Cosa o come insegnare a scuola / L’endecasillabo e gli altri

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di giuliomozzi

Suppongo che le Odi del Parini si leggano oggi sostanzialmente per dovere, e per rispetto verso un uomo che fu omaggiato come figura morale tanto dal Foscolo quanto da Leopardi (come dire: dal diavolo e dall’acquasanta, benché non saprei dire quale dei due sia l’acquasanta); un vero piacere di lettura può darlo invece, mi pare, ancora, il poemetto Il giorno: se non altro per l’ammirevole forma dell’endecasillabo. D’altra parte, temo che sia difficile leggere oggi l’endecasillabo (sciolto e non) del Parini senza avere in mente quello del Foscolo: anzi, temo che sia quasi inevitabile leggerlo come prodromo di quello, non solo ammirevole ma meraviglioso, appunto del Foscolo (e similmente capiterebbe a leggere il Monti, se qualcuno si degnasse di leggere il Monti – almeno l’Iliade, suvvia, che è uno splendore; non pretendo la Bassvilliana, opera peraltro di smisurato successo ai suoi bei dì). E allora, riflettendo su questo, gentili insegnanti, e proseguendo il discorso cominciato con Manzoni, i poeti comico-realistici del Duecento e la letteratura occidentale mi viene in mente qualche domanda: dando per scontato che ai vostri ragazzi qualche nozione di metrica italiana l’abbiate fornita (ma: e quando? alle medie? nel primo biennio delle superiori? o addirittura più tardi?), vi è mai successo di ragionare con loro proprio sulla storia delle forme poetiche? Com’è, ad esempio, che Petrarca e i petrarchisti pubblicarono ciascuno sonetti a centinaia, e Leopardi manco mezzo? Com’è che Giorgio Caproni faceva dei sonetti che sembrano tutti scombiccherati e sono tutti perfetti, e sembrano tutti discendere diretti da A Zacinto, o almeno dalle possibilità di organizzazione del discorso che A Zacinto mostra? Com’è che l’endecasillabo, che in Petrarca sembra una cosa così piana e semplice e spedita, in Foscolo diventa quell’accidente lì talvolta composto quasi più da consonanti che da vocali? (parola del Foscolo stesso, cito a memoria; e io direi: dove talvolta sembrano esserci più accenti che silabe disponibili). E com’è che a un certo punto tutti si mettono a scrivere in endecasillabi sciolti, cioè senza rima, senza peraltro smettere di comporre nell’istesso tempo odicine e inni con veri tour de force di rime ordinarie, tronche e sdrucciole? E com’è che a un certo punto, direi soprattutto nelle novelle in versi ottocentesche (ma posso qui più facilmente sbagliarmi), saltano fuori i polimetri? (Fino allora relegati, forse, alle forme comico-burlesche). E com’è che le forme poetiche nascono e muoiono? Com’è che Pascoli ripesca (a modo suo) le terzine incatenate, e Pasolini ripesca (a modo suo) le terzine incatenate del Pascoli, e oggi Gianni D’Elia ripesca (a modo suo) le terzine incatenate di Pasolini? (Roberto Galaverni, in Dopo la poesia, p.135, per D’Elia parla di “riferimento a Pasolini e alla sua vena politico-civile […] con relativa propensione al poemetto e all’endecasillabo narrativo”: come se fosse ovvio che una consonanza etico-politica porti con sé l’impiego di simili forme metriche: ma è ovvio?).
Ho la sensazione che il tema salti fuori spesso quando qualche Grande Poeta del Nostro Tempo (o di Quello Appena Passato) fa un’operazione di ricupero (es. Fortini che fa una sestina, Zanzotto che fa l’Ipersonetto): ma più difficilmente ci si rende conto, e si parla in aula, di quanto sia importante la scelta di Leopardi di non fare sonetti; di come fosse problematica per lui la canzone (le sue prime canzoni hanno schemi rimici ipercomplicati, francamente assurdi), fin quando s’inventò – sulla scorta di esempi teatrali e barocchi – la cosiddetta “canzone libera”; di come un testo come L’infinito, con i suoi quindici endecasillabi sciolti (in realtà quattordici più uno: l’ultimo, oltre a essere un’aggiunta posteriore alla prima redazione, può essere tolto senza perdita di legami sintattici e fors’anche di senso), sia una dirompente novità e sia anche una sorta di critica del sonetto (e allora la siepe che cos’è? Com’è che un testo metricamente liberato, e palesemente critico verso le forme chiuse, ci parla proprio di un limite?).
Eccetra. Non so se sono riuscito a definire l’argomento. Ma la questione è la solita: ne parlate di queste cose, in aula? E come? E cosa fate fare ai ragazzi? E cosa leggete? E quali sono i vostri obiettivi? Eccetera, eccetera…

Il sonetto di Shakespeare viene da qui.

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21 Risposte to “Cosa o come insegnare a scuola / L’endecasillabo e gli altri”

  1. Cristian Says:

    molto interessante. Mai sentito parlare di roba del genere a scuola, ma le cose intanto possono essere cambiate. Però, se posso fare un’osservazione, non si può neanche pretendere dalla scuola superiore, anche se liceo classico, di diventare l’università. Comunque bisogna sentire gli insegnanti

  2. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 9 marzo 1998 – Oggi è il 9 marzo ed è lunedì. Che sia il 9 marzo non significa niente, che sia lunedì in¬vece è importante. Il lunedì è un giorno molto « da diario », perché è il primo giorno della settimana, un giorno « di inizio » e, a guardare bene, un diario è fatto tutto di inizi. Ogni volta – ogni giorno, ogni frase – si inizia qualcosa e il fatto che finisca presto o addirittura prestissimo non toglie il fatto che si è iniziato. Il piacere dell’iniziare è quanto basta a un diario, perché un diario – ecco il punto – di accontenta di poco. Non c’è diario, tuttavia, che non vorrebbe qualcosa di più: diventare racconto, trasformarsi in romanzo. Riscattarsi dall’insignificanza del tempo, guarire dalla patologia del puro e semplice gesto. Il gesto di iniziare, l’atto di scrivere. Dire fare baciare lettera testamento. Invece di limitarsi a dire, a fare, a baciare – che sono tutte cose che lasciano il tempo che trovano – essere almeno una lettera, o, male che vada – è andata male – un testamento. “. [*]
    [*] n.b: testo sperimentale.

  3. manu Says:

    refusino per acabarra

    Il piacere dell’iniziare è quanto basta a un diario, perché un diario – ecco il punto – di accontenta di poco.

    buona giornata

  4. enrico ernst Says:

    caro Giulio, parzialmente fuori tema, ma può essere utile anche ad altri. In questi anni, nei quali ho cercato di parlare di poesia e di scrittura poetica ad adulti, anche lettori “forti”, ma che con estrema cautela e timidezza si avvicinano alla tradizione della poesia, alla poesia e al suo “universo di senso e di forme”, ho letto diversi manuali di metrica e di “teoria”: alzo gli occhi e vedo: Gli strumenti della poesia (Beltrami), Scrivere in versi (Sica), Ricettario di scrittura creativa (Brugnolo, Mozzi), Com’è fatta una poesia (Gardini), Il manuale del poeta (Santagostini), Che noia la poesia (Enzesberger, Berardinelli), Poesia e magia (Seppilli)… ecco volevo chiederti e chiedervi: quali sono i libri su cui hai/avete costruito e raccolto ciò che sai/sapete della metrica e della sua genesi, della sua storia e delle sue manifestazioni?… grazie! (PS non ricordo, al liceo classico, di aver mai capito a fondo le “ragioni della metrica”… ho dovuto recuperare più tardi… e un nesso forte per “aprire” alla comprensione del fenomeno è stato di mettere in relazione poesia e canzone… fine 70, e inizio 80 sono stato un ammiratore di Renato Zero, e cercavo di scrivere delle “cose” come le sue… con i miei mezzi, e a tentoni, qualcosa mi diceva che le canzoni erano scritte come poesie, e non a caso – peccato che la scuola non mi abbia parlato di quella curiosa “rispondenza” tra i dischi e le pagine di un’antologia di italiano…)

  5. acabarra59 Says:

    Quando sbaglio corigetemi, non so se mi spiego.
    Baci

  6. Cristian Says:

    sull’ Infinito – la siepe, il limite – direi questo: che solo ponendo il limite si libera l’infinito; come dice Massimo Recalcati solo nella adesione alla legge si libera il desiderio; solo facendo chiarezza tra ciò che è della ragione e ciò che non lo è, tra vero e “illusioni”, si attinge diciamo così all’essere; ragion per cui non credo risulti in qualche modo superfluo l’ultimo verso perché dopo aver identificato, separato, ciò che è sensibile da ciò che non lo è, ciò che è finito da ciò che non lo è, l’uomo così risolto può attingere alla propria origine (toccare il suo fine) e può avviarsi (ecco appunto il verso conclusivo) a vivere come dolcezza (non con paura) il naufragare nell’infinito, cioè, detto in termini religiosi, può ricongiungersi a dio che è padre (il che poi è ricongiungersi a se stessi).

    PS PER ACABARRA59: scusa acabarra59, a parte il correggere, ma cos’è che scrivi? non capisco tante volte cosa c’entra quello che scrivi, che roba è …

  7. Giulio Mozzi Says:

    Enrico: per approfondire c’è la “Metrica italiana” del Menichetti (ed. Antenore). Ma per me hanno contato molto i commenti ati testi che leggevo. Purtroppo molte edizioni non hanno commento metrico.

  8. francesco genovese Says:

    Al liceo scientifico dei miei anni 80 niente di tutto ciò.
    Giro allora la domanda a mio figlio che il liceo scientifico lo ha appena finito e ad una sua amica che sta facendo il classico.
    Beh domanda strana da fare al mare :
    Mio figlio mi sembra che abbia bene chiari i concetti della metrica e dice che dipende dai prof, ad alcuni interessa divulgarla ad altri meno.
    La ragazza mi dice che al classico con il greco ne parlano e come. Mio figlio le dice che con Leopardi sarà un bel vedere.
    In un mondo tecnologico e smartphoniano chissà se esiste, e Mozzi potrebbe proporla in caso contrario, una app sulla poesia, la metrica, etc etc.

  9. Nadia Bertolani Says:

    Giulio, quale distanza abissale tra il dire e il fare! Tralascio le considerazioni sul Liceo Classico e mi concentro su quella che è stata la mia esperienza diretta, vale a dire il mio “fare”. Ho insegnato solo (a parte qualche supplenza a inizio carriera) in istituti tecnici, nel triennio, durante il quale tre ore settimanali di Lingua e Letteratura italiana non mi sono bastate neppure per portare a termine un dignitoso excursus storico delle Patrie Lettere. Sarà stata colpa della mia insipienza? Forse, però a questa vanno aggiunti:
    1) la scarsità delle letture domestiche pregresse (è difficile volare pindaricamente e proporre accostamenti per affinità e/o contrasto con autori italiani e stranieri completamente sconosciuti da studenti che a 16 anni avevano al loro attivo solo Marcovaldo, se andava bene);
    2) il numero degli autori dalle Origini a oggi, parlando solo dei cosiddetti maggiori (si operavano tagli vistosi, ai miei tempi, per lo più dettati da motivazioni ideologiche, vedi ad esempio il Carducci. Figuriamoci il Monti!);
    3) la difficoltà di lettura di quegli studenti che avevano bisogno della parafrasi in classe per accedere a testi poetici, il che significa che “Dei Sepolcri” del Foscolo portava via un mese di lezioni, scioperi e festività permettendo.
    Non voglio lamentarmi, ma solo capire, riflettendo qui con voi tutti, quanto di bello e di formativo vada perduto nella scuola. Non sono stata un’insegnante pessima e ho sempre raggiunto il traguardo che mi ero prefissata: ignoranti o meno, i ragazzi delle mie classi diventavano “lettori”. Ma quanto alle regole metriche… Penso che nei Licei le cose vadano meglio. Quanto a me, ho sempre lottato con colleghi che dubitavano avesse un senso leggere Dante nelle scuole per Geometri e Ragionieri. Terzine a parte. Scusate, il mio discorso ha preso una piega troppo autobiografica e intimista, mi succede spesso.

  10. acabarra59 Says:

    “ Sabato 3 gennaio 1998 – Un diarista pensa sempre al diario. Così, se in un bella mattina di sole, un diarista entra per puro caso nella Basilica di S. Clemente – si era recato, prima alla lavanderia Green Colosseum per far lavare dei pantaloni (Cerruti 1881), poi all’ufficio postale per un conto corrente (ENEL) e, subito accanto, dal tabaccaio per un pacchetto di Rothmans (rosse) – e vede una cappella stupendamente affrescata e a prima vista si chiede: « Masaccio? », oppure: « Piero della Francesca? », e poi legge: « Masolino da Panicale «, si accorge che quello che gli viene subito in mente è un testo di un suo diario di qualche tempo fa nel quale si può leggere: « 4 novembre 1988, Roma – “ Masolino e Masaccio – Nella didascalia di pag. 10 del fascicolo Masaccio e Piero, distribuito con la Repubblica di mercoledì scorso, si legge: « La guarigione dello storpio e di Tabita di Masolino D’Amico e Masaccio… ». La didascalia va quindi letta correttamente così: « La guarigione dello storpio e di Tabita di Masolino e Masaccio ». Chiediamo scusa dell’errore ai lettori e, naturalmente, a Masolino D’Amico. “ E a Masolino da Panicale no? ». Così al diarista anche stavolta gli viene da ridere. Ammesso che sia ridere. Ma soprattutto da scrivere. (Ammesso che sia scrivere) “.

  11. acabarra59 Says:

    ” 4 gennaio 1979 – Una regola umana contro la regola capitalistica? La scrittura contro la letteratura? Come scrivere questa regola? Il silenzio, la parola. La metrica del desiderio. Giorno per giorno. “,

  12. deborahdonato Says:

    Per mia esperienza, posso testimoniare che gli insegnanti delle medie sono solitamente più attenti alle questioni metriche. Io mi sono inoltrata, all’inizio della mia attività, sui sentieri della metrica, con i testi di Angeli Marchese. Per il resto, credo che il lavoro sulla metrica latina sia una risorsa a cui la scuola non può rinunciare .

  13. deborahdonato Says:

    L’ha ribloggato su orlando furiosoe ha commentato:
    Come ogni settimana…

  14. Maria Luisa Mozzi Says:

    Insegno alle medie. So poco di poesia.
    Ai ragazzi faccio vedere com’è fatta una terzina dantesca, com’è fatta un’ottava ariostesca e com’è fatto un sonetto.
    Faccio rilevare che da Leopardi si scrive in versi sciolti e liberi.
    Faccio sentire bene la differenza fra versi parisillabi e imparisillabi.
    Faccio imitare, cioè “svuoto” di parole un sonetto o un’ottava o un testo per es. in decsillabi, lascio le rime e gli accenti ritmici e faccio reinventare il testo.
    Si divertono, in genere, a patto che il lavoro sia svolto in piccoli gruppi.
    Imparano, a volte.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: si potrebbe complicare il gioco (forse lo si complicherebbe troppo, però) conservando non solo rime e accenti ritmici ma anche a es. le vocali accentate. (Sono di quelle cose che fanno gli Oulipiani).

    Valéry raccontò in un bel testo il modo in cui aveva concepito e scritto Il cimitero marino. (Qui c’è uno studio, piuttosto palloso, ma interessante, sulla faccenda). In sostanza, Valéry raccontava di essere partito da un’idea puramente formale (un certo metro, un certo ritmo, certi suoni ecc.).

  16. Carlo Capone Says:

    Al Guggenheim di New York in questi giorni tiene banco la Mostra sul Futurismo italiano.
    A 45 anni dal primo apprendimento, ho riletto la prima edizione del bombardamento di Adrianopoli, di F. Marinetti. Era esposta in una nicchia ricavata nella rampa a spirale del Museo.
    Ora, la prima volta che mi imbattei nel poemetto fu per merito del mio docente di Italiano e Arte, Padre Francesco Salvato S.J., sensibilissimo alle innovazioni tecniche della poesia del 900. E perciò quella lettura colpì vivamente la mia immaginazione, al punto di rimanerne irretito e insieme sdegnato. Va anche detto che in quegli ultimi Sessanta tutto ciò che atteneva al Fascismo veniva a prescindere rigettato.
    In seguito, quando acquisii una certa indipendenza critica, risolsi il personale dilemma inquadrando il Manifesto marinettiano nello spirito di quegli anni 10 del Novecento, un fertile humus nel quale convivono l’uso del non-verso libero senza punteggiatura, la rivoluzione feudiana, le teorie relativistiche, l’avvento del meccanicismo, e perchè no, i fermenti interventisti dell’Italia liberale.
    Ecco, se fossi un docente di Liceo, io l’assedio di Adrianopoli lo farei studiare. E qui lo riporto.

    Bombardamento

    ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare spazio con un accordo tam-tuuumb ammutinamento di 500 echi per azzannarlo sminuzzarlo sparpagliarlo
    all’infinito
    nel centro di quei tam-tuuumb spiaccicati (ampiezza 50 chilometri quadrati) balzare scoppi tali pugni batterie tiro rapido Violenza ferocia regolarità questo basso grave scandere gli strani folli agitatissimi acuti della battaglia Furia affanno
    orecchie occhi
    narici aperti attenti
    forza che gioia vedere udire fiutare tutto tutto tara-tatatata delle mitragliatrici strillare a perdifiato sotto morsi schiaffffi traak-traak frustate pic-pac-pum-tumb bizzzzarrie salti altezza 200 m della fucileria Giù giù in fondo all’orchestra
    stagni diguazzare buoi buffali pungoli
    carri pluff plaff impennarsi di cavalli
    flic flac zing zing sciaaack ilari nitriti iiiiii scalpiccii tintinnii 3 battaglioni bulgari in marcia croooc-craac [LENTO DUE TEMPI] Sciumi Maritza o Karvavena croooc craaac grida degli ufficiali sbataccccchiare come piattttti d’otttttone pan di qua paack di là cing buuum cing ciack [PRESTO] ciaciaciaciaciaak su giù là là in-torno in alto attenzione sulla testa ciaack bello Vampe
    vampe
    vampe vampe
    vampe vampe
    vampe ribalta dei forti die-
    vampe
    vampe
    tro quel fumo Sciukri Pascià comunica telefonicamente con 27 forti in turco in tedesco allò Ibrahim Rudolf allô allô attori ruoli
    echi suggeritori scenari di fumo
    foreste applausi odore di fieno fango sterco non sento più i miei piedi gelati odore di salnitro odore di marcio
    Timmmpani flauti clarini dovunque basso alto uccelli cinguettare beatitudine ombrie cip-cip-cip brezza verde mandre don-dan-don-din-béèé tam-tumb-tumb tumb tumb-tumb-tumb-tumb
    Orchestra pazzi bastonare
    professori d’orchestra questi bastonatissimi suooooonare suooooonare Graaaaandi fragori non cancellare precisare ritttttagliandoli rumori più piccoli minutissssssimi rottami di echi nel teatro ampiezza 300 chilometri quadrati Fiumi Maritza Tungia
    sdraiati Monti Ròdopi ritti al-
    ture palchi loggione 2000 shrapnels sbracciarsi ed esplo-dere fazzoletti bianchissimi pieni d’oro Tumb-tumb 2000 granate protese strappare con schianti capigliature tenebre zang-tumb-zang-tuuum-tuuumb orchestra dei rumori di guerra gonfiarsi sotto una nota di silenzio
    tenuta nell’alto cielo pallone sferico
    dorato sorvegliare tiri parco aerostatico Kadi-Keuy.

  17. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 27 novembre 2009 – « Ebbi dall’amico De Bosis un biglietto d’ingresso per una lettura di versi futuristi fatta dal Marinetti alla Società degli Autori di Roma. E, quantunque mi aspettassi di assistere a una nauseante scenata, volli andare. La scenata non ci fu; ma peggio. Entrai in una piccola stanzetta, una specie di salotto: le sedie erano già occupate da moltissime signorine, forse intellettuali, come pareva dall’aria che si davano; qua e là giovani che all’aspetto parevano o volevano parere scrittori, giornalisti e artisti: tantoché io, non essendoci abituato, feci il viso rosso. E dovetti rimanere, quasi dietro a tutti, pigiato contro il busto marmoreo non so di chi. Dirò subito che per una “Società di Autori” a Roma, non mi aspettavo un bugigattolo più piccolo di un mio sbadiglio. […] Senz’altro, me ne venni via dal salotto della Società degli Autori; e pensai, istantaneamente, che in campagna avevo lasciato i miei fichi senza spauracchi. E da perfetto provinciale mi accorsi che io avevo creduto: 1°: che la Società degli Autori non si degnasse di prestare il suo salotto al Marinetti; 2°: che nessuno ci andasse. E, in treno, mi convinsi: 1°: che ” autori “, in una grande città, vuol dire ” giornalisti “; o gente anche meno competente; e ciò è ridicolo come in una qualunque città di provincia. 2°: che è più facile capire il Marinetti che un’opera d’arte; e che qua [*] il pubblico avesse diritto d’ascoltarlo. Morale: io avevo troppa stima degli altri e specie a Roma. » (Federigo Tozzi, Viltà romana, in “La Torre”, 1, n. 4, 21 dicembre 1913) [*] Parola illeggibile. “

  18. Maria Luisa Mozzi Says:

    Grazie mille a Caro Capone e ad acabarra59.
    Con la vostra intelligenza e con la vostra gentilezza nel porgere avete illuminato questa mia giornata così difficile.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: il saggio di Valéry su se stesso è compreso nel volume Varietà, pubblicato da Rizzoli (e io ce l’ho qui sottomano).

  20. Maria Luisa Mozzi Says:

    CARLO Capone, naturalmente. Anche se il mio precedente “Caro Capone” è bello, divertente.
    Giulio: mi interessa il saggio, verrò a Padova uno dei prossimi giorni, a Dio piacendo.

  21. Carlo Capone Says:

    Maria Luisa, il lapsus calami è per me lusinghiero. Spero che presto passi il tempaccio.

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