamentale distinguere il complemento di compagnia dal complemento d’unione? Bisognerebbe soffermarsi di più sulla componente semantica, permettendo in questo modo di affinare la padronanza lessicale. E poi scrivere bene implica leggere bene. E leggere bene significa andare oltre il testo letterario, che pure io amo molto. Dante è fondamentale, ma nel triennio delle superiori bisognerebbe leggere anche una rivista come Limes, ossia articoli di geopolitica e sociologia, storia economica e storia della scienza. Brani che possano offrire modelli di organizzazione linguistica del pensiero complesso. Paradossalmente questa operazione è più facile negli istituti tecnici che non nei licei, in cui è tuttora centrale il percorso letterario, com’è giusto che sia. Mi rendo conto che rinnovare l’impostazione didattica nelle quattro ore del triennio liceale è alquanto difficile.”
    http://www.repubblica.it/cultura/2014/02/26/news/se_i_ragazzi_italiani_non_sanno_l_italiano-79689195/
    Ecco, io seguo il metodo Serianni, adattandolo di volta in volta agli studenti che mi trovo in classe, alle loro conoscenza e capacità. Mai teorie astratte e valide per tutti.

  13. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 4 settembre 2006 – C’è uno che viene spesso qui da me. È un omino piccino picciò, è sempre vestito benissimo, è carino, ha l’aria seria e non dice mai niente, prende qualche libro, lo legge e poi se ne va. Avrà la mia età, ma, a differenza di me, lui è un professore, e anche piuttosto importante, nel senso che ha scritto molti libri, che vengono molto studiati etc. etc. Ho pensato che, visto e considerato che non si riesce a essere seri, bisognerebbe sforzarsi di essere almeno serianni. “.

    P.s. Quando hai un momento, ripulisci, ti prego, i miei sgrammaticati interventi di stamattina. Ave Giulio.

  14. Pensieri Oziosi Says:

    La Grammatica della figura viene dall’Hortus Deliciarum [1], una enciclopedia ante litteram compilata dall’abatessa Herrad di Landsberg e completata nel 1175 o poco dopo. Il manoscritto è andato perduto nella guerra franco-prussiana del 1870, e l’immagine proviene dalla riproduzione facsimile delle miniature pubblicata nel 1818 [2].

    [1] http://de.wikipedia.org/wiki/Hortus_Deliciarum
    [2] http://www.bacm.creditmutuel.fr/fr/hortus.html

  15. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, P. O.

  16. Carlo Capone Says:

    Nel primo incontro con l’insegnate di Italiano, Latino e Greco di mia figlia, al quarto Ginnasio, lei mi spiegò la fatica di quando prendeva una quarta e era sempre costretta ad affiancare lo studio delle grammatiche greca e latina con l’analisi logica della frase e del periodo italiano. “Non so- mi disse come riflettendo a voce alta – dimenticano tutto o non l’hanno mai fatta?”, .
    E che ne so, io. Ricordo solo che per i primi tre mesi di quell’anno scolastico ripresi in mano la mia grammatica greca e per un paio di ore al giorno, di solito le serali, ristudiavo con mia figlia le regole su spiriti, accenti e tutto il casino di desinenze delle prime due declinazioni.
    Fu un esperienza bellissima, ricca di umori, perchè condivo le difficoltà del greco antico con le castronerie di noi allievi di allora. Incluso le birbonate, gli scherzi e le prime goliardie di quell’autunno del ’64. E Valentina rideva, rideva, si incuriosiva di me regazzo e della materia.

  17. Pensieri Oziosi Says:

    Per curiosità, che risposte si danno oggidì alle seguenti domande:

    1. «Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo al paese.» [Promessi Sposi, cap. 7] Che costruzione verbale è “stavo pensando”?

    2. Stessa citazione, che tipo di proposizione è “che la casa è in fondo al paese”?

    3. Che funzione logico-sintatttica ha “a manovella” in “dinamo a manovella”?

    4. E “dalla mia finestra” in “dalla mia finestra vedo il mare”?

  18. GattoMur Says:

    Alla domanda 4 ha risposto una decina di anni fa Francesco Sabatini in un saggetto sulla rivista della Crusca.

  19. Maria Luisa Mozzi Says:

    Pensieri Oziosi.
    1. “stavo pensando” è tutto insieme il predicato verbale costruito con il verbo fraseologico “stare” (che serve a segnalare un aspetto dell’azione, in particolare che si tratta di un’azione in via di svolgimento) e il verbo “pensare” al gerundio (che indica l’azione vera e propria).
    2. “che la casa etc” è una subordinata causale esplicita, introdotta dalla congiunzione “che”, come succede spesso in dipendenza da verbi o espressioni che indicano stati d’animo (per es.: Mi dispiace che tu non mi creda; sono contenta che oggi ci sia il sole).
    3.”a manovella” è un complemento di mezzo. Il complemento di mezzo può dipendere come qua da un nome oltre che da un verbo. Altri esempi: barca a vela, lampada a gas.
    4. Se n’è occupato Francesco Sabatini, perciò faccio dieci passi indietro e chino rispettosa la testa. Però mi piacerebbe sapere che cosa c’è scritto in quell’articoletto sulla rivista della Crusca.

  20. Pensieri Oziosi Says:

    GattoMur,

    Certamente, visto che la domanda l’ho presa proprio da lì. A me interessava però vedere che risposta si dà nelle aule oggi.

    Maria Luisa Mozzi,

    Uno scan di una riedizione dell’articolo “Che complemento è?”, La Crusca per voi, 28, 2004, pp. 8-9 è messa a disposizione da Matteo Viale [1]. Sabatini ha rielaborato l’articolo in una “Lettera sulla Grammatica” nel 2007 [2].

    [1] http://matteoviale.it/tfa/sabatini_complemento.pdf

    [2] http://www.unige.ch/lettres/roman/italien/Articles/SabatiniLetterasullagrammatica2007.pdf

  21. dm Says:

    È molto interessante la “lettera” di Sabatini, l’ho letta con vero interesse.

  22. Maria Luisa Mozzi Says:

    Pensieri Oziosi.
    Grazie dei link.

    Sono docente alle scuole medie e avrei insegnato che “dalla finestra” della frase 4 è un complemento di stato in luogo.

    Come avrai certamente capito, insegno la grammatica che anch’io ho imparato a scuola.
    Credo infatti che la grammatica tradizionale continui ad essere base indispensabile a qualsiasi approccio di riflessione sulla lingua scritta e addirittura lessico fondamentale di qualsiasi grammatica.
    Capiamo la grammatica valenziale perchè conosciamo quella tradizionale, altrimenti non la capiremmo.
    Il modo in cui l’insegno è però molto diverso rispetto a quello che mi è stato proposto quando ero una scolara.
    Parto dalla frase e non dalle definizioni.
    Uso molti esercizi di riconoscimento delle parti del discorso e delle funzioni logiche, ma altrettanti e forse di più esercizi di produzione.
    Faccio manipolare molto piccoli testi aggiungendo, togliendo, spostando e faccio valutare l’effetto di queste operazioni e poi le faccio analizzare dal punto di vista morfologico e sintattico, etc.
    E’ molto più facile motivare i ragazzi attraverso la scrittura che attraverso l’analisi di testi scritti da altri.

  23. acabarra59 Says:

    “ 26 luglio 1990 – Il mio compagno di scuola si chiamava « Fiore » e la madre era nata « Ortensi ». Mentre lo penso scorgo il cartello « via dei Gerani ». “. [*]
    [*] Ricordi di scuola, n. 55933

  24. GattoMur Says:

    Pensieri Oziosi,
    non penso si possa stabilire “cosa si dica oggi nelle aule”. Ci saranno innumerevoli risposte, proprio perché la domanda è, a mio parere, mal posta. E cioè: è del tutto inutile porre domande simili. Quello che già alla fine dell’Ottocento Raffaello Fornaciari (https://archive.org/details/sintassiitalian00forngoog) definiva la “selva infinita dei complementi” è da saltare a piè pari. Nelle diverse scuole di diverso ordine nelle quali ho insegnato e nelle quali insegno, non ho mai sottoposto gli studenti a simili inutilità.
    Non sono poi troppo d’accordo con l’affermazione di M.L. Mozzi che “Capiamo la grammatica valenziale perchè conosciamo quella tradizionale, altrimenti non la capiremmo”: come afferma lo stesso Sabatini, certo occorre un minimo di lessico morfologico (verbo, avverbio, aggettivo, ecc.); ma al di là di quelle basi, serve davvero poco altro, per fare riflessione grammaticale in modo intelligente (che sia il metodo valenziale o meno).
    Il problema della scuola è che molti insegnati, quando “insegnano la grammatica”, saltano a piè pari i loro studi avanzati, e sottopongono gli alunni alla medesima tortura inutile della cosiddetta “grammatica scolastica” che hanno dovuto subire loro a scuola. Quando mai all’Università avranno studiato i complementi? O amenità simili? E queste cattive abitudini sono difficili da scardinare, mi sembra.
    Nella mia autoformazione di insegnate che cerca di insegnare la grammatica in modo un po’ più intelligente di quanto gli è toccato subire da alunno, ho per fortuna incontrato molti testi validissimi. Che però, pare, pur essendo il frutto delle migliori menti della nostra linguistica, pochi risultati hanno sortito nei testi scolastici (a parte le bellissime grammatiche scolastiche che uscivano negli Ottanta-Novanta; ora c’è una sorta di “ritorno all’ordine”). E il guaio è quando i programmi (che NON ESISTONO: esiste l’autonomia dele scuole e la libertà di insegnamento) lo dettano i libri di testo, non la mente dell’insegnante.
    Mi hanno molto aiutato i testi del GISCEL, a partire dalle “dieci tesi per una educazione linguistica democratica”. E poi i vari studi di quello che si potrebbe chiamare la “scuola di Padova” (Lorenzo Renzi e gli altri, cui dobbiamo la grammatica più avanzata che abbiamo, la Grande grammatica di consultazione in tre volumi pubblicata da il Mulino). Un’ottima grammatica uscì nel Duemila circa, e visto che era tanto buona uscì subito dal catalogo: Ferrari-Zampese, Dalla frase al testo, Zanichelli. Bellissimi esempi di come fare grammatica in modo stra-intelligente li fornisce Esperimenti grammaticali della strameritoria Maria G. Lo Duca. Questi sono solo alcuni dei testi fondamentali che mi hanno dato tantissimo. Letture molto utili e agili sono i volumetti delle Bussole della Carocci che stanno via via uscendo. Tra i più recenti e utili: Graffi, La frase: l’analisi logica; Salvi, Le parti del discorso; Prandi, L’analisi del periodo.
    Scusate la lunghezza e l’aspetto forse pedante di questo intervento. Ma forse, se qualcuno è in cerca di letture utili, può essere utile avere fornito alcuni nomi.

  25. Maria Luisa Mozzi Says:

    GattoMur.
    Non si può dire “i programmi […] NON ESISTONO: esiste l’autonomia delle scuole e la libertà di insegnamento”.
    L’autonomia riguarda molti aspetti della scuola, ma molto poco i contenuti da insegnare e le performance che i ragazzi devono essere in grado di compiere alla fine dei vari cicli di studio.
    Nelle Indicazioni per il curricolo sono elencati con pignoleria obiettivi, competenze, contenuti; immagino che gli insegnanti della scuola statale siano tenuti ad attenersi a questi documenti normativi.
    Per esempio, alla fine della scuola media gli alunni devono, per quanto concerne la “Riflessione sulla lingua:
    – conoscere la costruzione della frase complessa (distinguere la principale dalle subordinate e riconoscere i principali tipi di proposizioni subordinate (relative, temporali, finali, causali, consecutive, ecc,);
    – analizzare la frase complessa e visualizzare i rapporti fra le singole proposizioni rappresentandoli anche graficamente;
    – … (da MIUR, Indicazioni per il curricolo per la scuola d’infanzia e per il promo ciclo di istruzione, pag.57).
    Da qualche anno sono definitive anche le Indicazioni ministeriali per i licei; non so quelle per le altre scuole superiori.
    Fra l’altro, l’INVALSI nelle prove d’esame di terza media si attiene scrupolosamente alle Indicazioni ministeriali e io sinceramente mi stupisco ogni anno di fronte allo stupore dei miei colleghi riguardo alla tipologia di prove che l’INVALSI predispone.

  26. GattoMur Says:

    Appunto quelle che citi sono “indicazioni per la stesura del curricolo”. E, visto che vengono sbandietate tanto, spesso a vanvera, prioritarie sono le competenze; i contenuti ce li mette la scuola, che può presentare una sua programmazione per materia che segua le linee guida, e in seconda battuta l’insegnate, con la sua programmazione. Ad esempio, tanto per ripetere lo stesso obiettivo polemico, nessuno mi può costringere a fare i complementi o la differenza fra aggettivo qualificativo e determinativo. Gli obiettivi da te citati sono raggiungibili che uno segua un percorso, diciamoi così, tradizionale, oppure che segua il modello valenziale, oppure la grammatica generativo-trasformazionale, o altro. L’importante è che il “metodo” che si sceglie sia un buon modello scientifico; cosa che la cosiddetta grammatica scolastica NON è.
    E dunque: non prendiamo le indicazioni per prescrizioni. Anche perché le indicazioni sono talmente generiche (giustamente) che devono per forza essere riempite di contenuti da i singoli insegnanti (o dalle scuole).
    L’unica cosa che mi sembra obbligatoria e quella di cercare di fare una buona scuola. Talvolta, forse, lo stupore dei tuoi colleghi sui testi INVALSI può venire da semplice sciatteria (spesso, lo so per esperienza, gli insegnanti di italiano fanno tutto tranne che “fare italiano”); ma in alcuni casi può venire anche dal rifiuto si sottostare a una pura didattica di “teaching to the test”. E, purtroppo, in molte scuole medie stanno addirittura adottando dei manuali di simulazione dei test INVALSI. Non serve commentare, penso.

  27. Maria Luisa Mozzi Says:

    E’ esagerazione-provocazione dire che i programmi (ministeriali) non esistono ed è esagerazione-provocazione dire che c’è già tutto nelle Indicazioni.
    In medio stat virtus: certamente ogni dipartimento e ogni docente è tenuto a redigere una programazione e un programma veri e propri, certamente le Indicazioni elencano gli obiettivi e i traguardi di competenza e anche dei contenuti che dovrebbero essere parte integrante delle programmazioni e dei programmi.

  28. acabarra59 Says:

    “ Martedì 3 maggio 2005 – Nel libro che, per quanto proustronzeggi, non riuscirò mai a scrivere, mi piacerebbe raccontare che il protagonista, alla fine, capisce che la sua mamma e la sua nonna non erano così diverse come aveva sempre voluto pensare, cioè che, dopotutto, erano due professoresse, due maestre, insomma due insegnanti tutte e due. Cioè che fra La Fontaine e Edgar Lee Masters non c’era poi tutta questa differenza, stando che, per esempio, la mamma, da ultimo, l’aveva sorpreso con certe osservazioni precise, quasi pignole, che rivelavano, in lei che pure aveva sempre avuto l’aria di una simpatica Giamburrasca, le tracce degli studi seri, quasi pedanti, che, a scuola, all’università, aveva fatto o dovuto fare. La stessa cosa notava, con il passare degli anni, in se stesso: dal giovanotto confusionario e sempre un po’ esagitato, riemergeva lentamente, inesorabilmente, il bravo ragazzo che, se non era propriamente « studioso », studiava, e, infatti, a scuola « andava » benissimo. (Per esempio la punteggiatura: credo di esserci rimasto solo io a preoccuparmene) (Oppure erano tutte e due due donne. Ma, detto questo, c’è poco altro da dire) “. [*]
    [*] Ricordi di scuola, n. 99925.

  29. Giulio Mozzi Says:

    Data l’espressione

    Roberto è un ufficiale di complemento,

    si può sostenere che “di complemento” è un “complemento di complemento”? (O: “di complementazione”).
    🙂

  30. Cristian Says:

    e se prescindo dai contenuti, dal rappresentarmi le situazioni e faccio una analisi puramente formale perché dovrei dire che qui sotto ho scritto frasi con complementi diversi:
    Lui è di Novara
    Lui mangia pane di segala
    Lui dorme di notte
    Lui è un ragazzo di bell’aspetto
    Lui vive di rendita

  31. Giovanni Says:

    Perfettamente d’accordo con GattoMur, anche se capisco il pragmatismo di Maria Luisa e mi piace come insegna la grammatica alla scuola media, appunto mediando. Purtroppo la quantità di insegnanti di scuola elementare e media (non solo di italiano, ma anche di matematica) ossessionati e terrorizzati dalle prove Invalsi è incredibile. Mia figlia, quando era alla scuola elementare, veniva a casa, si metteva al computer, andava nel sito dell’Invalsi e faceva le simulazioni consigliate dalla maestra. La gran parte delle antologie di italiano sono oramai costruite sul modello Invalsi: test a crocette, vero o falso, pochissima produzione scritta, nessuna riflessione. Lo vedo con mia figlia, che quest’anno sarà in terza media. Quando arriverà al liceo, saprà scrivere? Saprà fare un tema? Sarà abituata a quella che Gianni Celati chiama fantasticazione. L’impressione che ho avuto, seguendo il suo percorso scolastico, è che vengano trattati come impiegati dell’apprendimento: un tot di pagine e di nozioni al giorno. Perché ci sarebbe da parlare anche dell’insegnamento della storia: pagine e pagine da leggere, e possibilmente da imparare a memoria. Nomi, date, battaglie. Niente schemi di semplificazione, niente analisi critica, niente mappe concettuali, nessun collegamento con la realtà degli studenti, né con le altre discipline (un racconto, un film, un dipinto, ecc.). La fantasia e la creatività sono stati banditi dalla scuola. Povero Gianni Rodari, autore di una Grammatica della fantasia!

  32. acabarra59 Says:

    ” 29 marzo 1994 – Giansiro Ferrata, La fantasia / Antologia per le scuole medie. Il librone sta abbandonato sullo scaffale del magazzino degli scarti. Ci sta da quanti anni? La fantasia: una parola fantasticamente fuori moda. “.

  33. Giulio Mozzi Says:

    Devo dire che le prove Invalsi di Italiano (ho studiato attentamente quelle per le superiori) mi sembrano fatte piuttosto bene. Come tutti gli strumenti di misura, le prove misurano certe cose (e non altre), e le misurano secondo certi criteri.

    Di questo elementare concetto scientifico, nell’uso politico delle prove e nel dibattito pubblico – non ho quasi mai trovato traccia.

    Dopodiché, se usi uno strumento di misura, è quasi inevitabile che la preparazione degli studenti si conformi allo strumento. All’alba fu inventato il cucchiaino, e alla sera già tutti dicevano “un cucchiaino di sale” (anziché “due pizzichi”, come si era detto fin allora).

  34. GattoMur Says:

    Ammettiamo pure che le prove INVALSI siano fatte piuttosto bene; rimane aperto il discorso ben sintetizzato da Giovanni. La cosa peggiore delle prove INVALSI è l’uso (politico e mediatico) che ne viene fatto; e l’assolutizzazione dei loro risultati (che in fondo emerge anche da quanto scritto da Giulio). Se è inevitabile che la preparazione degli studenti si conformi allo strumento; allora, secondo me, quello strumento va evitato, se è, appunto, uno strumento limitato a un solo, piccolo aspetto della questione più ampia (in parole povere, per quanto riguarda l’obiettivo di apprendimento: comprensione del testo e analisi grammaticale).

  35. GattoMur Says:

    M.L. Mozzi,
    non è “esagerazione-provocazione” dire che non esistono i programmi ministeriali: è una constatazione. Esistono, appunto, delle indicazioni. Che, mi sembra, sono ben altro rispetto a un “programma”.

  36. Giovanni Says:

    Da quel si legge navigando in rete o da quel che si apprende parlando con amici e colleghi di varie parti d’Italia, un gran numero di insegnanti vive il test Invalsi in modo estremamente negativo, con ansia di prestazione, delusione, frustrazione. Basterebbe fare un questionario anonimo in tutte le scuole d’Italia per certificarlo. Gli insegnanti di matematica e italiano sentono valutato in modo improprio il loro lavoro, anche perché è a loro che i dirigenti chiedono conto in caso di risultato negativo. E l’ansia è direttamente proporzionale al carico di responsabilità che si riversa sulle loro spalle, visto che dal risultato di due sole discipline si attribuisce un giudizio all’intera scuola e si stilano classifiche: il liceo x è andato peggio del liceo y, la tal provincia è andata meglio di una altra, il Nordest supera il Nordovest, e così via. E allora, almeno per ridurre il senso di colpa, se non per ottenere un buon risultato, i docenti vengono, direttamente o indirettamente, invitati ad allenare i propri studenti a superare la partita di maggio. Ed ecco le case editrici pronte a riempirci di volumi che s’intitolano proprio Allenamento all’Invalsi e antologie di italiano che si fregiano di essere stati concepiti secondo il modello Invalsi. Vi siete mai chiesti che effetto ha tutto ciò negli studenti? Io me lo sono chiesto e l’ho chiesto agli studenti. L’ho chiesto a mia figlia e ai suoi compagni di classe che frequentano la seconda media. Quando andava in quinta elementare mia figlia ritornava a casa con la consegna di andare nel sito dell’Invalsi ed allenarsi a superare i test, perché la maestra era angosciata dagli esiti del test. In prima media la professoressa di matematica ha chiesto ai genitori di acquistare un volume di allenamento e quest’anno sia l’insegnante di italiano che quella di matematica hanno fatto acquistare i volumi aggiuntivi. Poco prima del test dello scorso anno, la prof.ssa di matematica, che era anche la coordinatrice di classe, sì è raccomandata che non mancasse il giorno della prova, visto che era la più brava della classe, e mia figlia, invece, stufa di tutte le esercitazioni, ma anche carica di ansia, quel giorno a scuola proprio non ci voleva andare. Ma poi tra compagni di classe hanno trovato il modo di affrontare l’ansia: rispondere a caso, perché tanto la prova non comporta un voto sul registro.
    Due anni fa il mio liceo, nella prova di italiano, si è classificato in linea con la media delle scuole superiori del Nordest, cioè al di sopra della media nazionale, ma l’anno scorso quasi tutte le classi (mi pare se ne sia salvata solo una) si sono classificate addirittura al di sotto degli istituti professionali. Mi sono domandato come fosse possibile un simile risultato coi medesimi insegnanti. Ne ho parlato coi miei studenti che hanno fatto la prova l’anno scorso e con i quali avevo fatto molti esercizi, e loro mi hanno detto che non danno nessun valore alla prova, non si impegnano minimamente e tanti di loro, addirittura, hanno lasciato alcune risposte in bianco perché non capivano proprio il senso della prova, uno ad un certo punto ha scritto: Ora basta!. Ma sentendo anche gli studenti dell’anno precedente, ho avuto conferma di quello che mi diceva e mi dice mia figlia: gli studenti, pressati dall’ansia di prestazione degli insegnanti, sono presi dalla nausea solo a sentire la parola Invalsi. Nella classe di mia moglie, una seconda del Liceo linguistico, una ragazza invece di rispondere, in alcune domande ha disegnato dei fiorellini: a fine anno è stata promossa con 7 in italiano.
    La frustrazione di cui parlavo prima non è solo dei docenti ma anche degli studenti e nasce dall’aridità e dalla chiusura delle prove, che sono estremamente prescrittive e non prevedono alcuna sfumatura: c’è un’unica risposta corretta, quando in verità, nella parte di interpretazione del testo, su quattro risposte possibili ce ne sarebbero almeno due di plausibili, se non una quinta, non prevista, che talvolta potrebbe essere la più corretta di tutte.
    Provate a leggere cosa ha scritto Girolamo Di Michele, insegnante, scrittore e saggista: http://www.carmillaonline.com/2012/05/08/salvate-il-soldato-rigoni-stern/
    Ma per tornare sulle domande più propriamente di morfologia della lingua: siamo sicuri che questi test misurino tutto? Cioè che ogni aspetto delle conoscenze degli studenti viene misurato ed è misurabile? Non è che ci sono studenti che nei test riescono meglio di altri? Nelle simulazioni che facevo lo scorso anno in seconda mi ha colpito tantissimo che sbagliasse quasi tutte le risposte lo studente più bravo della classe (più bravo in tutte le materie, oltre che estremamente maturo, interessato e disponibile), mentre una delle studentesse più scarse della classe (che infatti è stata rimandata in tre materie) dava quasi sempre la risposta giusta. Non è che interferisce lo stile individuale di apprendimento? E poi pensavo a tutti quegli studenti che sono arrivati in quinta facendo ancora qualche errore di grammatica, o, peggio ancora, non sapendo magari distinguere un avverbio da un aggettivo. Mi veniva in mente Denis, dislessico e disgrafico, sempre insufficiente nelle prove scritte di italiano, appassionatissimo di storia e di archeologia, che studia Beni culturali all’università di Trento e fa un esame dietro l’altro. E mi veniva in mente Andrea, mio studente del Liceo artistico per 5 anni, che in quinta mi scriveva tre fogli di protocollo ed era capace di fare confronti con gli autori studiati in terza o l’anno prima, che conosceva la storia del ‘900 meglio di me, e che però nella scrittura era prolisso, confondeva qualche pronome relativo, aveva un periodare eccessivamente paratattico. Anche lui sta affrontando con passione, maturità e ottimi risultati l’università. E potrei continuare con numerosi esempi. Di questi studenti cosa ci dicono le prove Invalsi?
    So che le prove non vengono ritenute attendibili in Sicilia, Campania e Calabria per troppe interferenze esterne, forse perché gli studenti sono aiutati dagli insegnanti. E cosa ci dicono degli studenti siciliani queste prove annullate? Come spiegano la gran quantità di studenti siciliani che si iscrivono nelle migliori università d’Italia e si laureano benissimo? Permettetemi di farvi due esempi: il 15 gennaio il figlio di miei carissimi amici, diplomatosi in un liceo classico della provincia di Agrigento, ha fatto il suo primo esame universitario, letteratura italiana, e ha preso 30 e lode, l’unico di tutta la sessione a prendere la lode. Studia a Pisa. Mia nipote si è diplomata nel 2007 in un liceo scientifico della provincia di Trapani, non so se lei quando era in seconda liceo è stata sottoposta al test Invalsi, forse allora la prova non si faceva, ma stiamo parlando comunque di una scuola dove le prove negli ultimi anni sono state annullate. Nel maggio del 2013 si è laureata in farmacia a Urbino, a ottobre ha superato il dottorato di ricerca e da novembre è in un gruppo di ricerca sulle molecole antitumorali in collaborazione con l’università di Oxford, e il docente che la segue le ha già detto che svolgerà l’ultimo anno di dottorato negli USA. Ho letto la sua tesi di laurea e non è che la sintassi fosse il massimo, anzi c’era qualche tempo verbale sbagliato. E allora?
    Come vengono usati i risultati dei test dall’Invalsi? Vengono inviate, ad esempio, ai dirigenti scolastici delle regioni dove vengono annullati precise indicazioni didattiche? Quando la classifica dice che il Nordest è andato meglio del Nordovest, in termini didattici che succede? Quali ricadute hanno queste classifiche? Il governo viene invitato ad investire di più in quelle scuole in cui i risultati sono peggiori? O, al contrario, vengono premiate le scuole migliori? Avete idea in quali aule si svolgono le lezioni ad Agrigento? Avete idee di come sono fatte quelle scuole, quanti studenti ci stanno in un’aula e di quanti metri quadrati sono le aule?
    Saprete meglio di me che non sono l’unico ad avere questi dubbi, non tanto sulla valutazione, ma sulla natura dei Test elaborati dall’Invalsi. I dubbi e le critiche arrivano oltre che dai docenti, da riviste, esperti, professori universitari, studiosi e persino i ministri che si sono succeduti non hanno avuto tutti la stessa idea di come usare l’Invalsi.
    Cito da un articolo sul Corriere della Sera dello scorso 13 dicembre, a parlare è il prof. Benedetto Vertecchi, professore di Pedagogia sperimentale, uno dei massimi esperti di valutazione e membro della commissione insediata dal ministro Carrozza per selezionare i candidati per il ruolo di presidente dell’Invalsi: “La mia speranza è che ci sia un salto di qualità nella valutazione del sistema: quest’ossessione di parlare di competenze è una follia, perché non si può separarle dalle conoscenze. Vorrei che la scuola ritrovasse la sua autonomia e fosse in grado di esprimere una sua cultura, non quella che gli viene imposta dal mercato. E’ per questo che ho trovato vergognosi i dati Ocse-Pisa: il quadro teorico da cui partono è che i Paesi devono considerare l’educazione indipendentemente dalle proprie culture, e che ciò che conta è la rapidità con cui si perseguono obiettivi dell’economia globalizzata. E’ come chiedere a tante persone di tutto il mondo di preparare la stessa minestra: gli unici ingredienti in comune saranno l’acqua e il sale, tutto gli altri saranno diversi in base all’offerta del mercato locale. Nella valutazione la situazione non è dissimile: dobbiamo tener conto del poco che gli studenti hanno in comune e del molto per cui differiscono. L’Invalsi finora ha sfornato dati, dati, dati. Adesso è giunto il momento che faccia un passo in avanti, abbracciando anche una capacità interpretativa.”
    Faceva parte della medesima commissione anche il prof Giorgio Israel, illustre matematico che ha più volte criticato i test di matematica e il quale sul Messaggero del maggio 2013 ha scritto, dopo aver analizzato la prova Invalsi di matematica somministrata in quinta elementare: “È con simili test che l’Invalsi pretende di conseguire una valutazione “rigorosa” e “oggettiva” degli apprendimenti in quanto ente valutatore del sistema? Nulla può sostituire la funzione, educativa e valutativa, di un buon insegnante. Tante cose si possono fare in classe, anche proporre problemi a trabocchetto, ma in un processo didattico basato sul dialogo, non sottoponendo il bambino a test che generano una profonda antipatia per la matematica. E la valutazione? Certo, gli insegnanti debbono migliorare e farsi valutare. Ma a questo non servono test sui loro allievi, bensì processi di formazione e valutazione in ingresso e in servizio, costruiti (con l’ausilio di commissioni ispettive) entro la “comunità educante” (in collaborazione tra scuola e università) e non affidati al controllo incontrollato di enti burocratici di stato.”
    E se non ricordo male Tullio De Mauro, quando fu ministro dell’istruzione, aveva pensato di congelare i test. Ecco, secondo me non sarebbe male congelarli e ripensarli, prima che la nostra didattica diventi sempre di più un allenamento a superare i test, in modo completamente estraneo peraltro alle diverse e spesso complicate situazioni che ogni scuola e ogni classe vive quotidianamente.

  37. GattoMur Says:

    Per tornare alla vexata quaestio dei complementi: Giulio e Cristian, nei loro commenti in serie, hanno ben mostrato qual è il problema. E cioè: non esiste un criterio univoco per definire un complemento. Alcuni sono desumibili dal ruolo sintattico (oggetto, termine); altri hanno origine semantica. Fino ad arrivare ai famigerati complementi di peso, colpa e pena, ecc; e magari, appunto, “di complemento”. E, appunto, come mostrano gli esempi di Cristian, a preposizione identica non corrisponde medesimo complemento.
    La didattica dei complemeti era funzionale a uno scuola in cui si insegnava il latino. Ma dato che il latino nella scuola media è stato tolto negli anni Sessanta, forse sarebbe il caso che gli insegnanti di italiano facciano cose più interessanti, e lascino agli insegnanti di latino le loro questioni.
    Secondo me, poi, non ha nemmeno senso chiedersi che complementi siano “a manovella” in “dinamo a manovella”: a mio parere, espressioni simili sono archiviabili sotto la categoria “parole polirematiche” (si veda qui, ad esempio: http://www.treccani.it/enciclopedia/parole-polirematiche_%28Enciclopedia_dell%27Italiano%29/).

  38. GattoMur Says:

    Giovanni,
    esiste la possibilità, per i genitori, di diffidare il ministero dal somministrare ai figli il test INVALSI (non quello di terza media, ovviamente, che fa parte dell’esame). Tra le altre cose, il test viene spacciato per anonimo (anzi, nel manuale del somministratore si dice di puntare, a inizio test, su questo concetto per motivare gli studenti), ma NON LO È. E dunque, sono del tutto legittime le diverse forme di resistenza.

  39. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 15 marzo 2002 – Poi accendo la radio e sento uno che dice « somministrare un questionario ». Era esattamente dal 25 novembre 1988 – (« “ È stato somministrato un questionario dell’AIED “, dice. (Tg3) ») che non lo sentivo dire. « Te l’avevo detto… » Che cosa? « Che somministrano, continuano a somministrare… ». Ma non si chiedono mai perché. “.

  40. Cristian Says:

    è fuori tema, ma qui approdano tanti insegnanti: cosa pensate di questa questione della meritocrazia? Secondo me è sbagliatissimo: il problema non è premiare e coltivare poche eccellenze qua e là, ma di punire ed sbarbare chi non si attiene a determinati standard di preparazione e lavoro che dovrebbero essere chiaramente stabiliti in modo da elevare il livello medio della scuola (e chi e come poi si identificheranno i meritevoli? Lezioni di un anno o più anni in streaming visionate da squadre di esperti? Come sarà mai possibile identificare le tracce feconde che un insegnante lascia nel cuore più che nell’ intelletto di uno studente?)
    Avevo alle medie un insegnante di ed fisica proprietario di un avviato negozio di articoli sportivi nonché patron e cantante di un orchestra di liscio presente nelle sagre regionali ed extraregionali. Le lezioni erano queste: dieci giri di corsa, poi pallone: giocate. Lui leggeva il giornale, scriveva su una agenda, riceveva gente sconosciuta. Immaginiamo che nel comune vicino ci fosse stato invece il campione della didattica dell’ed fisica con retribuzione maggiorata e osannato. Ora per la scuola italiana poteva andare bene così o non sarebbe stato meglio avere in tutte due le scuole insegnanti semplicemente coscienziosi?

  41. Giulio Mozzi Says:

    GattoMur, scrivi:

    …dato che il latino nella scuola media è stato tolto negli anni Sessanta…

    Leggo nella Treccani:

    Sul piano politico in Parlamento si registra un’ampia convergenza di tutte le forze politiche sul disegno di legge voluto dall’allora ministro Luigi Gui. La vexata quaestio del latino ( i fautori: ‘perché insegna a ragionare’, i detrattori: ‘perché è una lingua morta’) vede la DC e il PSI inizialmente contrapposti: DC per il sì PSI, e in particolare Pietro Nenni, per il no. Il braccio di ferro si conclude con un compromesso: latino obbligatorio per tutti in seconda media e facoltativo in terza, per chi ha intenzione di iscriversi poi al liceo classico. Un compromesso che in realtà scontenta tutti e che alla fine porterà nel 1977 (l.348) all’abolizione del latino dalla scuola media come materia obbligatoria.

  42. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, alcune cose:

    1. Non confondiamo il “merito” con la “lavatività”. Il tuo insegnante di educazione fisica era un lavativo e andava licenziato per questo.

    2. Il discorso sul “merito” si può fare a proposito degli insegnanti che lavorano: tra i quali può esserci quello più e quello meno bravo, quello più e quello meno motivato, quello più e quello meno colto, quello più e quello meno propenso a formarsi continuamente, eccetera.

    3. Credo che lo scopo della scuola pubblica (ripeto: pubblica) sia quello di (a) dare a tutti ciò che si ritiene necessario; (b) offrire a tutti ulteriori opportunità.

    4. Un insegnante può essere bravissimo e avere una classe “difficile”. Un insegnante può essere bravissimo e lavorare in una scuola che non ha mezzi. Un insegnante può essere bravissimo e lavorare in un territorio devastato. Eccetera.

    5. Se con un qualunque strumento vado a misurare le competenze a es. di Italiano, e vedo che una certa classe X è scarsissima, l’informazione che ne ricavo è che: stando a quello strumento di misurazione, la classe X è scarsissima. Già sostenere che “La classe X è scarsissima”, omettendo il riferimento allo specifico strumento usato, è sbagliato (e, se è fatto apposta, è disonestà intellettuale). Se sostengo che “Poiché la classe X è scarsissima, l’insegnante è incapace”, sono pienamente nella disonestà mentale.

    6. Confrontare le misurazioni compiute a es. in una classe di una scuola del centro storico di una grande città e quelle compiute in una classe di una scuola situata in una zona economicamente depressa è possibile: purché lo si faccia per misurare quanto le differenze di reddito delle famiglie influiscano sui risultati scolastici.

    7. Compito della scuola pubblica (ripeto: pubblica) è contrastare queste differenze.

  43. GattoMur Says:

    Giulio, sono forse stato poco preciso; ma la sostanza non cambia, mi sembra.

  44. acabarra59 Says:

    “ Martedì 21 settembre 1999 – « Los Angeles – Non è mai troppo tardi per imparare a leggere. Nel caso di John Corcoran non è mai troppo tardi nemmeno per dire la verità. Corcoran ha confessato di avere insegnato inglese e sociologia nei licei californiani per 17 anni senza sapere leggere, ed è vissuto con la colpa e la vergogna per altri 12 anni dopo aver lasciato l’insegnamento per darsi all’edilizia. All’età di 60 anni, John Corcoran è ora diventato uno dei più impegnati attivisti nella lotta contro l’analfabetismo in America. » (Dai giornali) “.

  45. Giovanni Says:

    Qualcuno mi spiega in quale pianeta vive acabarra59 e cosa ci sta chiedendo esattamente?
    @Giulio: stando ai tuoi punti 5 e 6 (che condivido) le misurazioni Invalsi non hanno senso, proprio perché non fanno distinzioni. Un’unica misurazione per tutte le scuole superiori (licei, istituti tecnici, professionali, ecc.), valida da Lampedusa a Vipiteno non è possibile. Già in una stessa città, come dici tu, ci sono enormi differenze tra scuola e scuola, in base al tipo di utenza e agli strumenti di cui dispone quella scuola. Chi insegna sa che ogni classe e ogni alunno ha una sua storia e che il 6 di un alunno che partiva da 4 e il 6 di un alunno che partiva da 6 non sono sovrapponibili. Così come ogni insegnante sa che il voto medio di una classe dipende dalle conoscenze e dalle capacità degli studenti di quella classe, e dunque un 6 in quella classe non può essere confrontato col 6 di un’altra. quindi le misurazioni oggettive degli apprendimenti sono soggette a numerosissime variabili e perciò non hanno senso.

  46. GattoMur Says:

    Giovanni, faccio l’avvocato del diavolo; un po’ mi ripugna, visto il cliente (test INVALSI); ma lo faccio perché la discussione non sia poi viziata da malintesi. Da qualche anno i test includono un valore matematico (non chiedermi come funziona, però) che, teoricamente, dovrebbe incrociare il dato della prestazione con la situazione sociale della scuola (infatti, in uno dei diversi questionari “anonimi” che vengono somministrati ai poveri studenti, ci sono anche domande sul livello di studio delle famiglie di origine ecc.). In più, visto che chi ha creato i test INVALSI pensa che, dal momento che i risultati potrebbero (come da molti caldeggiato) comportare premi o punizioni per la scuola (e addirittura per l’insegnate), l’insegnate somministratore della scuola potrebbe avere svariati motivi per barare e dare degli aiutini (e qui chiudo questa improbabile costruzione ipotattica); è stato introdotto anche il cosiddetto valore di “cheating” (penso si scriva così), cioè una formula per tarare i risultati anche tenendo conto degli aiutini.
    Insomma, caro Giovanni: io sono delle tua stessa idea. Ma ti rendi conto, poi, quanto lavorio, quante risorse sprecate ci sono dietro questo inutile carrozzone dei test INVALSI?
    Per chi volesse affrontare una lettura agghiacciante, consiglio questo documento di tre esperti preparato per il Ministero nel 2008, una sorta di hidden agenda del baraccone INVALSI (http://www.invalsi.it/snv0809/documenti/INVALSI_2008.pdf). Tanto per capire quali sono le vere intenzioni.
    Per chi volesse sapere quante risorse economiche vengono sprecate per una cosa pressoché inutile per la didattica (si limita a constare l’esistente e, da dieci anni, dà gli stessi risultati: segno che, appunto, la sua introduzione non è servita a una beata mazza), i costi sono pubblici.

  47. Cristian Says:

    mi sembra tutto giustissimo, e mi pare quindi che valutare un insegnante (ammesso che sia possibile) non abbia senso se il problema che si vuole affrontare è quello vero, di elevare il livello medio della scuola pubblica attraverso strumenti che assicurino l’impegno e la preparazione di tutti gli insegnanti, motivati e meno motivati, più colti e meno colti ecc. Tutti semplicemente devono essere messi nelle condizioni di fare il proprio dovere con le prevedibili ovvie differenze perché appunto nessun insegnante è uguale a un altro. E di chi non lo fa attenendosi agli standard di lavoro stabiliti ci si deve poter liberare.

  48. acabarra59 Says:

    ” 11 gennaio 1991 – Ho un segreto: sono morto. “.

  49. Adua Says:

    Caro Giulio, vorrei tanto poterti scrivere pure io su questo argomento, il punto è che non insegno la grammatica a scuola, lavoro in Polizia Municipale e ho insegnato solo alle scuole elementari l’educazione stradale che è pur sì un linguaggio con le sue regole ma di altro tipo e dunque in altro modo potrei rispondere a queste interessanti domande che hai fatto. Ma seguo con interesse tutti quanti voi.
    Un saluto a tutti per ora..

  50. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, scrivi:

    …mi pare quindi che valutare un insegnante (ammesso che sia possibile) non abbia senso…

    Spero che questa sia un’opinione condivisa solo da te e dalla tua immagine allo specchio.

    (Non vedo, peraltro, come la si possa ricavare dalla discussione in corso).

    GattoMur: la sostanza non cambia.

  51. Giulio Mozzi Says:

    Dal documento citato da GattoMur:

    Il nostro punto di partenza è che la valutazione delle scuole debba fondarsi principalmente su una misurazione dell’apprendimento degli studenti che tenga conto delle condizioni di partenza e di contesto in cui gli studenti vivono e le scuole operano (par. B.1.)

    Al fine di passare dalla misurazione degli apprendimenti degli studenti alla valutazione delle singole istituzioni scolastiche, il secondo pilastro della nostra proposta è la predisposizione di un’Anagrafe Scolastica Nazionale che segua nel tempo tutti gli studenti consentendo di abbinare la loro performance alle caratteristiche delle scuole frequentate e degli insegnanti incontrati, nonché a dati di fonte amministrativa sulle caratteristiche demografiche ed economiche delle loro famiglie.
    Senza un’anagrafe con queste caratteristiche non è possibile ricostruire al meglio le condizioni ambientali e familiari in cui crescono e maturano gli studenti, al fine di scorporare la componente dei loro risultati scolastici attribuibile all’ambiente dalle componenti attribuibili invece agli studenti stessi, alle scuole e ai singoli insegnanti. (par. B.2)

    Il primo pensiero che mi viene è che non esiste in Italia una Anagrafe Sanitaria Nazionale, cioè un archivio che con due clic fornisca al medico che mi sta esaminando tutti i miei dati di salute e malattia, le prescrizioni nel tempo, gli esami clinici, le radiografie, eccetera; incrociati con informazioni che permettano di conoscere (dal punto di vista sanitario) le mie condizioni di vita: le tasse pagate e la consistenza del conto in banca, innanzitutto (e anche una connessione con la Finanza, per sapere se il mio regime di vita è proprio quello che si deduce dai redditi dichiarati), se la mia casa è pulita, se il cesso funziona, se i servizi sociali si sono mai occupati di me, ecc. ecc.: interessante potrebbe anche essere il collegamento con l’archivio scontrini del supermercato (così sarebbe noto nella sostanza il mio regime alimentare), ma anche un po’ di informazioni dal bar e dal tabaccaio si potrebbero ricavare; senza contare le eventuali multe.

    Lavoro complesso.

  52. Cristian Says:

    non capisco; comunque non so mi sarò espresso male; volevo dire che non mi pare che si possano risolvere problemi della scuola dando un voto agli insegnanti e un premio a quelli col dieci (poi,come avevo detto sopra: su quali basi questa valutazione, chi,come: “Come sarà mai possibile identificare le tracce feconde che un insegnante lascia nel cuore più che nell’ intelletto di uno studente?”). Il problema è il contesto in cui si svolge il lavoro didattico, e fa parte del contesto anche l’insieme di norme che si mettono in campo perché la preparazione e l’impegno di tutti i docenti siano adeguati al di là delle differenze tra i singoli.
    In ogni modo non sono un insegnante e parlo da fuori ( e avevo premesso ieri che andavo fuori tema e che invece il tema da me proposto era quello di cui si legge da due tre giorni sulla meritocrazia)

  53. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ringrazio Adua dei saluti, che ricambio. Sì, anche l’educazione stradale ha un suo linguaggio ed è importantissimo che i bambini lo imparino.

  54. Maria Luisa Mozzi Says:

    Cristian.
    La meritocrazia di cui parlano i nostri politici non riguarda tanto l’efficacia del lavoro in classe degli insegnanti, quanto la disponibilità a mansioni organizzative o anche direttive dentro la scuola.
    Se per esempio un professore è anche coordinatore e responsabile dell’organizzazione didattica della scuola in cui insegna, questo lavoro aggiuntivo, per chi parla di meritocrazia, potrebbe costituire “merito” e motivo di avanzamento nella carriera.

  55. Maria Luisa Mozzi Says:

    L’opinione di Mariapia Veladiano su Repubblica.it di oggi: “Ancora gli insegnanti. Se proprio si vuole credere che la cosa più urgente sia valutarli, un incentivo (la parola ha una sua decisa ineleganza perché solo di soldi si parla) lo si dovrebbe riconoscere a chi fa l’insegnante in classe, a chi insegna bene benissimo, e non (soprattutto) a chi fa altro. A buoni maestre e maestre, e la maggior parte è così. Gli altri, semplicemente, con tutte le garanzie del caso, con procedimenti limpidi e con istruttorie serie e non arbitrarie, andrebbero cacciati. Vogliamo fare il conto di quanti studenti sono danneggiati “, “Repubblica.it” del 27/08/2014, http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/la-rivoluzione-parte-dagli-insegnanti.flc, articolo da leggere non solo per capire le opinioni dell’illustre scrittrice nonchè Dirigente di un istituto tecnico di Vicenza, ma anche per le numerose eccellenti micro-proposte che contiene, derivate in parte dalle esperienze di Dirigente della Veladiano in altra sede).

  56. Cristian Says:

    Maria Luisa Mozzi: ah, ho capito. Ancora peggio allora: uno si dà da fare fuori, è un tipo molto “politico” e allora è il più bravo. Il problema è il rapporto didattico con l’alunno: come gli parlo, come lo vedo, come gli organizzo il lavoro, se lo rendo attivo o passivo, che strumenti gli do, se gli faccio amare la materia o no. Lì dentro ai quattro muri a tu per tu per ore e mesi e anni magari con quei venti o trenta adolescenti. Qui si capisce chi è insegnante e chi no. Non se faccio il vicepreside o produco documenti.

    Leggo dopo aver scritto qui sopra della Veladiano: é quello che dico io!!! esattamente, (“Se proprio si vuole credere che la cosa più urgente sia valutarli, un incentivo (la parola ha una sua decisa ineleganza perché solo di soldi si parla) lo si dovrebbe riconoscere a chi fa l’insegnante in classe, a chi insegna bene benissimo, e non (soprattutto) a chi fa altro”) e quello che volevo dire nei precedenti commenti. Appena posso mi leggo tutto l’articolo

  57. Giulio Mozzi Says:

    Cristian: mi scuso per la brutalità della prima risposta.

    Sicuramente non si risolvono tutti i problemi della scuola “dando un voto agli insegnanti”. Ma dare per insensato il valutare il loro lavoro mi pare… insensato. Evitiamo il benaltrismo.

    Come dice Veladiano, ci sono molte cose da fare e molte cose che si possono fare. L’azione complessiva è “sensata”.

    Ricordo l’origine del termine “meritocrazia”:

    Il termine “meritocrazia” fu usato la prima volta da Michael Young nel suo libro “Rise of the Meritocracy” (1958). Il termine era destinato a un uso dispregiativo, e il suo libro era lo scenario di un futuro distopico in cui la posizione sociale di un individuo è determinata dal suo quoziente intellettivo e dallo sforzo (Wikipedia).

  58. Carlo Capone Says:

    @ Giovanni. Scrivi che gli allievi di Sicilia (ma il discorso vale anche per quelli di Calabria e Campania) una volta lasciato il suolo natio spesso dimostrano il proprio valore. Mentre me ne compiaccio mi chiedo: non sarà che il nuovo ambiente ne favorisca le attitudini altrimenti trascurate?
    Mi si è accapponata la pelle (omen nomen…) apprendendo dal prezioso Vibrisse che le prove Invalsi di quelle tre regioni non vengono considerate attendibili dal Ministero.
    E’ una notizia orrenda, che parla meglio delle tante inchieste sociologiche sul nostro Sud, ‘non donna di province ma bordello’.

    Sono nato a Napoli, e da quasi una vita vivo serenamente in Settentrione. Ma non riesco a dimenticare quella sera in provincia di Napoli quando mia moglie, insegnante alle medie e appena reduce dai consigli di classe, vide spuntare dal buio due malnati che le spianarono le pistole intimandole di consegnare le chiavi dell’auto parcheggiata nel cortile di scuola. Impietrita vide la sua 500 allontanarsi con i due a bordo. Ripeto, nel cortile della scuola.

    Come ricordo di una mia cugina, napoletana e inviata nell’Istituto di un rione preriferico cittadino quale commissario di italiano alla Maturità. E insomma venne il turno di un giovincello, reduce da pessime prove scritte, che agli orali fece anche peggio. Al momento del giudizio lei si oppose alla sua promozione, nonostante le rimostranze dei commissari interni. Niente, il ‘giovine’, forse figlio di chi sa quale papà, fu approvato. La commissaria che voleva soltanto salvare la personale dignità finì in gabinetto a vomitare l’anima intera.
    Ora io posso anche capire le ‘necessità’ di quegli insegnanti, perchè il contesto è il contesto, ciò che mi stupisce è il cinico isolamento cui fu sottoposta mia cugina per i restanti giorni di esame.
    Oggi,per onore di obbiettività, sembra che in quel disgraziato quartiere le cose stiano cambiando.
    MI scuso con Giulio per il presunto OT.

  59. maria rosa Says:

    Mi re-inserisco in questa disputa estremamente interessante sull’insegnamento della grammatica nelle nostre scuole e che, ho constatato leggendo tutti post, ha dato l’avvio a tante altre conseguenti discussioni su argomenti connessi ( bisogna puntare sulla competenza o sulla conoscenza? Sono utili i test dell’INVALSI? I docenti vanno valutati sul merito o sul metodo? …). E’ logico che un argomento di tale portata metta in moto una marea di opinioni anche contrastanti ma che tuttavia marcano con grande rilievo l’importanza che tutti quanti noi (almeno quelli che partecipano a questo dibattito) diamo sia all’insegnamento/apprendimento della nostra lingua madre che alla scuola in generale. Tutti siamo stati alunni e, anche se non tutti siamo docenti, siamo comunque genitori-parenti di ragazzi che vanno a scuola.
    Sono stati toccati nel dibattito alcuni aspetti molto interessanti:
    a- come insegnare la grammatica. Indicazioni o non indicazioni nazionali, checché vogliamo dire, è assolutamente indispensabile insegnarla. I docenti di lettere hanno l’obbligo di far fare una riflessione linguistica e avrebbero anche l’obbligo di brigare all’interno dei consigli di classe e dei collegi dei docenti, affinché il concetto di “educazione linguistica” rientrasse all’interno di tutti gli insegnamenti disciplinari, perché la lingua è trasversale a tutte le discipline e se uno non sa leggere/scrivere non può avere accesso ad alcun sapere.
    b- Per quanto riguarda invece quale grammatica insegnare: emerge dal dibattito che ogni docente di italiano attinge alla propria esperienza e ai propri studi nel merito e naturalmente adegua il proprio metodo di insegnamento alla propria classe, la quale, variando nel corso degli anni, richiede una variazione anche nel metodo. Dunque io penso che non si possa parlare di “un metodo più efficace o meno efficace “ in assoluto, ma della possibilità che il docente possa scegliere sulla base della sua necessità per i suoi alunni. Ma la scelta può essere fatta tanto meglio e tanto più efficacemente quanto più il docente conosce una varietà di metodi e di teorie, possibilmente informate agli studi più recenti. E allora, qui si è parlato della grammatica valenziale, introdotta in modo sistematico solo recentemente dagli studi, prima teorici, del prof. Sabatini e della sua équipe. La sua grammatica più recente è “ Sistema e testo- Dalla grammatica valenziale all’esperienza dei testi”- Loesher editore. Torino 2011 “. In questa grammatica che prende le mosse dalle teorie del linguista francese Lucien Tesnière “Eléments de syntaxe structurale (Klincksieck, Paris 1959; seconda edizione 1965)”, viene affrontato l’aspetto della funzione delle parole all’interno di un testo, piuttosto che degli aspetti morfologici e della loro classificazione. Partento dall’idea di nucleo compositivo della frase, si sottolinea come il predicato (verbo) abbia un sistema di valenze limitato . Con valenza si intende l’argomento o gli argomenti che sono indispensabili a “saturare” il verbo del suo significato. Pertanto ci sono dei verbi a valenza zero, vale a dire che non richiedono alcun “argomento” per la loro significatività ( esempio: piove), altri che richiedono una sola valenza ( es. Antonio ha potato gli alberi) , altri tre valenze ( es. Aldo si dà una pettinata ai capelli) . Questa struttura semplice ingloba nel nucleo tutti gli elementi che ne fanno parte, che, cioè, sono in relazione con gli argomenti espressi nelle valenze. Gli altri elementi sono ripartiti in due macro-categorie: i circostanti , che non fanno parte integrante del nucleo ( nel senso, cioè, che ne chiariscono altri aspetti non essenziali) ma hanno con esso legami di tipo sintattico, e le espansioni ( che si integrano bene con il nucleo e i suoi circostanti, “non collegandosi ad essi con specifici legami sintattici ma solo per congruenza di significato” (Sabatini, op.cit.). Questa semplice struttura dà la possibilità di analizzare dal punto di vista della “funzione” tutti gli elementi costitutivi della frase e del periodo complesso e composto. E naturalmente permette di risolvere in modo più efficace tutti quegli interrogativi che ci hanno fatto impazzire sia come alunni che come docenti (che complemento è? come si deve considerare? ) come è detto negli esempi riportati in molti post. D’altro canto, tutta quella pletora di complementi che volevano fissare in uno schema rigido e classificatorio la forma più che la funzione degli elementi della frase, erano funzionali ad un ( peraltro superatissimo) studio del latino che si andava insegnando nelle nostre scuole e che vedeva la grammatica italiana come ancillare nei confronti della lingua latina, nel senso che per far comprendere il sistema delle desinenze latine esplicative delle funzioni logiche, di cui ormai nella nostra lingua non c’è più traccia, si richiedeva agli studenti un noiosissimo sistema classificatorio la cui rilevanza e il cui significato veramente sfuggivano. Molti di noi hanno per questo detestato il latino, percependolo come una lingua artificiale, avulsa e staccata da ogni realtà pratica e funzionale. Cosa assai lontana dal vero, in quanto il latino era una lingua adattissima ad esprimere sentimenti, emozioni, situazioni, argomentazioni ecc, come tutte le altre lingue. Mi fermo qui. Spero di non avere annoiato nessuno. Confido quindi che questo mio post possa essere comunque saltato piè pari da chi non fosse specificatamente interessato.
    c- Avrei qualcosa da dire anche sui test invalsi, ma rimando ad un prossimo post.

  60. maria rosa Says:

    Rileggendo (ma dopo la pubblicazione) mi sono accorta di un errore: “altri che richiedono una sola valenza ( es. Antonio ha potato gli alberi)”. Correggo: altri che richiedono una sola valenza ( es. Marco dorme ), altri che richiedono due valenze ( Antonio ha potato gli alberi)… Mi scuso per la svista.

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