Cosa o come insegnare a scuola / La letteratura occidentale

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Andy Warhol, Cinque bottiglie di Coca-Cola

Andy Warhol, Cinque bottiglie di Coca-Cola

di giuliomozzi

Dopo aver discusso su I promessi sposi e sui poeti comico-realistici del Duecento, ora propongo un’altra questione (già da più d’uno sollevata in calce a Manzoni e poeti ecc.). Oggi, si dice, la letteratura è “globalizzata” (tanto quanto la musica, le abitudini alimentari e l’abbigliamento). E va bene. Ma prima di diventare “globale”, tra i primi dell’Ottocento e i primi del Novecento, la letteratura è sicuramente diventata “occidentale”. Non che non ci fossero, prima, gli scambi (vedi il diffondersi del petrarchismo in tutta Europa, vedi l’entrare in Italia delle “materie” cavalleresche ecc.). Ma, insomma, la faccenda è diventata diversa. Nel 1827, per dire, Goethe cura in Germania la pubblicazione delle opere poetiche di Alessandro Manzoni; e ne riceve in cambio una copia con dedica dei Promessi sposi (la prima edizione, ovviamente): gli scambi cominciano ad avvenire, come si direbbe oggi, in tempo reale o giù di lì (se siete curiosi di sapere che cosa pensasse Goethe di Manzoni, date un’occhiata qui).

Ora, la domanda che rivolgo alle signore insegnanti e ai signori insegnanti: questa “occidentalizzazione” (o “europeizzazione”, se volete, almeno all’inizio) della letteratura, come la raccontate a scuola? La raccontate? In epoca romantica si forma per la prima volta (mi pare) in Europa un vero e proprio “network” di scrittori e intellettuali che si parlano, corrispondono, si traducono vicendevolmente, si recensiscono, si ospitano ecccetera. Da quell’età in poi nessuno scrittore serio può pretendere di lavorare solo nell’orizzonte della propria letteratura nazionale (e, se lo fa, è provinciale): in che modo parlate con i ragazzi di questa trasformazione della letteratura? L’occidentalizzazione passa poi attraverso una serie di “istituzioni” (es. le riviste) e di luoghi (certe città: Parigi soprattutto, alla fin fine); modifica le lingue, o almeno il modo di percepirle; spinge i letterati al poliglottismo (un poliglottismo che non include più necessariamente il latino); dà vita a tutto un lavoro editoriale di traduzione; e così via. Volendo individuare un culmine, ovvero un periodo relativamente breve nel quale collocare la definitiva occidentalizzazione della letteratura, potremmo porla più o meno tra le prime traduzioni europee di Whitman (primi anni Ottanta dell’Ottocento, in Francia: se non sbaglio) e la consacrazione di Italo Svevo a “scrittore europeo” grazie agli interventi dell’irlandese James Joyce e del francese Valéry Larbaud (anni Venti del Novecento). Di queste cose riuscite a parlare a scuola? E come? I ragazzi riescono a percepire il cambiamento? Che cosa fate leggere loro, per comprendere questo cambiamento? Riuscite a far avere loro un’idea della letteratura, se non “globale”, almeno “europea”?

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32 Risposte to “Cosa o come insegnare a scuola / La letteratura occidentale”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    A me sembra che la nascita della cultura “occidentale” sia da collocare nell’Illuminismo.
    Luoghi e vie della cultura, ruolo degli intellettuali anche in ambito politico, discussioni sovranazionali: tutto mi sembra essere cambiato fra fine Settecento e Congresso di Vienna.

    Insegno nella scuola media. Ai miei ragazzini faccio leggere parti della discussione sulla pena di morte fra Cesare Beccaria e i philosophes dell’Enciclopedia, parti del Trattato sulla tolleranza di Voltaire e un’antologia del Candido.
    Faccio leggere queste cose nelle ore di storia, per documentare, appunto, il cambiamento, ma le accompagno con ragionamenti sulla tipologia, sulla funzione sociale e sul pubblico destinatario dei testi che leggiamo.

    Parlando ai ragazzi della letteratura dell’Ottocento e del Novecento, metto in evidenza la sua “occidentalizzazione”, ma spesso, ahimè, a livello di nozione e anticipando quello che poi troveranno scritto nel loro libro di testo. Cose del tipo: il Verismo italiano nasce sull’onda del Naturalismo francese, etc. Faccio poi leggere qualche pagina di Emile Zola (dall’Assomoir) e di Giovanni Verga (La roba, Rosso Malpelo), ma per ragionare sullo stile e non sul respiro europeo dei loro scritti.

  2. Cristian Says:

    ecco sì questo è un post interessante, su due piedi così non saprei che dire non sono insegnante però il punto è come dissi:
    ” Cristian Says:
    21 luglio 2014 alle 19:16
    comunque secondo me non ha più senso insegnare letteratura italiana va insegnata la letteratura europea”
    e dovevo dire ovviamente europea e americana

  3. donatella Says:

    Un consueto punto di partenza, nel liceo, è l’articolo scritto da Madame de Stael sulla Biblioteca Italiana, nel 1816, in cui invita i letterati italiani a rinnovare le loro tematiche, traducendo testi di altre letterature, come quella inglese e tedesca. Quando i ragazzi leggono le risposte risentite degli scrittori italiani (del Giordani e di Leopardi ad es.), cominciano a cogliere la dinamica dei rapporti tra la nostra letteratura e quelle europee. Leggendo in seguito i Malavoglia, una ragazza ha acutamente osservato, a proposito della geografia mentale degli abitanti di Aci Trezza, che la “miseria” italiana era ben diversa da quella francese (aveva letto con la collega di lingue alcune pagine dell’Assommoir di Zola). La richiesta di Giulio mi ha però fatto riflettere su quanto l’atteggiamento “italocentrico” permanga nei nostri programmi e nella forma mentis degli insegnanti di lettere a a quanto le nostre scelte siano prevalentemente finalizzate alla conoscenza dell’autore, trascurando, spesso, il contesto molto più esteso da cui è nata la sua opera e in cui si inserisce. Parlando a titolo personale, da quando insegno in un liceo linguistico e mi confronto con i colleghi di spagnolo, tedesco e francese mi sono accorta di conoscere davvero poco le altre letterature; l’aspetto positivo di questo è l’aver deciso una programmazione di letteratura interdisciplinare, utile e stimolante non solo per i ragazzi, ma anche per me.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Ecco, per chi gli interessasse, l’articolo di Madame de Staël citato da Donatella: Sulla maniera e la utilità delle traduzioni.

  5. acabarra59 Says:

    “ Martedì 12 agosto 2014 – « Scusi, signora – chiedo alla donnetta che mi cammina davanti -, sa dov’è una banca? » « No, no, non lo so proprio », mi risponde senza nemmeno girarsi a guardare chi è che le ha rivolto la parola. Poi, dopo poco, la banca la trovo, e, mentre sono allo sportello, chi vedo che, al di là del vetro, sta facendo un bancomat? Ma proprio lei, la signora che non sapeva dove fosse una banca. (Diciamo così: la gente ha paura dei ladri, soprattutto le donne. E i ladri, che tutto sono meno che disinformati, lo sanno benissimo) “.

  6. deborahdonato Says:

    L’ha ribloggato su orlando furiosoe ha commentato:
    Come sempre spunti interessanti di riflessione da Vibrisse.
    Meditate gente, meditate…

  7. Cristian Says:

    per esempio nei miei libri delle superiori (che ho cercato e non trovato) venivano certamente nominati e trattati in una mezza paginetta + una con un qualche brano di una loro opera autori stranieri importanti, ma la questione è che ci vorrebbe un capovolgimento. Per esempio per l’Ottocento decine di pagine su Manzoni e poi cari ragazzi guardate che esiste anche il romanzo sociale con Balzac poi Dickens eccetera poi in Russia c’era un certo Dostoevskij (di cui peraltro non mi ricordo che in classe sia mai stato fatto il nome e non mi ricordo se c’era sul libro). Bisogna invece dire: cari ragazzi l’Ottocento è Balzac e Dostoevskij e giù le decine di pagine consumate per Manzoni poi da noi c’è Manzoni il romanzo storico eccetera. Per la poesia poi cosa c’ è? naturalmente Pascoli, e Baudelaire e Rimbaud dove stanno?
    I manuali di storia della letteratura dovrebbero ormai intitolarsi Storia della letteratura dell’ Occidente (con contenuti conseguenti)

  8. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, siamo tutti d’accordo.

    Però leggi decreti regolamenti e quant’altro prevedono che nella scuola italiana si insegni la (storia della) letteratura italiana, con qualche accenno al Resto Del Mondo.

    Le domande che pubblico qui sono per gli insegnanti che lavorano oggi nella scuola: nel quadro legislativo decretale regolamentale che c’è oggi.

  9. Marta Says:

    Per quanto mi riguarda, introduco questo discorso fin dal terzo anno (scuole superiori), cioè il primo anno in cui si comincia a tutti gli effetti lo studio della letteratura (italiana).
    La diffusione della cultura e il necessario confronto che ne deriva, a mio avviso, comincia molto prima del XIX secolo.
    Dal momento che la letteratura italiana comincia nel ‘200 il primo argomento di riflessione che introduco rispetto a questi temi è quello della nascita del libro come oggetto, degli immensi costi che comportava produrli e di come la cultura fosse in questo modo appannaggio di pochissimi. La seconda e forse più cruciale tappa di questo percorso tematico è la nascita della stampa, con tutte le conseguenze che ne derivano, ad ogni livello: i libri cominciano davvero a circolare e gli autori possono finalmente leggersi tra di loro, anche tra contemporanei (cosa davvero difficile prima) e in certi casi instaurare un dialogo. Nodo fondamentale di questo momento è ovviamente la rivoluzione scientifica, che senza stampa e senza la diffusione delle idee che consente, probabilmente non sarebbe mai avvenuta.
    Dopo arriva ovviamente l’illuminismo, la sistematizzazione del sapere, la coscienza enciclopedica e tutto quello che porterà alla temperie letteraria dell’800, in cui non si parla più di letteratura italiana, ma per spiegare qualsiasi autore/opera bisogna necessariamente riferirsi all’intero contesto europeo.
    Sinceramente trovo molto riduttivo arrivare a parlare di una condivisione letteraria e culturale solamente a partire dall’800. All’800 ci si arriva, passando per tappe culturali di fondamentale importanza che vanno comprese e analizzate sia nel loro manifestarsi, ma soprattutto nelle loro cause (che quasi sempre dipendono da ragioni meramente pratiche).

  10. Cristian Says:

    bisogna lanciare la Campagna Di Rottamazione Dei Programmi Di Letteratura e lanciare Il Manifesto Per L’ Insegnamento Della Letteratura Dell’Occidente Nelle Scuole Della Repubblica

  11. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, però qui stiamo parlando d’altro. Spero che tu te ne renda conto.

  12. Marta Says:

    Visto che si insiste sul modificare i programmi in un ottica più universale, spendo due parole per manifestare la mia contrarietà.
    A scuola sarebbe bello fare tutto, corsi di cinema, di teatro, di scrittura creativa eccetera; tuttavia bisogna riconoscere che le ore a disposizione sono quelle e che è quindi impossibile fare tutto quello che sarebbe bello fare.
    Proprio per questa ragione secondo me è fondamentale, da parte dell’insegnante, un impegno finalizzato ad una programmazione intelligente che selezioni argomenti rilevanti e allo stesso tempo, usando una parola rifuggita da ogni buon umanista, utili.
    Purtroppo a scuola si parla troppo poco dell’utilità di ciò che si studia e quasi in nessun caso gli insegnanti sono in grado di spiegare in che modo la loro materia sia utile, o in generale a cosa serva.
    Io insegno italiano e latino, materie considerate inutili per antonomasia, ma se ci si impegna a trasmettere agli studenti il senso di quello che si fa, il valore della letteratura e dello studio della lingua, assicuro che l’interesse ed i risultati migliorano sensibilmente.
    Per fare questo però è necessario non essere dispersivi, ma concentrarsi su argomenti e concetti. La scuola è di per sé dispersiva, i ragazzi sono esposti a materie molto diverse, costretti ad acquisire nozioni e concetti molto diversi per area, metodo etc. Compito dell’insegnante è quindi aiutare i ragazzi limitando la dispersività già connaturata alla scuola in sé.

    Detto questo, io trovo che l’attenzione, per quanto riguarda italiano e latino, vada direzionata sui testi. Molto spesso la letteratura fatta a scuola è un racconto indiretto di opere: lo studente apprende per sentito dire, difficilmente interiorizza e di conseguenza difficilmente potrà ricordarsi qualcosa in futuro. L’apprendimento quindi, in questo modo non avviene.
    Se si insiste invece su un continuo confronto col testo e gli autori ed i temi vengono spiegati alla luce del testo originale, posso assicurarlo per esperienza personale, si ha un apprendimento molto più profondo e che comprende non solo nozioni di storia della letteratura, ma un campionario di strumenti ben più importanti come la comprensione del testo poetico, la padronanza di un lessico specifico, la capacità di analitica e argomentativa.

    In quest’ottica quindi io insisterei sui testi della letteratura italiana, con doverosi riferimenti alla letteratura europea, ma focalizzando sul testo più che sul contesto.

  13. F T De Nardi Says:

    Auguri! Non dico altro.

  14. Cristian Says:

    D’accordo, ho preso spunto per sottolineare una cosa che mi sta a cuore (anche evidentemente per esperienze scolastiche negative al riguardo); comunque, riducendo il tiro, ho cercato un po’ quali sono i programmi attualmente vigenti (il quadro legislativo) e ho trovato per esempio:
    Liceo classico:
    “Nelle due ultime classi del Liceo una grave lacuna deve essere colmata: quella dell’ignoranza delle letterature straniere. Almeno un’ora la settimana dovrebbe essere dedicata allo studio delle letterature straniere e particolarmente della francese, tedesca, russa, inglese, americana: dalla Chanson de geste alle commedie di Molière, a Balzac, a Victor Hugo, a Stendhal, a Flaubert, a Maupassant; daiNibelunghi all’Arminio e Dorotea, al Faust di Goethe, o qualche tragedia dello Schiller; alle liriche di Heine; da Gogol a Tolstoj, a Dostoievskij, a Gorkij, a Shakespeare, a Dickens, ai grandi lirici dell’Ottocento; da Emerson a Poe, Melville.
    Gioverà a tale studio l’uso della biblioteca scolastica, attraverso la quale gli alunni acquisteranno la conoscenza delle letterature straniere nei loro capolavori.”
    Istituti professionali:

    “ raccomandata la lettura più o meno estesa di testi di autori stranieri: la conoscenza avanzata di una o più lingue straniere e la collaborazione dei rispettivi insegnanti dovrebbero consentire anche letture in lingua originale con senza traduzione a fronte”

    Inoltre vedo che nel professionale (molto interessante!) si procede per moduli (ad es: “moduli storico-culturali: puntano alla ricostruzione del quadro culturale di un’epoca attraverso campionature di testi …” ecc; “moduli sui generi letterari: presentano lo sviluppo di un genere letterario attraverso un arco storico abbastanza ampio …” ) il che evidentemente apre possibilità anche nel senso indicato da questo post di confronti e intrecci e aperture transnazionali

    Per cui restando nei limiti del post (e della legge): gli insegnanti seguono queste indicazioni, riescono concretamente a farlo, come? e ci credono?

    (solo che sotto ferragosto …)

  15. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, Tu citi cito un’altra frase da quei programmi (classico):

    …La conoscenza diretta del Carducci dovrà essere la più ampia possibile per il carattere educativo della sua patriottica ed umana poesia…

    L’autore italiano più recente citato in quei programmi è Pirandello.

    La tua fonte è qui, suppongo. Quei documenti risalgono, se non m’inganno, al 1948: giusto sessantasei anni fa.

    Se vuoi un confronto tra quei programmi e quelli attuali (Gelmini), guarda qui. Noterai che Baudelaire è l’unico autore non italiano citato

  16. Cristian Says:

    Questa del Carducci non l’avevo vista (peraltro C è un premio Nobel, come Dario Fo).
    Sì per il liceo ho letto lì battendo “programmi ministeriali liceo classico”; ho pensato fossero quelli attuali; comunque sia non voglio pensare che le indicazioni riportate non siano più valide.

    Per il professionale non so che cosa ho visto perché provando a ribattere “ programmi ecc” non trovo più la cosa dei moduli e invece vedo questa cosa :“individuare, in prospettiva interculturale, gli elementi di identità e
    di diversità tra la cultura italiana e le culture di altri Paesi.
    Contestualizzare testi letterari, artistici, scientifici della tradizione
    italiana tenendo conto anche dello scenario europeo. “
    Per il liceo nei programmi Gelmini leggo: “Ha una
    adeguata idea dei rapporti con le letterature di altri Paesi, affiancando la lettura di autori
    italiani a letture di autori stranieri, da concordare eventualmente con i docenti di Lingua e
    cultura straniera, e degli scambi reciproci fra la letteratura e le altre arti. “

    Naturalmente mi interessava vedere quali spazi sono concessi per un allargamento dell’ orizzonte connesso al discorso avviato da questo post

  17. Cristian Says:

    ma il programmi attualmente in vigore mi sembra siano questi (classico):
    http://www.indire.it/lucabas/lkmw_file/licei2010///indicazioni_nuovo_impaginato/_Liceo%20classico.pdf

  18. Giulio Mozzi Says:

    Sì. Il documento che ho linkato io li riporta (dopo quelli del ’48) in sintesi.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Marta: grazie.

    Una cosa che io mi domando è: come si conciliano (a es. nel bilanciamento dei tempi, visto che le ore sono sempre poche – e spesso non di 60 minuti, ahimè) due esigenze che a me sembrano entrambe imprescindibili:
    – la lettura dei testi (e, direi, anche, una lettura dei testi come opere dell’arte),
    – la storia della letteratura, che di per sé non è una cosa tanto differente dalla storia dell’agricoltura o dell’edilizia abitativa (e in essa la bellezza delle opere è importante in quanto le opere belle “fanno storia”, producono imitazioni o repulsioni, cambiano l’idea dominante di letteratura, impongono riletture diverse delle opere precedenti, definiscono l’orizzonte di lavoro per gli altri autori eccetera).

  20. Marta Says:

    Io, e ovviamente parlo per me, lavoro sempre con l’obiettivo di trasmettere ai ragazzi l’idea fondamentale che la cultura è unitaria, e che per quanto abbiano materie diverse con voti e insegnanti differenti, il sapere è unico. Per questo motivo cerco il più possibile di collegare quanto spiego nelle mie materie a quanto viene fatto nelle altre (storia, inglese, storia dell’arte, e, in maniera minore, ma solo per minor competenza, anche le materie scientifiche).
    In questo modo cerco sempre di pensare il programma come un unico macro-argomento, e non sto tanto a pensare quanta parte della lezione dedicare al testo e quanta alla storia della letteratura.
    Il mio punto di partenza è comunque sempre il testo (sia per italiano che per latino), e tutta la storia che spiego parte sempre da qualcosa di concreto che i ragazzi possano leggere, capire, ricordarsi e collegare a quanto hanno imparato prima e a quanto impareranno dopo.
    Se poi facessimo un conto a spanne, probabilmente verrebbe fuori che i due nuclei (testo e storia letteraria) si spartiscono equamente il tempo a disposizione in un 50% a testa. Il tempo è vero che è poco, ma le cose che si possono fare sono comunque tante, anzi, mi correggo: c’è tutto il tempo per fare bene le cose importanti.
    Sarà sempre vero che il tempo non sarà mai abbastanza, ma invece di lamentarsi secondo me l’unica cosa da fare è sfruttare al meglio il tempo a disposizione, ovvio che se avessi tempo spiegherei di più, probabilmente meglio, ma ho sette ore alla settimana e non mi sento proprio nella posizione di lamentarmi (cosa dovrebbero dire, ad esempio, quelli di storia dell’arte?).
    Quello che il buon insegnante (di lettere) deve imparare a fare, secondo me, è una buona pianificazione e una scelta ragionata degli argomenti da trattare.
    Io quest’anno, in IV ho portato avanti il programma di latino seguendo, in parallelo con la canonica storia letteraria, il tema della “religio”, cioè della superstizione, analizzando come questo tema viene trattato dagli autori classici (Lucrezio, il De divinatione di Cicerone) e poi ricollegandolo all’illuminismo e a tutte le materie in cui il tema della superstizione compare in maniera importante (la storia, la filosofia e la letteratura del ‘700). Devo ammettere che non ho mai avuto una classe così interessata alla traduzione di Cicerone come quest’anno.

    Ritornando invece alla centralità del testo: ho avuto una grandissima soddisfazione proprio alla maturità di quest’anno, dove più della metà della mia V ha scelto il tema di analisi del testo su Quasimodo, autore che non avevo avuto il tempo di trattare in classe e che quindi non faceva parte del loro programma d’esame. Nonostante non conoscessero né l’autore, né tantomeno l’opera, hanno saputo fare ottime analisi, riportando tutti bei voti (e non li giudicavo io, perché avevano il commissario esterno per lettere).
    In virtù di questo successo (e di altri bei risultati a cui ho potuto assistere tra i miei studenti) mi sento davvero di sostenere la scelta che privilegia il testo, proprio per tutto il bagaglio di conoscenze e competenze che la comprensione e l’analisi ben fatte si portano dietro: tutte abilità che possono applicarsi ben oltre una traccia di maturità.

  21. CARLO CAPONE Says:

    Mi piace vibrisse perche’ vi si imparano un sacco di cose. Qui, ad esempio, ho scoperto che tra l’anziano Goethe e il relativamente giovane Manzoni ci fu un rapporto di stima e devozione, come e’ ovvio, da parte dello scrittore italiano per il venerando poeta e narratore tedesco, ma anche di stupore e ammirazione di quest’ultimo nei confronti de I Promessi Sposi.
    Una piacevolissima e inaspettata lettura, percio’, che fa seguito a un’avvolgente serata newyorkese di jazz e ottima birra.

  22. Giulio Mozzi Says:

    cinquemaggio

    Da una biblioteca di New York, Carlo. Per l’appunto.

  23. Cristian Says:

    Ha assolutamente ragione Marta a sottolineare la centralità del testo nella didattica della letteratura, ha ragionissima quando dice che ” Se si insiste … su un continuo confronto col testo e gli autori ed i temi vengono spiegati alla luce del testo originale … si ha un apprendimento molto più profondo e che comprende non solo nozioni di storia della letteratura, ma un campionario di strumenti …” ecc.

    Mi viene in mente uno straordinario libro – anche a proposito di letteratura occidentale – Auerbach, Mimesis, che ho letto tempo fa ( diciamo che ne avrò letto metà, forse, un po’ qui e un po’ là), dove l’autore in modo molto piano partendo proprio dall’ analisi di testi e dal confronto di testi arriva a delineare il profilo di intere civiltà.

  24. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 5 maggio 2014 – « Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro, / così percossa, attonita / la terra al nunzio sta. ». Non capivo niente, forse, ma mi piaceva. La strofetta, la musichetta. Mi piaceva ripetere, ricordare. Mi piaceva cantare. « Muta, pensando all’ultima / ora dell’uom fatale, / né sa quando una simile / orma di piè mortale / la sua cruenta polvere / a calpestar verrà. ». Già, la terra… sempre zitta… sotto… – « Martedì 23 marzo 1999 – “ E noi, zitti, sotto “ (Non ci resta che piangere, Benigni-Troisi, 1984) ». “.

  25. Maria Luisa Mozzi Says:

    Gentile Marta, sto ragionando da molto tempo sui metodi nella didattica. Ho apprezzato molto il suo intervento e mi sarebbe utile sapere qualcosa di più.
    Per esempio, mi piacerebbe conoscere il modo in cui in classe ha organizzato le attività sulla “religio”.
    In particolare: che ruoli nel lavoro ha assegnato ai ragazzi? Quali ha tenuto per sè? Che cosa ha chiesto di fare ai suoi alunni? Quali sono state le performance valutate? E quelle non valutate? Avete costruito una sintesi finale del lavoro? Fatta come?

  26. CARLO CAPONE Says:

    Grazie, Giulio🙂

  27. Marta Says:

    Mi fa molto piacere scambiare opinioni ed esperienze in merito ai metodi didattici. Io non ho grandissima esperienza alle spalle (ho ventisei anni ed insegno da tre), ma avendo lasciato la scuola in qualità di studente da non così troppo tempo, cerco sempre di tenere presente la prospettiva dello studente che apprende le mie materie.
    Proprio per questo, per quanto riguarda il latino, credo che il primissimo obiettivo da perseguire sia quello di trasmette l’idea che il latino è una lingua e non un gioco enigmistico, che gli autori classici si traducono non come esercizio di bravura, ma per arrivare a capire il messaggio che il testo porta con sé e allo stesso tempo per apprezzare una lingua piena di sfumature che noi non possiamo esprimere nella nostra lingua, espressioni che quindi veicolano concetti nuovi che non potremmo possedere e padroneggiare senza la conoscenza della grammatica e dell’uso del latino.
    Non me ne vogliano i classicisti, ma io non ho mai chiesto in interrogazione quali sono i sei modi per fare la finale o tutti gli usi del “ne”. Non mi interessa che i miei studenti sappiano recitare a memoria la norma, io voglio che abbiano una competenza attiva di traduzione che permetta loro di CAPIRE cosa stanno leggendo, se poi sanno anche i sei modi per fare la finale meglio ancora, ma di sicuro non andrò mai ad indagare. La letteratura latina è straordinaria, e poter leggere i testi originali, a mio avviso, è un autentico privilegio che deve essere sfruttato il più possibile.

    Per venire quindi alla “religio”, ho impostato il programma in modo che i testi selezionati per la traduzione fossero il più possibile collegati al tema. Come dicevo, i nuclei principali sono stati Lucrezio e Cicerone, e questo mi è andato molto bene perché abbiamo potuto affrontare sia la poesia che la prosa.
    I testi li ho scelti io, mentre Lucrezio lo abbiamo tradotto solamente in corrispondenza con la spiegazione dell’autore (tre settimane/un mese circa), il De divinatione ce lo siamo portato avanti tutto l’anno, e secondo me è stato proprio questo a cambiare tutto: tradurre un testo isolato di poche righe, estrapolato da chissà dove, è, secondo me, un’operazione insensata che snatura completamente il concetto stesso di comprensione. Traducendo brani consecutivi che hanno una coerenza ed una coesione complessiva invece è possibile guardare oltre l’ablativo assoluto o l’imperativo futuro, per andare a cercare il tanto dimenticato SENSO e rendersi finalmente conto che quello che si sta leggendo non solo è sensato, ma è anche, per usare un aggettivo che correggo nei temi, “bello”.
    Insomma, io ho scelto i testi, la poesia la abbiamo tradotta in classe quasi completamente, demandando al lavoro domestico la fase più mnemonica che in classe non è possibile fare, in interrogazione ho chiedevo la traduzione puntuale e l’anali linguistico-retorica. Per la prosa: ne abbiamo tradotta molta in classe facendo tradurre direttamente i ragazzi a prima vista, senza nessun voto, ogni brano veniva poi commentato da me ed eventualmente discusso assieme nel caso ci fossero passaggi particolarmente interessanti dal punto di vista dei contenuti.
    Le interrogazioni durante l’anno riguardavano i vari autori del momento (storia letteraria, opere, qualche testo) e alla fine facevo sempre tradurre dal De divinatione o un paio di righe o a prima vista o due righe che avevo assegnato a casa (ma senza quaderni sotto mano).
    Durante tutto l’anno ho comunque continuato a fare riferimenti a Lucrezio (anche nelle interrogazioni) e, dove possibile, ho selezionato testi di altri autori in programma (Catullo, Virgilio etc.) che in qualche modo potessero collegarsi al tema “religio”.
    Verso la fine dell’anno (aprile-maggio) poi il miracolo è avvenuto quando anche tutte le altre materie sono arrivate al fatidico punto in cui la “religio” entrava in gioco. I ragazzi se ne sono accorti da soli di come anche Gulliver in inglese, Goya in storia dell’arte, l’illuminismo in storia, vari autori di filosofia etc. affrontassero i temi stravecchi che avevamo visto in dei testi di migliaia di anni fa.
    A questo punto la passione per la traduzione (o meglio, per la lettura) del De divinatione è stata ancora maggiore, e il livello delle discussioni si è potuto alzare ancora di più, forte di tutte le informazioni e i concetti appresi nelle altre materie.
    Per concludere a maggio ho assegnato un tema (tipologia B, saggio breve o articolo di giornale) proprio sulla religio e sulla superstizione, allegando alla traccia dei brani tratti da Lucrezio, Cicerone, Seneca, S. Agostino, Galilei, Kant, Rousseau, Swift, dove i ragazzi hanno potuto compendiare tutte le riflessioni e le conoscenze accumulate durante l’anno e, con la guida dei testi, vedere ancora una volta come la discussione intellettuale possa essere unitaria nel tempo e nei temi.

  28. donatella Says:

    Cara Marta, ti ringrazio per quello che hai scritto. L’esperienza nel nostro campo non è più importante dell’entusiasmo e della capacità di dare un significato a quanto si studia, come ben emerge dalle tue parole. Il lavoro sui testi fornisce gli strumenti indispensabili per giungere alla comprensione dell’autore e del contesto in cui vive. Nessuna traduzione italiana, per quanto poetica, può restituirci la ricchezza dei versi di Virgilio nella morte di Didone. Inoltre ogni parola, nel latino come nell’italiano, ci rimanda ad altre parole e ad altri contesti e i ragazzi, se ben allenati, come tu dimostri, sono abilissimi e motivati a “condurre l’indagine”. Alla maturità di quest’anno, nella mia quinta, di fronte alla morte di Agrippina negli Annales di Tacito, mentre la mia allieva metteva in rilievo con entusiasmo e competenza la grandiosità, retorica e drammatica, di queste pagine, il membro esterno di lettere le ha detto di lasciar perdere queste sensazioni soggettive e le ha chiesto invece come si traducono i complementi di luogo, con riferimento in particolare alle eccezioni. La discussione che Giulio ha proposto per me è stata terapeutica e gli interventi tuoi e di Maria Luisa, così stimolanti e appassionati, sono stati un toccasana. Grazie ancora a tutte e due.

  29. Maria Luisa Mozzi Says:

    Grazie, Marta.
    Bellissimo.
    Stimi i ragazzi, li ami, conosci bene quello che insegni, hai familiarità con i testi, sai progettare, guidare, scegliere i tempi. Hai aspettato che i tuoi alunni arrivassero a scoprire da soli il tema nell’Illuminismo facendo un passo indietro e poi fai fatto ancora un passo avanti per rilanciare, chiedendo, ma sempre guidandoli, una sintesi. Senza fare cose strane, giocandotela con attività scolastiche tradizionali.
    Spero che molti insegnanti ti leggano e che succedano sempre meno episodi come quello raccontato qui sopra da Donatella.
    Grazie ancora.

  30. Maria Luisa Mozzi Says:

    Marta.
    Nell’entusiasmo sono passata dal “lei” al “tu”.
    Spero che non sia grave colpa…
    Comunque, me ne scuso.

  31. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Marta.

    Se tu avessi voglia di fare – partendo da questio interventi – una sorta di piccola pubblicazione; indicando un po’ più minutamente il percorso, citando i passi utilizzati, sciogliendo qualche “ecc.”: io credo che volentierissimo la pubblicherei qui in “vibrisse” (dove un migliaio almeno di persone la vedrebbero).

    Ti va?

    Hai scritto:

    Verso la fine dell’anno (aprile-maggio) poi il miracolo è avvenuto quando anche tutte le altre materie sono arrivate al fatidico punto in cui la “religio” entrava in gioco. I ragazzi se ne sono accorti da soli di come anche Gulliver in inglese, Goya in storia dell’arte, l’illuminismo in storia, vari autori di filosofia etc. affrontassero i temi stravecchi che avevamo visto in testi di migliaia di anni fa.

    Complimenti!

  32. Cosa o come insegnare a scuola / L’endecasillabo e gli altri | vibrisse, bollettino Says:

    […] e proseguendo il discorso cominciato con Manzoni, i poeti comico-realistici del Duecento e la letteratura occidentale mi viene in mente qualche domanda: dando per scontato che ai vostri ragazzi qualche nozione di […]

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